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Premessa...

Prosegue la trascrizione del saggio di Franco Rodano Alla radice della crisi – III – Idee e strumenti della manovra reazionaria. L’A. passa ora ad approfondire un terzo aspetto di tale manovra, consistente in un profondo stravolgimento ideale e pratico della democrazia.

ALLA RADICE DELLA CRISI – III – sesta parte
-di Franco Rodano-

Dalla “democrazia pura” al democraticismo rissoso, al rivoluzionarismo irrazionalistico, al terrorismo

Da un simile sviluppo di idee e da una incidenza siffatta, nel concreto storico, degli strumenti che rispettivamente ne discendono per il realizzarsi delle mete reazionarie, non può non derivare un terzo concetto, esso pure quanto mai propizio al successo della reazione. Si tratta – come ora vedremo – di un mutamento profondo nel modo d’intendere la democrazia, con il conseguente affermarsi di una nuova e massimamente distorta visione di essa.
La nostra Rivista – come presumiamo che i lettori ricordino – ha posto spesso in rilievo critico la concezione che abbiamo chiamato di democrazia pura, e che sino a poco tempo fa ha dominato larga parte della cultura e della prassi politica. Ha criticato cioè quella maniera d’interpretare la democrazia medesima, per cui essa viene a configurarsi come assorbente in sé ogni dimensione della politica, e dunque come capace, soltanto in virtù della propria crescita evolutiva, di garantire lo sviluppo ordinato della società in qualunque suo piano e aspetto. Dall’accoglimento di una tale visione – abbiamo appunto sottolineato – discende inevitabilmente, a sua volta, una concezione della politica che è insufficiente e a sostanziale carattere conservatore. Essa infatti punta su un solo momento della politica stessa: di preciso, su quello statico-garantista della vita democratica (incarnantesi nell’azione statuale), e ne esclude così, o non ne riconosce in maniera adeguata, l’altrettanto necessario momento dinamico, dato dall’iniziativa innovatrice e rivoluzionaria esercitata essenzialmente sul terreno della dimensione-partito.
Una volta rotti, tuttavia, quegli equilibri economico-sociali che in qualche modo avevano potuto esser fondati – come si è visto nei precedenti articoli di questa serie(1) – sulla temporanea composizione fra gli istituti democratici e l’assetto capitalistico, e che avevano offerto dei notevoli margini alla linea puramente conservatrice di tali istituti, e una volta prodottisi invece – quale diretto portato della crisi di quegli equilibri – gli eversivi fenomeni di generale bagarre corporativa e di frantumazione parimenti corporativa del potere, di cui abbiamo trattato poco sopra, è divenuto inevitabile il passaggio dal concetto di “democrazia pura” (pur nel mantenimento del suo esclusivistico errore di fondo, testé ricordato) a quello, ben più attivamente pernicioso, che possiamo definire di democraticismo dinamico. Quest’ultimo tende infatti a recepire i predetti fenomeni corporativistici e a riconoscerli come positivi, fino a dar loro una convinta legittimazione teorica e – per così esprimerci – istituzionale, configurando allora la democrazia come il terreno, più che dell’espressione, dello sfogo virulento e dello scatenarsi chiuso e prevaricatorio di tutte, contemporaneamente, le più disparate forze sociali, e in special modo di quelle che dai lenti e tranquilli ritmi evolutivi della “democrazia pura” rimanevano di fatto escluse o comunque emarginate(2), così da trovarsi adesso sospinte a cercare la propria rivincita con particolare acrimonia.
Per una tale strada, quell’aspetto eversivo e anarchistico che è insito alla democrazia di per sé, ma che (nel quadro del pur precario equilibrio fra capitalismo e istituti democratici) poteva restar contenuto e per così dire ovattato nell’ambito della concezione e della conduzione conservatrici della democrazia stessa (appunto costituendone soltanto il limite e il rischio), tende ora a esplodere senza più alcuna remora. Il “democraticismo dinamico”, in effetti, non solo favorisce e sollecita, in luogo della convivenza, la conflittualità permanente e totale fra le varie istanze e i diversi interessi presenti nella società, m addirittura l’esalta e – come si diceva – la teorizza, ponendo quindi a norma della vita associata proprio il continuo stato di crisi che per quest’ultima ovviamente ne deriva(3).
Ora, che questo modo diverso, attivamente e attivisticamente distorto, d’intendere e di vivere la democrazia, venga a favorire la spinta reazionaria, ci sembra del tutto palese. Il democraticismo dinamico offre infatti alla reazione il destro di portare alla ribalta, legandole ai propri indirizzi e alle proprie prospettive, precisamente quelle forze della società che – come si è accennato poco sopra – rimanevano tacitamente compresse dalla normalità conservatrice. All’inizio – è ben vero – non possono non sorgere contraddizioni e contrasti fra tali forze, pervenute solo adesso alla loro affermazione, e quelle che, già protette e privilegiate dagli equilibri economico-sociali garantiti un tempo della “democrazia pura”, cercano ovviamente di prolungarne al massimo la difesa. Un simile, estremo tentativo – ancora avverso alla logica della reazione – è però destinato, se non viene assunto da una robusta e innovatrice mediazione rivoluzionaria, a rivelarsi ben presto inutile. Quegli equilibri economico-sociali sono entrati oramai in una crisi irreversibile, e vanno appunto rivoluzionariamente sostituiti. Ove ciò non avvenga, la “democrazia pura” non è certo più in grado di tutelare efficacemente quelle stesse energie che nel passato avevano tratto da essa conferma e sicurezza. Non si può allora non addivenire a un completo rimescolamento delle carte. A una situazione, cioè, in cui ogni interesse, ogni esigenza, ogni stato sociale deve forzosamente accettare, lo voglia o no, il nuovo schema del “democraticismo rissoso”, partecipando dunque, ciascuno con le armi di cui dispone, allo scontro di tutti contro tutti, e cercando di trarne quel massimo profitto particolaristico che gli è consentito.

* * *

Così stando le cose (o almeno così minacciando di divenire a non lontana scadenza) si offre alla reazione persino la possibilità di impadronirsi, certo in maniera del tutto impropria e anzi stravolta, di una dimensione del processo storico che in sé risulta indubbiamente, per quest’ultimo, quanto mai necessaria e decisiva, poiché costituisce quell’ultima istanza, la quale assicura che non venga mai meno l’elemento propulsore all’avanzare e allo svilupparsi della storia. Intendiamo riferirci a quel momento rivoluzionario, il quale, in linea di principio e in forma corretta, può invece appartenere soltanto a una concezione che riconosca la razionabilità della storia.
E in realtà, proprio in quanto la reazione, sfruttando lo scatenamento del “democraticismo dinamico”, può avere l’opportunità di collegarsi, riconducendole attivamente ma eversivamente nel gioco, alle forze sociali emarginate dai precedenti equilibri, è del tutto lecito ipotizzare che essa – ripetendo nella sostanza l’operazione già a suo tempo realizzatasi attraverso il fascismo – venga di nuovo a rivestirsi di paludamenti pseudo rivoluzionari. Vogliamo insomma dire che la dimensione rivoluzionaria può ancora una volta essere surrettiziamente utilizzata dalla reazione stessa, rimanendo però ridotta – è ormai fin troppo palese – a mero rivoluzionarismo irrazionalistico, ad attivismo acefalo e dirompente, nonché, in ultima istanza, a terrorismo. E questi deleteri aspetti vengono così a costituire, nel loro insieme, il terzo degli strumenti che andiamo descrivendo come omogenei, precisamente, alla strategia reazionaria.
E’ poi quasi superfluo notare che – una volta assunta dal personale reazionario la strategia di cui ora si è detto – la spinta rivoluzionaria, lungi dal rimaner capace di consentire il passaggio dall’assetto sociale dato a uno diverso e superiore, può soltanto venir adoperata per acuire in molti la rabbiosa convinzione che ormai occorre anche uscire dallo stesso democraticismo dinamico: cioè che la democrazia va abbandonata in qualsivoglia forma che a essa in qualche modo si richiami, perché appunto si sarebbe dimostrata in ogni caso incompatibile con la coesione e anzi con la sopravvivenza medesima della società. E ciò tende evidentemente a ribadire in gran parte delle masse se non, come pure accade, l’entusiasmo irrazionalistico, quanto meno la rassegnata inclinazione a finire per affidarsi – se non come un bene, almeno come “minor male” – a forze politiche in grado di stabilire quel dominio univoco ed esclusivistico, ma ritenuto in qualche modo equilibratore, che è fondabile, come si è visto, soltanto sulla pura volontà di potenza.

N O T E

(1)e in particolare nel primo [Quaderni della Rivista Trimestrale n. 55-56/ 1978]
(2)Si pensi, per esempio, da una parte – e soprattutto – ai contadini meridionali, costretti a emigrare nel Nord o all’estero; dall’altra agli strati di “ceto medio” forniti a lungo di minor “potere contrattuale”, come i pubblici impiegati, gli insegnanti, ecc.; si pensi ancora alle donne e ai giovani. Trattasi, in breve, di quelle categorie e di quelle “zone” della popolazione che vennero precedentemente sacrificate da quel relativo e precario ordine che aveva potuto in qualche modo esser garantito sulla base dell’equilibrio temporaneo fra capitalismo e democrazia.
(3)Ecco dunque l’assurdo e mostruoso “ideale” che – in esplicita antitesi con ogni esigenza di “bene comune” – viene a sostituire quello, certo insufficiente ma ancora civile, caldeggiato entro il quadro concettuale della “democrazia pura”, per cui cioè veniva posto come unico fine dello sviluppo della società la mera conservazione e riaffermazione della democrazia stessa. Per un’analisi più dettagliata degli aspetti teorici sottesi a questo nuovo “ideale”, rinviamo al saggio su Massimo Cacciari [Alessandro Montebugnoli, Luigi Venturi: Intellettuali e Partito comunista. Nichilismo e nuova politica in Cacciari - Q.R.T. n.58/1979]..

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