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Premessa...

Apriamo l’aggiornamento di gennaio 2010 del nostro sito con un articolo di Raffaele, come sempre acuto, appassionato e criticamente proteso alla speranza.

Raffaele D’Agata:
IL REGIME, I PARTITI E L’ONDA VIOLA

Sul finire dell’autunno del 2009, sembravano esserci molti segni di un lento sfaldamento del regime berlusconiano. Vi era tuttavia anche ragione di temere che questa lentezza si rivelasse infine condizione di una nuova e nefasta impennata del suo vigore e della sua presa sull’Italia. La questione appare tuttora aperta, ultimamente con una certa preponderanza di segni che rafforzano il timore.

In effetti, le tensioni interne della coalizione berlusconiana si manifestano contenute a causa della debolezza politica delle sue componenti più irrequiete e insoddisfatte (perfino critiche). Il problema, per tutti, era e resta che tra alcuni mesi vi saranno elezioni regionali che avranno un importante valore nazionale. E il signor B. – prima e dopo il molto conveniente martirio mediatico del 12 dicembre – resta attualmente il solo che possa aspettarsi qualcosa da tale scadenza: vale a dire, se non il plebiscito cui aspira, molto verosimilmente ancora una conferma della sua popolarità presso l’Italia peggiore (quella corrotta come quella rassegnata: in generale, quella che in questo pantano sente o crede di avere comunque qualcosa, e teme di perderlo se il pantano dovesse mai essere prosciugato e disinfestato). In termini elettorali, le prospettive dei suoi attuali e possibili concorrenti rappresentati oggi in Parlamento non sembrano molto aperte.

Cerchiamo infatti di passarle in rassegna. Fini sapeva bene in partenza che, nell’ipotesi comunque remota di una sua corsa solitaria (o condotta entro qualche genere di agglomerato neocentrista), sarebbe stato abbandonato da gran parte del suo elettorato tradizionale e male accolto da una parte altrettanto grande di quello dell’UDC. Quanto al PD, era e resta difficile comprendere che cosa possa aspettarsi continuando a deludere elettori di sinistra e fingendo di avere argomenti onde spingere quelli cosiddetti “moderati” (che in realtà, in Italia, sono prevalentemente e tradizionalmente autentici estremisti, sia pure di centro) a cambiare voto. Adesso, poi, che ha praticamente smentito la propria presidente circa i veri artefici del “clima d’odio” di cui tanto si parla dopo il 12 dicembre – e mentre quindi la sua segreteria cerca di bilanciarsi guardinga tra evocazioni di nuove Bicamerali e rituali demarcazioni di confini alquanto mobili circa il negoziabile – è difficile prevedere quanto e come potrà contenere lo smottamento della sua base di consenso. Il modo in cui il processo di selezione delle candidature per alcune importanti regioni si è svolto finora non suggerisce previsioni favorevoli.

Resta il partito raccolto intorno a Di Pietro, tendente adesso a diventare sfogo e contenitore visibile di gran parte delle coscienze che giustamente rifiutano la favola di vivere in un “paese normale”, ma proprio perciò troppo eterogeneo nei suoi motivi e nei suoi umori per sorreggere il peso e la responsabilità di guidare l’Italia (sebbene certamente, intanto, anche una sua crescita elettorale sarebbe un felice segno).

Frattanto, l’Onda Viola ha fatto comunque irruzione. È animata da persone giovani, realiste, radicali. Radicali perché realiste. Non sembrano cioè disposte ad avallare la finzione che l’Italia di oggi sia un paese normale governato da una destra normale, o la finzione che la licenziabilità arbitraria e più o meno semestrale non sia in fondo che un aspetto di un sistema di reciproche e atomistiche libertà. Il suo messaggio, pienamente condivisibile, è che non vale la pena di occuparsi di alcuna forma di politica che accetti, più o meno esplicitamente, tali presupposti.

Contemporaneamente, è stata fondata una Federazione della Sinistra, in una presentazione pubblica durante la quale (almeno in parte) è stato possibile sentire parole finalmente diverse dalle solite, una certa disponibilità ad ascoltare le persone piuttosto che parlare a se stessi e di se stessi, ad ascoltarsi reciprocamente senza ripetersi, e forse ad aprire spazio a nuove energie. Questo non significa ancora che le dinamiche disgreganti sprigionate dall’ultimo congresso di Rifondazione Comunista siano state neutralizzate; ma anche per coloro che dubitano dell’efficacia e della pertinenza dei simboli identitari (frattanto riaffermati dal nuovo soggetto), Parigi potrebbe infine ben valere una messa qualora i nuovi accenti dovessero svilupparsi (e restare comunque ben distinti da ogni concessione al nefasto nuovismo “fin de siècle”).

Ciò che potrebbe alterare i termini dell’equazione sopra descritta è forse una crescita, parallela, distinta, ma cospirante in qualche modo, dei due processi. Nessuno dei due potrebbe avere futuro cannibalizzando l’altro: sarebbe un gioco a somma pesantemente negativa. In realtà l’Onda Viola può produrre un cambiamento del modo di fare politica in tutti i partiti, i quali hanno il dovere di aprirsi alla sua sollecitazione e di accogliere le sue energie rispettando anche la sua eterogeneità e la sua autonomia: e saranno misurati anche secondo la loro disponibilità a fare questo. La Federazione della Sinistra potrà forse crescere, e trasformare in opportunità questa stessa non felice scadenza elettorale, se saprà dare al movimento la sensazione di essere accolto e non strumentalizzato in un ambiente dove si riconosca di avere almeno tanto da ascoltare quanto da dire (e le ragioni non mancano di certo).

Qualche postilla su politica rivoluzionaria e capitalismo reale

Si diceva del rifiuto delle finzioni come discriminante. La finzione che l’attuale regime italiano sia qualcosa di normale (ovvero non sia un regime) è in effetti scarsamente accreditata oggi nel resto del mondo (a parte luoghi come la Libia e la Bielorussia); ma molte altre continuano ad esserlo largamente, o comunque continuano ad essere al massimo deplorate e mai contrastate con l’urgenza e la determinazione convenienti. Per esempio la finzione che le ricchezze smisurate e ostentate di Dubai (per non fare che un esempio) siano cose moderne, avanzate e razionali (così come l’assoluta precarietà del reddito da lavoro dipendente nei paesi avanzati e la quasi totale privazione di reddito e di opportunità di vita per quasi metà del genere umano). Questo concorre a spiegare perché il signor B. sia arrivato dove è arrivato, e perché ad esempio l’Economist non dica proprio tutta la verità quando, pur lodevolmente, depreca il suo potere e la sua influenza in uno dei paesi più importanti del cosiddetto mondo occidentale. Perché il regime italiano non è, nel contesto internazionale, un deprecabile incidente, ma semplicemente la parte che (per varie ragioni) è per adesso toccata a noi: un po’ come (per capirsi, e rispettando le proporzioni) lo sono nell’Afpak i campi di papavero e i percorsi di trafficanti vanamente sorvolati ormai per un decennio dai poco intelligenti bombardieri della guerra infinita con i loro effetti collaterali.

Insomma, la difficoltà di sbarazzarsi del signor B. (e specificamente le imbarazzate timidezze del nostro PD nei confronti del suo regime e delle sue crescenti pretese) nascono dall’incapacità o dal rifiuto di riconoscere in lui molta sostanza degli “spiriti animali” che negli ultimi trent’anni hanno portato il capitalismo realmente esistente ad essere ciò che oggi è. Questo induce a credere che, per aiutare tra l’altro anche l’Economist a vincere alcune delle battaglie che crede o dice di condurre (e, qui da noi, per aiutare il pentito Fini a riscattarsi appieno in uno Stato di diritto) qualche rivoluzione può essere necessaria. Ne serve cioè una che sia in qualche modo paragonabile (con segno opposto) a quella che Reagan e Thatcher guidarono, quasi con il coltello tra i denti, trent’anni fa, proprio mentre la parola “rivoluzione” diventava un tabù perfino dentro il partito comunista italiano.

Ma non è forse “ideologico” e minoritario parlare oggi di rivoluzione? No, questo non è così ovvio come spesso si dice. All’interno di sistemi politici complessi e articolati come il nostro, dove le scorciatoie insurrezionali e dittatoriali sono state giustamente riconosciute impraticabili fin dai tempi di Antonio Gramsci, rivoluzioni fondate su un consenso maggioritario, e comunque su una stabile egemonia culturale e pratica nel quadro del sistema politico costituzionale, possono riferirsi essenzialmente a due esempi compiuti: quello della rivoluzione progressiva di Roosevelt e quello (appunto) della rivoluzione regressiva e barbarica di Reagan e Thatcher.

Dunque, si può fare. Nella recente storia italiana ne abbiamo poi un esempio tentato, abbastanza credibile per suscitare il durissimo e ingente spiegamento di mezzi sleali che furono effettivamente necessari al fine di stroncare il suo sviluppo. Tale fu infatti l’idea berlingueriana di compromesso storico, nelle sue successive varianti tattiche (quella del sostegno alla difficile battaglia del cattolicesimo politico democratico entro il partito democristiano, e poi quella della chiamata a raccolta di tutte le coscienze libere per una riforma della politica e per la resistenza alla sua degenerazione). Per quanto abbozzato e perfino carente nelle sue determinazioni programmatiche effettive (ma quelle di Roosevelt erano forse inizialmente chiare?) si trattava appunto del tentativo di una rivoluzione progressiva, e non regressiva, come risposta alla crisi sistemica degli anni settanta del Novecento. In entrambe le fasi, e soprattutto nell’ultima, quel disegno fu battuto non soltanto dalla forza immane delle spinte contrarie sul terreno internazionale, ma anche da un’onda crescente di dissimulate defezioni interne entro il gruppo dirigente del partito comunista italiano, destinate infine a risolversi, pochi anni dopo la morte di Berlinguer, nel dissolvimento e nella dissipazione di quella grande forza.

Tornare, intanto, alla Costituzione

Ciò che oggi innanzitutto preme, allora, è l’esigenza di raccogliere le idee. E tra queste, in particolare e in primo luogo, idee di quel genere. Idee che certamente non guadagneranno un qualche cinquantuno per cento nell’immediato futuro, e meno che mai possono o dovrebbero aspettarsi di avere efficacia entro un qualche cinquantuno per cento che ancora vincesse secondo i termini di una falsa e artificiale alternativa bipartitica come quella che fu imposta in Italia insieme con quella dissoluzione e con quella vera e propria concomitante catastrofe della nostra democrazia.

Vale allora la pena di seguire con grande simpatia i primi passi della nuova Federazione della Sinistra, forse anche parteciparvi. L’auspicio è che vi sia spazio per pensare e creare; che possa crescere insieme con il radicale realismo dei giovani dell’Onda Viola (come pure è accaduto quasi simbolicamente a Roma il 5 dicembre); e che dall’interazione possa nascere in Italia una politica di sinistra finalmente libera da ogni ondeggiamento tra smanie governative e autocompiacimento minoritarista.

Appare prevedibile che questa esigenza sarà presto misurata da una prima e fondamentale sfida: dal modo, cioè, in cui la sinistra – pur fuori da questo Parlamento - si renderà efficace nel favorire il possibile ritorno alla centralità del Parlamento come “specchio del paese”. Presto, infatti, una decisone dovrà essere presa tra il ritorno alla Costituzione repubblicana e al suo spirito (unica strada sicura per tutti coloro che ancora guardano in qualche modo al di là di questo regime personale) e una strada sdrucciolosa lastricata invece di Bicamerali, “bozze”, e insomma conati di normalizzazione dai quali il despota uscirebbe senz’altro trionfatore, se non personalmente, certo per i durevoli effetti della sua opera nefasta.

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