Precisamente, allora, il “principio” o meglio l’idea-forza cui viene a rifarsi, a questo punto del proprio trend espansivo, la spinta reazionaria, non può consistere – come risulta già da quanto accennato poco sopra circa la riduzione monadistica da cui l’uomo si trova oggigiorno minacciato – se non nell’esaltazione codistica e incondizionata dell’individualismo. Da un lato, infatti, una simile esaltazione – che dobbiamo dunque annoverare come la quarta posizione ideale consona all’indirizzo reazionario – si contrappone evidentemente al solidarismo, alla necessità imprescindibile della presenza pubblica(1), alla comunitarietà d’intenti, al rispetto degli altri, al riconoscimento di obiettivi validi per tutti: viene insomma a contestare appunto quei fondamentali valori che hanno improntato di sé lo sviluppo democratico sotto la guida del movimento operaio, e che adesso – quando tale sviluppo è ormai entrato in aperta ma tuttora irrisolta antitesi con il capitalismo – finiscono per rivelarsi storicamente limitati, se non vengono assunti nel quadro innovatore di quell’edificazione rivoluzionaria di una nuova struttura della vita associata, che sola può garantire la loro ripresa, restituendoli al loro ruolo di necessarie espressioni della permanente sostanza umana. Dall’altro lato, l’esasperazione individualistica tende altrettanto chiaramente a giustificare, facendole apparire come inevitabili e persino come positive, quella disgregazione sociale, quella lotta incessante fra interessi particolaristici, quella rissa continua e generalizzata, che abbiamo visto essere, a suo tempo, portati e strumenti tipici del processo reazionario.
Nella sfera, poi, della prassi economico-sociale (sul piano insomma del tentativo – che abbiamo visto poco sopra essere obbligato per la stessa spinta antidemocratica – di una gestione in qualche modo unitaria dell’insieme della vita associata e quindi di una certa ricostituzione del “sistema”, per quanto effimera e comunque destinata a rimanere ancora in uno stato fluido), alla concezione individualistica viene logicamente a corrispondere, come strumento operativo a essa omogeneo, uno sforzo di ritorno al mercato in sostanziali termini “classici”, e dunque, oggi, nel modo più pedissequo e banale. Fuori, infatti, da ogni critica costruttiva del mercato stesso, che ne sappia distinguere l’essenza di dimensione permanente dell’attività economica dalla peculiare e distorta figura storica conferitagli dal capitalismo, quello sforzo di cui or ora si è detto non può tendere se non a un mero ripristino delle direttrici liberiste: il che vuol dire, in concreto, puntare precisamente a un’estremizzazione della forma individualistica che – dando luogo a un compatto e onniestensivo privatismo – caratterizza attualmente sia le basi giuridiche del processo produttivo(2), sia il momento del consumo, sia il rapporto fra l’uno e l’altro.
E’ dunque ben comprensibile come uno dei principali cavalli di battaglia dell’indirizzo reazionario consista nella lotta aspra e metodica contro i molteplici “lacci e lacciuoli” che, senza in realtà darle ordine, impacciano inutilmente la nostra economia. Ma dunque, non è solo come semplice conseguenza di una reazionaria ispirazione individualistica, bensì anche come esatta denuncia delle insufficienze della democrazia, di per sé, sul terreno economico, che una simile lotta viene intrapresa dalle forze antidemocratiche; e ciò rende ragione – ci sembra – del fatto che su questo terreno tali forze possono intervenire in modo persuasivo, anche se non certo egemone.
Né è quindi meno agevole rendersi conto della particolare energia con cui sempre quelle forze si battono contro le varie pratiche programmatorie, che aspirano – per così esprimerci - a costituire la sintesi razionalizzante e ordinatrice di quell’empiria in cui restano confinati i cosiddetti “lacci e lacciuoli”. Anche in questo secondo caso, infatti, lo schieramento reazionario viene favorito non solo dalla insufficienza degli indirizzi pianificatorii a dirigere sul serio la realtà economica delle società a capitalismo “maturo”, ma dalla medesima inadeguatezza di principio che essi rivelano rispetto alla questione di un effettivo rinnovamento rivoluzionario della struttura di tali società.
Certo, i reazionari pretendono in tal modo di liberare il mercato capitalistico dagli ostacoli che lo impacciano, e di restituirlo quindi a un suo libero e corretto esplicarsi. Ma in realtà, mentre l’idea individualistica viene consumando la distruzione di ogni valore richiamantesi in qualunque modo al solidarismo tra gli uomini, lo strumentale tentativo di restaurare il mercato – acriticamente assumendolo, come si è detto, nelle sue classiche forme liberiste, o più precisamente in quelle di un velleitario neo liberismo – non può davvero pretendere di affermarsi come un vero e proprio cardine della vita associata. In effetti, non si può non accorgersi, appena si scende sul terreno delle cose e dei fatti, che un simile tipo di mercato resta ben lontano dall’essere in grado di risolvere i problemi insorgenti di continuo nel concreto economico-sociale. Così, i criteri programmatorii possono ancora, sia pure a fatica e contrastatamente, tenersi in piedi, e si addiviene quindi, su questo decisivo terreno, a una sorta di sincretismo, o meglio a una simbiosi, quanto mai anomala, di forme e logiche opposte; anche se rimane evidentemente ferma l’esigenza di una decisione definitiva, la quale però, entro il contesto reazionario di cui stiamo parlando, non può non volgere precisamente nel senso dell’individualismo e quindi, correlativamente, della perseguita (e mai raggiungibile, di per sé) riaffermazione liberistica.