[Il principale fondamento teorico della “soluzione reazionaria” della crisi del capitalismo è dato, come abbiamo visto] dalla diffusa propensione dell’odierna cultura ad abolire in maniera semplice (cioè totale, indiscriminata, e dunque in termini esclusivamente negativi) ogni e qualsiasi “filosofia della storia” […]. Una simile tendenza viene a sostanziarsi nel convincimento che quel tipo di “filosofia” sarebbe da considerare senza residui come un puro errore, e che quindi non si potrebbe né dovrebbe fare altro se non abbandonarla totalmente. Così – è quasi superfluo notarlo – non si è portati in alcun modo a preoccuparsi di stabilire un collegamento con una qualche “verità interna” (giudicata difatti impossibile) di tale medesimo tipo di “filosofia”, onde garantire appunto una certa continuità, seppure entro un orizzonte di pensiero necessariamente diverso, rispetto al discorso sulla storia affermatosi sino a ieri.
Se ne deduce, ovviamente, che per battere il disegno reazionario, in quanto teoricamente fondato – giova ripetere – sulla spinta a sopprimere in modo semplice ogni elaborazione di “filosofia della storia”, occorre criticare in termini adeguati, e quindi liquidare, proprio l’opinione secondo cui tali elaborazioni sarebbero dei puri errori, privi perciò di qualsivoglia aspetto valido, magari implicito. Solo così, in effetti, solo attraverso una simile critica, sarà possibile ripristinare almeno una qualche continuità del discorso sulla storia: il che è condizione necessaria per non perdere la coscienza – imprescindibile per chiunque persegua una prospettiva seriamente rivoluzionaria – sia del proprio contatto con il passato, sia, se non di un’intrinseca e automatica razionalità della storia medesima, certo, e più correttamente, della sua connaturata razionabilità(1)
Critica della difesa delle “filosofie della storia” come tali
In primo luogo, va sottolineato il carattere velleitario e sterile degli sforzi che ancora vengono intrapresi per difendere e per ripristinare come tale la “filosofia della storia”, in questa o quella delle sue forme: compresa dunque la sua espressione marxista, che certo, nel quadro del pensiero moderno, è da riconoscere come la più completa, coerente e incisiva. In realtà […] è la storia medesima che si è incaricata di dimostrare la parziale o totale infondatezza dei vari modelli o schemi di precostituita interpretazione filosofica, entro cui si è tentato di costringerla. Il suo andamento concreto, difatti, si è sempre rivelato (a un certo punto, o addirittura fin dall’inizio) come divergente dal corso che quei modelli o schemi presumevano di predeterminarle.
Viene così a cadere la risposta più facile e immediata alla linea – teoricamente decisiva per il disegno reazionario – dell’abolizione semplice di ogni “filosofia della storia”. Viene meno, cioè, quella risposta che ancora si attardano a voler dare certi immobilistici guardiani di reliquie ideologiche (inclusi taluni rigidi custodi della lettera del marxismo), e che precisamente consiste non solo nel rifiutare (come è giusto) la liquidazione semplice delle “filosofie della storia”, ma nel misconoscere (segno, questo, di un’ottusa “fedeltà alle origini”, anche se talvolta addirittura patetica) la stessa, ineludibile esigenza di un loro pur comprensivo e mediato superamento.
Irrazionalismo della loro negazione semplice
Potrebbe sembrare, in secondo luogo, che l’odierna, diffusa propensione a ridurre le “filosofie della storia” a dei puri errori, sia passibile di venir vittoriosamente controbattuta attraverso un’operazione a esclusivo carattere demolitorio: ossia denunciando gli indubbi risultati illogici e i conseguenti esiti irrazionalistici che una tale riduzione porta irrimediabilmente con sé. Va allora detto che, a nostro parere, siffatti risultati sono di due tipi.
Da una parte, può annoverarsi la vanificazione, sotto il segno della mera negatività, di una fase storica pressoché bimillenaria – e, per lo sviluppo della civiltà umana, quanto mai decisiva -, come quella cui hanno presieduto le diverse forme del “pensiero cristiano”. Si è infatti veduto (nella nota n.1) come tutta questa fase, dalla patristica a Marx, appaia teoricamente dominata – a livello delle masse come della coscienza e delle idee di innumerevoli, illustri esponenti della cultura – proprio da successive espressioni di “filosofie della storia”; le quali, secondo l’ipotesi da cui muove la posizione che stiamo criticando, sarebbero appunto dei puri errori, incapaci dunque, come tali, di promuovere alcunché di valido. Ma considerare vacui, negativi, privi di valore duemila anni di vicende, di sforzi, di passioni e di ideali umani, è cosa palesemente assurda.
Dall’altra parte, si può sottolineare l’irresolubile aporia che viene a determinarsi in quanto, sempre in base all’ipotesi in questione, non si è più in grado di dare giustificazione alcuna del fatto, tuttavia assolutamente innegabile, che le varie “filosofie della storia” sono pur esistite, e hanno anzi tenuto il campo, incidendo, spesso in maniera profonda, sulle menti e sui cuori degli uomini e sulle loro azioni. E’ del resto evidente, in effetti, che privare queste “filosofie” di ogni loro “verità interna” significa impedirsi, nell’atto stesso, qualsivoglia spiegazione logica sia della loro esistenza, sia della loro dimostrata incisività.
Queste considerazioni sull’indiscutibile carattere irrazionalistico proprio della “teoria del puro errore”, e della conseguente abolizione semplice di ogni discorso di “filosofia della storia”, potrebbero dunque – come si diceva – sembrare a tutta prima sufficienti per battere il tentativo reazionario, che su quella teoria e su quell’abolizione innanzitutto si fonda. Ma se si guardano le cose con occhio più attento, e tenendo presente l’intiero quadro culturale odierno, la realtà viene a risultare alquanto diversa.
E’ ben vero, in effetti, che l’irrazionalismo, nonché essere un necessario portato del disegno reazionario, ne costituisce (e soprattutto in ciò va comunque denunciato) un’arma essenziale; se non altro per il fatto che, impedendo agli uomini di configurare in termini coerenti un futuro migliore, e tendendo così a chiudere la storia nel presente e a costringere la società entro la struttura data(2), svuota e liquida in radice il concetto stesso di rivoluzione. Ma è vero del pari che, malauguratamente, almeno un determinato filone irrazionalista è ormai penetrato, con una sua non trascurabile incidenza, nelle fila medesime del movimento operaio: ossia proprio di quella forza che dovrebbe rimanere, invece, massimamente fedele all’esigenza di razionalità, onde poter appunto adempiere al suo compito di portatrice e realizzatrice di una corretta prospettiva rivoluzionaria.
Il “pensiero negativo”
Per essere più precisi, va detto che troppi fra gli intellettuali oggi richiamantisi alla classe operaia, si adoperano – conformemente alla loro opzione per il cosiddetto “pensiero negativo” – a “insegnarle” che la fine delle “filosofie della storia” assieme a quella, che inevitabilmente le si accompagna e in sostanza vi coincide, delle ideologie, altro non sarebbe se non il benefico squarcio (anche se, ai loro occhi, tardivo) del “velo di Maya” di quella pretesa razionalità, superficiale e ingannatrice, da cui era rimasto avvolto il vero, concreto, effettuale andamento degli eventi umani. In tal modo – ossia proprio in virtù di un simile squarcio – si sarebbe alfine reso possibile discoprire l’effettiva natura della realtà storica. Questa si ridurrebbe essenzialmente alla dimensione della crisi, secondo la quale si svilupperebbe e si adempirebbe, offrendosi all’azione, necessariamente antagonistica, delle varie forze sociali: come palestra, dunque, di un loro contrasto permanente e onnilaterale, fuori di qualsiasi speranza di trascendimento.
Così, lungi dal poter fornire – in quanto venga appunto denunciato nelle sue esiziali conseguenze – un sia pur indiretto strumento di lotta contro il disegno reazionario, il deflagrare dell’irrazionalismo viene addirittura a minacciar da vicino, e anzi dall’interno, la consistenza teorica e pratica della classe operaia. Questa difatti, nella misura in cui (attraverso quei suoi intellettuali “aggiornati”) viene patire il “pensiero negativo”, finisce per farsi teoricamente subalterna a quel medesimo irrazionalismo che caratterizza e fonda, sul piano culturale, il disegno reazionario. Non è allora un caso che contemporaneamente – smarrendo in maniera inevitabile la prospettiva rivoluzionaria – il movimento operaio, sul terreno della prassi, rischi di cadere sempre più in un pernicioso corporativismo, tendente a decomporlo e a snaturarlo.
“Per un discorso corretto sulla dimensione storica
Una sola, dopo le osservazioni svolte fin qui, risulta allora essere la vera strada da imboccare per porsi sul serio in grado di battere la posizione teorica su cui poggia il disegno reazionario. Trattasi cioè di condurre una critica diretta e – per così esprimerci – frontale a quella medesima posizione: trattasi insomma di andar a vedere se sia esatta, se trovi riscontro in re, o se per avventura non sia del tutto infondata, la tendenza volta a ridurre qualsivoglia indirizzo di “filosofia della storia” a puro ed esclusivo errore, misconoscendone quindi a priori ogni eventuale “verità interna”.
E in realtà, ove una simile tendenza si rivelasse ingiustificata, l’impostazione teorica omogenea al tentativo reazionario non potrebbe (assieme alle sue conseguenza irrazionalistiche) non venir chiaramente a cadere. Anzi, potrebbe aver inizio, intorno alla dimensione storica, un nuovo discorso, finalmente corretto e fecondo: pensiamo – come del resto abbiamo anticipato per accenni –a un tipo di analisi che certo non potrà non uscire (lo si è dimostrato(3)) dal quadro delle “filosofie della storia”, ma che dovrà farlo nell’unica maniera positiva, ossia mantenendo con tali “filosofie” (col loro modo d’interpretare le vicende umane e d’incidere su di esse) una certa continuità. E ciò si renderà possibile se si sarà capaci di trarre razionalmente la dovuta lezione tanto dalle “verità interne” a quelle medesime “filosofie”, quanto dal necessario concludersi di queste ultime. Verificandosi tali condizioni, infatti, una conclusione del genere diverrà a sua volta un evento pienamente positivo, perché tale da non lasciar alcun vuoto e da consegnare invece una precisa eredità, di ben determinati nonché delimitati valori, alla riflessione dell’uomo sul proprio sviluppo nella vita associata […].
Gli esiti irrazionalistici che discendono invece – secondo quanto abbiamo già posto in rilievo – dalla riduzione senza residui di ogni “filosofia della storia” a puro errore, se, in chiave politica, etica e metafisica, non sono ovviamente passibili (specie dopo l’apparizione del “pensiero negativo”) di venir subito respinti da tutti, sono però almeno altrettanto inidonei a ottenere un universale assenso, dal momento che risultano privi di reale giustificabilità in termini suffragati sul serio dall’esperienza e logicamente congrui. Quei medesimi esiti irrazionalistici potrebbero invero essere accettati dalla generalità degli uomini, unicamente quando si pervenisse a dimostrarne il carattere necessario, o in ogni caso ineluttabile. Ma una dimostrazione siffatta – come vedremo subito appresso – può venir delineata soltanto in termini metafisici, e nella peggiore accezione di questa qualifica, cioè nel senso di discendere da una scelta soggettiva e arbitraria(4): dunque in modi incapaci, appunto, di consenso universale. Per di più, una simile “dimostrazione” non può essere che di natura tautologica, ossia (in quanto meramente ripetitiva, e insomma tesa a “macinare lo stesso grano”) inetta per definizione a dimostrare alcunché. E in realtà, di fronte all’innegabile esistenza di uno stato di crisi generalizzata e sempre più profonda, una “dimostrazione” come quella di cui stiamo parlando, viene ad articolarsi più o meno come segue.
“Crisi storicamente determinate e metafisico “assoluto di crisi”
In primo luogo – né è difficile comprenderne la ragione – sul terreno del’irrazionalismo (e con particolare esplicitezza su quello del “pensiero negativo”) si sostiene che è l’uomo stesso, per sua costitutiva realtà vitale, a essere intrinsecamente espressione di crisi: tanto che solo accettando sino in fondo una realtà siffatta, e quindi soltanto in essa e attraverso di essa, l’uomo può divenir veramente se medesimo, ottenendo così che la propria esistenza concreta venga di continuo e puntualmente a coincidere con la propria essenza. Ora, ci sembra chiaro che una tesi del genere non costituisce se non una mera opzione antropologica, e dunque una semplice scelta di ordine metafisico, proprio nel senso riduttivo e distorto di questa parola, poco sopra puntualizzato. Trattasi perciò di un’opzione e di una scelta che per principio non sono in alcun modo garantite come passibili di venir universalmente condivise.
Ma l’attenzione del lettore va allora richiamata su un secondo aspetto. Va cioè sottolineato come, in un siffatto contesto antropologico e metafisico, la crisi attuale non possa esser considerata se non come un momento del tutto superficiale e generico (individuabile infatti solo in termini fenomenici e contingenti) di quella, universale e permanente, che avrebbe inizio con l’apparire stesso dell’uomo, in quanto definito appunto come si è accennato dianzi. Viene infatti a risultare impossibile, per quanto abbiamo visto, qualsivoglia reale distinzione e specificazione all’interno di quel continuum di crisi cui resta appiattito il tessuto medesimo della storia. Sicché, per quanto riguarda in particolare la crisi presente, essendo caduta – entro un quadro nel quale “tutte le vacche sono nere” – ogni possibilità di qualificarla nella sua determinatezza e quindi anche d’individuarne le cause concrete, non ci si può non ridurre a sostenere, in definitiva, che essa trova la sua spiegazione in se medesima. C’è crisi perché l’uomo è crisi, perché questa c’è sempre, come condizione necessaria, o meglio come sostanza, di ogni umano accadimento: un discorso, come si vede, che risulta essere, di preciso, meramente tautologico.
Per tale via si perviene insomma, se così è lecito esprimersi, a un assoluto di crisi, che esclude ogni possibilità di discernimento e che, mentre deriva – non si può non ripeterlo – da mere opzioni, fondate su basi non scientifiche, e quindi radicalmente indimostrabili, viene per converso a bloccare e a ribadire in maniera definitiva tali opzioni medesime, fissandole appunto nella loro incomprensibilità. Certo l’uomo, ridotto in questo stato di completa e compatta affabulazione mitica a netto carattere irrazionalistico, può comunque – lo si è già indirettamente riconosciuto – vivere almeno per qualche tempo fuori di ogni capacità di coerente progetto superatore e, dunque, di lucido e puntuale intervento rivoluzionario. Può immergersi di conseguenza – come le cose vanno sempre più dimostrando – in un attivismo frenetico, estremizzante, superomistico: privo insomma di un senso e di uno scopo razionalmente configurati, che valgano a trascendere l’esasperazione individualista, acquisendo invece, per ciò stesso, un valore di carattere generale.
Nondimeno, una simile possibilità obiettiva che gli uomini subiscano per un certo periodo l’odierno essort delle tendenze irrazionalistiche, nulla toglie al fatto che queste ultime sono e rimangono incapaci di spiegare in alcun modo valido quella ben determinata e circostanziata situazione di crisi profonda, che senza dubbio, e a giudizio di tutti, contraddistingue e definisce la fase storica attraversata oggi dal cosiddetto Occidente. E’ allora un punto fermo, oramai, che, ove non ci si sappia liberare dal presupposto filosofico attualmente più propizio all’insorgere dell’irrazionalismo, ossia dall’acritica tesi dell’abolizione semplice di qualunque “filosofia della storia” (e quindi del totale svuotamento, della kenosis, completa e catastrofica, delle ideologie), si rimarrà del tutto disarmati rispetto al compito, pur ineludibile, di aprire al genere umano una reale prospettiva di rinnovamento.
Si può dunque affermare, a conclusione di questa parte del nostro discorso, che il rinvenimento, nel quadro della “filosofia della storia”, di una qualche “verità interna”, non è soltanto richiesto dalla volontà soggettiva, dalla tensione rivoluzionaria a battere il caposaldo teorico del disegno retrivo, ma è oggettivamente sollecitato, altresì, da un’esigenza a semplice e generale carattere umano. E’ preteso cioè dal bisogno – che non può appunto non esser proprio della universalità degli uomini – di uscire da una situazione di scetticismo irrazionalistico, nella quale si viene a perdere ogni legame logicamente configurabile e comprovabile con il reale storico, e si finisce quindi per cadere in uno stato di vera e propria epoché.
In una condizione del genere, difatti, all’uomo resta soltanto da condurre una vita che, se – come si è detto – gli è comunque possibile sopportare per qualche tempo, resta tuttavia, per lui, di estrema alienazione. Trattasi invero di un’esistenza dominata dall’astrazione individualistica, dall’incomunicabilità, e che, sotto le apparenze di un dinamismo vacuo, e perciò accidioso(5), nasconde una sostanziale immobilità e fissità, poiché esclude e vanifica per principio – come pure si è visto – ogni speranza di superamento del dato.