Torna alla sezione >>

Premessa...

Riceviamo e volentieri mettiamo in rete questo stimolante contributo di Francesco Ravelli alla comprensione di un tema fondante del pensiero di Franco Rodano. Lo studio di Ravelli ha come filo conduttore gli articoli di Rodano raccolti nel volume “Cattolici e laicità della politica”, ma spazia anche in altri momenti dell’elaborazione rodaniana, come i corsi di Storia del pensiero politico svolti alla “Scuola Italiana di Scienze Politiche ed Economiche” (SISPE). Al riguardo precisiamo che si trattò di tre corsi annuali: 1968-69, 1969-70, 1970-71. Il primo è stato pubblicato in parte dalla “Marietti” (1986) e in parte dagli Editori Riuniti” (1990). Il secondo e il terzo corso non sono stati ancora pubblicati. Abbiamo quindi deciso di mettere in rete su questo sito, per intanto, le 56 lezioni del secondo, necessariamente raggruppate in una ventina di puntate (la prima è già sull’aggiornamento di gennaio).

Mi si consenta ora una piccola nota di carattere personale. Non sono stato – come scrive Ravelli – tra i fondatori del “Movimento dei Cattolici comunisti”. Avevo partecipato al “Partito comunista cristiano” (dal 1942 al maggio del ’43, verso la metà del quale finimmo tutti in galera), ma quando fu fondato il Movimento, poco dopo l’occupazione nazista di Roma, mi trovavo a Brindisi. Solo verso la fine di ottobre del ’43 mi riuscì di passare le linee del fronte di guerra e riunirmi al vecchio gruppo. Ravelli vorrà scusarmi per questa poco rilevante correzione. Vittorio Tranquilli


Francesco Ravelli:
CATTOLICI E LAICITA’ DELLA POLITICA IN
UNA RACCOLTA DI SCRITTI DI FRANCO RODANO
(a cura di Vittorio Tranquilli – Editori Riuniti . Roma 1992)

Esponente di spicco del cattolicesimo comunista italiano, lo stratega del compromesso storico, il cattolico non democristiano: negli anni sono state tante le definizioni, più o meno appropriate che fossero, con cui si è tentato di schematizzare la figura e il contributo intellettuale di Franco Rodano (1920-1983). Quest’ ultimo, dapprima fondatore nel 1943 del Movimento dei Cattolici Comunisti, poi limpido protagonista del PCI di Togliatti e Berlinguer, resterà tuttavia sempre e “solo” Franco Rodano, ovvero uno dei più stimolanti pensatori politici che il panorama italiano abbia potuto offrire.
Un’ idea più chiara del suo lungo lavoro ci viene fornita dalla preziosa meticolosità di Vittorio Tranquilli, amico e collaboratore di Franco Rodano per oltre quarant’anni, non nuovo alla cura delle sue opere. L’agile volume, edito coi Libelli dagli Editori Riuniti e dal titolo Cattolici e laicità della politica, raccoglie per lo più articoli di terza pagina pubblicati sul quotidiano Paese Sera, ma che, come rileva il curatore nella premessa, assumono senza particolare fatica la statura di saggi.
L’indagine di Rodano, infatti, spazia in questi scritti dal più immediato commento politico dei secondi anni Settanta sino ad alcune impegnative esplorazioni di tipo filosofico e teologico. Da un lato, dunque, osserviamo l’analitica esigenza di entrare nel dibattito di un paese in forte trasformazione, dall’altro, ma non senza l’implicito richiamo a un nesso tra teoria e prassi, ciò che l’autore avrebbe chiamato “l’innervamento della democrazia”.
Franco Rodano, e questo è bene chiarirlo subito, è stato un cattolico convinto, un uomo di fede profonda, un servo di Dio. Ma è stato anche un esponente di rilevo del principale partito comunista dell’occidente, ovvero un uomo impegnato in politica su posizioni fieramente marxiste (sebbene in un’accezione tutta particolare che a breve approfondiremo). E le sorprese non sono ancora finite, perché nel momento in cui ci limitassimo a vedere Rodano come un politico tutto preso dall’infuocata attività parlamentare andremmo davvero fuori strada. Rodano nel PCI non ebbe mai diretti incarichi di partito e non ricoprì nessuna carica istituzionale. Il suo ruolo era di macinare concetti, fondare prospettive, organizzare gruppi di studio su tematiche fondanti. Prima della collaborazione con Paese Sera, scrive sul mensile Lo spettatore italiano (1951-1954), collabora al Dibattito politico (1955-1959) e soprattutto, fonda con l’economista-filosofo Claudio Napoleoni la Rivista trimestrale (1962-1970) e la Scuola italiana di Scienze Politiche ed Economiche (la SISPE, nata per mano anche dello storico Michele Ranchetti nel 1968 e che proseguì la sua attività sino al 1972). Rodano, giusto per meglio comprenderne lo spessore, è stato un personaggio che, oltre alla già citata feconda collaborazione con Napoleoni, ha dialogato dando del tu a figure quali Felice Balbo, Augusto Del Noce, don Giuseppe De Luca e tanti altri. Pur restando un pensatore essenzialmente politico risulta impossibile tener fuori da un sano rapporto intellettuale con il suo lavoro tutto ciò che è solito far rientrare nel “piano della cultura”. Con quest’ultima espressione vorremmo cogliere nel profondo l’esigenza rodaniana, ovvero la possibilità di una fondazione della laicità da parte di un credente cattolico politicamente comunista e in potenza capace di parlare a tutti gli italiani del secondo dopo guerra. Una sfida, quella qui abbozzata, da percorrere secondo Rodano al di là degli integralismi “metafisicistici”, i veri ostacoli residuali di un cattolicesimo e di un marxismo da purificare.
Il punto nodale su cui poggiano gli scritti raccolti da Tranquilli in Cattolici e laicità della politica, ma oseremmo allargare l’assunto un po’ a tutta l’opera di Rodano, verte sulla bontà del finito, ossia la convinzione che l’uomo, nella sua limitata dimensione creaturale, si basti da sé e non necessiti di un legittimante fondamento trascendente. La fede religiosa viene allora vista come un dono elargito ad alcuni, ma che mai deve condurre ad improprie commistioni sul terreno della politica o nelle altre dimensioni della “storia comune degli uomini”. Tra i luoghi in cui Rodano meglio approfondisce queste decisive riflessioni sono alcuni incontri alla SISPE poi raccolti da Vittorio Tranquilli e Giovanni Tassani in Lezioni di storia possibile (Marietti, Genova 1986) dove l’autore, prendendo in esame le lettere di San Paolo, tenta di fondare un’immagine di Dio non di trascendenza dall’alto ma di condivisione dal basso. Nella lettera ai Filippesi in particolare, Rodano ravvisa un Cristo del tutto connaturale a Dio, ma al tempo stesso pienamente uomo. Dio viene dunque a delinearsi come radicalmente non signorile, come colui, cioè, che non ha rapinato il già suo, ma se ne è spogliato, di fatto rendendo compatibile la sua essenza con la condizione dell’uomo, del servo. L’uomo, d’altro canto, non rapina l’assoluto, non è signore perché sa della bontà del finito e tende all’assoluto con spirito di reciproco servizio. In quei luoghi, così ripresi da Claudio Napoleoni in alcune intense riflessioni teologiche (v. Cercate ancora: lettera sulla laicità e ultimi scritti, Editori Riuniti, Roma 1990), c’è veramente molto dell’antropologia filosofica di Rodano, un’antropologia scandagliata con la categoria della “causazione ideale” (cioè l’analogia delle modalità con cui l’uomo concepisce se stesso e quella conseguente di come l’uomo opera nella società) e da cui dovrebbe discendere una storia “possibile” non esaurentesi in quella data. Il fulcro teorico che a Rodano risulta dirimente, e che come detto pervade anche gli scritti maturi di Paese Sera, ci sembra dunque proprio quello inerente alla bontà del finito.
Le argomentazioni qui brevemente presentate verranno fatte valere da un lato come critica nei confronti della parte più consistente della teologia cattolica e dall’altro, abbastanza sorprendentemente, anche a riguardo della lezione di Marx, il cui pensiero rivoluzionario sarebbe debitore di istanze disattente alla tematica del limite e della finitudine. Per Rodano, insomma, i teologi integralisti avrebbero prestato poca attenzione a San Paolo e Marx, nonostante tutto, sarebbe ancora troppo hegeliano. Ci torneremo tra poco.
La prima parte degli scritti presentati in Cattolici e laicità della politica è inglobata sotto il titolo La Chiesa, i credenti, la storia comune degli uomini e in ciascuno di essi è ben visibile lo sfondo di riflessione su cui Rodano ha lavorato. La ricerca della laicità, e soprattutto laddove sembra esposta al pericolo più grave, ovvero nell’ambito della sfera politica, viene a declinarsi in queste pagine come un’attenta elaborazione di ampio respiro capace di porsi in dialogo con le varie sfaccettature del discorso pubblico e culturale. A ricorrere sono così i bilanci dell’esperienza del gruppo cattolico comunista durante la resistenza, la decisiva critica anti-integralista, suggerita ora da pubblicazioni coeve ora da documenti vaticani, e una sempre vivace lettura delle cose vicine al PCI. Sull’esperienza di Rodano giovanile è bene approfondire. Con altri, tra cui lo stesso curatore Vittorio Tranquilli, nel 1943 fonda il Movimento dei cattolici comunisti, un gruppo di giovani motivati intanto da istanze nettamente antifasciste e poi precursori di un interrogativo a dir poco decisivo: come confrontarsi, da cattolici, con la lezione marxiana? Chi Rodano lo ha conosciuto e studiato è il filosofo torinese Augusto Del Noce, il quale nel corposo Il cattolico comunista (Rusconi, 1981) ha tentato un confronto critico con l’evoluzione storica e teorica della sinistra cristiana. L’esito a cui Del Noce perviene è la presentazione del rovesciamento delle vie di purificazione del cattolicesimo, del marxismo e della laicità in cui Rodano e i suoi collaboratori sarebbero rimasti intrappolati. Da una prospettiva essenzialmente filosofica, in effetti, Del Noce tocca alcuni punti determinanti dell’itinerario del cattolicesimo comunista, ben ravvisabili peraltro anche in alcuni degli interventi qui presi in esame (I cattolici comunisti trent’anni dopo, I p.5) .
In Rodano, secondo il filosofo torinese, è la distinzione tra il soprannaturale e il naturale la giustificazione della laicità autentica, quella che invano raggiungerebbero le filosofie immanentistiche. Quest'ultimissimo rilievo sulla chiusura di Rodano verso le filosofie immanentistiche potrebbe rivelarsi come lo spunto critico decisivo per una serie di questioni che chi, lo ribadiamo, si accinge al confronto con la sua figura da una posizione prettamente filosofica non può trascurare: svuotamento del carattere autonomamente veritativo della filosofia, marxismo come scienza e non come filosofia, oblio del materialismo dialettico. Per Rodano, ci pare di capire, occorre rimodellare il materialismo storico della struttura e della sovrastruttura e svincolarsi completamente dal materialismo dialettico di ascendenza hegeliana. Marx verrebbe allora considerato come uno scienziato sociale, che sì avrebbe scoperto il “continente storia”, ma che non si sarebbe del tutto staccato dalla pericolosa metafisica idealista. Ne seguirebbero, come accennato, la riduzione del marxismo a scienza e lo svuotamento del carattere veritativo della filosofia, elementi che, tradotti sul piano politico ed esistenziale di Rodano, identificano l’essere comunista con la lotta operaia per il superamento dell’alienazione socio-economica e l’essere cattolico con il dono della grazia concesso da Dio. A quel punto, però, confessione cattolica e scienza marxista non sono più in contraddizione e necessitano solo di una possibilità di incontro (la lotta antifascista prima, il “compromesso storico” dopo). Potremmo anche dire, forse un po’ troppo semplicisticamente, che per Rodano e gli altri cattolici comunisti la verità è in Dio e la certezza scientifica nella riformulazione di un marxismo non ideologizzato. Ma tra la verità (religioso-rivelata o filosofico-dialogica che sia) e una certezza, trattandosi di piani distinti, non può esistere contraddizione. Che poi i due livelli in Rodano siano anche comunicanti risulta abbastanza chiaro, ma non addentrarsi nei percorsi teorici di fondo sarebbe un ostacolo quasi insormontabile per una buona comprensione dei maturi interventi su Paese Sera.
Come detto ci sono anche alcuni lavori su determinate questioni del PCI. Uno di essi, Teismo e ateismo nello statuto del PCI (XXIII p. 59; è in vero la riproposizione delle dichiarazioni rilasciate da Rodano a Ugo Baduel sull’ Unità dell’11 aprile 1979) commenta la XIV tesi predisposta in preparazione del XV congresso nazionale, ossia il rispetto di tutte le libertà religiose e il ruolo centrale della salvaguardia della pace. Rodano prende spunto dai lavori congressuali per ribadire che chiunque deve essere libero di scrivere un articolo in difesa dell’ateismo, magari anche sull’ Unità e, in modo davvero sorprendente per un cattolico, osserva come «l’ateismo è una delle grandi opzioni fatte dall’uomo moderno» capace peraltro di rappresentare una «sfida vivificante che sottrae la fede stessa a qualunque comodo rifugio, qualsivoglia “serra calda” protezionistica».
In L’America Latina, scandalo e speranza della Chiesa (XI p. 50) su Paese Sera del 14 febbraio 1979 l’autore, commentando il viaggio che nei giorni immediatamente precedenti papa Wojtyla aveva fatto in Messico, torna a ribadire che nel «nell’essenza medesima della religione cristiana, nel suo nucleo kerigmatico (…) non si esprime unicamente “l’universale fondamento di consolazione” di “questo mondo capovolto”: si sprigiona anche, in modo generoso e inestinguibile “la protesta contro la miseria reale”. Questo è un passo decisivo anche per i comunisti italiani, va aggiunto, che infatti già al V congresso nazionale del PCI, nel dicembre 1946, approvarono su indicazione di Rodano la modifica dello statuto in tema di religione. Rodano intendeva la militanza comunista come del tutto indipendente dalle convinzioni ideologiche , filosofiche e religiose. E’ precisamente da quel momento, dunque, che essere comunisti non presuppone più la totale condivisione dell’impianto teorico di Marx. In altri termini potremmo anche dire che l’ideologia marxiana si stacca dall’immediata azione politica, cosa per cui, in Rodano, leggere Marx vuole innanzitutto dire comprenderne la lezione.
Della critica anti-integralista abbiamo sinora affrontato gli assunti prettamente teorici. Gli scritti qui presi in considerazione, tuttavia, rappresentano anche la costante implicazione politico-culturale di quegli spunti. In L’uomo: un cristiano oppure un nulla? (XII p.55) su Paese Sera del 4 aprile 1979, Rodano attua un confronto con l’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptor Hominis. Ciò che a Rodano risultano inaccettabili sono essenzialmente due punti: il ricorso all’ identità dell’uomo con il cristiano e la concezione della salvezza, di cui il Cristianesimo è indiscusso promotore, come superiore espressione della dimensione storica. La radice dell’integralismo, su cui è davvero difficile non convenire, va dunque a palesarsi con un’affermazione di Cristo pensata come mero effetto della negazione della dimensione autonoma dell’uomo. Al credente, poi, la grazia stessa cessa di essere un dono e finisce per esporsi alla rapina dell’assoluto, fonte di distorta legittimazione terrena (v. la figura del signore). Dietro questo verticalismo trascendente, dunque, Giovanni Paolo II risolverebbe Cristo nell’uomo e la storia nella Chiesa, non accorgendosi, però, dell’ “oggettivante pericolo” in cui la fede rischierebbe di cadere. Alla base di queste riflessioni c’è un nodo teologico tanto centrale quanto irrisolto, ovvero il rapporto tra natura e grazia, tra peccato originale e condizione umana. «Per Rodano -citando le parole di don Gianni Baget Bozzo- la bontà tomista della natura dopo il peccato originale in quanto natura era una ipotesi teologica feconda politicamente» (Ideazione, novembre-dicembre 1999 poi anche all’indirizzo www.storialibera.it. Stanti così le cose, l’inveramento cristiano del marxismo del giovane Rodano si mantiene negli anni maturi con la consapevolezza che solo il movimento operaio può consentire ai cattolici una revisione critica della loro vicenda. Non sbagliando, potremmo anche dire che per essere cattolici non integralisti si deve optare per una scelta di politica comunista, ossia percepirne, ancora una volta, la possibilità purificante.
Storicamente, per Rodano, l’universalità cristiana è stata protagonista di un fuorviante sdoppiamento. Al suo compito di annuncio se ne è infatti accompagnato un altro, volto «alla giustificazione ultima e più obbligante della situazione sociale e politica corrispondente» (v. Cristiana superbia, XIV p. 61 su Paese Sera del 17 ottobre 1979). Le modalità di svolgimento dei due compiti non sono per Rodano distinguibili; i limiti che la Chiesa ha dimostrato nell’annuncio della storia di salvezza l’hanno condotta alla deriva dell’universalismo ideologico. Ora, dopo circa due secoli, la compattezza ideologica di Cristianesimo ed Europa ha subito una battuta d’arresto ed è in questa nuova prospettiva, dunque, che il movimento operaio deve elevarsi a soggetto anti-ideologico e politicamente rivoluzionario.
In Ambiguità della «cultura cristiana»(XV p.66) su Paese Sera del 14 novembre 1979, Rodano definisce la cultura cristiana come mediazione tra fede e processo storico, sebbene quest’ultimo visto come una produzione propriamente religiosa. Aggiunge anche, però, che il Cristianesimo, avendo sostituito l’antica Grecia nella visione del mondo, ha di fatto trasferito la felicità dei pochi filosofi alla totalità degli uomini. Ciò che questo passaggio ha significato è l’identità tra uomo e cristiano, esito, quest’ultimo, raggiunto proprio dalla cultura religiosa, tutta orientata alla “presa” della fede anziché all’immane tentativo di farla vivere negli uomini (non che a Rodano, sia chiaro, interessasse uno speculativo ritorno alla felicità di Aristotele).
La seconda parte di questi scritti, racchiusa sotto il titolo «”Partito cattolico” e “partito a ispirazione cristiana”» offre contributi con tema di fondo la riflessione storica sul ruolo giocato dalla DC.
In Ambiguità del partito cattolico, ossia la riproposizione dell’intervento di Rodano alla tavola rotonda organizzata nel 1977 dal Centro documentazione cattolici democratici sul tema I cattolici e lo stato italiano: legittimità di un partito cattolico (XXV p.137), l’autore smaschera un aspetto del tutto contraddittorio. L’essere cattolici, infatti, non presuppone automaticamente una determinata posizione politica. O meglio. Per Rodano, che l’essere cattolici rechi in sé un determinato destino politico risulta una possibilità conclusa sotto il papato di Giovanni XXIII e alla luce del Concilio Vaticano II. Il “partito cattolico”, e qui in effetti risiede il rischio massimo, comportando un insieme di pratiche integraliste volte al potere, inevitabilmente termina per ridurre il momento politico e partitico ad altro da sé. Rodano determina queste tendenze osservando la figura di Lamennais, che sì in economia criticò il liberismo, ma che però sul terreno politico accettò il quadro post-rivoluzionario (l’orleanismo). Il tentativo di Lamennais fallì nella sostanza perché mancò dell’elemento egemonico, ovvero la capacità di dare una direzione alla società. Chi elaborò una visione di “partito ad ispirazione cristiana”, escludente cioè il nesso tra religione cristiana e determinato destino politico, fu invece Sturzo. L’accettazione della prospettiva liberista, tuttavia, si inseriva nei primi decenni del novecento nella generale crisi della società borghese, cosa che condusse i cattolici impegnati in politica ad un altro fallimento. La ripresa del partito cristiano, si sa, avvenne con De Gasperi nei primi anni ’40 e culminò con il voto insieme al PCI dell’articolo 7 della Costituzione sulle norme dei Patti Lateranensi. Il salto democratico che il nostro paese conobbe avvenne dunque con il decisivo contributo dei comunisti italiani, aspetto determinante per i cattolici democratici, ai quali in effetti consentì di svincolarsi dall’integralismo degli anni precedenti.
Il ragionamento di Rodano, risultandoci da questo punto di vista estremamente logico, vuole anche aprire un varco sulla possibilità di incontro che cattolici e comunisti avevano intravisto nel “compromesso storico”, un’operazione politica “laica” capace di andare oltre la politica stessa, di saper insomma imprimere il proprio sigillo sulla trasformazione della società italiana. L’ambito privilegiato per una ricerca di questo tipo era per Rodano il PCI di Berlinguer. È in quella prospettiva, dunque, che Rodano aveva elaborato una profonda critica alla deriva consumistica della società opulenta. Oggi, a distanza di anni da quel tipo di feconda impostazione teorica, e sebbene in un mutato scenario politico, ci appare di stretta attualità una questione laica capace di problematizzare da un lato il dominio incontrastato dell’ ”economico”, peraltro nel suo momento più subdolo, il “finanziario”, e dall’altro la correlativa schiacciante crisi del “politico” nella tradizionale forma dello stato-nazione. Rodano ci ha lasciato una robusta e complessa eredità, ma che proprio in virtù di queste caratteristiche, sarebbe il caso, da parte delle istanze aventi a tema la crisi dei dominati, di non lasciar cadere.
Francesco Ravelli

Torna alla sezione >>