Premessa...
Ultima puntata della nostra trascrizione del saggio di Franco Rodano Alla radice della crisi – III:
Idee e strumenti della manovra reazionaria (in “Quaderni della Rivista Trimestrale” n. 61/1979). Il discorso si sposta ora sul quadrante internazionale dell’epoca, dominato dalla contrapposizione tra USA e URSS sebbene in un loro sostanziale equilibrio. Nell’affermazione ideologica di una «superiorità assoluta e onniestensiva» dell’Occidente l’A. denuncia una quinta “idea-forza” della manovra reazionaria, comportante una politica di anti-sovietismo estremizzato, con rischio di esiti bellici universalmente mortali.
ALLA RADICE DELLA CRISI – III - ottava parte
di Franco Rodano
Estremismo occidentalistico
Proprio, però, a causa dell’accennata insufficienza del mercato capitalistico a regolare autonomamente la vita economico-sociale, il tentativo della sua restaurazione – in termini, appunto, il più possibile di tipo tradizionale – richiede un appoggio, per così dire, dall’esterno, ossia esplicantesi sul terreno politico e, in particolare, su quello dei rapporti di forza internazionali. Si rende cioè necessario che a quel tentativo restauratore venga decisivamente in soccorso - assieme all’esiziale strumento pratico che, come vedremo tra poco, ne è implicato – un’ulteriore, perniciosissima posizione ideologica, riguardante le relazioni tra “Est” e “Ovest”.
In effetti, questa posizione (che nella nostra disamina viene a occupare il quinto posto, ossia l’ultimo, ma non certo per ordine d’importanza) costituisce in definitiva, unitamente alla prima tendenza culturale da noi illustrata nel presente articolo – a quella, cioè, intesa a liquidare in modo semplice le “filosofie della storia” -, l’altro concetto su cui maggiormente si fondano le prospettive reazionarie. Si tratta, per esser precisi, dell’affermazione – che gli intellettuali delle più diverse appartenenze sono da tempo, come è fin troppo palese, impegnati a sostenere e a motivare secondo loro meglio riesce – di una pretesa superiorità assoluta e onniestensiva, su quelle sovietiche, delle sistemazioni non solo politiche, ma anche economiche e civili dell’Occidente; con la chiara conseguenza, dunque, di attribuire per principio un mero carattere parentetico (e non per questo meno dannoso) alla rottura prodotta nel sistema capitalistico mondiale dalla rivoluzione proletaria del ’17.
Alla luce di una posizione siffatta, allora, sia la crisi attraversata oggigiorno dalla democrazia, sia le difficoltà crescenti, e sempre più rivelantesi come insuperabili, dell’assetto capitalistico, sia il contrasto medesimo tra il primo termine e il secondo, vengono in fin dei conti a dipendere dalla presenza ingombrante, anzi dalla minaccia continua, e comunque dal limite iugulatorio, che si considerano costituiti non tanto dai paesi successivamente acquisiti al cosiddetto “socialismo reale” (poiché si spera sempre di ottenere, in essi, una qualche rivincita, che consenta di finire per utilizzarli come pedine del proprio gioco(1)), quanto essenzialmente, e sino in fondo, appunto dall’Unione Sovietica(2). La quale – con singolare contraddizione soprattutto per chi rappresenta o comunque serve obiettivamente forze e aspirazioni reazionarie – viene non a caso dipinta, o meglio fatta praticamente passare, come l’unico Stato realmente totalitario, e quindi come il vero e irreducibile nemico dell’ “umanissima civiltà occidentale”.
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E’ poi chiaro quale venga a essere lo strumento pratico che discende dalla posizione ideologica or ora descritta, e che, nella sua essenzialità, è davvero il massimo, e in tal senso quello conclusivo, fra i mezzi operativi a disposizione del disegno reazionario. Sulla base di quella posizione, infatti, non si può non lasciarsi alle spalle ogni mera linea terzaforzista - certo insufficiente, diremmo quasi per definizione, a comprendere sul serio le novità feconde aperte dagli esiti della seconda guerra mondiale, ma ancora dotata, nella sua sostanza conservatrice, di un carattere tradizionalmente pacifico -, per passare al più radicale, chiuso ed esasperato antisovietismo. Quest’ultimo – è ben vero – rimane contenuto e anzi contraddetto di continuo dalla stessa potenza materiale e bellica dell’URSS, con cui chiunque è costretto a fare i conti usando le debite cautele; non per ciò, tuttavia, si perdono occasioni e pretesti per rinfocolarlo pericolosamente.
E in realtà, l’intiero processo reazionario, per temibili che ne siano gli indirizzi ideali e gli strumenti operativi (dei quali presumiamo di aver reso conto con sufficiente aderenza in questo articolo), si troverebbe nell’impossibilità di raggiungere il suo punto di coagulo – rimanendo quindi, per così esprimerci, allo stato colloidale, e insomma di una malattia socialmente diffusa ma incapace, nella sostanza, di esplicare sino in fondo i letali portati che le sono impliciti -, qualora non pervenisse, precisamente attraverso un estremo acuirsi dell’antisovietismo, a sboccare infine nella guerra. E’ evidente infatti che solo attraverso un simile sbocco la classe operaia potrebbe venir battuta e respinta dalle avanzatissime posizioni raggiunte, nel corso di quest’ultimo trentennio, sia sul piano interno, sia – quel che ora più importa di porre in rilievo – su quello internazionale. Unicamente in tal caso, perciò, la reazione verrebbe ad avere parecchie chances – e forse le più numerose – per riuscir a prevalere effettivamente.
Imporre la pace
Torna così all’ordine del giorno, per il movimento operaio, la battaglia tesa ad assicurare o meglio a imporre la pace: una lotta analoga cioè, nella sua essenza, a quella che già fu combattuta in forme tanto accese alla fine degli anni ’40 e all’inizio del decennio successivo, e che, a valutarne oggi i risultati, si può senza dubbio ritenere che allora fu vinta, in quanto – a dirla in breve – ha garantito per circa trentacinque anni la pace, almeno sul decisivo teatro europeo. Quella battaglia, quella lotta, ha infatti dato all’URSS il tempo d’infrangere il monopolio americano delle armi termonucleari, stabilendo con ciò un equilibrio “strategico” fra le due massime potenze, nel mantenimento, a favore dell’Unione sovietica, di una superiorità tattica(3) che le ha finora consentito di tenere sotto controllo – frustrandone appunto i tentativi di destabilizzazione internazionale – le forze revanchiste del Vecchio Continente.
Ancora una volta, insomma, il movimento operaio d’Italia e d’Europa è chiamato a far barriera contro le spinte belliciste, oggi crescenti, il cui successo costituirebbe in ogni caso un’esiziale affermazione del trend reazionario. Se infatti è ovvio che, ove il conflitto fosse poi vinto dall’URSS, la reazione ne verrebbe a subire un drastico reflusso, è però certo del pari che il solo e semplice fatto di essere riuscita a scatenare la guerra consentirebbe comunque alla reazione stessa, almeno temporaneamente, di prendere il sopravvento nei rispettivi paesi. Ma con le considerazioni svolte in quest’ultimo paragrafo, siamo già pervenuti, oramai, a parlare degli antidoti da opporre al disegno antidemocratico, dei quali dovremo occuparci più a lungo in quella che sarà la parte terminale della nostra ricerca.
N O T E
(1) Si pensi per esempio alla crisi, ormai trentennale, dei rapporti fra l’URSS e la Jugoslavia; ai tentativi di trasformare la “primavera di Praga” in un roll back dello stesso “socialismo reale” in un’importante nazione europea; all’ambigua politica estera rumena; e soprattutto all’infausto ruolo internazionale che da molti anni va svolgendo la Cina in sostanziale alleanza tattica con le posizioni e le correnti più reazionarie dell’Europa e del mondo.
(2) La tendenza ideologica che stiamo qui descrivendo, sfrutta invero l’opinione, di evidente stampo socialdemocratico, per cui democrazia e assetto capitalistico potrebbero anche in Italia convivere, senza insormontabili difficoltà, se il movimento operaio si limitasse a perseguire delle “compatibili” dosi di riformismo, anziché spingere, con le sue “pretese eccessive”, alla destabilizzazione di quel medesimo assetto. Se sta invece di fatto che il proletariato italiano propende a comportarsi in questa seconda maniera, ciò dipende soltanto – si ritiene e si afferma – dai miraggi ingenerati in esso dal permanere della rottura anticapitalistica leniniana, e dunque, precisamente, dalla circostanza che l’Unione Sovietica continua a sussistere, contrapponendosi in modo massiccio all’Occidente.
(3) E’ noto che vengono oggi considerati “strategici” quegli ordigni la cui gittata è tale da consentir di usarli in uno scontro diretto fra USA e RSS, mentre sono definiti “tattici” sia gli armamenti “convenzionali”, sia i missili a portata minore. La gravità della divisata installazione dei Pershing e dei Cruise in paesi al di qua dell’Atlantico, sta proprio nel fatto che, in tal modo, anche questi paesi vengono posti in grado di colpire “strategicamente” l’Unione Sovietica: la qual cosa, nel rompere gli equilibri vigenti fra i due blocchi, apre uno spazio molto pericoloso alle insorgenze reazionarie e belliciste europee.