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Premessa...

Su questo sito web ci siamo già occupati, riportandone alcune pagine, dei ricordi di Marisa Rodano raccolti nei due volumi Del mutare dei tempi – ed. Memori, Roma 2008 (si veda nel nostro archivio, sezione “Letture, recensioni e commenti”). L’opera ha destato molto interesse e ha avuto numerose recensioni e presentazioni. Una presentazione del tutto particolare – per la sede, l’ambiente, gli ascoltatori e il relatore – è stata quella avvenuta pochi giorni fa al liceo scientifico “Raffaele Lombardi Satriani”, in Petilia Policastro, un piccolo centro della Calabria, provincia di Crotone. Il prof. Giovanni Ierardi, insegnante di storia secondo un metodo di “didattica laboratoriale”, ha adottato i due volumi come libro di testo e i ragazzi ne sono stati talmente coinvolti da voler conoscere personalmente l’Autrice, invitandola a un incontro presso la loro scuola. L’invito è stato accolto. Riportiamo l’introduzione del prof. Ierardi, alla quale ha fatto seguito un fitto scambio di domande e risposte.

Prof. Giovanni Ierardi:
INTRODUZIONE DELL’INCONTRO CON MARISA RODANO PRESSO
IL LICEO “R.L. SATRIANI” – PETILIA POLICASTRO

L’iniziativa di oggi - che il nostro Liceo ha organizzato con il contributo della Sezione Alto Crotonese dell’Istituto calabrese “Raffaele Lombardi Satriani” per la ricerca folklorica e sociale - ci porta in casa Marisa Rodano.

Marisa Rodano non è solo l’autrice del libro Del mutare dei tempi, che ha appassionato chi vi sta parlando e le ragazze e i ragazzi di 4 C e 5 B e dato occasione a questo incontro. Figura complessa: in lei molte dimensioni convivono in un sistema “hegeliano” di differenze o di contraddizioni feconde, facendone una protagonista della storia politica, istituzionale e civile del nostro paese. Ha scritto di sé: “Mi hanno sempre colpito le casualità, fatti misteriosi tra i quali sembra essere teso un invisibile filo provvidenziale, che mi ha condotto ad avere una identità plurima: cattolica, ma comunista; di estrazione borghese, ma rivoluzionaria; credente, ma colpita dall’interdetto contro i comunisti; di madre ebrea e quindi, di diritto, israelita, ma schierata a fianco dei palestinesi; madre di cinque figli, ma impegnata in un’attività ‘pubblica’ di tipo maschile”.

Il criterio di questa giornata si colloca nello spazio della didattica laboratoriale, dentro l’orizzonte delle finalità e degli obiettivi dell’insegnamento della storia.
Di essi mi preme sottolinearne alcuni:
- Ricostruire la complessità del fatto storico attraverso l’individuazione di rapporti tra particolare e generale, tra soggetti e contesti;
- Acquisire la consapevolezza che le conoscenze storiche sono elaborate sulla base di fonti di natura diversa;
- Consolidare l’attitudine a formulare domande, a riferirsi a tempi e spazi diversi, a dilatare il campo delle prospettive;
- Riconoscere e valutare gli usi sociali, antropologici e politici della storia e della memoria collettiva;
- Affinare la sensibilità alle differenze.

Del mutare dei tempi è un’opera che risponde pienamente a queste esigenze. Essa appare fortemente segnata da due cifre fondamentali: l’intimità e la coralità. E per questo evoca assonanze con Il dottor Zivago di Pasternak, in cui la storia d’amore di Zivago e Lara si intreccia con gli eventi epocali della rivoluzione russa. Anche la storia d’amore di Marisa e di Franco Rodano si snoda sullo sfondo di vicende di straordinaria portata, con molte delle quali stabilisce nessi di profonda compenetrazione.
È questo l’aspetto che ha appassionato più fortemente gli studenti: lo hanno scritto nelle due lettere che le hanno inviato, esprimendo il desiderio di un incontro con l’autrice. I libri quando sono belli e carichi di umanità fanno incontrare gli esseri umani. Ed è per questa via che si è reso più ravvicinato, più marcato, peculiare e vivo, l’incontro con la grande storia, rendendo concreta e chiara, a portata di mano, l’espressione “la storia siamo noi”.
Non vi può essere – io penso - effettiva educazione civica, educazione alla cittadinanza, se non vi è la consapevolezza della dimensione storica del presente. Appropriazione dell’identità come appropriazione delle radici. Da ciò il valore di una pedagogia della memoria. Se la scuola vuole avere un futuro serio, deve dar luogo – per usare un termine caro a Franco Rodano – a un innervamento del suo sentire e del suo essere. Più memoria, più consapevolezza storico-critica, se vogliamo avere teste ben fatte (secondo la definizione di Edgar Morin) e quindi in grado di pensare e coniugare il futuro. A dispetto di tante celebrazioni sulle tre i - inglese, informatica e impresa -, la scuola si riformerà seriamente solo se sarà rinnovata la sua concezione di fondo, il suo modo di stare al mondo e dentro il mondo.
Da queste considerazioni credo venga evidenziata la portata pedagogicamente esemplare di questo libro, che è insieme opera di testimonianza, di memoria e perciò stesso di progetto. “Per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria”, come ha scritto l’etnologo Ernesto de Martino. Il libro è un lungo, minuzioso e preciso viaggio attraverso un periodo collocato tra due date formidabili: il 1921 e il 1968. Il 21 gennaio del 1921 nasce Marisa e nasce a Livorno il Partito comunista d’Italia ad opera di uomini come Gramsci, Togliatti, Terracini. Il 68 è anch’esso un anno di portenti: contestazione, trasgressione, sogno, ingenuità ed errori ma anche slanci utopici e combattiva generosità.
L’opera di Marisa Rodano è scandita attraverso quattro tempi: l’età dell’inconsapevolezza, il tempo della speranza, l’ora dell’azione, la stagione del raccolto. Scansioni che vorrei chiamare movimenti: appunto, come in una sinfonia della memoria. Opera, e operazione, tanto più rilevante, in quanto viviamo un tempo di rimozioni e di pulsioni all’oblio. Come dice il presidente Napolitano, “dinanzi a un vistoso attenuarsi del senso della storia, contributi come questo di Marisa Rodano offrono materiali importanti per la ricostruzione di esperienze umane , ideali e culturali e di vicende sociali e politiche che hanno segnato il divenire dell’Italia nel Novecento”.

Del mutare dei tempi rappresenta e “impasta” eventi mondiali, europei e nazionali. C’è il ‘900 nei suoi aspetti orrendi, dirompenti, innovativi. C’è la guerra, il fascismo, il nazismo, l’aggressione nazista all’Unione Sovietica, c’è Stalingrado, Auschwitz, Hitler e i suoi gerarchi, c’è la Resistenza, Via Rasella e le Fosse Ardeatine, c’è Hiroshima, il ‘45, la Liberazione, la pace, la Repubblica e la Costituente, la democrazia, il Vaticano, Krushev, Giovanni XXIII, il Fronte popolare, De Gasperi, Togliatti, c’è il 1947, anno particolare per i Rodano, anno dell’interdetto a Franco e dell’approvazione della Costituzione. C’è Casa Rodano, “porto di mare” per tanti amici, punto di riferimento dell’antifascismo, una casa che è insieme ambasciata e laboratorio di relazioni politiche e di ipotesi strategiche. C’è don Giuseppe de Luca, c’è il gruppo dirigente del Pci, il Parlamento, ci sono le stragi contadine, Di Vittorio, Amendola, Longo, Ingrao, Bufalini, Alicata, Berlinguer. Ci sono Presidenti della Repubblica e le votazioni a volte defatiganti e lunghe per la loro elezione, c’è la “legge truffa”, c’è Scelba, c’è Fanfani. C’è “l’indimenticabile 1956” e i carri armati sovietici in Ungheria. C’è l’UDI, c’è la Pasionaria, i cortei dei metalmeccanici, le manifestazioni per gli asili nido, c’è il ‘68 e l’invasione della Cecoslovacchia... C’è insomma un secolo tra i più movimentati e terribili di tutta la storia dell’umanità. Secolo breve, secolo dell’odio, secolo del male, secolo complesso e contraddittorio.
Tutto è reso con straordinaria ricchezza di particolari. Il lettore viene preso per mano ad esplorare vicende, episodi, situazioni, a conoscere una miriade di fatti e personaggi (l’indice dei nomi è densissimo).
Ma non è una narrazione soltanto di grandi eventi. Dentro queste pagine ci sono anche quelli che con espressione antropologica possiamo chiamare i muti della storia. Una moltitudine di personaggi minuti, di tutti i giorni, senza i quali però la storia non esisterebbe e non si farebbe. Dice Brecht: “Cesare sconfisse i Galli./Non aveva con sé nemmeno un cuoco?/ (…) Chi preparò la cena della vittoria?”
C’è la balia (“Io, il sangue mio, ti ho dato Marilù”); c’è Assuntina, “cameriera rifinita che serviva in tavola con precisa ritualità gestuale”); c’è lo zio Enrico, travolto dalla “grande crisi del ‘29”, che dopo l’8 settembre verrà deportato ad Auschwitz, “dove, probabilmente, finì i suoi giorni in una camera a gas”; ci sono i braccianti di Celano uccisi nell’aprile del ’49, vittime che anticiparono di qualche mese l’eccidio di Melissa; c’è un disoccupato suicida, padre di un bambino poliomielitico; c’è il calabrese Mastro Pietro, “compagno mastro calafato, che sapeva costruire le imbarcazioni per la pesca del pesce spada, tagliando il legno e dandogli la giusta curvatura a occhio…Chiesto che nome avrebbero dato all’imbarcazione, mi fu risposto:’Athena Scillatria’. Mi era parso di piombare nell’Odissea”; “in cucina, nel Castello di Monterado, ad aiutare Martina c’era la Nina, non più giovane, ma -si diceva – più forte di un uomo. C’era anche Aldesina, una ragazzina giovane e carina dai capelli tizianeschi”.

Situazioni e scene di vita rustica, squarci di cultura materiale. “Le lenzuola profumate di bucato fatto con la cenere”; “le campane suonate a martello per allontanare la grandine”; “gli incitamenti alle vacche aggiogate all’aratro: Faorì a sinistra e Galantì a destra”. O episodi di struggente tenerezza. Come il leprotto di Capistrello e la “gioia di una bimba che si trovava per le mani un peluche vivente”.
E altre pennellate che valgono a rappresentare temperamenti e stili. Un Togliatti che, alla vista di una collega venuta alla Camera con un vestito di una sgargiante tinta ciclamino, sbotta in un poco sorvegliato ma schietto “Mamma mia! Che colore…”. Un bimbo, Giaime, che nel box picchia per ore con un martello di legno su una scatola di latte in polvere vuota, mentre il padre allo scrittoio continua indisturbato nelle sue astrazioni. E numerosi altri quadretti di balzante icasticità che rendono il libro una vastissima galleria di volti e di voci. E anche di sofferenze e amarezze, come nel caso di Carla Capponi, “donna generosa e disinteressata, medaglia d’oro della Resistenza”, inseguita dalle “ accuse ricorrenti e del tutto prive di fondamento di essere stata tra i responsabili, con l’attentato di via Rasella, della strage delle Fosse Ardeatine”.
Queste notazioni del minuscolo e del domestico sono tipiche dello sguardo femminile e di una consapevole cultura dell’ascolto, dell’atteggiamento necessario per poter dare voce alle persone più umili, alle figure del quotidiano, che altrimenti non sarebbero mai uscite dall’anonimato. A questi muti della storia Marisa Rodano dà infatti volto e voce. E sono queste apparizioni, queste figure, a dare al libro in modo particolare respiro e ritmo di romanzo.

La sconfinata ricchezza di annotazioni e di ambienti, di persone e di fatti, conferisce a quest’opera una trascinante traducibilità cinematografica. La rende come una straordinaria sceneggiatura. Se io fossi regista, partirei dalle ultime pagine Vita con Franco, da quel “bel quaderno, un bel quaderno grosso, per scrivervi insieme le nostre memorie, purtroppo rimasto lì, non toccato”. E poi inquadrerei quella bimba “riccioli d’oro” e la sua balia, passando per il Liceo Visconti, e gli incontri a Milano e Venezia, facendo ascoltare quel giovane che passava in gondola nel Canal Grande fischiettando la Follia di Arcangelo Corelli per avvertire la fidanzata della sua presenza…e così via dicendo.

Ci troviamo di fronte a una testimonianza, un ricordare, che si fa confessione. Questa sincerità, che rivela – appunto, confessa - i particolari più intimi e più teneri del lessico familiare, piace ai giovani, che non amano le barriere, le corazze, i protocolli. Biluci (per dire i figli), gattonare a quattro zampe, le doglie del parto, le malattie dei bambini, i pannolini ( “tra le più grandi invenzioni del secolo”), ecc. Se uno “tra i pensatori politici italiani più robusti e originali” – sono parole di Enrico Berlinguer su Franco Rodano - ci viene mostrato anche nell’atto di cogliere castagne e fiori durante una gita fuori porta, o di “apparecchiare la tavola o di spolverare”, non vi è dubbio che anche per questi gesti egli entra nell’animo e nell’affetto dei giovani.

La giornata odierna coniuga storia e antropologia secondo una tradizione del nostro Liceo, che ha avuto tra i suoi momenti più significativi una esplorazione della realtà e della storia locale – a partire dalla questione silana e dagli editti di Garibaldi sugli usi civici- e dato vita a libri come Chi ha voce e Il rovescio del ricamo a cura di Elena Bertonelli e Luigi Lombardi Satriani.

Dare alla testimonianza di Marisa Rodano il valore e l’importanza di una pagina di storia orale rappresenta un atto di coerenza culturale nei confronti del Liceo stesso, intitolato all’antropologo Raffaele Lombardi Satriani, che – come si legge nella Delibera per l’intitolazione (1984) - “ha dedicato la sua vita di studioso alla rilevazione degli innumerevoli documenti della tradizione popolare calabrese e nel cui nome gli studenti del Liceo potranno operare una riassunzione critica del proprio passato, nella prospettiva della conquista della propria inalienabile soggettività”.

Questo incontro, a me pare, sottolinea anche alcuni valori, legati alla vita e al pensiero di Franco Rodano, che il libro di Marisa ci ha restituiti nella loro palpitante energia. Innanzi tutto “il rigore, la passione, la coerenza morale e intellettuale tenacissime, la particolare tensione morale mantenuta accesa in lui da una fede cristiana radicata e intensa”, di cui ha parlato Berlinguer. In un’epoca che sta liquidando il congiuntivo e operando lo sterminio di ogni grammatica e sintassi, quasi come corrispettivo concreto di un fare strage della regola quale fondamento etico – a me piace, e mi piace proporlo ai giovani, quel cancellare in continuazione di Franco fino a rendere il foglio perfetto. E giova ricordare la sua capacità di “insegnare l’arte della scrittura”: arte, appunto, la quale non a caso fu invenzione del dio Theuth - come ci ricorda Platone nel Fedro.
E sottolinea - anche nella sua fisicità, che esplicita una coralità di esperienze e di generazioni diverse - il valore del dialogo e della sua funzione maieutica. Il dialogo, che fonda l’incontro. Ne ha bisogno oggi la società multietnica - che esiste, davanti e intorno a noi, con i suoi problemi e asprezze e anche con le sue opportunità. Ne ha bisogno l’umanità intera. E soprattutto quelle comunità, come la nostra, su cui grava l’azione corrosiva della litigiosità e della disgregazione non solo mafiosa, per poter costruire una prospettiva di ricomposizione civile.

Abbiamo messo in moto – e la giornata odierna ne è la parte culminante e più densa - una riflessione collettiva sul valore dell’uomo e sulla polis. Sono questi i grandi temi del libro di Marisa Rodano. Valori fondamentali, nonostante, anzi in virtù del mutare dei tempi. Libro a cui forse non è estraneo – ma questo ce lo rende più vicino – il sentimento tutto umano della nostalgia e del rimpianto, che rende forte, appassionata e persuasiva la testimonianza civile e la lezione di storia.

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