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Premessa...

Introducendo, nell’aggiornamento aprile 2008 di questo sito, la trascrizione del terzo saggio della serie “Alla radice della crisi”, autore Franco Rodano, in “Quaderni della Rivista Trimestrale” n.61/1979, abbiamo precisato che esso si articola nell’analisi di cinque presupposti “ideali” (e rispettivi strumenti politici) della manovra reazionaria allora incombente. Prima “idea” esaminata nel saggio è la liquidazione semplice delle principali “filosofie della storia”: quella di derivazione marxista, quella poco esplicitata ma presente nel keynesismo e quella sottesa alla forma democratica del cattolicesimo politico. Conseguente strumento politico: scetticismo storico, praticismo, arbitrarietà e pura volontà di potenza.
Fin qui la trascrizione del saggio è stata effettuata in quattro successive puntate (che potete trovare in archivio, sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”). Segue ora una quinta puntata, riguardante il secondo presupposto “ideale” (e relativo strumento pratico) esaminato da F. Rodano. Tale seconda “idea” è strettamente legata alla prima e consiste nel vedere il potere politico essenzialmente come malvagio.

ALLA RADICE DELLA CRISI – III – Quinta parte
- di Franco Rodano –

Il potere come male

L’indirizzo culturale volto alla liquidazione semplice di ogni “filosofia della storia”, non ha come suo unico portato quel complesso strumento che – attraverso i passaggi illustrati – viene a offrirsi al disegno reazionario in conclusivi termini di predominio, sulla vita politica, della mera volontà di potenza. Al di là, infatti, di tale sua conseguenza pratica, quell’indirizzo teoretico comporta altresì, ancora sulla dimensione delle idee, l’emergere di una seconda tendenza, parimenti perniciosa, che, se ne è in qualche modo il corollario, ovvero – per esprimersi più adeguatamente – la specificazione concreta, risulta comunque definibile in maniera distinta e dotata di una propria incidenza autonoma. Lo comprova il fatto che questa ulteriore distorsione ideale, di cui passiamo adesso a occuparci, fornisce a sua volta alla linea reazionaria – come vedremo immediatamente dopo – un altro importante strumento operativo.
E’ evidente che, una volta esclusa, proprio in virtù della soppressione semplice delle “filosofie della storia”, qualsivoglia razionalità o, per esser precisi, la razionabilità stessa del processo storico, e una volta abbracciata dunque una visione quanto meno a-razionale (ma, in sostanza, irrazionalistica) di quest’ultimo, non può al tempo medesimo non venir rifiutato un concetto che, certo, è decisivo soltanto per il marxismo, ma che a nostro avviso – non esitiamo a dirlo subito – costituisce uno dei punti essenziali della sua lezione. Vogliamo riferirci all’idea di “classe generale”, per cui di preciso risulta lecito e anzi necessario individuare, tra le diverse forze sociali, quella che, nel perseguire i propri interessi specifici, mette necessariamente in crisi l’assetto dato (ormai divenuto anacronistico e ingiusto), e apre quindi in modo oggettivo e presente all’azione politica il problema rivoluzionario di costruire un nuovo ordine della società: un ordine, cioè, in cui trovino soddisfazione non solo i diretti interessi della “classe generale” medesima, ma altresì – come d’altronde sono questi stessi a pretendere, per potersi affermare in maniera non effimera – le universali esigenze dell’uomo, nelle forme storiche consentite, beninteso, dalla determinata maturità dei tempi. In tal modo, l’iniziativa politica rimane misurata nelle sue effettive capacità rinnovatrici come nelle sue eventuali deficienze; ché anzi, ove risulti carente, si trova sollecitata e addirittura costretta – se pur vuole evitar la catastrofe – a svilupparsi su superiori livelli.
Ora, è palese che, nel quadro della descritta visione a-razionale della storia, viene meno la stessa possibilità di configurare il processo rivoluzionario in modo corretto, ossia secondo una logica fondantesi su un’analisi complessiva della situazione data, e perciò dei nuovi traguardi da raggiungere(36); tanto meno, quindi, è consentito di identificare la classe che può e deve assumere la direzione egemonica di quel processo. Ma così stando le cose, il potere – che già abbiamo visto abbandonare ogni ruolo di servizio della collettività, e volgersi appunto, attraverso la mediazione del praticismo e dell’arbitrio, verso la pura volontà di potenza – non può allora non finir per essere avvertito dalle masse, a tutto vantaggio del disegno antidemocratico(37), come una dimensione intrinsecamente negativa e perversa. In un simile quadro, infatti, ogni possibile affermazione di una parte sociale sulle altre non ha, né può avere, giustificazione e fondamento alcuno, all’infuori del semplice imporsi del più forte; di modo che il potere non può ormai essere considerato se non come mera prevaricazione e violenza(38). E tale di preciso esso, del resto, completamente diviene, ove cada nelle mani del personale politico reazionario.

Come già abbiamo preannunziato, dalla seconda distorsione ideale che ci siamo qui sopra provati a esporre brevemente, viene poi a discendere, quale sua conseguenza inevitabile, un altro strumento pratico, atto ad assecondare in maniera decisiva le forze reazionarie nel loro tentativo di distruggere la democrazia e di “ricomporre”, deformandolo secondo i loro gretti interessi, lo sconvolto assetto sociale, che pretenderebbe al contrario soluzioni rivoluzionarie. Caduto infatti il concetto di “classe generale”, e diffusasi quindi (o ribaditasi) la rovinosa persuasione che il potere non sia se non arbitrio e violenza, nulla può più contenere né tanto meno risolvere quella rissa corporativa su cui ci siamo già più volte soffermati in precedenza, e nell’ambito della quale il potere stesso viene in sostanza a incarnarsi negativamente. Per meglio esprimerci, esso viene senza scampo a suddividersi e a spezzettarsi, entro un simile quadro, fra le diverse parti in lotta; viene dunque a frantumarsi in una molteplicità di “centri di potere” incontrollati, che si muovono reciproca guerra senza alcun riferimento ideale, ma soltanto in nome di esigenze particolari di questa o quella categoria, di questa o quella posizione occupata nella società, e poggiando unicamente (e ricattatoriamente) sui privilegi correlativi.
E’ appena il caso di sottolineare che il crescere inarrestabile dello scontro corporativo non può alla fine non condurre – nel generalizzarsi dell’anarchia, anzi della “legge della giungla” – alla disintegrazione dello stesso tessuto sociale di base. E proprio in ciò viene allora a trovare una sua preziosa occasione la strategia reazionaria. E’ infatti chiaro che in una situazione del genere non è possibile permanere a lungo; risulta dunque fatale che le masse, almeno in gran parte, finiscano a un certo punto per piegarsi a subire – e magari a invocare esse medesime – l’intervento di una forza qualsivoglia, purché capace di riunificare e “pacificare”, non importa come, la vita associata. Il che viene evidentemente a riproporre l’infausta prospettiva, indicata alcune pagine prima, di un quadro politico regolato e dominato dalla mera volontà di potenza(39).

N O T E

(36) Il che – come è ovvio – non esclude, ma anzi comporta, lo scatenarsi degli estremismi pseudo rivoluzionari a carattere irrazionalistico.
(37) Non a caso le tendenze reazionarie si guardano bene dallo smentire una simile opinione, e anzi fanno di tutto per rinfocolarla.
(38) Un giudizio, questo, che ha purtroppo antiche radici nell’esperienza dolorosa dei popoli più diversi. Si pensi, ad esempio, al modo in cui vi si allude nella nota favola di Fedro Vacca, capella, ovis et leo, nella quale quest’ultimo animale così spiega l’attribuzione a proprio favore di tutte le parti del bottino, pur catturato insieme agli altri tre: Ego primam tollo, nominor quoniam leo; secundam quia sum socius, tribuetis mihi; tum quia plus valeo, me sequetur tertia; male adficietur, si quis quartam tetigerit! (da Fedro: Favole scelte, C. Signorelli, Milano 1935, p.14).
(39) Oltre, perciò, alla causazione ideale di cui si è discorso precedentemente (individuandola nella liquidazione semplice di ogni “filosofia della storia”), il passaggio della direzione politica – attraverso le tappe intermedie del praticismo e dell’arbitrio – da un’egemonia organica e democratica alla pura volontà di potenza, ha anche una sua precisa condizione di natura materiale, che consiste appunto nello scatenarsi della zuffa corporativa, fino a raggiungere un vero e proprio acme.

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