SANDRO PERTINI
La vita di Franco Rodano ha testimoniato, in modo esemplare, quanto possa essere forte nell’uomo la dedizione all’impegno intellettuale e ai grandi ideali, tra i quali la politica intesa nel senso più nobile e più alto dell’accezione. Portatore d’una fede religiosa profondamente sentita e sofferta, Rodano ha avuto costantemente con sé il dantesco “angelo della sollecitudine”: durante l’intera sua vita, infatti, mai si è sottratto al rovello e al dubbio; mai ha preferito la comoda via dei pigri, degli opportunisti e dei neutrali. La sua prima “scelta di campo” nell’Italia divisa in due, nel 1943, fu doppiamente coraggiosa: la resistenza al nazifascismo e il tentativo di conciliare nel Movimento dei cattolici comunisti i valori della tradizione cristiana e cattolica con quelli della rivoluzione d’ottobre. E così continuò senza paura e con sacrificio personale in tutti questi anni, promuovendo con le sue tesi, tra consensi e dissensi, un continuo dibattito. La sua “inquietudine” fu, dunque, sincera e feconda, sorretta da uno spirito virile, ma al fondo sensibile e umanissimo. Certamente Franco Rodano sarà ricordato dallo storico del futuro con queste sue peculiarità di intellettuale originale, pugnace e coraggioso. In questo modo l’ho visto e conosciuto, e così rimarrà per sempre nella mia memoria.
ENRICO BERLINGUER
Franco Rodano va indubbiamente annoverato tra i pensatori politici italiani più robusti e originali dell’ultimo quarantennio. Per le sue idee Rodano ha sapunto confrontarsi con gli altri e battersi con un rigore, una coerenza e una passione morale e intellettuale tenacissime; tanto che le sue analisi e le sue posizioni sono apparse talvolta infirmate da qualche elemento di rigidità. Va riconosciuto, tuttavia, che nel leggere gli scritti di Rodano si constata che la sua elaborazione traeva spunto e si alimentava anche dall’attenzione e dalla riflessione sugli eventi e sui processi reali, sui mutamenti e spostamenti delle forze e delle idee in campo. Quella caratteristica di costante coerenza e compattezza di pensiero veniva a Rodano innanzitutto, certo, dalla sua formazione ideale e spirituale e dalla sua storia personale, singolarissime, oltre che dal temperamento. Ma, così almeno a me sembra, gli veniva anche, lasciando da parte l’indagine su questi tratti del tutto personali, da una fedeltà ininterrotta ai motivi e princìpi di fondo, umani e storici, in base ai quali egli compì, meditatamente, la sua scelta politica, la sua scelta comunista; gli veniva dall’impegno generoso, che in certi momenti diveniva in lui assillo pungente, nel ricercare, nel sollecitare, nell’indicare i modi attraverso cui riteneva si potesse mainfestare la funzione innovatrice del PCI; infine, da quella particolare tensione morale matenuta accesa in lui da una fede cristiana radicata e intensa.
Potrà sembrare ovvio, eppure va detto che è possibile comprendere pienamente l’importanza del pensiero di Rodano solo se si tiene conto che la sua opera è potuta nascere e ha potuto influire perché in Italia esiste un partito comunista peculiarissmo, gramsciano e togliattiano. E per converso, l’apporto dato dal pensiero di Rodano in tanto è rilevabile ed apprezzabile proprio in quanto egli ha saputo mettere in luce i caratteri originali del complessivo tessuto storico-politico del nostro Paese, delle componenti del nostro movimento operaio, popolare e democratico e, in particolare, del PCI. Importante è stato il contributo di Franco Rodano su molte questioni, ma in particolare su tre fondamentali fra loro connesse.
1) Il suo contributo all’ approfondimento e alla sistemazione sul piano storico e di principio del mutato rapporto tra classe operaia e democrazia – la fondamentale operazione politica innovatrice iniziata da Togliatti – in una fase in cui si fa diverso il rapporto tra ordinamento capitalistico e quadro democratico ed emerge una tendenziale incompatibilità oggettiva tra i meccanismi del capitalismo e il pieno consolidamento e sviluppo della democrazia.
2) I suoi ripetuti scritti, di taglio ora storico ora teorico, intorno alla necessità del superamento completo da parte del PCI dell’adesione acritica alla lettera del marxismo e del leninismo, svolgendo la tesi di farli passare dalla sterilità dell’ideologia alla fecondità di una lezione rivoluzionaria. Parallelamente, la sua elaborazione intorno alla necessità e possibilità di liberare il partito democratico cristiano e i movimenti e organizzazioni dell’area cattolica dai vincoli e dai vizi del temporalismo e dell’integralismo.
3) Infine, la sua ricerca e il suo apporto per pervenire ad una concezione del partito (e della politica) non più come la formazione (e la dimensione) superiore e onnicomprensiva di tutte le altre e perciò assolutizzante, protesa all’irraggiungibile scopo di risolvere tutti i problemi e tutte le esigenze della vita dell’uomo e della società; ma come formazione (e dimensione) che ha una funzione specifica e determinata, alla quale può assolvere compiutamente assumendo il carattere della laicità.
Lungo la strada aperta da Togliatti (con la svolta di Salerno del ’44, con la fondazione del “partito nuovo” e con la prospettiva di una “democrazia progressiva”) i comunisti italiani venivano a superare di fatto la classica distinzione tra il momento in cui si ha l’affermazione della democrazia e quello in cui si ha l’avvento del socialismo. Con la politica togliattiana – che nasce dalla riflessione sulle origini e sui caratteri dei regimi fascisti e dall’esperienza della lotta contro di essi, fino alla guerra antifascista – l’avvento di una pienezza della democrazia, il suo consolidamento, la sua continua espansione potevano essere conquistate e garantite dalla classe operaia, alla testa di una vasta alleanza con altre forze sociali e politiche. In altri termini, la democrazia veniva ad essere un portato diretto, un prodotto dell’azione e dell’avanzata proletaria e non di quella borghese. Ma attraverso il nuovo rapporto che ha instaurato con la dimensione democratica, la classe operaia ha posto la condizione indispensabile per fare, nella democrazia e nella pace, la rivoluzione in Occidente, ossia nei Paesi che stanno nei punti più alti raggiunti dal capitalismo.
Su questi concetti Franco Rodano ha scritto pagine dense e impegnate. Si debbono anche alla sua penna articoli e saggi che, pur se in parte discutibili e comunque suscettibili di venire sviluppati, sono indubbiamente penetranti riguardo al problema del risolversi dell’ideologia marxista e leninista nella politica del partito comunista e nella milizia nelle sue file; riguardo alla concezione laica del partito, anzi dei partiti, e della politica; e, infine, riguardo al rapporto tra il movimento operaio di matrice marxista del nostro Paese e i movimenti politici e sociali di ispirazione cristiana. Questo rapporto fu messo in campo con originale intuito e con vigore da Rodano in anni che sono assai lontani; esso costituì, anzi, la questione ideale e politica che fu all’origine del suo impegno diretto e attivo nella lotta antifascista e subito dopo la liberazione, e, poi, ha sempre accompagnato la sua riflessione e la sua quasi quarantennale milizia comunista.
Secondo Rodano la laicità non deve essere vista alla maniera borghese, ossia come semplice e negativo agnosticismo e perciò come mera e neutra tolleranza, bensì come distinzione netta e attiva tra la sfera della costruzione “terrena” della vita dell’umanità associata e il piano delle fedi e delle ideologie. Da questa distinzione Rodano ritiene che traggano comune e reciproco vantaggio sia l’una che l’altra dimensione: fedi e ideologie ottengono di venire liberate da commistioni con imprese e finalità che sono proprie della ragione dell’uomo e solo di essa; e la ragione umana, a sua volta, insieme alle opere ardue e faticose cui dà luogo, resta come patrimonio comune di tutti gli uomini, come quadro solidale entro cui essi esplicano le loro vocazioni pur essendo diversi fra loro per le rispettive convinzioni filosofiche, ideologiche e religiose da cui sono animati e che gli vanno rispettate e garantite.
Mi pare che da ciò che Rodano ha scritto su temi così difficili e controversi, si ricavi però chiaramente quanto sia falsata o erronea la rappresentazione che molti hanno superficialmente dato del suo pensiero, come di un sostenitore, cioè, di un connubio tra due concezioni del mondo – quella cattolica e quella comunista – e addirittura di un’alleanza tra due integralismi, mentre questi Rodano respingeva e criticava e nel campo comunista e nel campo cattolico. Insieme a questa ripulsa ce n’era un’altra, però: quella di immeschinire il rapporto tra movimento operaio di radice marxista e movimenti di ispirazione cristiana e le loro rispettive espressioni politiche e sociali ad accordi di puro potere o anche limitati al solo terreno della politica quotidiana, ignorando le occasioni e le opportunità per un incontro su valori comuni, per uno sforzo diretto anche – come diceva Togliatti – alla “ricerca comune di cose nuove”, a creare “una condizione e un animo tali da consentire di guardare insieme lontano, a mete comuni”.
Da alcune testimonianze e ricordi di Rodano che ho letto, dovuti a compagni e amici che lo conobbero anche come credente, ritengo che la sua vita e la sua opera abbiano fornito una prova concreta e significativa della validità di due princìpi che egli ha serenamente professato e praticato e che, anche con il suo personale contributo, sono acquisiti al patrimonio teorico e ideale del Partito comunista. Il primo è la distinzione e l’autonomia reciproca della politica e della fede religiosa (o della convinzione filosofica o del “credo” ideologico). Il secondo è l’affermazione – fatta da Togliatti, formulata in una tesi del X Congresso del partito e sviluppata poi nelle tesi del XV Congresso – secondo la quale un cristianesimo genuinamente vissuto non soltanto non si oppone ma è anche in grado di sollecitare un’azione che può contribuire alla battaglia per la costruzione di una società più umana, più libera e più giusta di quella capitalista.
FILIPPO SACCONI
Quella notte di Natale del ‘44
Rientrato a Roma della prigionia in Egitto alla fine di luglio 1944 (per un fortunato intervento di mio fratello), per prima cosa riallacciai i contatti con Franco, interrotti alla partenza per l’Africa settentrionale. L’avevo lasciato “cooperativista sinarchico”, lo ritrovai “cattolico comunista”. Ricordo il programma dei “sinarchici”. Di una trentina di cartelle, se non erro, da lui consegnatomi prima di partire (rimasto a Sollum con la cassetta militare) e le “23 tesi” su fogli di carta velina, che lo riassumevano, custoditi nel portafoglio e finiti anch’essi in mano inglese nel profondo sud tunisino. L’uno e l’altro documento, “clandestini”, avevano alimentato speranze e sogni nelle lunghe rincorse, avanti e indietro, tra il deserto marmarico e la Sirte.
Ora, il “breviario” del nuovo movimento consisteva in un libretto stampato alla macchia (“Cattolici e comunisti”), che Franco si affrettò a commentarmi con la sua mai smentita carica ideale e la sua logica stringente. Era il ragazzo di sempre, che dava animo e fiducia, teso a scrutare il futuro negli eventi del presente, pronto a pagare di persona. Si era sposato con Marisa, che mi aveva presentato anni prima all’uscita del Circolo S.Pietro, dove aveva sostenuto alcune tesi sulla “Vita Nova” in confronto con l’avv. Mario Cingolani, ex deputato popolare. In breve, nel giro di una settimana mi trovai cooptato nella direzione del Movimento dei cattolici comunisti e nella redazione del giornale, “Voce Operaia”. Le riunioni dell’una o dell’altra iniziavano spesso ante lucem, per poter disporre pienamente del giorno. Franco vi giungeva arrancando per via Cavour su di una bicicletta piuttosto malandata. In quei mesi, era andato ad abitare nella casa di via dei Fienili, al centro di un’oasi intatta nel cuore della vecchia Roma.
Già allora la sua casa era ritrovo di giovani e meno giovani, alla ricerca della propria strada o di un impegno, che inevitabilmente finiva con l’identificarsi col processo di liberazione in atto e con la lotta rivoluzionaia della classe operaia. Ero spesso ospite di Marisa e di Franco; ma fui particolarmente lieto quando fui invitato a trascorrere la sera del Natale con loro. Vi sarebbero stati altri ospiti. Marisa era in cucina, attorno ai fornelli a carbone, al lume di candele e di luci schermate. Vigeva ancora l’oscuramento. Franco addobbava il presepe e la tavola in sala da pranzo. Ci si accorse che mancava il vino e mi offersi di andare a comprarlo. A pochi passi, nell’adiacente slargo, si affacciava un’osteria, una di quelle tipiche osterie romane ora pressochè scomparse e il cui vino si diceva – ed era – sincero. Armato di due fiaschi, mi avviai nel buio, guidato dal fioco lume che filtrava attraverso la porta a vetri del locale.
L’aria era mite quella notte il cielo velato. Mi affrettai a tornare, imbracciando, uno per parte, i due fiaschi. Ed ecco là, in fondo, lungo la via dei Fienili, ma più avanti, verso San Teodoro, si accende una fiammella breve, poi un’altra e una terza. Qualcuno cerca, alla luce dei prosperi, un numero civico, tenendo alto sulla testa il fiammifero. Mi avvicino e due figure si disegnano incerte. Cercavano casa Rodano e le pilotai nel buio al portoncino, su per la breve rampa di scale. Alla luce della candela, che Franco alzava sull’uscio, riconobbi i due: Palmiro Togliatti e Rita Montagnana. Questa si portò in cucina ad aiutare Marisa., l’altro si intrattenne con Franco presso la tavola apparecchiata. Passarono pochi minuti e dal portoncino, lasciato socchiuso, salì un tipo raccolto in un grande mantello nero che, se non avesse avuto il tricorno prelatizio, lo avresti scambiato per un brigante uscito da una stampa dell’ottocento. Era don Giuseppe De Luca, “prete romano”, come amava definirsi, letterato finissimo e studioso di chiara fama, uomo che godeva la fiducia dei due massimi dirigenti della Curia, mons. Tardini e mons. Ottaviani.
La cena, malgrado la ristrettezza dei tempi, fu apprezzata e lodata. Ma ciò che stupì l’ingenuo narratore, fu la dovizia degli argomenti trattati, i richiami e le rapide allusioni a eventi i più diversi; e soprattutto avvertire come, attraverso quei temi storici, letterari, religiosi, politici, intorno al Medio Evo, al Rinascimento, al Risorgimento, dietro i richiami a San Paolo o a Machiavelli, a Cavour o a Giolitti, in realtà Togliatti e De Luca esplorassero due mondi in parte reciprocamente ignoti, cercando di capire, sforzandosi di vedere, soffermandosi su ciò che sentivano comune. E Franco s’inseriva nel variegato discorso, ora approfondendo un aspetto, ora puntualizzandone un altro, della storia e della realtà di quei due mondi sì diversi e lontani: il mondo cattolico e quello comunista, Mosca e il Vaticano. Poco prima di mezzanotte, il maresciallo autista, che aveva accompagnato il ministro Guardasigilli, venne a riprendere Palmiro e Rita. Don Giuseppe s’intrattenne ancora e non nascose d’esser rimasto colpito dalla personalità del segretario del PCI. La “cosa” non finì lì, ma non andò neppure molto avanti. I prodromi della guerra fredda congelarono di lì a poco quell’accenno (e forse più di un accenno) di contatto e di eventuale iniziativa. Questa – come è noto – sarà ripresa dopo la morte di Pacelli, con ben altri esiti.
Quella notte stessa, nel messaggio natalizio, Pio XII riconosceva nella democrazia la forma necessaria della convivenza civile nell’età presente. Non soltanto il “Sillabo” veniva definitivamente sepolto, ma la Santa Sede, dinnanzi all’alleanza di guerra tra USA e URSS, alle prospettive aperte dalla conferenza di Teheran, dallo sbarco in Normandia, dall’avanzata dell’Armata Rossa verso il cuore d’Europa, intonava la sua palinodia e sembrava dover abbandonare quel corso politico che l’aveva portata a colludere pesantemente, fin oltre Monaco, con i fascismi europei. Fu di certo semplice, se pur singolare coincidenza il fatto che il più prestigioso leader comunista occidentale incontrasse il fidato amico di Tardini e di Ottaviani, nel momento stesso in cui, finalmente, la Chiesa avallava la democrazia, portato storico non già della borghesia liberale, bensì del proletariato (concetto, questo, su cui Franco Rodano ha fondato tanta parte del suo innovatore pensiero politico). Ma non fu davvero una coincidenza che l’incontro qui ricordato avvenisse auspice Franco e nella sua casa. Era la notte di Natale del 1944.
DON LUIGI DELLA TORRE
Speranze storiche e speranza cristiana
L’amicizia con Franco Rodano, negli ultimi anni, mi ha consentito di rispondere ad alcuni interrogativi che mi sono sentito porre e che mi sono posto anch’io. Nei nostri incontri si parlava di spiritualità cristiana, di teologia, di situazioni ecclesiali oltre che di vari argomenti culturali. Non mi sono mai permesso di rivorgergli domande sul suo passato, ma di volta in volta ho potuto usufruire di sue confidenze.
1.Il primo interrogativo riguarda le scelte politiche che egli ha fatto, ponendosi come cattolico in contrasto con alcune direttive ecclesiastiche. Dove ha trovato la forza e la serenità, pur con sofferenza, per queste opzioni non rinunciando alla sua fede e alla sua appartenenza ecclesiale, sempre professata? Non ho trovato altra risposta che la sua fede teologale. La fede di Franco non era credenza dottrinale, magari utilizzata ideologicamente, o sottomissione alla gerarchia che poi si muta in ribellione; era adesione cosciente e ferma a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, ancora vivente nella Chiesa. Questa fede comporta quel sensus fidei (ne ha parlato il Vaticano II nella “Lumen gentium” n.12) che diventa giudizio pratico nelle concrete situazioni per scelte che siano conformi alla volontà di Dio. E’ il “discernimento” di cui parla san Paolo nella lettera a Romani (12,2) e che tanta parte ha nella dottrina spirituale cristiana. Non so se Franco ne abbia sentito parlare nella Congregazione mariana, di cui è stato membro, da parte dei padri gesuiti, dato che sant’Ignazio dà molta importanza a questo giudizio spirituale che il credente formula nella fede. Ho potuto constatare, e in seguito mi è stato confermato dalla moglie Marisa e dai figli, che molto prima del Vaticano II egli dava valutazioni di situazioni vitali e culturali (il matrimonio, la condizione della donna, i rapporti figli-genitori, le convenzioni sociali religiose…) non consuete nel mondo cattolico e poi emerse come posizioni di fede nei documenti conciliari. Anche questo fatto mi convince che egli abbia avuto il dono del “discernimento”, per cui un credente è guidato dallo Spirito a dare giudizi e a fare scelte in accordo con la sua fede in Cristo signore, anche se di fatto contrarie al contesto religioso ecclesiastico. Si tratta di giudizio personale in ordine alla salvezza, e non pretende di essere garanzia di scelta storicamente giusta.
2.Mi sono sentito domandare se Franco era un cristiano preconciliare, che aveva accettato alcune aperture socio-culturali del Vaticano II ma non ne condivideva le scelte teologiche e le riforme ecclesiali. La domanda mi ha stupito e non so su che base si possa essere formata tale opinione. Oltre ad aver salutato come dono di Dio il pontificato di Giovanni XXIII, egli ha aderito alle prospettive conciliari di rinnovamento ecclesiale, mostrandomi la sua impazienza e preoccupazione per certi ritardi o ritorni indietro. Apprezzava la riforma liturgica, gradiva il “Servizio della Parola” [periodico “per la comunicazione della fede nelle assemblee”, ed. Queriniana, allora diretto da don Gino Della Torre – n.d.c.] che gli permetteva di prepararsi all’ascolto delle letture bibliche, manifestava le sue valutazioni sugli stili pastorali dei preti che incontrava, si teneva informato anche sulla produzione teologica contemporanea. Mi ha espresso la sua convinta adesione alla cristologia di Schyllebeeck e la sua preoccupazione per l’ecclesiologia di Kung dove l’aspetto carismatico non era equilibrato sufficienmetente da quello istituzionale. Soprattutto voleva conoscere cosa succedeva alla base della Chiesa, nelle comunità, nelle famiglie e nelle persone, con una curiosità che nasceva dal desiderio del credente di veder realizzato il vangelo. Ricordo che durante la malattia mi diceva «raccontami qualche cosa», intendendo che gli descrivessi situazioni di famiglie e comunità con le quali avevo rapporti. Dopochè gli avevo esposto la vita di una famiglia, che ben conosceva, mi ha domandato: «la fede che parte ha in questa famiglia?».
3. Una questione era per me il rapporto fra le sue speranze storiche, oggetto della sua riflessione intellettuale e delle sue teorie politiche, e la speranza cristiana che lo animava in quanto credente. Mi aveva detto che in prigione aveva letto il libro di Geremia e che per lui fu determinante l’aver capito che la salvezza terrena per il popolo di Dio proviene anche da persone e forze che sono estranee alla comunità credente. D’altra parte ho potuto constatare che la sua speranza escatologica, esplcitamente professata più di una volta, non era usata come motivazione della sua convinzione che l’umanità ha in sé capacità di ragione e volontà di bene sufficienti per costruirsi in un ordine di giustizia e di pace. Teneva a ripetere che nella prospettiva cattolica il “peccato originale” ha ferito ma non infranto la natura umana. Negli ultimi anni lo trovavo preoccupato, anche addolorato, per la piega presa dagli avvenimenti nazionali e mondiali, ma la forza rinascente con la quale affrontava le situazioni mi faceva pensare che fosse interiormente sostenuto da una speranza che andava al di là delle contingenze storiche. Egli però non desumeva da tale speranza “ultima” le considerazioni che lo impegnavano nelle riflessioni sui dati economici e politici, per trovare condizioni, metodi, forme di progresso.
“Uomo dell’esodo” è stato definito Franco dal parroco, presso il quale ultimamente si recava per partecipare alla messa domenicale. Si discuterà se tale giudizio conviene al pensatore e al politico; sul piano della fede e della speranza posso testimoniare che Franco era un credente che “andava oltre”.