ALCUNI INTERROGATIVI SUL CONCETTO DI SVILUPPO (V.T. - 24.11.06)
Premesso che:
A. E’ correntemente usato come concetto ovvio, centrale e pressoché esclusivo in ogni discorso non solo economico ma anche sociale, politico, antropologico (“filosofico”). Vi sono e non da adesso – è vero – tentativi di qualificazioni, precisazioni, condizionamenti. Ad esempio:
B. E’ un fatto, inoltre, che noi siamo generalmente portati, quando parliamo di “sviluppo”, a pensarlo unicamente o prevalentemente in termini economici: sviluppo delle risorse, delle ricchezze – accumulazione – come base delle possibilità, opportunità, potenzialità umane.
C. Forse c’è un nesso (da vedere) fra questa “economicizzazione” dello sviluppo e l’ impronta razionalistica (rimasta prevalente, malgrado forti prese critiche di distanza e malgrado reiterate rivolte filosofiche, letterarie e artistiche) sul nostro tipo di civiltà e di cultura. Essa ci porta a privilegiare ciò che è conoscibile e definibile in termini di misurazione quantitativa, numerica, matematica (convergenza, su questo aspetto, con i discorsi scientifici, o meglio col nostro modo d’impostarli: non privi di rilevanti successi, comunque parimenti da vigilare e governare).
Al fondo, “al di sotto” di tutto ciò, si pongono alcune domande:
1. Per quali ragioni (storiche in ogni contenuto del termine) il concetto di sviluppo, anzi la tendenza pressante ad affermare il bisogno vitale dello sviluppo stesso, fino a farne il metro di valutazione dellla vita umana in ogni sua dimensione (dominata però non a caso, lo si è accennato, dall’economia), è così centrale e decisivo nel nostro tipo di civiltà e di cultura, mentre non lo è stato in altre, pur di ampia portata continentale o pluri-continentale (geograficamente assai maggiore di quella “penisoletta occidentale dell’Eurasia” nella quale viviamo; lasciamo stare il Nord-America, dove lo sviluppo più che teorizzato è vissuto come normalità sottesa, scontata, quotidiana): pensiamo alla o alle civiltà fiorite nei millenni in Cina, in India, all’Islam…
2. Come mai [approfondimento della domanda precedente], lo sviluppo si è specificato, “da noi”, come tensione allo sviluppo indefinito, procedente di fase in fase, di orizzonte in orizzonte, senza che se ne ipotizzi, che nemmeno venga in mente di ammetterne la possibilità di un “top”, di un arrivo a maturità compiuta e definitiva (seguita semmai dal declino) come pur è proprio di ogni essere vivente sulla Terra, e della Terra stessa [questa specificazione è condivisa, ad es., dall’elaborazione “trimestralica” ( vedi la mia articolessa – ora con qualche correzione e integrazione - sull’ultimo aggiornamento del sito web a mia cura) la cui formula filosofico-antropologica è: l’uomo come essere “naturale-storico”, accostando l’aggettivo “naturale” all’idea di “soggetto a limite, a limitatezza” e quello di “storico” all’idea di “necessitato per sua costituzione a spostare indefinitamente in avanti, di tappa in tappa, il limite dato”]
3. Da dove, da quali precedenti culturali e forse, in particolare, religiosi, ci viene questa idea di sviluppo non solo vitale, ma appunto indefinito (dove basta togliere il de per dire infinito: e allora si rischia di ricadere in quella deriva verso la “rapina dell’assoluto” che pur si è tentato, “trimestralicamente”, di criticare) ?
4) In un quadro di pessimismo, che chiede di essere smentito, si potrebbe anche temere che questa carica o tensione culturale-spirituale-materiale (e persino psicologico-nervosa) allo sviluppo - dove sempre più si accentuano l’idea e il fatto della “competitività”, in stretto nesso con l’accelerazione esponenziale di un’attività umana i cui soggetti, quanto più si perfezionano specialisticamente, tanto più si unilateralizzano socialmente e si impoveriscono spiritualmente – qualora non venga approfondita, spiegata criticamente, per regolarla e orientarla secondo un fine o dei fini riconoscibili e accettabili, sia foriera di non lontani esiti universalmente (per l’acquisita incisività “imperiale”) catastrofici: una concezione e una pratica della vita umana così vorticosamente, innaturalmente e anarchisticamente intensificate, da rischiare di portarci al rovesciamento in esiti mortali, parimenti innaturali.
Raffaele 27.11.06
Caro Vittorio, questi pensieri mi aprono una prospettiva che mi dà un po’ di vertigine, lo confesso. Se intendo bene, si tratta allora di considerare sempre questo: che siamo contemporaneamente ed essenzialmente (ineluttabilmente) non meno indeterminati che determinati, altrettanto protesi ad andare sempre al di là di ciò che siamo – così da essere altro da ciò che siamo (être qui se dépasse) – quanto circoscritti da un limite, cioè da un confine, cioè da una fine. Sul concetto di limite abbiamo riflettuto molto, ma in ciò che scrivi io mi accorgo con grande evidenza (almeno, è questa la mia percezione) che questo concetto è davvero molto serio, perché dice anche, innanzitutto, che ciascuno di noi finirà, così come, del resto, tutte le cose finiranno. Adesso, non potendo stare fermo di fronte alla vertigine, cerco comunque di muovermi con la mente, e azzardo questa immagine rudimentale di tre percorsi che mi sembra si siano aperti all’umanità, una volta fatta quella constatazione.
Un primo percorso è la svalutazione di ciò che è dato nel tempo finito, dal momento che finirà, che è destinato alla corruzione, sicché proprio la coscienza della morte, l’assunzione della morte e al limite l’amore (amor fati) per la morte, fonda la dignità dell’uomo, in quanto la fonda su ciò che è al di là (metá tá physiká, appunto). Seguendo questa via, la parola e la decisione finisce dunque per spettare soltanto ai pochi che osano fondarsi sulla consapevolezza della morte e sulla dimestichezza con la morte: guerrieri e sacerdoti (Da queste due figure-tipo, avendoci pensato un po’ qualche tempo fa, mi sembra infatti scaturire l’archetipo del “signore”, poi variamente articolato e mediato con altri elementi). Essendo egemonica, e influenzando un ordine della vita associata (come nelle grandi civiltà “premoderne”, scaturite dalla cesura neolitica) questa idea fondamentale comporta movimenti lentissimi, e comunque quasi accidentali (inessenziali), in termini di ciò che oggi chiamiamo “sviluppo”. Arrischiando temerariamente sintesi e definizioni, mi pare si possa dire che questa posizione, accanto alle sue conseguenze che potremmo chiamare negative (in particolare, la teorizzazione e l’imposizione della condizione servile per la massima parte del genere umano) abbia affermato un punto importante, cioè lo stupore di fronte all’essere e l’accorgersi delle cose in quanto sono e non in quanto possano servire ad altro (sia pure, almeno, da parte di pochi; ma chissà, chi ha poi scrutato gli animi delle miriadi di coloro che hanno vissuto?…)
L’ “Occidente” moderno, poi, ha aperto e tentato un’altro percorso (almeno, apparentemente). Si è interessato cioè a ciò che è dato nel tempo finito, anzi vi si è calato fino in fondo, sviluppando l’empirismo epicureo e prometeico (“quid possit oriri, quid nequeat”) nel senso di una massima tensione all’accrescimento indefinito del primo termine: non si sa fino a che punto si possa arrivare, anche “esseri” mai visti e mai concepiti possono darsi in quanto prodotti (ingegneria genetica!). L’ideale diventa quello di una incessante moltiplicazione, entro l’orizzonte del finito, delle risorse e delle opportunità di vita, significativamente al di là di quanto i ritmi della natura offrono; diventa anzi quello di “incorporare” (Marx) la natura entro la stessa attività che la trasforma e che costituisce l’essenza stessa dell’uomo (ancora “alienata” nel capitalismo, e tuttavia in esso implicita). Il divenire, insomma, riscatta la finitezza. Ciò che questa posizione ha in comune con la prima è la percezione della finitezza come negatività rispetto alla quale, in un modo o nell’altro, si debba reagire per contrapposizione. E il rischio allora è quello di cadere proprio nella “cattiva infinità” descritta e criticata da Hegel, nella pretesa cioè di sfuggire alla finitezza per la via di una semplice moltiplicazione/iterazione del finito. Questo rischio è stato realizzato e patito storicamente in modo soverchiante, e noi oggi sappiamo che qui non vi è soltanto un errore teoretico e morale, ma anche un effettivo rischio di distruzione della natura e dell’uomo. E tuttavia questa esperienza della modernità occidentale ha comportato alcune importanti acquisizioni. Basta menzionarne una: è per questa via, cioè, che è passato, comunque, e di fatto, un certo riscatto della condizione servile (del “lavoro”).
Vi è un altro percorso possibile? Ciò che le ricerche della ”Trimestrale” e poi, nel suo solco, le “Lettere dalla Valnerina” [di Franco Rodano – Ed. La Locusta, Vicenza 1986 – n.d.c.] hanno sviluppato e proposto circa una fondazione laica della bontà del finito (in relazione al versetto della Genesi che appunto la afferma, e che del resto fonda in qualche modo la laicità stessa) sembra appunto alludervi, e anche suggerire i primi passi. Forse si tratterebbe allora di pensare a un’idea di svolgimento entro il finito (diciamo svolgimento per indicare uno “sviluppo” di tipo diverso da tutto ciò che ormai la parola “sviluppo” ha finito per indicare) che sia finalmente purificato da ogni tensione alla negazione della finitezza (diretta ed esplicita nel primo percorso, surrettizia ma efficace e caratterizzante anche nel secondo). Si tratterebbe cioè di scoprire e coltivare l’amore per il finito – per la vita e anche per la morte in quanto limite della vita, e non per la morte in quanto “altro” da essa – entro quello stupore di fronte all’essere che caratterizza in qualche modo il primo percorso, vale a dire entro la percezione delle cose per ciò che sono e non per ciò cui possano servire. Cominciando, naturalmente, dallo strato estremo, il più distorto e distruttivo, della strumentalizzazione delle cose, cioè dalla loro secca e totale riduzione a merci (“valori di scambio”): primo passo per riconoscere che ogni loro “valore d’uso” dipende innanzitutto dal loro essere. Quanto poi a ciò che possa e debba ora condurre a una progressiva de-mercificazione delle cose – al passaggio epocale e tuttavia urgente da una autodistruttiva “società di mercato” a una società che anche del mercato sappia fare un importante ma non esclusivo strumento – la risposta a ciò richiede certo un’ingente mole di studi e di fatiche, e anche di lotte. Forse non è impossibile se ognuno cerca di dare, anche a tentoni, il proprio apporto.
Vittorio 28.11.06
Caro Raffaele, ti rispondo, per ora, solo qualcosa di getto. La “vertigine prima” ci viene dalla realtà stessa con cui ci troviamo a dover fare i conti. Non può allora non esservi anche alquanta “vertigine seconda” nei nostri tentativi, appunto, di farli.
Intanto un apprezzamento per la tua esigenza di dare a fatti e processi nomi pertinenti, non equivoci e alla fine insignificanti.
Così tempo fa, da parte tua, sulla parola “globalizzazione” e così, adesso, su “sviluppo”.
OK.
Proseguo con alcuni richiami forse non inutili a “rinfrescarci la mente” per andare avanti. Quanto tu dici sul “primo percorso”, mi fa ripensare:
1. alla definizione aristotelica del “sapiente” (del signore) come colui che contempla l’”ordine del reale”, “le cose i cui princìpi sono immutabili”
(Etica a Nicomaco, VI);
2. alle Lezioni su servo e signore di Franco Rodano, primo corso SISPE di storia del pensiero politico, 1968-69 (Editori Riuniti, Roma 1990, a mia cura),
particolarmente lezioni X e XI sulle ragioni dell’affermazione storica della figura signorile;
3. a Hegel, Fenomenologia dello Spirito IV, A, nell’interpretazione di A. Kojève (trascritta quasi integralmente in “Rivista Trimestrale” n.2/giugno 1962), sul signore che sottomette il servo facendosene riconoscere come uomo, lui solo, perché capace di assumere la morte, e così di vincerla: fondando dunque la propria (esclusiva) dignità di uomo – come tu dici – sulla coscienza e accettazione delle “cose in quanto sono”. Ma poi, dialetticamente, il servo, che prende le cose “in quanto possono servire ad altro”, ucciderà il signore, sostituendogli l’amore e l’accrescimento della vita (lo “sviluppo”, appunto, potremmo in qualche modo dire adesso ).
Quanto al tuo richiamo di Marx, mi limito a ricordare, se ce ne fosse bisogno, quella pagina sublime sul rapporto dell’uomo con la natura, che deve esplicitarsi massimamente nel rapporto del “maschio con la femmina” (Terzo Manoscritto: Proprietà privata e comunismo). Nella terza parte del tuo appunto c’è un’asserzione di grande interesse: “L’amore per il finito – per la vita e anche per la morte in quanto limite della vita, e non per la morte in quanto altra da essa”. Si torna così, purificati dalla violenza signorile, alla “percezione delle cose per ciò che sono e non per ciò a cui possono servire”. E qui non posso non pensare a S. Francesco che loda il Signore anche per “nostra corporal sorella morte”…
Alla fine del tuo appunto, la “vertigine” si traduce positivamente nella “ingente mole di studi e fatiche, e anche di lotte”, che “forse non è impossibile, se…”. E di quest’ultima apertura alla fiducia ti ringrazio con particolare calore.
Giovanni, 3.12.06
Caro Vittorio, le tue osservazioni ed interrogativi mi hanno stimolato molte riflessioni sia per l’importanza del tema proposto, sia per le numerose implicazioni che esse comportano; poiché però sono assolutamente incompetente in economia mi sembrava che nessun contributo potesse venire da me; per giunta dopo aver letto quanto scrive Raffaele, io che ho poche idee e per giunta confuse, sono stato preso anch’io come lui da vertigini ed ho pensato bene di ritirarmi in buon ordine per non fare la figura dell’ignorante presuntuoso che non si vergogna di sproloquiare di fronte a quanti sono ben più qualificati di me. Poiché però continuavo ad avvertire che il tema da te posto con tanta lucidità sul tappeto riguarda sia il futuro della vita sulla Terra -dire dell’umanità, oltre che sapere di retorica stantia, mi sembra indice di inconsapevole antropocentrismo che considero il germe letale da cui è infetta la nostra cultura- sia le condizioni e le forme della nostra esistenza quotidiana -che a dir la verità non è che sia il massimo cui personalmente aspirerei- poiché insomma quello che dici mi sembra importantissimo ed ha continuato a pungolarmi il cervello, ho deciso infine di non lasciarmi sopraffare dal pur sacrosanto pudore e di dare pubblico corso alle mie scemenze pur sapendo che poco valgono e che nel migliore dei casi non serviranno a nulla (nel peggiore saranno servite a far perdere tempo o, peggio ancora, a seminare confusione); dai quindi per scontata la mia assoluta marginalità e irrilevanza nel dibattito che hai avviato e permettimi di confidare nella vostra indulgenza; ossia la tua e, soprattutto, quella di Raffaele al quale, professore di professione, sarà richiesto un ulteriore sforzo indultivo per il mio ragionare terra-terra e un po’ sconclusionato. Fatta dunque questa scaramantica premessa, affrontiamo il toro per le corna e, per non perdermi di nuovo in ripensamenti, non sapendo come cominciare, provo prima di tutto ad enucleare quelli che, se non ho letto male, mi sembrano i nodi cruciali delle tue riflessioni sullo sviluppo, ossia la sua ovvietà e la sua accezione unidimensionale, ovvero il fatto che lo sviluppo sia pensato in termini prevalentemente, se non esclusivamente, economici.
Iniziamo allora con il concetto di sviluppo e la sua ovvietà. Se con questa espressione si allude al fatto che -almeno nella nostra cultura- la quasi totalità delle persone -tranne quelle che sconfinano nell’utopia- hanno manifestato e manifestano una costante insoddisfazione dello stato di cose in cui si trovano e quindi cercano di superarlo, direi che siamo di fronte ad un dato fenomenologico piuttosto evidente e riconducibile non solo alla condizione di finitezza in cui versa l’esistenza ma, soprattutto, alla consapevolezza di tale condizione. Se poi questa consapevolezza sia una scintilla del divino in noi oppure un dato puramente naturale, lascio ad altri deciderlo, non osando avventurarmi in alcuna metafisica. E va da sé che il superamento dello stato di cose esistente sia considerato un “miglioramento”, ossia un “avanzamento” verso ciò che è meglio e, quindi, un “progresso”. Così come va da sé che chiunque parli di avanzare verso il meglio, in qualunque dimensione si voglia collocare tale sfuggente concetto, è convinto di parlare di un obiettivo almeno teoricamente raggiungibile, ossia di qualcosa che secondo lui rientra nel numero delle potenzialità umane; da qui l’identificazione di progresso e sviluppo inteso, appunto, come quel processo che, per dirla in termini aristotelici, porta all’atto ciò che è solo in potenza.
Non va, ovviamente, dimenticato che sul piano esistenziale la morte è per ogni vivente l’atto finale che segna il termine di ogni altra potenzialità, senza però poter dire che essa segni anche il raggiungimento della perfezione come ci si aspetterebbe, appunto, da un atto finale; la morte, insomma è una fine che non è un fine, per cui si può dire che ogni sviluppo porta inevitabilmente alla fine di ogni possibile sviluppo, ovvero che ogni andare avanti porta inevitabilmente ad un punto che non è il traguardo e da cui non si può più traguardare alcunché. È un bel paradosso, questo, da cui mi sembra si possa uscire solo in due modi: o con un atto di fede escatologica o con un atto di fede nella continuità della storia e agendo perché la fine che non è un fine -non dell’individuo, ma della vita stessa- si allontani sempre più nel tempo. Certo, queste due soluzioni del paradosso non sono incompatibili sul piano della pratica, ma da esse discendono secondo me due diversi atteggiamenti mentali: il primo vive il tempo come attesa -che, si badi bene, non vuol certo dire passività- il secondo come moltiplicazione indefinita delle potenzialità per allontanare, indefinitamente la morte; il primo, in altre parole, conta su uno sviluppo finito, il secondo su uno sviluppo indefinito. Per quanto riguarda poi le radici di tali atteggiamenti, a mio giudizio essi vanno considerati più come degli esistenziali o, per usare termini più poetici che scientifici, come due dimensioni dell’anima, che non come delle opzioni culturali collocabili in qualche modo storicamente: mi sembra infatti che entrambi gli atteggiamenti siano presenti in entrambe le matrici della nostra cultura, ossia quella greca e quella giudaico-cristiana.
Una tale coesistenza è facilmente riscontrabile presso i greci, i quali è vero che, da una parte, per primi hanno pensato l’essere come totalità e perfezione –tu citi giustamente Aristotele, ma non bisogna dimenticare il suo maestro Platone e, prima ancora, Parmenide- ma, dall’altra, è altrettanto vero che nella cultura greca appare dominante una figura come quella di Ulisse, che spicca proprio per la caratteristica di non ammettere limiti alla sua sete di conoscere -tanto che Dante lo condanna all’inferno; peraltro, scendendo dal mito alla storia, per avere un’idea della mentalità greca si può leggere Tuc. I, 70 dove gli ambasciatori di Corinto, nel tratteggiare il carattere degli ateniesi, tra le altre cose dicono di loro: “se in una spedizione ottengono qualche utile, giudicano quello che hanno ottenuto poca cosa in confronto a quello che si propongono per il futuro”. Per Ulisse, insomma, come per gli ateniesi, in barba agli insegnamenti di Platone e di Aristotele, il tempo è scandito dalle tappe di una progressiva conquista verso una meta che si sposta sempre in avanti; il tempo è, in altre parole, un’infinita proiezione verso un futuro indefinito. Va tuttavia anche detto che, a rendere più ambigua la cultura greca, soprattutto nel pensiero arcaico ma non solo, tra le cose che gli uomini temevano più di ogni altra, c’era l’invidia degli dei cui era esposto colui che aveva spinto troppo oltre le sue conquiste e che, per fortuna o per meriti, si era ingrandito oltre il limite: era la “ybris”, la tracotanza, che condannava il colpevole o il malcapitato a sicura rovina (cfr. il mito di Prometeo). Anche sulla spinta alla continua conquista, insomma, presso i greci incombeva il senso del limite.
Da questa percezione del tempo si differenzia, certo -e nettamente- la cultura giudaico-cristiana, per la quale il tempo è il tempo dell’attesa; in essa domina cioè la dimensione escatologica e, quindi, la prospettiva di una fine che è anche un fine. Se però è vero che il cristiano proietta il suo futuro in una quiete appagante -e per questa prospettiva aperta dal Cristo egli non è più “del mondo”- è altrettanto vero che l’attesa si concretizza “nell’essere mandati mondo” (cfr. Gv. 17, 14-19). Questa dialettica del “non essere del mondo” ma di “essere nel mondo”, che il cristiano è chiamato a vivere tragicamente, è il segno che tra questo mondo e l’altro, tra il cammino e il traguardo esiste una forte discontinuità nel senso che il secondo non si può considerare uno sviluppo del primo o, sempre in termini aristotelici, un riuscire ad atto di una potenza. Ciò comporta che il tempo del cammino e dell’attesa rimane pur sempre un tempo intramondano e pertanto sottoposto a tutte le condizioni che gravano su quanto è intramondano; prima fra tutte -per quanto riguarda gli uomini- una fondamentale “insecuritas” oggettiva da cui sono meno di tutti esonerati quanti intendono seguire il Cristo, ossia la sola vera guida verso la meta; tanto che “le volpi hanno delle tane e gli uccelli dell’aria dei nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt. 8,20). Se ci si pensa bene, tale insecuritas è la condizione di una temporalità vissuta come tensione verso qualcosa che non può mai essere conquistata definitivamente; almeno finché un evento non irromperà verticalmente su questa temporalità per aprire finalmente alla meta, segnando però, appunto, una forte discontinuità. Ed è proprio su questa consapevolezza dell’ineludibilità dell’intramondano, e della conseguente insecuritas, che si fonda la dottrina della salvezza per fede ed opere da cui è discesa a sua volta quell’aberrazione teologica che è stata -ed è tuttora?- la dottrina e la pratica delle indulgenze.
Una dottrina ed una pratica a mio giudizio perfettamente conforme allo spirito dello sviluppo indefinito: essa mi dice che l’indulgenza è un’acquisizione di merito grazie ai meriti di un altro -un santo; ora, poiché nessuno può pensare di essere un santo -perché se lo pensasse peccherebbe di superbia e non sarebbe quindi un santo- poiché, cioè, nessuno può pensare di aver acquisito tanti meriti quanti sarebbero sufficienti per essere santo (è vero che tale proposizione è teologicamente insensata perché solo la grazia è la condizione della santità ma, visto che ragioniamo terra-terra, prendiamola momentaneamente per sensata) più meriti si acquistano meglio è. Il che a sua volta significa che non c’è limite all’acquisizione di meriti. (E’ un po’ l’atteggiamento mentale di mio padre, per il quale non doveva esserci limite al risparmio. “Ma quando -chiedevo io, disperato- si potrà smettere di risparmiare e goderci un po’ la vita?” “Mai -rispondeva lui dandomi dello scemo- perché non potremo mai raggiungere uno stato di ricchezza tale che ci renda sicuri di fronte al futuro.”) Anche nella cultura cristiana, insomma, pur dominando in essa la dimensione escatologica, la tensione verso la buona infinità, non mancano certo le condizioni legittimanti l’idea dello sviluppo indefinito, ossia la tensione verso la cattiva infinità; o, perlomeno, anche all’interno della tradizione cristiana è stato possibile avallare questa tensione. Oppure ancora, possiamo dire che la Chiesa ha permesso che questa tensione alla cattiva infinità albergasse in qualche modo nel seno delle sue dottrine pur essendo, secondo me, del tutto contraria allo spirito del cristianesimo. Quanto alle culture “altre” -essenzialmente asiatiche ed africane- per quel poco o nulla che ne so, mi sembra che in esse abbia finora dominato lo spirito dell’appagamento e che invece non vi trovasse posto lo spirito dell’insaziabile Ulisse. A parte però la non irrilevante constatazione che questo “spirito dell’appagamento” ha condannato alla miseria miliardi di persone, si deve secondo me constatare anche che sempre più in quei paesi si tende ad imitare il modello occidentale di sviluppo, o perlomeno ci si mostra cedevoli alle sue lusinghe.
Se poi, per rispondere alla sacrosanta necessità di far uscire dalla scandalosa miseria i suddetti miliardi di persone non vi fossero alternative realisticamente praticabili al modello occidentale di sviluppo, è questione che da porsi ai bordi della metafisica e sulla quale io non saprei dire alcunché. Si deve però prendere atto che l’assunzione di questo modello sta comportando -forse necessariamente? - anche l’assunzione dello spirito che vi è sotteso; questo lo deduco dal fatto che anche nei paesi in via di sviluppo si va imponendo con sempre maggior forza non solo il nostro modello di benessere, che è compatibile con lo spirito dell’appagamento, ma anche il nostro modello di consumi, ossia il cosiddetto consumismo che è secondo me l’espressione degradata della tensione alla cattiva infinità che invece con lo spirito dell’appagamento è difficilmente conciliabile. È come, insomma, se in queste culture “altre” lo spirito di Ulisse fosse stato tenuto a dormire per millenni ed è bastato un nonnulla per farlo risvegliare. C’è solo da augurarsi che non prevalga, come da noi, ma ho molti dubbi in proposito. Ma perché sto facendo tutto questo discorso un po’ confuso e sicuramente noioso? Ah! sì, per suffragare la mia tesi secondo cui la spinta allo sviluppo indefinito non è un prodotto culturale ma una dimensione dell’anima; una, si badi bene, e non la sola, ma che in Occidente ha trovato anche la ragione filosofica per ergersi a dimensione esclusiva (è la scoperta della centralità del soggetto che segna la nascita del “moderno”; ma di questo un’altra volta, altrimenti mi togli il saluto). Ora, se quello che dico non è del tutto insensato, il problema è: riusciremo ad evitare che questa benedetta/maledetta “seduzione del di più” ci porti alla catastrofe? È possibile conciliarlo con lo spirito dell’appagamento e, se sì -come io sono convinto- chi potrebbe riuscire a farlo? Boh! E se questa è la risposta è giusto che tutto il mio sproloquio sia gettato a mare (l’unica consolazione è che non ho sprecato carta, salvando così la mia coscienza ecologica). Comunque, non so davvero cosa rispondere perché nel panorama internazionale non vedo alcun soggetto capace di farlo.
Secondo punto: l’accezione unidimensionale del concetto di sviluppo (e qui per tua fortuna sarò brevissimo). Se, come mi sembra di capire, tu alludi alla tendenza a considerare lo sviluppo esclusivamente, o quasi, come progressivo aumento della disponibilità di quei beni, materiali o immateriali, che siano economicamente misurabili, ossia suscettibili di valutazione monetaria, condivido solo in parte la tua considerazione. Forse fino a ieri questo era generalmente vero e continua ancora ad esserlo in molti esponenti politici e teorici dell’economia, ma oggi, sia nelle sedi istituzionali sia nel dibattito scientifico-culturale, il concetto di sviluppo è molto allargato comprendendo molti beni non misurabili in termini di valore monetario. Pensa, ad esempio, a beni come l’istruzione, la salute, i diritti civili, l’emancipazione femminile e chi più ne ha più ne metta. Da questo punto di vista mi sembra quindi che dei progressi si siano fatti; il problema però è che esiste purtroppo una radicale differenza tra i beni misurabili e i beni non misurabili: sui primi ci si può intendere, sui secondi è molto più difficile. Tanto per capirci: tra Bush e Bin Laden non ci sono di certo le condizioni per intendersi su alcunché, ma è altrettanto certo che si intenderanno sul prezzo delle armi. Ora, tralasciando per il momento il fatto non irrilevante che spesso la proclamazione di questi beni non misurabili è una mascheratura per dissimulare l’accaparramento di un mercato di beni più misurabili, mi chiedo: è possibile trovare un’intesa su questi valori che noi occidentali consideriamo universali ma sulla cui universalità non tutti sono d’accordo? O forse il pensarli come universali è un più sottile sintomo della nostra pretesa all’egemonia sull’universo? Ma ci sarà qualcosa di veramente universale che costituisca la condizione per intenderci anche, ad esempio, sull’emancipazione della donna -e non solo con le cosiddette culture altre? Oppure questo bene non misurabile deve essere imposto con la forza? Oppure l’accrescimento sempre più diffuso della ricchezza, ossia dei beni misurabili, è la condizione necessaria -ma non sempre sufficiente- perché la gente sia più istruita, possa godere meglio la propria vita grazie ad una migliore salute, i diritti civili governino le comunità e la donna arrivi a emanciparsi (come peraltro è successo da noi)? Allora dovremmo lodare comunque chi pensa a produrre ricchezza, e quindi necessariamente a diffonderla? Anche sapendo che chi produce ricchezza produce spesso anche catastrofi e, soprattutto, produce e diffonde sempre la versione deteriore dello spirito di Ulisse, ossia quel modello di produzione e di consumo che mal si concilia con un bene poco misurabile qual è un’esistenza autentica? (Cosa voglia poi dire “esistenza autentica” non saprei dirtelo bene: forse anche su questo ci si dovrebbe confrontare di più). Insomma, c’è qualcosa che nei miei conti non torna e vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire cosa.
Vittorio 7.12.06
Caro Giovanni, dobbiamo deciderci a vincere –come tu fai – il timore di affrontare le cose che ci fanno “venire le vertigini”, e dedicarvi una parte del nostro tempo, togliendo ogni tanto il sedere dalla poltrona comoda, o non troppo scomoda, delle nostre pur necessarie specializzazioni. D’accordo che la tensione allo sviluppo è legata alla coscienza della nostra condizione umana di limitatezza. Da qui la nostra insoddisfazione (“non appagamento”, dici tu, meglio) per un traguardo raggiunto, il nostro tornare, dopo averlo “incorporato”, a viverlo come il limite dato, determinato, da superare a sua volta per andare avanti (verso un ulteriore traguardo, un ulteriore superamento di esso, e così via). Su ciò i “trimestralici” erano d’accordo e vi ragionarono alquanto.
Se sia una tensione puramente naturale o dovuta alla “scintilla del divino in noi”. Io propenderei per la prima tesi: ma ecco che maestro Aristoteòe (piena cultura greca, dunque, non ebraico-cristiana), nell’individuare l’operazione «propria di ciò che nell’uomo vi è di più alto», quella speculativa, contemplativa, scrive appunto: «Certo, una vita dedita a tale operazione sarà superiore alla normale misura umana, poiché sarà conforme, più che all’uomo nel suo insieme, a quella scintilla divina che gli è partecipata […]. E tuttavia non bisogna vivere come consigliano coloro che vogliono gli uomini dediti a cose umane e i mortali a cose mortali; bisogna invece, per quanto è possibile, farsi immortali» (Etica Nicomachea, IX) Una frase del genere – in un filosofo ovviamente privo di prospettive escatologiche, e per di più critico del dualismo platonico e configurante invece ogni essere e specie vivente e la vita stessa in termini “organici” - più che singolare, mi sembra tale da suonare conferma del fondamento naturale della tensione di cui parliamo. Sarà appunto per le mie radici “trimestraliche”: ragionare in un quadro di laicità, pur riconoscendo la dimensione “escatologica” nella sua distinta legittimità e validità (molti del gruppo, a cominciare da Franco Rodano, erano sinceri credenti).
Il paradosso della morte. La morte – tu dici – è “una fine che non è un fine”, non è “il raggiungimento della perfezione, come ci si aspetterebbe da un atto finale”. Quindi, essendoci la morte, “ogni sviluppo porta inevitabilmente alla fine di ogni possibile sviluppo”. OK, nel senso che stiamo parlando dello sviluppo indefinito di un essere finito, cioè soggetto a limite, e la morte è la dimostrazione e sanzione irrevocabile di questa limitatezza per tutti in quanto principio generale e permanente, e per ogni individuo in quanto fatto irreversibile quando gli tocca. Ma qui, intanto, chi è credente può ricorrere all’altra dimensione-prospettiva, quella escatologica appunto (“trimestralicamente” da porre in termini di “grazia”, di dono non dovuto da accettare umilmente, non in termini di autonoma e autosufficiente spinta a una “rapina dell’assoluto” che si risolve poi, sul piano pratico-sociale, nello sfruttamento di quell’altro uomo che a una simile rapina non può aspirare- tematica del signore e del servo). Vedi S.Francesco: «Laudato sii, mi Signore / per sora nostra morte corporale / dalla quale / nullo omo vivente può scampare” (E’ però, appunto, la morte corporale, non la “morte seconda” del peccato e della dannazione).
Nel richiamare questi versi francescani agli allievi del suo primo corso di storia del pensiero politico, 1968-69, F. Rodano lo accostò per contrasto alla “Fenomenologia dello Spirito”, dicendo: «Hegel ha affermato che l’uomo è libero e storico solo perché è mortale; ove non lo fosse, non sarebbe né libero né storico, non sarebbe uomo […] Il limite, per Hegel, è negativo ma è necessario; la morte è negatività, ma appunto per ciò è fondamento di libertà. E’, però, negatività. Per Francesco il limite è positivo, perciò è necessario ed è (ecco la cosa più importante) bello. Il nostro stesso, comune destino della “morte corporale”, questo evento di cui oggi abbiamo orrore, è il segno definitivo e universale del limite; ora, questo limite è positivo. La Terra è positiva e dunque, con la Terra, anche la stessa morte è bella» (“Lezioni di storia ‘possibile’” a mia cura, Marietti 1986, p.109).
Mi vengono in mente anche i Manoscritti di Marx: «La morte è una dura vittoria dell’uomo in quanto ente naturale generico sull’individuo nella sua determinatezza […]; ora, l’individuo non è altro che una determinazione della genericità dell’uomo, e quindi come tale è mortale» (“Terzo manoscritto: Proprietà privata e comunismo”. Nella traduzione italiana che ho io, di N.Bobbio, Einaudi 1968, non c’è “ente naturale generico”, ma “essere appartenente a una specie”. Mi pare espressione priva di senso e che non ti fa capire niente. Ho preferito attenermi alla traduzione orale di F. Rodano, vedi secondo corso di storia del pensiero politico, 1969-70 messo a mia cura su carta, inedito, p.18, p.68. Traduzione analoga, del resto, nell’edizione francese Ed. Sociales, Paris 1969, p.90). Muore, insomma, l’individuo ma non « la vita stessa » ; la storia continua, a patto che ci diamo da fare – come tu dici – « perchè la fine che non è un fine […] si allontani sempre più nel tempo”. Quindi fra le due opzioni che tu prospetti – vivere il tempo “come attesa” (con un atto di fede escatologico), oppure come “moltiplicazione indefinita delle potenzialità per allontanare indefinitamente la morte” (con un atto di fede nella continuità della storia) – a me basta la seconda. E questo “indefinitamente” presuppone in partenza la rinunzia a ogni traguardo di “raggiungimento della perfezione” (cioè “rapina dell’assoluto”, vedi sopra). Magari, più che “allontanare indefinitamente la morte”, direi accrescere indefinitamente la vita. E’ proprio necessario mettere il lutto al ragionamento?
Sulle radici di tali due atteggiamenti. D’accordo che sono innanzitutto degli esistenziali, delle possibili dimensioni dell’anima, ma il fatto stesso – da te sottolineato non a caso – che siano in qualche modo presenti in entrambi le matrici della nostra cultura, greca e giudaico-cristiana, indica che sono anche opzioni storico-culturali. Ben più presenti e marcate, difatti, nella nostra cultura “occidentale” che in altre. Io però darei meno rilievo, da questo punto di vista, alla matrice greca (l’Ulisse di cui parli è quello di Dante, non di Omero). D’accordo invece su quanto tu dici riguardo alla matrice ebraico-cristiana: c’è e non può non esserci un’interazione fra “attesa” e “cammino”. Effettivamente, a mio avviso, l’oggettiva “insecuritas” dei cristiani è “la condizione di una temporalità vissuta come tensione verso qualcosa che non può essere conquistata definitivamente”. Con l’avvertenza storica che il cammino cominciò a profilarsi quando ci si accorse che i “cieli” non erano ancora così vicini nel tempo.
Sulla “buona infinità” e la “cattiva infinità” mi basta, a questo punto, dire che l’infinità “cattiva” cessa di esser tale, anzi semplicemente di essere, quando cede il passo alla (buona) indefinitività.
Quali le prospettive concrete per le varie “culture altre”? Lasciami parlare di un caso-limite. Per quel poco di esperienza personale che ho di villaggi africani rimasti, lì predomina ancora, per lo più, lo “spirito di appagamento”, che tradotto in termini economici significa economia di sussistenza: produrre ogni anno e immagazzinare quel tanto di riso ecc. che si prevede (generalmente sballando) basterà per l’anno stesso. (L’accumulazione è lasciata al ristretto ceto a suo modo borghese-imprenditoriale dei “ponteiros”, operatori di monoculture agricole per il mercato internazionale (dove saranno strozzati). Ma nei villaggi non a caso comandano ancora gli anziani, custodi delle tradizioni religiose, sociali, produttive. Allora qui la grande (e, temo, cupa) alternativa è tra un difficile (forse ancora non impossibile) sviluppo congeniale, e la più probabile distruzione nell’inurbamento degradato e mortifero. E difficile è quindi anche, per il povero “cooperante”, dare sollecitazioni e strumenti economico-tecnici giusti per una corretta uscita dall’arretratezza millenaria (gli devi insegnare tutto, dalla livella e dal filo a piombo al computer, ma se sono arretrati non sono stupidi: imparano). Fortuna che ci sono i missionari, stanno lì da decenni, sono capaci di spiegarti come vivono e cosa pensano realmente le popolazioni locali, di cultura “tradizionale” o musulmana che siano. Ma basta su ciò, altrimenti non la pianto più.
I residui villaggi sono, peraltro, realtà di “sottosviluppo” che si spera di recuperare nei modi giusti. Che dire, invece, di quelli che erano “Paesi in via di sviluppo” e che adesso, prima le “Tigri asiatiche”, poi Cina, India ecc. hanno imboccato decisamente la strada di uno sviluppo capitalistico sostanzialmente analogo al nostro dal punto di vista economico, sulla quale ci stanno superando e in certi settori surclassando (gli ingegneri elettronici indiani, i 4 milioni di copie venduti a Calcutta [!] da giornali per i giovani, con molte pagine dedicate non alle parole crociate, ma alla soluzione di equazioni). Meglio così. Per adesso, un modello di sviluppo economico sociale alternativo – per parafrasare Stalin ad altro proposito - “non è ancora stato trovato”. Verranno poi gli “ammortizzatori”, i contrappesi, i riequilibri sociali e umani (sindacati forti, adesso, in Giappone). Questo “sviluppo reale” (coglierai la finezza dell’espressione) – non uniforme ma governato dalla stessa logica di fondo – si basa sul predominio della ragione economica, e su ciò chi vuole può andare a vedere l’articolessa che è già sul sito web a mia cura: “Capitalismo: Citazioni e commenti” (riconoscere le regole dell’economia, delle imprese, ma in un rapporto di pari dignità con quelle della società, di servizio al vero bisogno umano, di prodotti consumabili omogenei alla crescita qualitativa dell’uomo. Da cui le realtà e istanze sociali viste non come meri condizionamenti “riformistici” di un capitalismo accettato per quello che oggi è, ma come attori, tramite la politica, di un comune sviluppo pluridimensionale).
E fortunatamente vero che, poggiando sulle grandi lotte operaie del passato, va allargandosi il concetto di sviluppo a beni fondamentali umani di carattere universale – istruzione, salute, diritti civili, parità di genere, ecc. Il problema è però quello di superare – come tu dici – “la radicale differenza tra i beni misurabili e non misurabili”. Credo che sia possibile, e sia oggi un compito rivoluzionario (nessuno ha più il coraggio di usare questa parola, che pure sul vocabolario ancora c’è. A me, quando sento tutti ridotti a parlare solo di “riformismo”, progressismo”, e simili, viene il latte alle ginocchia). Credo cioè possibile, da una parte, rendere storicamente omogenei all’uomo i beni misurabili, dall’altra misurare i beni storicamente omogenei all’uomo. E’ vero che qualche accenno in tal senso, da parte di economisti e altri, comincia a esserci.
Da ultimo: se esistano beni universali, quindi riconoscibili e riconosciuti da qualunque coltura, nazione. Qui ricorrerei alla “verità interna” del “diritto naturale”. Se è vero che tutti gli esseri umani hanno un cervello, un cuore, due braccia, due gambe, non può non esser vera la condivisione, storicamente ricercata e trovata, di determinati valori comuni e fondamentali. Noi “occidentali” non abbiamo inventato niente, solo sottolineato con forza alcuni questi valori (e tralasciandone o perdendone altri: es. – scusa la mia fissazione – la vita comunitaria e solidaristica che si fa nei villaggi “neri”) , anche se siamo caduti nella pretesa di imporli ai “riottosi” (si è visto come è andata a finire la democrazia in Iraq fondata sulle bombe americane). Anche qui si tratta comunque di un processo, coinvolgente tutte le dimensioni della vita umana, tutte le ricchezze e risorse in esse presenti e/o da “accumulare” in ciascuna di esse, comprese, su piede di parità, quelle dell’economia e relative specifiche leggi.
Giovanni 13.12.06
Caro Vittorio, inizio dalla seconda parte delle tue riflessioni, dove a mio giudizio si toccano le questioni più rilevanti, e cercherò di essere brevissimo..
Punto primo: sono d’accordissimo con te circa la necessità che lo sviluppo esca dal predominio esclusivo dell’economia e si misuri anche con quelli che chiami i “veri bisogni dell’uomo”, ossia che la politica -intesa come capacità di dirigere i processi “naturali” in vista di un fine razionalmente e comunemente deliberato- condizioni l’economia. Il problema però è: come è possibile che ciò accada? Se si guarda alla storia mi sembra che ogni tentativo in tal senso sia finora fallito e che alla fine l’economia si sia presa sempre la sua rivincita. E non penso soltanto alle esperienze dell’URSS e degli altri paesi socialisti, ma anche alla parabola dello stato sociale che negli anni ’70 sembrava anche qui da noi un’idea indiscussa e una realtà in via di progressiva e irreversibile affermazione, per poi cedere rapidamente il passo all’ideologia e alle pratiche del più sfrenato liberismo. Perché queste non hanno funzionato? Per una fondamentale impossibilità della politica di dirigere l’economia (riconducibile a sua volta ad una più fondamentale impossibilità per il soggetto umano di piegare tutto, anche la stessa natura umana, ai suoi voleri) o per degli errori commessi dalle classi dirigenti (intendo ovviamente parlare degli errori nelle scelte politiche e non di quelli imputabili alle particolari aberrazioni mentali di singoli dirigenti)? Certo, questa domanda ha poco senso perché vengono messe a confronto due alternative di natura eterogenea –metafisica la prima, contingente la seconda- ma è chiaro che prima di arrendersi all’ipotesi di un limite fondamentale della soggettività umana, sarebbe doveroso sforzarsi di comprendere gli eventuali errori politici e tentare altre vie per piegare l’economia al “servizio al vero bisogno umano”. Quali errori? Un eccesso di idealismo per cui si è pensato che la volontà fosse sufficiente a cambiare il corso delle cose? Un eccesso di realismo per cui, per voler giustamente fare i conti con la realtà delle cose, se ne è talmente da vicino seguito il corso che alla fine se ne è rimasti travolti? E sarà mai possibile stabilire il giusto equilibrio tra questi due estremi? Non credo proprio; bisogna allora di volta in volta azzardare secondo le contingenze concrete? Forse, ma questo, tra le altre molteplici implicazioni, non comporta anche che non abbia molto senso parlare di “errori politici”? E infine, quali potranno essere queste nuove vie? Il mio cruccio al riguardo non è che io personalmente non sappia dare una risposta plausibile, ma che attualmente vedo percorse solo due vie -molto sinteticamente, quella dei movimenti e quella delle o.n.g.- e che nessuna di queste mi sembra in grado di portare alla meta (anche se, beninteso, la seconda mi sembra umanamente più autentica e almeno più utile nell’immediato; tra l’altro, sarebbe utilissimo, almeno per me, approfondire le tue esperienze di “cooperante”, non soltanto per il loro valore in sé, ma anche perché sono convinto che queste realtà marginali e dimenticate siano il miglior luogo per discutere sui problemi che qui mi sembrano irrisolvibili).
Secondo punto: tu dici di credere “possibile, da una parte, rendere storicamente omogenei all’uomo i beni misurabili, dall’altra misurare i beni storicamente omogenei all’uomo”. Anche se penso -o voglio illudermi- che sia possibile rendere omogenei all’uomo i beni misurabili, personalmente sono convinto che non sia possibile l’inverso, ossia rendere misurabili i beni omogenei all’uomo (ma di questo, se vuoi, ne potremo parlare un’altra volta). Ciò premesso, certo che una cosa del genere è rivoluzionaria, ma la domanda da porsi è: quali soggetti potrebbero attuare tale rivoluzione? Soggetti tutti da inventare visto che i quelli che storicamente ci hanno provato hanno fallito o, meglio, hanno esaurito la loro capacità rivoluzionaria o, perlomeno, non sono più nelle condizioni oggettive per innescare processi rivoluzionari.
Terzo punto: il diritto naturale; un vecchio adagio afferma che è come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Anche se la forma è poco accademica, il detto mi sembra poco confutabile, nel senso che all’accordo pressoché universale sull’esistenza di tale diritto si accompagna il disaccordo su chi debba esserne il legittimo interprete e quale ne debba essere il legittimo tribunale. Bisognerebbe creare degli organismi rappresentativi di tutta l’umanità (ma poi, perché della sola umanità?), ma mi sembra che siamo ancora molto lontani da questo traguardo come mostra l’esperienza dell’ONU e, soprattutto, la recente vicenda dell’istituzione di un tribunale penale internazionale. Ciò che inoltre mi rende problematica tale prospettiva anche sul piano teorico, oltre che su quello della contingenza storica, è che tali organismi per non essere dei semplici fantasmi dovrebbero essere universalmente riconosciuti; e come si potrebbe ottenere tale riconoscimento universale? Con l’appello agli uomini di buona volontà? Oppure con un atto d’imperio e, quindi, con la forza? Personalmente quest’ultima prospettiva mi fa paura perché un atto d’imperio è sempre una forma di disconoscimento della soggettività di un altro, ovvero un atto di sopraffazione. E pensa a quanti -e sono veramente tanti- hanno usato il nome della giustizia per usare la violenza. L’appello agli uomini di buona volontà resta allora la sola via percorribile; la fatica paziente della persuasione -mi dico- alla fine prevarrà. Ti confesso però che quando vedo la risonanza che viene data alle parole del papa e, da opposta sponda, a quelle di quanti come lui si proclamano i depositari di una verità unica ed esclusiva ed i soli suoi interpreti, questa mia fiducia nella forza della persuasione vacilla alquanto e mi tornano in mente le osservazioni un po’ sarcastiche che Machiavelli faceva su Savonarola e, in generale, sui profeti disarmati.
Quarto punto: Ulisse e lo spirito greco (cosa che in questo contesto è ben poco rilevante e cui dedicherò solo una brevissima nota); secondo me la distinzione tra l’Ulisse dantesco e l’Ulisse omerico regge poco anche se è vero che nei due autori la sua vicenda si conclude diversamente. Ciò che agli occhi del poeta fiorentino rende “folle” il volo dell’eroe greco non è il fatto in sé di aver travalicato le Colonne d’Ercole, ma il non aver posto un freno morale al suo “ingegno” e di aver ingannato in questo i suoi compagni prospettando loro “virtù e conoscenza” mentre in realtà perseguiva la conoscenza senza virtù. (Proprio di fronte alle fiammelle di Ulisse e Diomede in Dante si risveglia la consapevolezza del suo valore e del conseguente pericolo spirituale cui anch’egli è esposto ed esclama: “e più l’ingegno affreno ch’io non soglio / perché non corra che virtù nol guidi!”). Anche l’Ulisse dantesco, insomma, al pari di quello greco -che discende da Omero ma non fu solo quello omerico- si caratterizza per la spregiudicatezza, ossia il disconoscimento di un limite etico all’uso dell’intelligenza. Per altro verso, è vero che l’Ulisse omerico aspira a ritornare nella sua Itaca, ma il suo destino, predettogli da Tiresia nel canto XI, è quello di ripartirvi e di morire “lontano dal mare”. A parte questo, non va poi dimenticata la sua fuga da Calipso, in cui avrebbe potuto trovare quell’appagamento che ai mortali è negato, per tornare ad una donna mortale. Segno che, più che quella della patria, egli è pervaso dalla nostalgia della condizione mortale: quella, cioè, che essendo posta sotto il segno della limitatezza, è la sola in cui potrà cimentarsi in un continuo superamento del limite, ovvero, come voleva Hegel, esprimere appieno la sua libertà. Insomma, sono del parere che la nostra tensione alla moltiplicazione indefinita delle potenzialità o, più semplicemente, la nostra insaziabilità ci venga più dalla cultura greca che da quella giudaico cristiana. Ma di questo potremmo parlare a lungo.
Quinto punto: la morte; certo che la morte dell’individuo è la condizione della continuazione della vita (quella con la “V” maiuscola). Quello che però volevo dire è che se lo sviluppo viene inteso come moltiplicazione senza limite delle potenzialità, anche per la Vita la fine dello sviluppo sarà una fine che non è un fine.
Fabrizio 14.12.06
Appunti sparsi sullo Sviluppo...
Todorov nel suo saggio “La conquista dell’America” , nell’analizzare le figure che segnano la storia che parte dalla “scoperta”, ed in particolare Colombo, Cortes e Las Casas, individua quelli che secondo me sono i tratti essenziali della scoperta o del tentativo di scoprire l’altro. Colombo ha un approccio che riportato ai giorni nostri può essere definito berlusconiano (o Trumaniano - vedi Vittorio Tranquilli). Colombo infatti guarda agli indigeni o come a degli esseri uguali, ma l’uguaglianza assume il connotato di identicità e quindi sfocia nell’assimilazionismo, oppure non li concepisce come esseri in grado di avere pari dignità: essendo un “altro” necessariamente non può che non essere di grado inferiore. Entrambe questi modi di vedere l’altro si traducono in una visione unica del mondo (il famoso pensiero unico??). Cortes ha l’atteggiamento del vero conquistador, il suo modo di relazionarsi all’altro può essere paragonato al Sun Tsu dell’arte della guerra, “conosci il tuo nemico per distruggerlo”. Questo è il suo atteggiamento e traslato ai giorni nostri può essere paragonato, in chiave riduttiva, ai tanti servizi di import-export che stanno spuntando come funghi nella Cina per penetrare il mercato più grande del nuovo millennio. Las Casas ama l’altro ed amandolo lo guarda e lo rispetta nella sua alterità. Ma anche in questo caso, aggiungo io, qual’è l’atteggiamento di chi ama: quello di colui il quale, in possesso di una verità (la religione), cerca di trasmetterla agli altri facendo attenzione che non venga alterata (l’evangelizzazione in America Latina ed Africa) o di chi lascia un ampio spazio di contaminazione (teologia della liberazione – Zapatismo: non scordiamo chi è Marcos, non di certo un indigeno).
Queste tre modalità possono essere estese al modo di pensare e di produrre nel mondo occidentale, sono tre modalità che solo in casi eccezionali si trovano separate Per spiegarmi meglio, Colombo Cortes e Las Casas sono tratti che appartengono ad ognuno di noi e sta quindi alla consapevolezza di ognuno di noi riconoscere e, se è il caso, allarmarsi quando si avverte il manifestarsi preponderante delle prime due. Questa piccola introduzione mi è di aiuto per entrare nel merito del concetto di sviluppo ed è una premessa necessaria affinché le mie elucubrazioni possano essere anche analizzate secondo questo metro di giudizio. Non vorrei infatti che la mia forma mentis occidentale desse per scontate troppe cose. Ragionare sullo sviluppo vuol dire, per quelle che sono le mie competenze, analizzare il concetto di sviluppo come categoria del pensiero economico. Nelle lezioni di “Teoria e politica dello sviluppo economico” il professor Palazzi, citando un saggio di Lunghini , ci forniva un piccolo ma essenziale vademecum alla lettura di gran parte del pensiero economico post classico “con Ricardo finisce l’epoca classica dell’economia politica: dopo di lui l’economia politica da scienza del capitalismo diventa forma capitalistica della produzione scientifica”. Qui di seguito riporto una definizione di sviluppo che è esemplificativa della sua applicazione nella politica economica reale, ed è una definizione di Irma Adelman, una economista che non può essere etichettata come liberista.
Per la Adelman lo sviluppo: “è quel processo in virtù del quale, un’economia si trasforma da un sistema caratterizzato da saggi di crescita dei redditi pro capite bassi o negativi, ad un sistema nel quel un significativo ed autosostenuto aumento dei redditi pro capite è una caratteristica di lungo periodo”. La Adelman descrive, all’interno del paradigma dello sviluppo, due elementi che hanno caratterizzato e che continuano a incidere sugli studi economici-econometrici degli ultimi 50 anni in tema di sviluppo. Il primo elemento è lo sviluppo o crescita endogena, ed è ricollegato all’aggettivo “autosostenuto”. Si cerca di studiare quegli elementi chiave, interni al sistema economico, che ne garantiscono la riproduzione e, scusandomi per la semplificazione, al netto di elementi esterni.
Il secondo elemento è legato alla misurazione dello sviluppo, la Adelman parla di redditi pro-capite. La misurazione dello sviluppo in tutte le sue successive declinazioni è partita da elementi classici della contabilità nazionale (PIL-RNP) per poi includere elementi di varia natura attraverso la costruzione di numeri indici complessi: si veda ad esempio l’HDI (Human Development Index delle nazioni Unite) che include elementi quali la libertà di stampa, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro etc etc, fino all’inclusione degli stock di capitale “naturale” attraverso la contabilità ambientale (SESAME ). Tutti questi tentativi, come le risposte che vedremo oltre (decrescita felice e sviluppo sostenibile), non cercano una rottura con il concetto dello sviluppo ma di spostare verso altri ambiti le sue possibili manifestazioni/misurazioni. L’atteggiamento di noi occidentali di fronte al concetto di sviluppo e al sequenziale concetto di sottosviluppo è a mio parere simile a quello di Colombo rispetto agli indigeni. Se esiste uno sviluppo, allora necessariamente il cammino per conseguirlo non può non prescindere dall’applicazione dei nostri modelli a quelle realtà e nei casi in cui vi sia una sensibilità più vicina a Las Casas (vedi i “Community based approach” tanto cari alla World Bank), nell’applicazione di un modello solidaristico. Qui di seguito alcune istantanee descrivono al meglio i risultati dello “sviluppo” su scala mondiale .
Popolazione mondiale (in migliaia) con previsioni al 2025 e 2045
1950 |
1980 |
2000 |
2025 |
2045 |
|
AFRICA+ |
221.216 |
469.616 |
795.672 |
1.292.087 |
1.708.407 |
ASIA+ |
1.373.211 |
2.576.691 |
3.679.738 |
4.742.232 |
5.175.310 |
EUROPE+ |
391.701 |
482.660 |
727.987 |
696.034 |
646.630 |
NORTH AMERICA+ |
171.616 |
256.068 |
315.914 |
394.312 |
439.162 |
OCEANIA+ |
12.815 |
22.828 |
31.043 |
39.931 |
44.929 |
SOUTH AMERICA+ |
112.994 |
242.247 |
347.343 |
455.830 |
504.611 |
WORLD |
2.283.553 |
4.050.110 |
5.897.697 |
7.620.426 |
8.519.049 |
Saggi di crescita della popolazione mondiale tra subaree
1950 |
1980 |
2000 |
2025 |
2045 |
|
AFRICA+ |
na |
112% |
69% |
62% |
32% |
ASIA+ |
na |
88% |
43% |
29% |
9% |
EUROPE+ |
na |
23% |
51% |
-4% |
-7% |
NORTH AMERICA+ |
na |
49% |
23% |
25% |
11% |
OCEANIA+ |
na |
78% |
36% |
29% |
13% |
SOUTH AMERICA+ |
na |
114% |
43% |
31% |
11% |
WORLD |
na |
77% |
46% |
29% |
12% |
Popolazione mondiale per sub area (valori in percentuale)
1950 |
1980 |
2000 |
2025 |
2045 |
|
AFRICA+ |
10% |
12% |
13% |
17% |
20% |
ASIA+ |
60% |
64% |
62% |
62% |
61% |
EUROPE+ |
17% |
12% |
12% |
9% |
8% |
NORTH AMERICA+ |
8% |
6% |
5% |
5% |
5% |
OCEANIA+ |
1% |
1% |
1% |
1% |
1% |
SOUTH AMERICA+ |
5% |
6% |
6% |
6% |
6% |
WORLD |
100% |
100% |
100% |
100% |
100% |
Dalle lettura delle tre tabelle mi preme evidenziare due elementi:
1. la popolazione mondiale agli attuali ritmi di crescita nel giro di 100 anni triplicherà, in particolare nel solo continente africano è destinata a crescere
sette volte rispetto al 1950, in quello asiatico a triplicare;
2. la popolazione delle aree più industrializzate (Europa e Stati uniti) nel 2045 includeranno il 13% della popolazione mondiale rispetto al 25% del 1950.
Questi dati senza possibilità di mediazioni ci dicono che il nostro modello di sviluppo economico ottiene fondamentalmente due tipologie di risposta:
E’ con questi elementi che secondo me bisogna fare i conti, cercando di rompere il pensiero unico dello sviluppo economico in tutte le sue declinazioni. In tal modo è possibile ricondurre quelle differenziazioni e quelle proposte estreme, che Vittorio chiama utopiche (ad esempio della decrescita felice oppure quelle più istituzionalizzate, vedi ad esempio il tanto inflazionato termine di sviluppo sostenibile), all’interno di un semplice paradigma: si tratta di risposte occidentali ad un problema occidentale. La decrescita felice come lo sviluppo sostenibile partono da un presupposto comune, che con questi ritmi di sfruttamento del pianeta l’umanità corre il rischio di estinguersi, ed individuano due terapie per la riduzione del danno: la prima “hard” e la seconda “soft”. La seconda può facilmente essere liquidata analizzando l’ossimoro insito nell’espressione “lo sviluppo sostenibile”, ed è confermato nelle sue più recenti applicazioni, vedi ad esempio le valutazione positive di impatto ambientale (VIA) del ponte di Messina (SIGH) e della TAV in Val di Susa. Lo sviluppo sostenibile in realtà sostiene sì lo sviluppo ma con un certo charme.
La decrescita felice è in un’idea difficile da realizzare, perché ipotizza una standardizzazione dei modelli di consumo e di pensiero molto difficile da introdurre su vasta scala nel mondo occidentale. Non vorrei banalizzare il mio pensiero più di quanto non stia già facendo, ma potrei dire che rispetto alla decrescita vi sono segnali incoraggianti. Nel mio quartiere, ad esempio, hanno aperto negli ultimi due anni ben due calzolai e tre negozi di riparazione delle TV. E’ un segnale che forse la riparazione di una TV e di una scarpa sta iniziando a ridiventare qualcosa di meno oneroso rispetto all’acquisto di una nuova. Si tratta dei primi sintomi di ciò che, nei prossimi anni, noi occidentali saremo destinati ad affrontare e cioè una decrescita meno felice, sempre che non vi siano nuove guerre umanitarie o alleanze di volenterosi. Gran parte delle critiche allo sviluppo sono mosse secondo me da questa grande paura, la paura di non essere in grado di governare la storia (Bush docet) di fronte ad una “invasione” che avrà dimensioni apocalittiche e che di qui ai prossimi 30 anni investirà ancora più massicciamente l’Europa di quanto già non accada ogni giorno attraverso il canale di Sicilia. Entrambe le proposte partono dunque dalla critica all’applicazione di quel concetto di sviluppo che sta pian piano esaurendo le risorse non rinnovabili, che sta producendo più di quanto noi possiamo consumare, che sta levando le risorse ai paesi meno forti, che li si sta affamando e oltretutto nel fare ciò non si preoccupa del futuro.
Ma ciò che preoccupa di più è che, quando questo concetto trova la sua applicazione reale (vedi Cina) e non formale (vedi Africa), occorre subito ridefinire il concetto di sviluppo perché - citando le paure di molti - “se la Cina inizia a produrre e quindi a consumare risorse al ritmo degli Stati Uniti arriverà la catastrofe”. Uno tra i tanti dubbi che mi assalgono è come si fa a proporre la decrescita in Africa , dal momento che gran parte della popolazione urbana e rurale in Africa vive di decrescita. Vi è un forte economia informale caratterizzata da sussistenza, baratto, riciclo e riuso che assume manifestazioni diverse nelle aree rurali e nelle aree metropolitane. La decrescita ha un senso dove sono presenti i grandi centri di consumo del mondo. E chi consuma di più nel mondo è l’uomo occidentale. Innescare una forma virtuosa di consumo è fondamentale, perché un’altra manifestazione dello sviluppo economico nei paesi più poveri è rappresentata dalla immensa quantità di immondizia, scorie e quanto altro scaturisce dal nostro modo di consumare bulimico. Parlare di sviluppo allora può diventare un esercizio intellettuale interessante e la storia insegna che molte proposte si traducono in modelli alternativi adottati dalle organizzazioni internazionali per cercare di ridipingere la facciata. Di fronte a ciò che vediamo davanti ai nostri occhi occorre in realtà confrontarci con tre elementi essenziali dello sviluppo inteso in senso più ampio:
1. che cosa produce l’ingiustizia;
2. quali spazi sottrarre al mercato (beni comuni?, ma per essere più chiari, rendere collettiva l’energia?)
3. quali sono gli spazi aperti per la rivoluzione;
In tutto questo mio discorso c’è un barlume di ottimismo, come diceva Altan in una sua celebre vignetta,: “un giorno la terra servirà a concimare un pianeta lontano”.
La piramide di Maslow
Vittorio 17.12.06
Riunione con Serena, Alberto, Raul, Fabrizio, Vittorio - 14 dicembre 2006.
Si sono toccati, liberamente e senza un ordine pre-costituito, alcuni temi di fondo – divario Nord-Sud, Stato sociale, spazi d’intervento pubblico e privato rispetto ai principali bisogni dei cittadini, e altri – molto dibattuti attualmente e negli ultimi decenni. E’ convinzione comune dei presenti che una maggiore chiarezza e precisione su questi temi siano necessarie per avvicinarsi a capire meglio i processi economico-sociali, politici e culturali globalmente in corso. Ovviamente ciascuno, nell’esporre le proprie tesi, si è espresso in termini riflettenti il proprio modo soggettivo di rapportarsi alle cose e ai fatti. Così, mentre Vittorio aspirava a ragionare su di un piano marcatamente (e, forse, eccessivamente) “di principio”, di astrazione generalizzante, altri riportavano invece il discorso a realtà concrete e magari più circoscritte, tendendo insomma a tenersi un po’ di più “coi piedi per terra”. Ma questo duplice carattere degli interventi ha giovato al colloquio nel suo insieme, essendo importante la compresenza, nelle analisi che si fanno, di ambedue i momenti che si potrebbero chiamare – spingendosi un po’ al limite – del “macro” e del “micro”, del particolare e dell’universale, dell’osservazione dei singoli fenomeni e della loro interpretazione secondo categorie più ampie.
E’ emersa soprattutto la centralità intrinseca del concetto di sviluppo, che non a caso è oggi tra i più frequentemente discussi. Alcuni (ad es. Serge Latouche, Wolfgang Sachs, e con loro un diffuso movimento di opinione) tendono semplicemente a liquidare questo concetto, non vedendovi altro che l’espressione ideologica del modo “occidentale” (capitalistico) di vivere e di pensare, con la sua gravissima carica di prevaricazione e disumanità. Altri invece – presupponendo che lo sviluppo sia comunque modalità essenziale della vita umana – si chiedono quale tipo (o “modello”) di sviluppo sia giusto e accettabile, in generale e a seconda delle diverse culture o strutturazioni sociali. Molti, infine, continuano a esaltare lo sviluppo, proprio nei suoi termini attuali, ritenendo che il capitalismo sia l’unico possibile fondamento per organizzare la produzione e la vita sociale, e che ogni ipotesi di vie diverse sia utopica.
E’ chiaro, in ogni caso, che dal parlare di sviluppo al parlare (in termini apologetici o critici che siano) di capitalismo, il passo è breve. Secondo Vittorio, ove si accetti la definizione (da lui condivisa) del capitalismo come quel modo di ordinare la vita umana in cui la dimensione, le esigenze e le regole dell’economia predominano, fino a fagocitarle, su tutte le altre dimensioni, esigenze e possibili regole, allora il superamento del capitalismo, per chi lo auspica, viene a consistere nel riportare l’economia entro i suoi confini, anche se in distinta correlazione e interazione con tutto il resto. Per converso, l’economia potrebbe giocare un ruolo essenziale se meglio collegata, nella sua specificità, alle altre dimensioni umane (dicendo economia ci si vuol riferire al momento della produzione, suddiviso in settore pubblico, privato e c.d. Terzo settore, fra i quali il settore privato, ossia delle imprese “profit”, è quello più propriamente “economico”, essendo lì, o principalmente lì, che ha luogo l’accumulazione, cioè l’incremento costante e metodico delle risorse con cui proseguire e allargare l’attività economica stessa).
Ancora secondo Vittorio, il dibattito in corso sul concetto e la realtà dello sviluppo, avrebbe bisogno di essere parecchio precisato, uscendo dall’identificazione dello sviluppo col capitalismo e superando allora, anche su questo punto, la frequente tendenza della riflessione teorica ad assumere le cose e a ragionarvi quali si presentano “a prima vista”, nella loro fenomenicità, senza un sufficiente lavoro di scavo, uno sforzo per vedere le cose stesse un po’ più a fondo. Se così si facesse, ci si renderebbe conto che il concetto di sviluppo ha una valenza non solo economica, ma antropologica (intendendo per antropologia il ramo della ricerca teorica riguardante la coscienza che l’uomo ha di sé). E precisamente: se si definisce l’uomo (secondo la tesi “trimestralica”) come ente o essere naturale-storico, cioè da una parte limitato, finito, e dall’altra tendente indefinitamente a superare e “spostare in avanti” il limite determinato, dato (comprendente cioè le conquiste prima raggiunte ma che oramai si presentano come insufficienti), ne consegue che il bisogno umano si sviluppa in linea di principio, e dovrebbe svilupparsi nella pratica, salendo lungo una scala qualitativa del bisogno stesso.
Si verifica invece che l’umanità si attardi tuttora sul primo gradino della scala, che è il bisogno di sussistenza, nell’accezione estensiva di tutto ciò che riguarda il mangiare, il vestirsi, l’abitare, il comunicare, lo spostarsi di luogo, ecc. Quali che siano i modi, sempre più raffinati e complicati, di soddisfare questo primo tipo del bisogno umano, sta di fatto che non si è ancora andati – o non si è andati in misura e forme rilevanti – al di là di esso; e ciò nega la storicità (l’essenza storica) non solo del bisogno ma dell’uomo come tale, alienandolo. Il fatto stesso che il suddetto primo tipo del bisogno tenda sempre più a essere soddisfatto in modi merceologici non solo “consumisti”, ma impazziti “tout court”, travalicanti difatti ogni ragionevolezza (basta leggere o vedere o ascoltare quanto viene detto in questi giorni sui regali natalizi per i quali dovremmo spendere mezza tredicesima: cellulari che ti fanno tutto tranne, per ora, il bidè, et similia), al punto che le imprese non sanno più cosa inventare per avere sbocchi di mercato (o purtroppo lo sanno, grazie ai troppi ingegneri “creativi” delle multinazionali). Siamo dunque in una situazione di uomini alienati sia come consumatori sia, in definitiva, come produttori. Da questa situazione si potrà uscire solo se tanto l’economia quanto ogni altra dimensione presteranno maggiore attenzione all’esigenza generale di passare ad occuparsi di una sfera qualitativamente ulteriore del bisogno umano.
Quale sfera? Ma è squadernato davanti agli occhi di tutti il comune, universale bisogno di pace, di riequilibrio Nord-Sud, di “dialogo tra le civiltà”, di risanamento ecologico globale. Questo insieme di bisogni strettamente correlati non può essere più lasciato in esclusiva ai Ministeri degli Esteri o ad organismi sovra-nazionali come l’UE o la stessa ONU, insomma alle diverse (spesso contrastanti) politiche nazionali e internazionali. Oltre a una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica (a quando un’Assemblea Generale dell’ONU eletta da tutti gli appartenenti a tutti i popoli del mondo, “una testa un voto”?), i compiti sono tali da richiedere il concorso di ogni altra dimensione umana, compresa – e non in via secondaria – l’economia, a cominciare dal “mondo delle imprese”. Qui ci vuole, certo, uno sforzo d’immaginazione per adombrare quali imprese, come strutturate, ecc, senza andare subito col pensiero alla fabbrica e ai suoi capannoni o alle imprese erogatrici dei vari tipi di servizi che già conosciamo. Si potrebbe anche rinunciare, per ora, a prefigurazioni, accontentandosi di enunciare il principio. Dobbiamo comunque superare l’immediatezza di ciò che siamo abituati a vedere e a vivere, e non tacciare subito di irrealismo, astrattezza e simili che si studia di farlo.
Chi scrive questo “verbale”, cioè Vittorio, si rende conto di aver fatto un po’ come il Paleologo nel colloquio col “persiano colto”, secondo la poco opportuna citazione fatta dal papa nella sua “Lectio magistralis” a Regensburg: nelle annotazioni del Paleologo risultava molto di quanto aveva detto lui stesso e poco di quanto aveva detto l’interlocutore.
Per rimediare, si potrebbe far sì che:
1. ciascuno, se vuole, rediga un appunto con le argomentazioni da lui svolte nella riunione (che così potrebbero risultare assai meglio che affidandosi solo alla
memoria dello stesso Vittorio);
2. che nella prossima riunione del 27 dicembre si cominci col dare nuovamente lettura dell’appunto già presentato da Fabrizio sullo sviluppo e dal discutere su di esso.
Vittorio 28.12.06
Nella riunione di ieri si è convenuto che ciascuno avrebbe redatto e inviato una proposta schematica sui temi da affrontare nelle riunioni successive (la prossima
venerdì 12 gennaio o al massimo lunedì 15). Ecco la mia:
I - Il tema focalizzato sinora, e su cui proseguire il colloquio, è lo SVILUPPO.
II - Innanzitutto, definire lo “sviluppo”:
III - Quali sono, nella nostra cultura, le posizioni filosofiche più attraversate dal concetto di “sviluppo”, come e perché. Giovanni potrebbe condensare in un appunto schematico quanto ha detto al riguardo, aggiungendo ovviamente ciò che vuole.
IV - Quali le fasi, le correnti, le realtà e le trasformazioni storiche dello “sviluppo” nell’era segnata dal capitalismo. Su ciò – e su quant’altro vuole - aspettiamo un breve appunto di Raffaele, particolarmente per quanto ha accennato su alcuni indirizzi intervenuti, con successo, a condizionarlo partendo da motivazioni etiche e ideali.
Tali appunti dovrebbero essere inviati per e-mail agli altri. Ovviamente ciascun altro potrà fare lo stesso.
Fabrizio 29.12.06
Ho buttato giù un po’ alla rinfusa alcuni temi che secondo me dovrebbero essere approfonditi in un ipotetico documento di lavoro sullo sviluppo.
Capisco dunque le perplessità dell’autrice citata da Vittorio quando parla di rifiuto dello sviluppo, rifiutare lo sviluppo vuol dire rifiutare lo sviluppo occidentale ed in tal senso la decrescita in Africa equivale alla scoperta dell’acqua calda. modelli riciclati da qualche solerte funzionario. Il Community based Approach, se non sbaglio è stato introdotto dalla Banca Mondiale nel 1999 (!!!), in una interessante pubblicazione nella quale grosso modo l’Organizzazione si cospargeva il capo di cenere per aver sbagliato tutto.
1. Le radici dello sviluppo umano Qui, partendo dagli studi biogenetici che accompagnano la paleoarcheologia e la paleoetnoarchelogia, viene studiato ad esempio come la pratica agricola e zootecnica si sia diffusa più di 12.000 anni fa nel periodo Neolitico. Gli studi della biogenetica stanno investigando sui marcatori genetici del DNA delle popolazioni presenti nella mezzaluna fertile e su come il marcatore genetico presente in queste popolazioni si sia diffuso nel resto dell’Europa a scapito di altre popolazioni con marcatori genetici differenti, che erano dedite per lo più alla raccolta da piante di provenienza selvatica e alla caccia. Gli studi di genetisti come Cavalli Sforza hanno tentato di dimostrare che popolazioni stanziali dedite all’agricoltura, e che quindi presentano una prima forma di aggregazione in comunità villaggi, si espandevano al ritmo di 20Km l’anno. E che a quel ritmo possono essere spiegate la presenza di quei marcatori genetici in aree dell’Italia, della Spagna e della Francia. Ciò per dire che lo sviluppo è legato indubbiamente alla necessità di addomesticare la natura. Questo processo è stato sviluppato in primis dall’agricoltura attraverso la selezione delle piante selvatiche e la successiva domesticazione sulla base dell’esperienza empirica. Ciò vale per tutte le piante attualmente coltivate ed è un processo che è durato millenni. (A tal proposito potrebbe essere utile prendere spunto da ciò per “bastonare” i falsi profeti degli OGM che sostengono una tesi alquanto bizzarra e cioè che la modifica genetica delle piante è un qualcosa che è stato già fatto dall’uomo e per questo motivo non ci sarebbero controindicazioni all’utilizzo di OGM. In realtà l’uomo, nell’arco di millenni e non di poche decine di secoli, ha solo selezionato e non modificato il DNA delle piante che ha classificato più utili alla sua sussistenza.)
2. Evoluzione storica dei limiti posti dall’uomo allo sviluppo umano: mito e religione Per il mito: mi viene in mente il mito di Icaro nella mitologia greca e per le religioni proporrei una riflessione su come le tre grandi religioni monoteiste attraverso la legge divina abbiano inteso porre un freno allo sviluppo. Qui si potrebbe discorrere di che tipo di limite sia stato posto.
3. Quando la religione sposa il capitalismo ovvero sia la nascita del pensiero unico
Se nel periodo dei Lumi si affermava che tra scienza e religione non vi è matrimonio possibile, ciò è ancora vero oggi?
Jacques Derrida dice: “Ereditiamo religioni che sono fatte per relazionarsi con scienza e tecnica…il cosiddetto ritorno del religioso riporta ad una sorta di trascendentale del fiduciario. Il legame sociale si rivela sempre più, e in particolare nelle attuali strutture capitalistiche, come fenomeno di fede. Non vi sono legami sociali senza una promessa di verità, senza un «io ti credo».”
Riportando ai giorni nostri, le prime domande che mi vengono in mente sono le seguenti:
4. Un matrimonio decostruttivo: ovvero sia come comunicare lo sviluppo nascondendo il suo contrario Qui svilupperei quanto accennato da Raul, anche se Raul parlava della mancanza, all’interno del termine sviluppo, di una componente critica al capitalismo. Secondo ogni parola e ogni termine (si pensi ad esempio al concetto di etica applicato alla responsabilità sociale delle imprese) viene svuotato dei suoi significati, viene decodificato e ricodificato assumendo un significato “positivo” o “negativo” rispetto all’utilità che ne trae il capitale stesso. Così ad esempio una guerra se umanitaria può diventare un termine “vendibile” per la massa in un dato contesto, ma man mano che si acquisisce consapevolezza la parola umanitaria viene cancellata, anzi come è avvenuto nel caso della guerra italiana in Iraq, viene cancellato il termine guerra e viene sostituito con “Missione di Pace”.
All’interno di questo ipotetico paragrafo aggiungerei il seguente sottoparagrafo: 4.1 il marketing dello sviluppo economico Ovvero sia come è stato riciclato e venduto il termine sviluppo negli ultimi 60 anni In qualche modo si potrebbe iniziare ad abbozzare anche una parte propositiva, per essere più chiari “come ne usciamo?” alla maniera di Latouche nel suo decalogo finale. E allora mi vengono i seguenti temi.
5. Le radici del bisogno e la responsabilità sociale dell’individuo Vittorio faceva l’esempio della famiglia africana che decide quanti figli fare sulla base dell’estensione del campo che deve coltivare. Tutto ciò noi lo abbiamo in parte perso ed in parte ci viene mediato dalla tecnologia:
E così via fino a domandarci come possiamo riappropriarci della dimensione del campo coltivato e soprattutto cosa comporta questa riappropriazione: rappresentanza e rappresentatività degli attuali referenti politici, quale livello di governo locale e sotto qual forma.
6. Forme di lotta “disobbedienti”: disobbedire applicando la Costituzione Una riflessione su come all’interno di quanto previsto dalla nostra Costituzione ci è consentito fare. Mi rendo conto che è una esagerazione, ma sulla scia di quanto facevano le Pantere Nere che giravano armate e si autodifendevano perché ciò era consentito dalla Costituzione americana e si autodifendevano dalla polizia perché la Costituzione prevede che i cittadini possano “fare la rivoluzione” se il loro governo è ingiusto e soprattutto non rispetta i principi costituzionali, sarebbe interessante chiederci cosa ci consente di fare la nostra Costituzione senza necessariamente finire al “gabbio” per una lonza ed una mortadella sottratta al discount Panorama.
Vittorio 31.12.06
A mio giudizio le tendenze, oggi diffuse, a “salvarsi dallo sviluppo”, a “rifiutare lo sviluppo”, a contrapporgli una “decrescita conviviale” (Latouche e vari altri – potete vederne alcuni nomi a p.9 dell’articolo Sul concetto (e sulla realtà) dello sviluppo, ora corretto e completato, che metterò prossimamente sul mio sito web www.katciu-martel.it e che vi mando in anticipo, come secondo allegato, a sostituzione del testo già inviatovi) patiscono un evidente limite utopico.
Sull’utopia in generale vi trascrivo un brano tratto da Franco Rodano - Lezioni su servo e signore, Ed. Riuniti 1990, p.54: «L’utopia è un indirizzo, e anche un genere letterario, estremamente svalutato o quanto meno datato, da quando pensatori come Marx ed Engels hanno annunziato il passaggio dal socialismo utopistico a quello scientifico e hanno contrapposto (soprattutto Engels) la propria visione del socialismo a quelle varie configurazioni di vita comunistica, che erano state caratteristiche dell’utopia. Ma se c’è del giusto – e indubbiamente c’è – in questa critica e in questa svalutazione del discorso utopistico, bisogna però stare attenti, perché nell’utopia c’è anche, sempre, un aspetto di verità, che del resto proprio Marx riconosce. Marx ha ammirato i grandi utopisti, e se nel passaggio dall’utopia alla scienza ha sottolineato un decisivo passo in avanti, con ciò non ha voluto negare l’importanza delle prefigurazioni di una società giusta, tracciate sul terreno utopistico. In effetti, la verità interna dell’utopia è l’esigenza della fondazione, appunto, di una società adeguata all’uomo, o comunque di una situazione sociale in cui l’uomo si senta al suo posto e sia sostenuto nel suo sviluppo».
Premesso ciò, ripropongo alla vostra attenzione un punto che mi pare importante – già toccato, ma in uno modo un po’ disordinato e non abbastanza chiaro – in Capitalismo: citazioni e commenti, vedi aggiornamento di ottobre 2006 del citato sito web a mia cura. Questo punto è strettamente legato a uno dei temi che hanno ispirato l’elaborazione “trimestralica”, del quale potete trovare ad esempio una breve esposizione nel brano Limitatezza dell’uomo e sua storicità a p. 33 (e ultima) del citato articolo sul concetto di sviluppo, stesura definitiva. A mio avviso, il dibattito in corso sullo sviluppo non tiene conto del fatto che è ormai necessario rispondere a bisogni umani pressanti da vari decenni, che vanno ben al di là della produzione e consumo di cellulari sofisticati, “bande larghe”, OGM e chi più ne ha più ne metta. Sono bisogni qualitativamente ulteriori e diversi, che richiedono un “salto” filosofico-antropologico, politico, economico: sottosviluppo, ecologia, dialogo delle civiltà, “pari opportunità (in termini aggiornati) per i giovani oltrechè per le donne, ecc.
E’ per questi bisogni storicamente ulteriori, che soprattutto è necessario oggi lavorare in tutte le dimensioni della parola, e quindi produrre (e vedrete che, se lo si farà, sui cellulari ecc. i si darà una calmata, l’evoluzione tecnologica di questo tipo rientrerà in proporzioni ragionevoli). Come lavora e produrre per detti bisogni ulteriori? Se la necessità storica c’è, non possono non esserci anche le condizioni storiche oggettive per farvi fronte; siamo noi, è la nostra capacità di analisi e d’immaginazione, è la nostra cultura, che - come al solito in ritardo – non sanno ancora vederle. Anche su questo penso dovremmo ragionare nelle nostre riunioni, tendendo però distinto, dal punto di vista del metodo, il ragionamento “in linea di principio” da quello “in linea di fatto”, il cosa si deve fare dal come si dovrebbe farlo, evitando il continuo mix dei due piani, per cui appena uno dice “è giusto questo”, subito un altro obietta “si, ma in realtà è difficile, dove sono le forze” ecc. Non che non sia lecita la seconda domanda, ma rendendosi conto che appartiene a un altro piano di discorso, che viene dopo, o quanto meno non viene contemporaneamente e insieme. A mio parere, questa dei bisogni storicamente ulteriori è la strada da battere per chi si pone come obiettivo la crescita della società e dell’uomo, non il loro regresso; per chi vuole fare un discorso rivoluzionario, non dietrologico (una volta si diceva reazionario).
Alberto 4.1.07
Caro Vittorio,
Se ho ben capito e se ben mi ricordo, l’elaborazione della “Rivista Trimestrale” poneva al centro la critica dell’induzione del consumo, connessa a processi di complicazione artificiosa di bisogni che non superavano il livello della mera sussistenza.
L’elaborazione della “Rivista Trimestrale” ha avuto un grande spessore politico e culturale. Proprio per questo non ha avuto più spazio nel clima culturale e politico successivo alla caduta dei regimi del “socialismo reale”.
Negli ultimi anni, collaborando con l’Auser e con Montebugnoli, ho pensato che l’eredità trimestralica sarebbe stata più praticabile se la critica dell’induzione del consumo fosse stata connessa alla sostituzione di relazioni umane con beni commerciali.
Di questa funzione sostitutiva ci può dare un significativo esempio il rapporto tra bambini e giocattoli regalati loro da genitori, che dedicano poco tempo ai loro figli. All’inizio, l’interesse dei bambini per questi giocattoli può essere molto intenso, ma in generale decresce rapidamente. E’ così che giocattoli anche molto costosi vengono presto accantonati. Mentre riprendono vita, se inseriti nel contesto di giochi che i bambini fanno con gli amici o con altri membri della famiglia.
Nella nota sul dibattito che si è svolto nel corso della nostra ultima riunione (27 dicembre 2006) mi hai citato, correttamente, tra le persone che si sono espresse a favore di uno sviluppo “sostenibile”. “Nei vari significati dell’aggettivo”, hai scritto. Il significato che più mi preme – e a cui mi sono riferito durante la riunione – è la riqualificazione della spesa dello “Stato sociale” (migliori servizi con minore spesa), che si può realizzare, secondo Montebugnoli e me, attraverso la ritessitura di reti solidali (familiari, amicali, di prossimità, comunitarie), che integrino le associazioni di volontariato e di mutuo aiuto, i servizi pubblici culturali, sociali, sanitari e le istituzioni democratiche e partecipate. I primi obiettivi di questa sinergia potrebbero essere:
In questo quadro, come sto personalmente sperimentando, la questione più spinosa riguarda la domiciliarizzazione dei servizi. Essa ha tre caratteristiche: -consente di mettere in gioco conoscenze aggiuntive, non professionali, riguardo alle persone bisognose di cura e alle loro esigenze complessive; -può giovare al ben-essere dell’assistito; -ma spesso grava troppo – materialmente, psicologicamente e finanziariamente – sulle persone che si assumono l’onere dell’assistenza. Queste persone sono, generalmente, familiari dell’assistito. Ne consegue che le famiglie, che sono assunte come risorsa per la domiciliarizzazione dei servizi, rischiano di disgregarsi. E perciò, in assenza di sistematiche innovazioni, la domiciliarizzazione dei servizi rischia di portare a fare la fine dell’uomo che sega il ramo d’albero su cui sta seduto. Queste innovazioni dovrebbero incardinarsi – come ho pensato con Montebugnoli – all’istituzione di un ruolo (inesistente nell’ordinamento italiano) di “gestore del caso” (in inglese, case manager)... Le prime funzioni del case manager dovrebbero essere:
Il presupposto antropologico, che potrebbe avere molte altre ricadute, dovrebbe muovere dalla definizione di individuo, contenuta nel “Quaderni dal carcere” di Gramsci:
«Di tutte le filosofie finora esistite può dirsi che concepiscono l’uomo come individuo limitato alla sua individualità. E’ su questo punto che occorre riformare il concetto dell’uomo. Cioè occorre concepire l’uomo come una serie di rapporti attivi (un processo) in cui, se l’individualità ha la massima importanza, non è però il solo elemento da considerare. L’umanità che si riflette in ogni individualità è composta da diversi elementi: 1) l’individuo, 2) gli altri uomini, 3) la natura. Ma il 2° e il 3° elemento non sono così semplici come potrebbe apparire. L’individuo non entra in rapporto con gli altri uomini per giustapposizione, ma organicamente, cioè quando entra a far parte di organismi dai più semplici ai più complessi. Così l’uomo non entra in rapporti con la natura semplicemente per il fatto di essere egli stesso natura, ma attivamente, per mezzo del lavoro e della tecnica. Ancora. Questi rapporti non sono meccanici. Sono attivi e coscienti, cioè corrispondono a un grado maggiore o minore d’intelligenza che di essi ha il singolo uomo. Perciò si può dire che ognuno cambia se stesso, si modifica, nella misura in cui cambia e modifica tutto il complesso di rapporti di cui egli è il centro di annodamento. (M-S. pag.28).
Piuttosto che intendere la necessaria correlazione tra l’individuo, riguardo al suo essere nel mondo e alla sua stessa identità e la trama, determinata e determinabile, delle sue relazioni con gli altri uomini e con la natura, le ideologie liberali e liberiste, movendo dagli individui, considerano le loro relazioni come accidentali; e anzi attribuiscono al rapporto tra individuo e società un carattere essenzialmente conflittuale, che può essere positivamente volto all’interesse generale solo attraverso l’equilibrio degli egoismi, che trova forma nelle “leggi del mercato”, imposte e presidiate dallo Stato. Al contrario, la trasformazione dei rapporti di scambio in “leggi” sempre più pervasive delle relazioni interpersonali e sociali, evidenzia un conflitto radicale con la centralità, complessità, integrità della persona e delle sue sfere di relazione. Quando la funzione delle istituzioni si riduce tendenzialmente, come nel post-reaganismo, al riconoscimento e alla tutela delle “leggi del mercato”, la sovranità popolare si svuota di ogni rilevanza sostanziale. La perdita di autonomia della società e della politica (dominate dall’economia) è all’origine delle “nuove povertà” (solitudine, emarginazione, penuria culturale, disinformazione etc.): e cioè di quei fattori di malessere sociale che non sono un residuo del passato, superabile da un maggiore sviluppo; ma che sono, al contrario, il lato oscuro dello sviluppo, delle forme in cui esso si è realizzato, attraverso la riduzione della vita sociale a mera “periferia” del sistema produttivo e degli apparati burocratici. Esse sono, in altri termini, il portato di una vita sociale sempre meno capace di auto-esprimersi, di organizzarsi secondo esigenze, valori, culture, progettualità proprie e, in conclusione, sempre meno atta a produrre senso di vita. I frutti negativi dello sviluppo non sono, peraltro, solo un costo addossato alla società, ma anche un motivo di debolezza e di crisi dello sviluppo in ogni sua espressione.
Vittorio 6.1.07
Caro Alberto,
cercherò di dire la mia sui punti principali della tua lettera del 4 gennaio.
Primo punto – Quanto scrivi sulla critica della Rivista Trimestrale (e successivi Quaderni della R.T.) all’induzione del consumo ecc., mi pare giusto. In effetti, sviluppando appena un poco le tue espressioni alquanto contratte, la RT sosteneva:
1. che produzione e consumo sono rimasti sostanzialmente fermi al primo gradino della “scala saliente” del bisogno umano (tutto ciò che è riportabile a quello più
elementare: sussistenza corporea ed esigenze connesse), il che impedisce o almeno ritarda molto la crescita dell’ “uomo con i suoi bisogni”.
2. Che quindi la produzione, cioè in definitiva il lavoro umano (la cui norma economica di crescita mediante l’accumulazione è stata modernamente
“scoperta” dal capitalismo, ma da esso intesa e applicata in modi distorti), una volta sostanzialmente saturato quel primo livello del bisogno, non può
proseguire (avere “sbocchi di mercato”) se non appunto “inducendo” consumi sempre più complicati e artificiosi (il “consumismo”, a datare almeno dagli anni
Sessanta del secolo XX).
3. Che stava diventando sempre più urgente (allora, figuriamoci oggi) fare il “salto qualitativo” verso livelli e tipi ulteriori di bisogni e quindi di sviluppo
umani, cominciando dall’ affrontare in modi sufficienti problemi come quello della scuola, di molte altre esigenze fondamentali a carattere prevalentemente
sociale, della preservazione della Natura, dell’uscita dal divario Nord-Sud del mondo: tutte cose che si sono fatte oggi sempre più evidenti e pressanti,
e che non a caso si presentano, al tempo stesso, in termini più articolati.
Secondo – Sono molto d’accordo con l’innovativa elaborazione intrapresa in sede AUSER sul ruolo fondamentale da attribuire alle “relazioni umane” (proprio nel senso delle Relazioni solidali che danno il titolo alla Rivista) in quanto fattori attivi di uno “Stato sociale” radicalmente diverso (tanto diverso che meriterebbe forse un altro nome). Sulla possibilità e sull’esigenza, cioè, che nel quadro dei bisogni “vecchi” e “nuovi” e della loro soddisfazione, i singoli cittadini, le famiglie, le comunità ecc. non siano soltanto destinatari – “oggetti” - delle corrispondenti attività e prestazioni (pubbliche, di “Terzo settore”, ma perché non anche di un “mondo delle imprese-profit” profondamente trasformato?), e ne siano pure “soggetti”: non solo consumatori, dunque, ma pure produttori (a loro modo e in forme pratiche di posizionamento e di collegamento da trovare – sono cioè cospicue risorse produttive che esistono e si tratta di vedere come utilizzarle al meglio).
Terzo – Quanto tu dici sui giocattoli è sacrosanto. Non ricordo dove ho ascoltato o letto di alcuni bambini i quali – ricevuti gli ormai molto “tecnologici” doni natalizi ancora dentro gli scatoloni e relegati in una stanza per non dare fastidio agli adulti – furono poi trovati a giocare e a divertirsi non con il contenuto degli scatoloni, ma con gli scatoloni stessi, sui quali potevano esercitare assai meglio la loro fantasia e creatività.
Quarto – Sulla “domiciliarizzazione” di alcuni servizi mi pare non ci sia nulla da aggiungere a quanto tu dici, compresa la figura del case menager. (C’è qualcosa di scritto al riguardo, e dove?)
Quinto – su un piano di discorso “antropologico”, la tua citazione di Gramsci mi pare appropriata. Così pure la tua critica al c.d. “Pensiero unico” e al suo modo unilaterale, esclusivisticamente economicistico, nonché erroneo filologicamente, d’intendere la “lezione” di A. Smith.
Sesto – Effettivamente le “nuove povertà” che si sono aggiunte alle vecchie, e che tu enumeri, sono da riportare al dominio dell’economia su ogni altra dimensione della vita umana. Questo dominio, a mio giudizio, è il tratto caratterizzante del capitalismo in linea di fondo. Uscirne non è cosa da poco, ma è quel “processuale passaggio rivoluzionario” che si fa oggi assolutamente necessario, di fonte a un capitalismo che, col suo ultimo “cambiamento di pelle”, è arrivato a un’inimmaginabile grado di sfrenatezza pressoché incontrastata, perché ormai incontrollabile. E su ciò viene a metter capo ogni altro discorso.
Serena 6.1.07
Sullo Sviluppo, rispetto al “libro” di Fabrizio, potrebbe esserci un capitolo su come questo termine viene oggi ridefinito da alcuni personaggi significativi del sud del mondo.
SVILUPPO LOCALE AUTOGESTITO, CONTRO LO “SVILUPPISMO”
INDIA/VANDANA SHIVA – LOCALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA
“NON SI PUÒ TRASFORMARE UN VITELLO IN MUCCA RICOPRENDOLO DI FANGO”. La frase è di un contadino africano ed è citata da Vandana Shiva nel suo ultimo libro: “Il bene comune della terra” (Feltrinelli 2006). E’ una condanna dell’economia di mercato, che secondo V.S. non è il sistema di produzione più efficiente, come vorrebbe far credere, perchè non contabilizza i danni provocati all’economia della natura e alle economie di sussistenza. La studiosa indiana propone un modello di economia alternative localizzate e autogestite che si sposino a un nuovo concetto di democrazia, come diritto di un popolo a determinare la propria esistenza quotidiana. Le comunità locali e i movimenti di base indiani, sostiene, chiedono di poter decidere in merito alle forme di investimento e sviluppo e di poter mantenere la proprietà e l’accesso alle proprie risorse naturali. “Un nuovo modello di gestione autonoma della realtà locale sta prenendo forma, in contrasto con lo stato centralizzato e con le istituzioni globali che appoggiano gli interessi delle grandi imprese”. Gandhi – dice V.S. - non sconfisse l’impero britannico con un esercito delle stesse dimensioni di quello inglese, ma con una presa di sale e un arcolaio.
BOLIVIA/Presidente EVO MORALES (ottobre 2006): VIVERE BENE
“Dopo anni in cui siamo stati vittime delle politiche di ciò che è stato ingiustamente definito “SVILUPPO” oggi i nostri popoli devono essere gli attori delle soluzioni ai gravi problemi di salute, educazione, occupazione, distribuzione ineguale delle risorse, discriminazione, migrazione , esercizio della democrazia, preservazione dell’ambiente e rispetto delle diversità culturali (...). Il nostro obiettivo deve essere una vera integrazione per “vivere bene”. Diciamo “vivere bene” perchè non aspiriamo a vivere meglio degli altri. Noi NON CREDIAMO ALLA LINEA DEL PROGRESSO E DELLO SVILUPPO ILLIMITATI A SPESE DELL’ALTRO E DELLA NATURA. VOGLIAMO ESSERE COMPLEMENTARI, NON COMPETERE. Dobbiamo condividere e non approfittarci del vicino. “Vivere bene” è pensare non solo in termini di crescita del reddito pro-capite ma piuttosto di identità culturale, di comunità, di armonia tra noi e la nostra madre terra.
BRASILE (Joao Pedro STEDILE, dirigente del Movimento Senza Terra, + T.M. Neto, dirigente CUT + P.I. Batista, Rete Brasiliana di Ecosocialismo, 27 dicembre 2006) – SVILUPPO NON SVILUPPISMO. SVILUPPO LOCALE SOSTENIBILE (...) Dobbiamo discutere un nuovo progetto per il paese, che risponda alle necessità della maggioranza del popolo. I problemi del popolo sono chiari, abbiamo bisogno di lavoro per tutti, distribuire il reddito, la terra, case e educazione. Un progetto che sia responsabile e sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Proponiamo dunque uno SVILUPPO SOSTENIBILE. Questo significa CHE NON VOGLIAMO UNA CRESCITA ECONOMICA FRAUDOLENTA, CHE FAVORISCA SOLTANTO LE CLASSI DOMINANTI, O UNO “SVILUPPISMO” CHE NON TENGA IN CONSIDERAZIONE L’AMBIENTE. Obiettivo di settori che vogliono solo guadagnare denaro e sognano opere, centrali idroelettriche, senza misurare i costi sociali e ambientali – che saranno sopportati da tutto la società – mentre loro si tengono i margini di profitto. Dobbiamo ripensare il modello agricolo basato su tecniche predatorie irresponsabili, che producono alimenti con agrotossici e con un alto costo ambientale. Abbiamo bisogno di un nuovo modello energetico, sostenibile e rinnovabile. Investimenti irresponsabili hanno già portato il nostro pianeta a pagare alti prezzi. Basta ricordare i cambiamenti climatici e i loro impatti senza precedenti. No! Il Brasile può affermare che un altro mondo è possibile. La nostra diversità biologica, culturale ed etnica può offrirci le condizioni oggettive di costruire un nuovo modello di sviluppo. Possiamo creare un ampio mercato delle masse, basato sulla sovranità alimentare, sulla agricoltura ecologica e su un’industria rivolta agli interessi nazionali, includendo le comunità tradizionali, i senza terra, gli indigeni e le popolazioni locali nella costruzione di questo nuovo modello produttivo. Dobbiamo tenere conto anche delle differenze regionali, a partire dal rispetto degli ecosistemi locali fino alle culture popolari favorendo lo SVILUPPO LOCALE SOSTENIBILE. Possiamo dare continuità e approfondire la nostra politica internazionale autonoma, rafforzando le nostre relazioni sociali e culturali e non solo commerciali, con gli altri paesi fratelli delle Americhe e degli altri continenti di fronte all’impero degli USA
La sovranità alimentare sostiene l'idea che un popolo ha il diritto di produrre i suoi alimenti, perché un popolo che non riesce a produrre i suoi alimenti è un popolo schiavo, dipendente. Cioè, la base principale per forgiare un popolo libero, sovrano, è che sia in condizioni di produrre i suoi alimenti. Se un Paese, una nazione, un popolo diventa dipendente da un altro per alimentare il suo popolo, si converte in una nazione dipendente politicamente, economicamente e ideologicamente. Per questo in Via Campesina insistiamo sul fatto che ogni governo nazionale debba sviluppare politiche per garantire, in primo luogo, che tutti gli alimenti necessari al popolo siano prodotti in ambito nazionale. E che si commercializzi all'estero solamente l'eccedente. E sulla base dell'eccedente si può allora scambiare con altri Paesi un altro tipo di alimenti. Un Paese che non protegge la sua agricoltura e i suoi alimenti, per garantire l'alimentazione a tutto il popolo, è un Paese condannato al fallimento. Questo spiega, per esempio, come in Giappone il prezzo del riso sia 10 volte superiore che nel mercato internazionale e perché il governo giapponese proibisca l'importazione di riso. Assicura così che tutta la produzione di riso necessaria per il suo popolo avvenga in Giappone. È questa la sovranità alimentare. D'altro lato, i governi che non applicano la sovranità alimentare restano alla mercè della volontà delle transnazionali e dei governi imperialisti che utilizzano gli alimenti come strumento di pressione politica. Basti vedere quello che si fa in Africa, quello che hanno fatto in Vietnam e che ora stanno facendo con il governo neoliberista dell'India.
VENEZUELA – SVILUPPO ENDOGENO e BENE COMUNE
Lo sviluppo endogeno è un modello socioeconomico orientato a produrre, a partire da cinque grandi aree (industriale, mineraria, turistica, agricola ed energetica) le trasformazioni necessarie a garantire il Bene comune in tutto il territorio venezuelano, attraverso le potenzialità e le risorse locali, secondo le decisioni adottate dalle comunità stesse e nel rispetto dell’ambiente. Un modello di sviluppo orientato alla CRESCITA PRODUTTIVA CON INCLUSIONE SOCIALE, eliminando progressivamente la dipendenza dal petrolio e stimolando la produzione locale, con la partecipazione di tutti i venezuelani, attraverso diverse forme di proprietà e di rapporti di produzione (e, dal punto di vista politico-istituzionale, attraverso la creazione dei consigli comunali, una sorta di governo comunitario finalizzato a promuovere la democrazia partecipativa nel Paese). Sviluppo endogeno significa, insomma, essere capaci di produrre gli alimenti che si consumano, i vestiti che si indossano, i beni di cui si ha bisogno, liberandosi dalla dipendenza economica, culturale e tecnologica. Per attivare tale modello, il governo ha stabilito un’interrelazione tra Nuclei di Sviluppo Endogeno e Missioni sociali, strumenti, questi ultimi, diretti a cancellare il debito sociale contratto dallo Stato nei confronti della popolazione povera. I Nude sono iniziative produttive nate all’interno di un territorio per incorporare gli esclusi al nuovo modello economico, attraverso cooperative o altre forme di organizzazione popolare, a partire dalle capacità e dalle potenzialità locali. I Nude costituiscono il maggiore sforzo di pianificazione partecipativa dell’economia.
Il progetto popolare significa riorganizzare l'economia e il regime politico, affinché la produzione e la ricchezza del Paese siano in funzione delle necessità della popolazione e non del capitale. Così oggi abbiamo bisogno di identificare le cause degli squilibri sociali che hanno trasformato la nostra società nella più diseguale del mondo: la concentrazione della ricchezza, del reddito e della terra, la concentrazione e il monopolio dei mezzi di comunicazione e la colonizzazione culturale che le élite internazionali tentano di imporre al nostro popolo. Un progetto popolare è il tentativo di affrontare questa concentrazione. Ed è il dibattito nella società e con il popolo che darà i contorni a questo progetto. Perché questo non è un esercizio accademico, appena teorico, ma deve necessariamente essere incorporato all'idea del popolo che è possibile organizzare la nostra economia e la nostra società su altre basi.
CONGO /TOUADI JEAN-LEONARD TOUADI
giornalista e scrittore. "Africa la pentola che bolle" (2003-EMI) e "Congo" (2004-Ed.Riuniti) sono i suoi ultimi libri. Scrive tutti i mesi su 'Nigrizia' . RFIUTIAMO IL CONCETTO DI SVILUPPO
In breve, abbiamo preso atto, dobbiamo prendere atto, del fallimento del progetto dello sviluppo. Lo sviluppo non ha prodotto i risultati promessi, ma ha destrutturato realtà essenziali per le comunità e società africane. E tutti noi, io per primo, critichiamo questo sviluppo. I suoi sostenitori hanno cercato persino di farci venire dei sensi di colpa e di indurci a chiederci che cosa non funziona in noi dal momento che siamo sottosviluppati, come dimostra il libro di Axel Kabou, Et si l’Afrique réfusait le dévelopment. NOI RIFIUTIAMO IL CONCETTO DI SOTTOSVILUPPO. Anzi, forse siamo stati inadeguati allo sviluppo imposto dagli altri, proprio perché non ci appartiene. D’altra parte, c’è qualcosa di malsano nel fatto di chiedere alla vittima che cosa in lei non ha funzionato e l’ha resa tale. È la domanda che si fanno anche gli abitanti del villaggio descritti da Cheik Hamidou Kane in L’Aventure ambigüe: Perché siamo stati sconfitti? Poiché siamo stati sconfitti, andiamo a scuola da coloro che hanno vinto per imparare da loro l’arte di vincere senza avere ragione. Ma più abbiamo imparato la loro arte, più abbiamo seguito la loro razionalità, la loro idea di progresso, di universalismo, di dominio della natura, di razionalità quantitativa, meno risultati abbiamo conseguito per i nostri popoli. Siamo solo diventati altri da noi stessi. Oggi, dopo tanti anni di studi, di approfondimenti, fatti con passione e con la consapevolezza di avere la missione prometeica di rubare il fuoco agli dèi per portarlo alle masse africane, sono giunto alla conclusione, insieme a molti altri, che questo segreto è rimasto in Africa. E non nell’Africa ufficiale, nell’Africa della politica ufficiale, nell’Africa dell’economia ufficiale, poiché dal punto di vista macroeconomico, dei grandi numeri, qualsiasi statistica della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale dimostra ampiamente che l’Africa ufficiale ha fallito. Quale soluzione? Quale alternativa? La risposta è quasi banale. Bisogna ritornare a ciò che negli ultimi quarant’anni e negli ultimi cinque secoli ha permesso all’Africa di vivere, di sopravvivere. Io stesso e altri autori abbiamo coniato espressioni bellissime: les Afriques indociles (le Afriche indocili); l’anthropologie de la colère (l’antropologia della rabbia); la culture de l’indiscipline (la cultura dell’indisciplina). Coloro che constatano il fallimento dell’Africa ufficiale, dell’economia ufficiale, si organizzano al di fuori dei circuiti ufficiali e pescano nella grande ricca foresta dell’informale, dell’economia popolare, delle società che rifiutano l’Africa ufficiale. La cultura dell’indisciplina è essenzialmente la cultura delle persone che hanno imparato a ottimizzare l’anarchia. Occorre creare strumenti nuovi per penetrare in questa nuova realtà dell’Africa indisciplinata, dell’Africa indocile. Dobbiamo prestare attenzione a quest’Africa. Anzitutto, perché rappresenta la maggioranza degli abitanti del continente (l’Africa, una pentola che bolle). Dobbiamo scoperchiare questa pentola nella quale bollono ingredienti di grande valore e forza. In secondo luogo, perché è la parte più innovativa del continente africano. La politica ufficiale, l’economia ufficiale non hanno innovato nulla. Hanno solo importato modelli venuti da fuori, mentre quest’Africa, oltre a resistere, ha innovato, reintroducendo valori che l’economia ufficiale aveva espulso. Questo è fonte di ottimismo, non di pessimismo. L’Africa è in piedi, non è morta. Ma l’Africa non ha intenzioni didattiche. I poveri che inventano il loro quotidiano non pretendono di porsi come modello e norma per gli altri. Se gli altri vogliono, se hanno occhi, se desiderano, se sentono la mancanza di qualche cosa, possono, e io direi devono, guardare a quest’Africa, perché l’idea dello sviluppo ha mostrato drammaticamente la coda in Africa, non ci ha fatto uscire da quella che Marx nel Capitale chiama la necessità del mangiare, del bere, del curarsi, dell’apprendere, ecc., non ci ha lasciato alcun margine per il sorriso, la danza, la gioia, la comunione. L’altra Africa ha risolto i problemi della necessità, ha concesso anche il superfluo, ma questa forma di sviluppo misura tutti i giorni che il benessere coincide con il sentirsi bene in termini qualitativi, in termini relazionali. Forse è proprio qui il punto di giuntura dello scambio possibile, auspicabile, ma io dubito che l’Europa, abituata a dare, a essere una sorta di bancomat ambulante, possa accettare di ricevere. Occorre un cambiamento, ma non so se l’Europa è pronta a cambiare. Quando sarà pronta per l’appuntamento del dare e del ricevere l’Africa porterà il suo specifico contributo.
20 anni fa Thomas Sankara (presidente del Burkina Faso, ucciso nel 1987) parlava di “decolonizzare” la mentalità africana e di “contare sulle proprie forze”, di vivere all'africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall'Europa: "Non c'è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni". "Consumiamo burkinabè", si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l'industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il faso dan fani, l'abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi. Mi sembra che queste idee siano vicine a quelle di Latouche, che parla di decrescita per il nord, come diminuzione della pressione eccessiva sulla biosfera e condizione necessaria per la realizzazione della giustizia sociale ed ecologica, e per il sud, di un “doposviluppo”, che potrebbe essere “doposviluppismo”, secondo la terminologia usata in America Latina, che porti i paesi del sud a riprogettare il loro futuro non imitando i modelli altrui (su questo, sull’imitazione degli USA, che hanno imitato l’Europa, sono molto dure le parole di Fanon, che parla della genesi di mostri)
LATOUCHE: SI A “UN’ALTRA CRESCITA”, SI AL PROGRESSO
decrescita non vuol dire crescita negativa. E’ concepibile solo in una società della decrescita con un’organizzazione sociale completamente diversa, nella quale viene messo in discussione il ruolo centrale del lavoro, in cui le relazioni sociali prevalgono sulla produzione ..... , si potrebbe parlare di un’altra crescita per il bene comune.... aspirare a una migliore qualità della vita e non a una crescita illimitata del PIL. SI AL PROGRESSO (legato alla bellezza dei paesaggi, alla purezza dell’acqua ecc). C’è molto da inventare in questa direzione. Non tecnofobia e antiprogressismo. Ma per il nord diminuzione della pressione eccessiva sulla biosfera, condizione necessaria per la sopravvivenza del nord e la realizzazione della giustizia sociale ed ecologica nel resto del mondo. Uscire dallo sviluppo e dall’economicismo, uscire dall’agricoltura produttivistica ....per mettere fine a mucche pazze e aberrazioni transgeniche.
PER IL SUD si tratta non tanto di decrescere (e nemmeno di crescere) quanto di riannodare il filo della loro storia spezzato dalla colonizzazione, imperialismo e neoimperialismo... per riappropriarsi della propria identità. Potrebbe essere saggio ridurre la produzione di alcune colture speculative da esportazione... di prodotti di lusso e aumentare le colture alimentari. Rinunciare all’agricoltura produttivistica del nord e fare riforme agrarie ...Spetta a loro organizzare il doposviluppo
Vittorio 9.1.07
Cara Serena, hai fatto bene a inviarci alcuni testi di personaggi del Sud del mondo. Mi sembra che – tenuto ovviamente conto delle diversità di situazioni politico-economico-sociali nel cui quadro di esprime ciascuno di loro – vi sia una comune tematica di fondo:
Se può interessare la mia opinione personale, vi allego un mio scritto di un anno e mezzo fa sui villaggi della Guinea Bissau. Inoltre suo sito web a mia cura potete trovare, nella sezione AFRICA, sotto il titolo “Ripartiamo dai villaggi”, il saggio di Lino Bicari (un missionario che trent’anni prima era passato alla guerriglia di liberazione della Guinea Bissau dal dominio portoghese) citato nella nota 4 allo scritto di cui sopra. Sullo stesso sito web, a p.6-8 del papiello “Sul concetto (e sulla realtà) dello sviluppo”, c’è una sintesi del libro di Axelle Kaabu “E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?”, un’autrice camerunense, in realtà, molto “sviluppista”. Potrete avere così un “ventaglio” delle diverse opinioni sull’Africa.
Una diversità notevole sta emergendo del pari – è chiaro – nei nostri colloqui sulla questione dello “Sviluppo” in generale. Ma questo è positivo. Se avessimo tutti le stesse idee, a che pro’ dialogare? Allegato al messaggio di V. del 9.1.07:
CULTURE TRADIZIONALI AFRICANE
Si può ritenere che abbiano un futuro le cosiddette culture tradizionali africane? Fra pochi decenni esisteranno ancora gli innumerevoli villaggi in cui ha vissuto, lavorato, amato, pregato, fatto festa, patito carestie e malattie la maggior parte della gente “nera”? Perverrano ad adattarsi alla modernità (un economista direbbe “a stare sul mercato”) queste comunità autonome e tendenzialmente autosufficienti, formatesi e consolidatesi nel corso dei secoli, dove governano gli anziani, dove tanto è netta la divisione di ruoli tra sessi e “fasce di età”, quanto sono compenetrati fra loro riti religiosi, ritmi di vita e sistemi lavorativi? A parte idilliache e utopistiche nostalgie del “buon selvaggio”, domande di questo tipo possono nascere dalla constatazione che in molti Paesi africani, rivelatasi avventata e disastrosa la corsa all’industrializzazione dei primi tempi dell’indipendenza, l’unica prospettiva realistica è lo sviluppo dell’agricoltura. E poiché questa attualmente è organizzata ancora, in larga misura, sulla base appunto dei villaggi, quel che ci si può chiedere, in definitiva, è se per lo sviluppo delle campagne, strada maestra del progresso di tali Paesi, si debba partire dalle “culture tradizionali”, in tal caso assumendole come disponibili alle necessarie innovazioni purchè se ne trovino i modi giusti, ovvero le si debbano considerare come un ostacolo, di cui è auspicabile la scomparsa a breve termine. Il ventaglio delle opinioni è aperto a 180 gradi fra osservatori e operatori sia interni che esterni. Poiché la limitata esperienza dello scrivente si svolge nella Guinea Bissau, vediamo qualche esempio dei pareri espressi sulla questione con riferimento a questo Paese, particolarmente misero e arretrato ma ricco di varietà etniche e quindi di versioni culturali, non però fondamentalmente dissimili, siano esse di tipo puramente autoctono ovvero influenzato, ma solo fino a un certo punto, dall’adesione all’islamismo. Basil Davidson, appassionato studioso inglese della civiltà africana, ha riportato in un suo libro alcune pagine di diario scritte quando partecipò, come simpatizzante, alla guerriglia per l’indipendenza diretta da Amilcare Cabral. «Stiamo vivendo qui – vi si può leggere – in capanne col tetto di paglia, non dissimili da tutte le altre capanne che gli abitanti dei villaggi costruiscono da tempi immemorabili. Eppure le casse accatastate fuori sono contenitori per granate da 75 mm. […]. I giovani mi hanno mostrato i grossi mortai e le varie armi automatiche, hanno posato in gruppo per una fotografia e mi hanno chiesto di cose lontane che riguardano il vasto mondo. Due di essi mi hanno portato i loro sillabari e i libri di scuola, ed erano fieri di imparare a leggere e scrivere […]. Hanno un piede in ciascuno dei due mondi, il mondo del villaggio, il villaggio balante primitivo, e il mondo della guerra per l’indipendenza nazionale, per un’istruzione moderna, per una nuova libertà. Ma non c’è dubbio: il piede che li guida si trova nel secondo di questi mondi1». Renato Aguilar e Mario Zejan, professori di economia all’Università di Gotemberg, dopo aver documentato, in un saggio di dieci anni or sono, la centralità dello sviluppo agricolo in un Paese come la Guinea Bissau, hanno cura di precisare: «Sia ben chiaro che questo obiettivo è incompatibile con la conservazione delle forme tradizionali di produzione e di organizzazione sociale2 ». Il missionario italiano Luigi Scantamburlo, che da decenni vive col popolo dei Bijagò, abitatore dell’omonimo arcipelago prospiciente le coste guineensi, si ispira a una linea di mediazione tra il vecchio e il nuovo. La sua tesi di laurea in etnologia, in cui quelle genti sono studiate approfonditamente da tutti i punti di vista, si conclude infatti così: «Il popolo bijagò ha subìto e continua a subire cambiamenti dovuti ai contatti e agli eventi occorsi dopo l’indipendenza. E sono pronti a cambiare ancora, in ogni momento, se vedono che è vantaggioso. Qualunque politica innovatrice, però, si deve guadagnare il consenso degli anziani. Le nuove leggi devono quindi rispettare le regole e la struttura del villaggio, altrimenti i Bijagò resisteranno, come già fecero di fronte all’insipienza del potere coloniale, che voleva obbligarli ad assimilarsi ai portoghesi. Nella situazione attuale, data la strada imboccata dal Paese, il popolo bijagò correrà dei pericoli. La sua cultura potrebbe sparire nel corso di una generazione, a meno che gli anziani decidano di partecipare ai nuovi processi e ai nuovi orientamenti ideali avviati nel settembre del 19743 . Lino Bicari – già missionario del PIME, passato alla guerriglia, investito di importanti incarichi dal governo guineense subito dopo la liberazione, allontanato dai suoi confratelli qualche anno appresso, quando ormai non serviva più da riparo politico – caldeggia un ritorno al principio cabraliano “costruire lo Stato e lo sviluppo del Paese a partire dal villaggio”. Scrivendo nel 2004, Bicari suggerisce «una conciliazione della modernità con la tradizione». Consapevole, peraltro, che i villaggi di adesso sono cambiati, a suo giudizio in peggio, propone loro di cominciare dal «rifare ordine in casa propria», identificando «i propri capi legittimi» e tornando a vivere con coerenza «secondo la legge consuetudinaria». Li invita insomma a «chiarire e riorganizzare tutto ciò che di anomalo è storicamente accaduto e persiste nelle comunità». Sulla base e a condizione di questo restauro, il Bicari propone una complessiva, radicale riforma politica e costituzionale, prospettando uno Stato guineense in cui al potere di tipo moderno, poggiante sull’Assemblea nazionale e sulla distinzione dei poteri, se ne affianchi, con pari dignità e capacità decisionale, un altro espresso dalle istanze di villaggio e di territorio, facente capo a una Camera bassa4 . Sembra però più plausibile distinguere tra il problema dello sviluppo agricolo e quello della sopravvivenza o meno delle “culture tradizionali”. La questione vera è la prima: si ha ragione quando si sottolinea, richiamandosi a Cabral, che l’agricoltura è prioritaria per il progresso di Paesi africani come la Guinea Bissau. Quanto alla “civiltà dei villaggi”, è chiaro che si tratta di un modo storico di organizzare la vita associata e che, come tutti i prodotti storici, non è eterno. Il fatto che dura da secoli non significa che durerà (o dovrebbe durare, o sarebbe bene che durasse) per sempre. Si può auspicare semmai – questo si – che le necessarie trasformazioni in direzione della modernità avvengano senza rotture traumatiche, quindi senza disperdere l’essenza dei fondamentali valori umani di solidarietà e di disciplina comunitaria, che per tanto tempo hanno garantito questo tipo di civiltà. Tali valori, in effetti, si sono affermati in quanto necessari alla stessa sopravvivenza fisica del villaggio e alla sua continuità. Prendiamo l’etnia “tradizionalista” (non islamizzata) dei Balanta, la più numerosa nella Guinea Bissau. Vivono principalmente del riso coltivato da loro stessi. Ma è un lavoro duro, con precise cadenze stagionali, con metodi, regole e accorgimenti tecnici che non ammettono errori. In aprile o maggio si fa l’aratura; a luglio e agosto, nel pieno della stagione delle piogge, si governano le acque necessarie alla risaia, con un sistema molto ingegnoso (si fa entrare alternatamente acqua marina e fangosa per diserbare e concimare, e acqua piovana per dilavare e de-salinizzare, fino a far rimanere sui solchi acqua dolce al livello voluto); si semina il riso in vivai e verso la fine di agosto si trapiantano ad uno ad uno i germogli nella risaia, difendendoli poi da insetti, roditori e passeri; in dicembre o gennaio si raccoglie, si trebbia, si setacciano i chicchi, li si trasportano infine nel villaggio per immagazzinarli. Ora, con i mezzi primitivi a disposizione, questo processo non potrebbe svolgersi con soddisfacente regolarità ed esattezza se non vi fossero regole precise, anzi ferree, in virtù delle quali ciascuno dei due sessi e ogni “fascia di età” ha i suoi compiti da svolgere man mano, sotto la guida e la sorveglianza degli anziani. Ma c’è di più. Ogni fase lavorativa, ogni momento della vita – da quelli cruciali come la nascita, l’iniziazione, il matrimonio, il funerale, a quelli della quotidianeità - è accompagnato e, per così dire, autenticato da appositi riti religiosi celebrati secondo modalità minuziose. Con questi riti s’intende propiziarsi gli spiriti benevoli e le anime degli antenati, la cui presenza e la cui protezione su ciascuna decisione da prendere, su ciascun atto da compiere, sono sentite come indispensabili e quasi fisicamente reali. Ogni morança (gruppo di capanne dove abita un clan familiare e che concorre con le altre a costituire il villaggio), oltre ad avere la sua capanna sacra, è piena, dentro e fuori delle abitazioni, di oggettini, fiocchetti, ramoscelli votivi, per non parlare degli amuleti di vario tipo indossati dalle persone (suscitano particolare tenerezza quelli appesi dalle mamme in prossimità del sesso dei loro bambini maschi). In definitiva, sembra si possa dire che questi villaggi si sono fondati e si fondano su una ispirazione o concezione o visione della vita e del mondo, di tipo conservatore-difensivo, e perciò solidaristico-comunitario-gerontocratico. Per secolare esperienza, questa gente sa bene quali pericoli la circondano e la minacciano, dagli animali e vegetali nocivi alle siccità, alle invasioni di cavallette, alle epidemie; sa quanta fatica richieda produrre gli alimenti inispensabili; sa quali danni possano arrecare comportamenti anomali, irriguardosi, egoistici. E’ quindi per necessità di sopravvivenza che tende a stringersi in un’organizzazione sociale coesa e governata da norme tanto dettagliate quanto rigide, sacralizzate, che nessuno si sogna di trasgredire per non essere svergognato e messo al bando. Come si vede, i valori etici di solidarietà, altruismo, disciplina, spirito comunitario, si sono affermati nella civiltà dei villaggi per precise ragioni e in precise condizioni storiche. Traghettarli in un contesto moderno non sarà facile. Potrà forse accadere, se gli africani riusciranno a costruirsi una modernità il meno possibile imitativa e dipendente, e il più possibile congeniale a loro stessi. Detto questo, sta peraltro di fatto che attualmente i villaggi ci sono ancora, e continuano a essere le sedi principali dell’agricoltura: è quindi con essi, o soprattutto con essi, che deve tuttora fare i conti chiunque voglia dare una mano per lo sviluppo rurale. Ma con chi è più vantaggioso rapportarsi all’interno dei villaggi odierni? Certo, poiché governano gli anziani (e nella misura in cui lo fanno ancora realmente), la loro approvazione è necessaria. Ci si dovrebbe essere accorti, però, che nei villaggi le persono più vive, più aperte, più vogliose di progredire, sono le donne. Sono loro che chiedono al “bianco” – se e quando ne sentono il bisogno – di scavare pozzi come Dio comanda vicino casa, di aiutarle a coltivare razionalmente gli orti fornendole di sementi e antiparassitari adatti, a commercializzare le eccedenze, e così via. E se si offre loro di aggiungre qualche ora settimanale di alfabetizzazione ai tanti lavori domestici e agricoli di cui è già piena la loro giornata, accettano con entusiasmo. Durante il mio ultimo soggiorno nella cittadina guineense di Mansoa – dove ha sede l’associazione locale “A,B,C, solidariedade e paz-Guiné Bissau”, gemella di “A,B,C, solidarietà e pace-ONLUS” alla quale collaboro – ho assistito fra l’altro a riunioni di donne di villaggio che stavano imparando a leggere e scrivere. Un recinto di frasche, banchi e sedili di bastoni, una ventina di donne molte delle quali col bambino sulle ginocchia o al seno, tutte a sillabare in coro “ba, be, bi, bo, bu” seguendo le indicazioni dell’insegnante sulla lavagna. Poi lezione di igiene domestica e di taglio e cucito. Queste stesse donne sono state protagoniste, nei loro villaggi, dei festeggiamenti per l’8 marzo. La relazione di Segunda – che li aveva organizzati come attivista della predetta associazione – si conclude così: “Le donne hanno partecipato in massa. Sono rimaste molto soddisfatte. Era la prima volta – hanno detto – che avevano saputo dell’8 marzo e ne avevano capito bene il significato. Hanno auspicato che questa celebrazione si faccia ancora negli anni a venire, e che si ripeta molte volte nella loro vita”. Perché, quando vado in qualcuno di questi villaggi, accade spesso che le donne mi invitino a mangiare il riso con loro, mi mettano in braccio i loro bambini, mi diano segni non solo di rispetto ma anche di affetto? Perché sono un “homem grande” (un anziano)? O perché sono un amico che viene da lontano e la mia presenza rafforza in loro la speranza in un futuro di più ampio respiro?
N O T E
1. Basil Davidson: La civiltà africana. Einaudi, Torino 1997, pp.223-226.
2. Renato Aguilar, Mario Zejan: Ajustamento estrutural na Guiné Bissau, in “Soronda” n.17/gennaio 1994.
3. Luigi Scantamburlo: Etnologia dos Bijagós da ilha de Bubaque. Lisbona 1991.
4. Lino Bicari: Reorganização das Comunidads Rurais, base e ponto de partida para o desenvolvimento moderno da Guiné Bissau. In “Soronda” n.s., n.8 / luglio 2004.
Raffaele 10.1.07
“SVILUPPO” E OLTRE: COME SONO VERAMENTE ANDATE LE COSE?
1. La crescita economica moderna (cioè lo “sviluppo”) è un insieme di fatti, non una concezione del mondo, anche se alcune concezioni del mondo sembrano avere contribuito, insieme con altri fattori, a determinare tali fatti nelle loro prime manifestazioni (e ancora nei loro attuali svolgimenti)
2. Dove, quando e finché la crescita economica moderna ha avuto luogo, ha avuto anche luogo il più grande aumento mai osservato di opportunità di vita (cioè di scelte effettivamente possibili, e insomma di libertà) per il più grande numero di persone viventi.
3. I fondamenti essenziali della crescita economica moderna sono comportamenti-tipo e regole che fanno della terra e del lavoro (quindi della natura, e della naturale umanità), oggetti senza qualità intrinseche, senza alcun fine inerente, alienabili e intercambiabili (ossia “merci”). La “rivoluzione industriale” è una conseguenza della crescita economica moderna (così innanzitutto comparsa), e non viceversa (Bairoch, Landes).
4. Ciò non deriva da alcun preciso atto di volontà. Nessuno avviò consapevolmente la crescita economica moderna, cioè nessuno fece qualcosa avendo già in mente ciò che a un certo punto si è manifestato come tale. Le teorie e gli insiemi di valori strettamente collegati alla crescita economica moderna sono razionalizzazioni a posteriori (quantunque l’origine del fenomeno possa essere ricondotta anche a intuizioni profonde o a scelte morali fondamentali non direttamente ordinate a ciò).
5. Le più chiare e le più oneste tra le razionalizzazioni successive della crescita economica moderna, intesa in questo senso (e dunque non ancora ricondotta ad occasione e metafora di concetti antropologici più generali) corrispondono a valutazioni empiriche. Il loro argomento è la semplice constatazione che, riconoscendo alle persone la più completa autonomia nella ricerca dell’utile in relazione agli altri e alle cose, sono sempre stati raggiunti quei massimi di cui al punto 3; quindi, si sconsiglia di ricorrere ad altri metodi in vista di quello scopo.
6. Lo stesso marxismo parte da quelle razionalizzazioni successive (vedi il primo capitolo del Manifesto). Marx condivide la constatazione che il lavoro ridotto ad altro da sé (cioè a merce) diventa con ciò massimamente produttivo, e per tale via egli crede che possa crescere di potenza fino a premere con successo contro le stesse condizioni che lo hanno ridotto a ciò (i rapporti di produzione capitalistici), cioè fino a rompere tale involucro e riappropriarsi di se stesso come fine per sé (“pratica attività sensibile”), ma a un livello incomparabilmente superiore e soprattutto universale.
7. Quanto, appunto, all’universalità, Marx era (in fondo) un po’ eurocentrico. I concetti che egli enunciò in alcune pagine sui benefici apportati all’India (malgrado tutto, cioè dialetticamente) dal dominio inglese furono poi isolati ed enfatizzati dai social-colonialisti della Seconda Internazionale (che forse non le avevano neanche lette). Comunque Marx le aveva scritte. Insomma, tanto Marx quanto i suoi interpreti volgari di quel tempo predicevano un saldo finale globalmente positivo tra perdite e guadagni della colonizzazione in Asia (e in Africa?). Bisogna tuttavia notare che, al fine di assicurare veramente questo, in quelle stesse pagine Marx considerava comunque necessarie (rooseveltianamente) un po’ di rivoluzioni in quelle parti del mondo.
8. Lo stalinismo portò all’interno della metropoli bianca, anche se soltanto in una sua immensa periferia, inclusiva di significative e quasi determinanti componenti “aliene”, lo schema di fondo del social-colonialismo europeo nei confronti delle culture considerate arretrate. “Aliene” erano già precedentemente le campagne russe nei confronti di ogni forma di organizzazione sociale e statuale moderna, o anche proto-moderna. (Nel caso dello stalinismo, gli aspetti coattivi furono fortemente accentuati dal contesto di guerra mondiale e dalla conseguente anomia).
9. Le razionalizzazioni a posteriori dello sviluppo (o almeno certamente quelle non dialettiche, quindi escludendo per ora il marxismo) possono essere accostate - schematicamente - alle razionalizzazioni a posteriori (cioè alle ideologie apologetiche) delle forme tradizionali di società fondate sulla inalienabilità della terra, non importa se su base signorile o “primitivo”-comunitaria (Polanyi). Generalmente, queste si riferivano a un ordine cosmico e alla conseguente finalizzazione della terra al nutrimento (certo cioè, almeno per quanto l’ordine comportava, e in teoria, anche dei servi): non ad altro (non certo al denaro).
10. Queste razionalizzazioni, all’epoca del passaggio alla crescita economica moderna, erano tutto sommato egemoniche. Il “luddismo agrario” fu un fenomeno di resistenza popolare endemica nei confronti delle innovazioni riguardanti la produttività della terra e finalizzate alla sistematica commercializzazione del suo prodotto. Il paradigma giacobino (cioè lo schema idealtipico dell’alleanza tra borghesia e contadini nella Rivoluzione francese) corrisponde da un lato a fatti significativi, ma dall’altro non sembra poter essere generalizzato (senza considerare, naturalmente, il suo grande valore storico come mito e movente, fino a Gramsci). Piuttosto, un dubbio sussiste se durante la Rivoluzione francese il popolo “reale” (non quello anche giustamente idealizzato) non fosse costituito piuttosto proprio dai vandeani (Tilly). Sta di fatto che, per decidere la partita da questo punto di vista, la rivoluzione non trovò di meglio che diventare guerra, con tutte le pesanti e durature conseguenze. In Inghilterra, la Lega contro le leggi sul grano fu contemporaneamente anche per una “riforma” della legge sui poveri che equivaleva sostanzialmente alla fine dei pur miseri sussidi per la sussistenza imposta dai magistrati di Speenhamland (Polanyi). E, in relazione a ciò, è possibile che un concetto di causazione ideale sia utile e forse necessario al fine di chiarire se e come il passaggio alla condizione operaia sia stato abbastanza largamente vissuto, malgrado tutto, come una conquista di libertà (facendo riferimento, in questo caso, a fenomeni come il metodismo, e in generale all’egemonia culturale dei valori di un nuovo ceto medio).
11. La critica storica del paradigma giacobino e delle sue varianti (inclusa l’ “alleanza di produttori” talvolta immaginata quanto all’Inghilterra di Cobden) si può ripercuotere sull’intera interpretazione del trionfo della “società di mercato”, che sta alla base della crescita economica moderna e quindi della corrente idea di sviluppo. Lo schema marxiano delle forze produttive in crescita, che premono contro i rapporti di produzione dati, come inevitabile presupposto e motore di qualunque mutamento sistemico (“rivoluzione”) potrebbe qui rivelare alcune carenze anche gravi. Mentalità e correnti ideali sembrano avere una funzione autonoma e talvolta determinante. Sembra chiaro, in particolare, che i mutamenti connessi con l’avvento della “società di mercato” avrebbero riscosso un tasso di popolarità molto basso in ogni attendibile sondaggio d’opinione che fosse stato condotto tanto in Inghilterra quanto nell’Europa continentale per tutta la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento (quanto all’Italia, certamente questi tempi di neo-sanfedismo non sono i più indicati per ricominciare a combattere certi tabù, ma è un fatto che l’unico fenomeno realmente di massa collegato con il Risorgimento fu, ahimè, il brigantaggio).
12. Questa constatazione, se non smentita da altre osservazioni, può incoraggiare ulteriormente a concepire oggi un’idea di svolgimento storico che riscatti la natura e l’uomo dalla mera riduzione alla categoria di “merce”, e che sia quindi sciolta dal presente riduzionismo quantitativo, comportando anche l’introduzione di “impopolari” pratiche di sobrietà e di auto-limitazione come quelle suggerite da Latouche.
Vittorio 11.1.07
SU “SVILUPPO E OLTRE“ DI RAFFAELE
A proposito del punto 12 dell’appunto di Raffaele, 10 gennaio u.s. Le prime righe mi paiono perfettamente condivisibili:
«…concepire oggi un’idea di svolgimento storico che riscatti la natura e l’uomo dalla mera riduzione alla categoria di “merce”, e che sia quindi sciolta dal presente riduzionismo quantitativo,».
Credo invece che richieda qualche annotazione il seguito:
«comportando anche l’introduzione di “impopolari” pratiche di sobrietà e di auto-limitazione come quelle suggerite da Latouche»
In precedenti appunti ho qualificato come “utopiche” posizioni del tipo di quella del Latouche. Ciò non esclude anzi richiede, tuttavia, che vi si riconosca una grossa “verità interna”.
SE per “sviluppo” s’intende in linea di principio – come mi pare esatto – quella crescita dell’uomo che è comportata dalla natura storica dell’uomo stesso e che quindi è per lui vitale; e SE in questo concetto di crescita è compresa, del tutto logicamente, quella del suo bisogno, nel senso che il bisogno umano cresce via via di livello qualitativo (dall’iniziale bisogno “di sussistenza” ampiamente – ed esso pure storicamente – inteso, ai bisogni squadernati oggi, per quanto non ancora visti come tali, della pace, del dialogo tra le “civiltà”, del riequilibrio Nord-Sud, della preservazione della natura ecc.), ALLORA a ciascun livello storico del bisogno umano occorre far fronte (producendo, lavorando) in modi e misura ragionevoli, ossia proprio in quei termini di sobrietà che consentano di soddisfarlo sapendo che se ne presenteranno livelli ulteriori e preparandovisi.
SE INVECE si ristagna – come sta facendo oggi il c.d. “Occidente” (ma ormai non esso solo) – sul primo, iniziale livello del bisogno umano, fino ad aberrazioni della produzione e del consumo così estreme da non poter non essere foriere di esiti catastrofici, ALLORA hanno ragione il Latouche e molti altri a protestare e a cercar di mettere un “alt”.
Questa loro innegabile “verità interna”, tuttavia, può essere raccolta solo andando avanti, solo accorgendoci del nuovo livello di bisogni che pur sono con tanta chiarezza davanti ai nostri occhi, e comportandoci di conseguenza, orientando di conseguenza l’attività umana. Altrimenti lo “anti-sviluppismo” è destinato a restare quello che è: un rifiuto astrattamente moralistico, disarmato, inefficace, e non privo di un risvolto “retrogrado”.
Raul 12.1.07
COME PROSEGUIRE LE RIUNIONI
Premessa
I primi incontri hanno già dato occasione a una mole di interventi davvero assai ricchi e stimolanti. Questo conferma sia la voglia di discutere fra noi, sia il carattere cruciale del tema scelto (e una cosa è più importante dell’altra). Il “recupero del pregresso”
Sembra tuttavia che i vari appunti si relazionino poco fra loro e servano piuttosto a portare al discorso comune il contributo delle proprie precedenti esperienze di riflessione. Forse questa fase (che io definirei del “recupero del pregresso”) è del tutto necessaria, e dunque da organizzare in quanto tale, ma ha poco a che fare con una discussione impiantata ex novo e, soprattutto, è una fase che rischia di esaurirsi su se stessa. Ci serve molto, tuttavia, questa fase, sia per omogeneizzare il gruppo di ricerca, dotandolo ad es. di un lessico davvero comune (ad es. io credo di capire che cosa significa il fatto che Vittorio pronuncia la parola capitalismo in un modo del tutto speciale, dicendo cioè capital-ismo…, ma questo andrebbe esplicitato e condiviso pienamente). Sia perché le idee, anche se non sono nuovissime, a ripeterle in collettivo si chiariscono e migliorano ogni volta. Faccio due proposte (alternative) al riguardo: o (a) affidare (a Vittorio e Alberto?) un breve ciclo di lezioni che servano a fare il punto e a consolidare il patrimonio comune “di partenza” (per dire così); oppure (b) dedicare ogni volta la prima parte della seduta (diciamo mezz’ora) solo a questo scopo. Il problema di metodo fondamentale
Vittorio ha posto, in luoghi diversi e talvolta indirettamente, un problema di metodo fondamentale, cioè il rapporto tra il “cosa” e il “come”, che io riassumerei così: il cercar di capire cosa sarebbe necessario in via di principio non deve essere ostacolato da obiezioni immediatistiche sull’eventuale difficoltà del come ottenerlo. Forse sta qui la positività, sia pure parziale ma necessaria, del pensiero utopico (a cui ancora Vittorio ci ha richiamato, citando Rodano): il pensiero utopico tratta del “cosa” è necessario fare e non si lascia soffocare nella culla, né disturbare, dalla petulante domanda sul “come”. Confesso che la proposta di separare rigorosamente i due piani mi è sembrata suggestiva e convincente. Poi però ci ho ripensato: il nostro tema deve tenere presente fin dall’inizio anche il “come”, perché il “come” riguarda essenzialmente la politica, cioè (oso dire) l’operazionabilità umana della storia; ciò significa che questo “come” ci aiuta a capire anche il “cosa”. Vittorio stesso allude al fatto che la maturità storica dei problemi (cioè la loro urgenza politica) indica anche il cammino della ricerca e della soluzione (e forse le contiene). Propongo quindi, un po’ opportunisticamente, di adottare qui una dialettica dei distinti (absit iniuria…) e di concordare che il “come” deve essere usato fra noi solo in positivo, quale occasione per capire in avanti, e mai in modo banalmente repressivo. Proposta di articolazione, disciplinare, del tema e del nostro lavoro
Fra le difficoltà del tema c’è l’impossibilità (emersa, se non sbaglio, nel secondo incontro) di articolarlo storicamente in modo soddisfacente, data l’origine recente (e dubbia) del concetto/problema. Resta però la possibilità di articolare il tema sotto il profilo disciplinare (da intendersi, beninteso, come differenziazione del “punto di vista” che si coniuga però con uno sforzo sempre unitario e ricompositivo dell’analisi):
1. in economia anzitutto (la voce “Sviluppo/sottosviluppo dell’Enciclopedia Einaudi, di Paul Bairoch, che sarebbe forse utile leggere insieme, è in realtà una
storia della rivoluzione industriale e del capitalismo: non a caso, direi).
2. “Sviluppo” in filosofia (chi ha pensato, e come, quando e perché) lo Sviluppo?
3. “Sviluppo” in biologia (non per caso la stessa Enciclopedia Einaudi reca una voce “Sviluppo e morfogenesi” di Claude –P. Bruter, che io mi sono ben guardato
dal leggere...).
4. “Sviluppo” in psicologia (dell’età evolutiva?).
5. “Sviluppo per l’etnologia e l’antropologia culturale (qui il tema si intreccia, mi sembra, con quello, cardine della disciplina, delle diversità).
6. “Sviluppo” per la teologia, cattolica e no (qui il tema si intreccia, mi sembra, con quello del messianismo).
7. “Sviluppo” per la storia e la politica (quali correnti hanno fatto loro il tema dello Sviluppo e come l’hanno declinato: qui il tema s’intreccia, mi
sembra, con quello del rapporto fra progresso e rivoluzione)
8. etc.
C’è un punto a cui queste diverse riflessioni portano tutte, che è quello dell’ antropologia filosofica (mi colpisce molto che Alberto abbia usato lo stesso passo dei “Quaderni” di Gramsci “Che cosa è l’uomo?”, Q.7, par.35, su cui io lavoro da un po’ di tempo: vorrà dire qualcosa?)
I sei o sette (o tre o ventinove) approcci disciplinari potrebbero essere delegati a noi stessi, o (in casi del tutto eccezionali!) ad autorità esterne, e servire da titolo di uno o più incontri. La scadenza fissa, settimanale o al massimo bi-settimanale, mi sembra buona e da conservare.
Vittorio 14.1.07
La discussione sullo “Sviluppo” è nata un po’ casualmente, partendo da certi miei interrogativi al riguardo che inviai il 24 novembre 06 ad alcuni amici dicendo «nella speranza-illusione che qualcuno mi risponda». Alcuni lo hanno fatto, e abbiamo tenuto le nostre riunioni da Alberto. Mi pare però che, oramai, ciascuno abbia espresso abbastanza bene la sua opinione e che proseguire ancora sullo stesso tema non ci porterebbe molto lontano. Ha ragione Raul a parlare – nell’appunto consegnatoci brevi manu venerdì 12 - di «una fase che rischia di esaurirsi su se stessa». D’altra parte, visto che abbiamo creato questo strumento dello scambio d’idee periodico tra alcuni amici affiatati, sarebbe un peccato buttarlo via.
Proprio lo scorso venerdì è emersa un’altra prospettiva: portare il discorso su un terreno più politico, spostandolo – come dice Raul – dal “cosa” al “come”. E aggiunge: «…il “come” riguarda essenzialmente la politica, cioè (oso dire) l’operazionabilità umana della storia; ciò significa che questo “come” ci aiuta a capire anche il “cosa”». Da parte sua, Raffaele ha espresso chiaramente il suo preminente interesse per la politica. Io ho osservato che anche l’esperienza “trimestralica” fu essenzialmente una battaglia politica, e gli approfondimenti teorici furono affrontati in funzione di essa.
Rebus sic stantibus, proporrei:
1. di spostare appunto il colloquio proprio sul terreno del “come”, su temi politici decisivi per sbloccare la situazione nella quale ci troviamo, molto
seria (non possiamo dire “disperata” perché allora resterebbe solo di raccomandarci l’anima).
2. a tal fine partirei dallo scritto di Raffaele sul “Partito nuovo”. Lui acconsente. Se non l’avete, lo potete trovare nel sito a mia
cura www.katciu-martel.it in testa a tutto.
3. nulla vieta, comunque, di parlare anche di altri temi teorici, trovando però il modo pratico di non accavallare i discorsi.(1)
(Dal punto di vista “operativo” c’è l’esigenza che tutto ciò – sul “cosa” e sul “come” – non vada perso. La rete informatica, senza voler escludere la carta, si presta a tanti usi ed è molto più economica. Si potrebbe trovare un tecnico che ci organizzi qualcosa)
SIETE D’ACCORDO? Se si, potremmo fare come detto sopra, ai punti a) e b), a partire dalla prossima riunione, che potrebbe aver luogo venerdì 26 gennaio, sempre da Alberto.
(1) Uno di questi temi potrebbe essere quello cui accennavo ieri sera partendo dall’impiccagione di Saddam. E’ lecito dire che certi valori, esigenze, principi etici sono validi in sé, universalmente per il genere umano, a prescindere dal modo e misura in cui sono (o non sono) sentiti e applicati nelle diverse culture? A mio parere la questione è essenziale per fondare il concetto di rivoluzione. E’ vero che la fanno determinate forze sociali contro altre, ma le forze del “nuovo” si sono sempre mosse appellandosi (e se non l’avessero fatto, la loro azione non avrebbe avuto successo) a un determinato giudizio critico sull’esistente. Il quale giudizio è pronunziato appunto in nome di principi universali, ovviamente secondo la consapevolezza e la capacità di esprimerli che si è storicamente pervenuti ad avere.