Premessa...
Quarta puntata del terzo saggio
di Franco Rodano – “Quaderni della Rivista Trimestrale” n. 61/1979 – della serie “Alla radice della crisi” (per i primi
due saggi e per la prima, seconda e terza puntata di questo, si veda qui in archivio, sezione “Lezioni da Autori di un
recente passato”). Nella presente quarta puntata trascriviamo le pp. 29-33 del saggio, riguardanti lo “strumento pratico”
offerto al disegno reazionario dalla liquidazione semplice delle “filosofie della storia”, e quindi dalla tendenza
a negare non solo ogni razionalità, ma ogni “razionabilità” della storia stessa. Ne deriva la spinta allo scadimento
“nel più empirico, quotidiano e acefalo praticismo” esplicantesi in base a “semplici criteri di opportunità contingente”,
quindi nel perseguimento, volta per volta, di “fini occasionali” e “vantaggi spiccioli”. Un quadro politico
di arbitrio, una gestione del potere fondata esclusivamente sul potere stesso, dunque animata dalla “pura volontà di
potenza”.
ALLA RADICE DELLA CRISI – III – quarta parte
di Franco Rodano
Scetticismo storico, praticismo, politica di arbitrio e pura volontà di potenza
Alquanto sopra, nell’annoverare l’odierna tendenza alla liquidazione semplice di ogni “filosofia della storia” come la prima tra le idee capaci attualmente di assecondare il disegno reazionario, abbiamo sottolineato che una tale tendenza ha potuto diffondersi nella cultura contemporanea per due ragioni: sia, cioè, a causa degli stessi esiti oggettivi del recente corso storico, sia per un determinato e peculiare modo di assumerli soggettivamente, ossia di teorizzarli. Fin qui, di preciso, i motivi dell’affermarsi di un siffatto indirizzo culturale sono stati da noi esaminati sotto il profilo oggettivo. Concluso ora questo esame, è tempo di soffermarci sulla ragione soggettiva, teorica, di quell’affermazione.
Va allora rilevato anzitutto come la fine – oggettivamente determinata, giova ripeterlo ancora,
dai fatti medesimi – delle tre “filosofie della storia” più accreditate nel mondo moderno, conduca senza dubbio, sul piano ideale, a un vuoto, e quindi a uno stato d’incertezza e di crisi. Vengono infatti a cadere seccamente (almeno nell’immediato o, per meglio dire, fino a quando non si producano, e non acquistino sufficiente vigore, adeguati recuperi critici) quelle aspettative e quelle speranze che per tanto tempo hanno nutrito le migliori energie di cui dispone la nostra società. Ora è chiaro, però, che di una simile caduta non può per intanto non avvalersi il disegno reazionario, il quale in effetti è in grado di prevalere unicamente – è ovvio – in condizioni di generale reflusso.
Certo, a una situazione del genere si può reagire con successo: e di tale possibilità – cui abbiamo già iniziato parenteticamente ad accennare poche righe sopra – ci ripromettiamo di fornire a suo tempo adeguata documentazione. Ma in ogni caso, perché sia dato di controbattere con esito davvero vittorioso lo stato di carenza ideale che si è venuto producendo, è del tutto necessario cominciar col respingere fortemente, per l’appunto, il modo purtroppo oggi più diffuso d’interpretare la crisi delle “filosofie della storia” e di trarne deduzioni teoriche.
Di preciso, prevale infatti nella cultura corrente l’opinione per cui, una volta che è stata comprovata sul piano delle cose l’inesistenza di quei particolari tipi di razionalità, schematicamente predeterminati, che le varie “filosofie della storia” ponevano, ciascuna nei propri termini specifici, come immanenti e intrinseci al processo storico, se ne dovrebbe allora concludere che la storia medesima non sopporta in alcun modo l’inquadramento o l’imposizione di un qualche nesso logico. Se ne dovrebbe insomma dedurre che la storia non possiede alcuna dimensione oggettivamente omogenea alla ragione umana, e sulla base della quale quest’ultima ha la possibilità di attuare i propri progetti, come innanzitutto di misurarne la pertinenza. L’uomo, perciò, sarebbe lasciato nella maniera più incondizionata e assoluta alla sua volontà d’iniziativa, la quale non potrebbe allora esplicarsi che in forme arbitrarie e anarchistiche, non essendo inserita né inseribile in un qualche quadro d’insieme che – pur prodotto dall’uomo stesso nella storia, e non da questa in lui – sia capace di condizionarla e di convogliarla secondo una norma, o almeno una coerenza, a carattere generale.
Effettivamente, dunque, quella posizione corrente di cui si è detto, e che possiamo definire di
compiuto e integrale scetticismo storico, non soltanto conduce a uscire dalle varie “filosofie della storia”, bensì –
come già più volte si è enunciato – porta a una loro sterile e anzi pericolosa liquidazione semplice e
senza residui. Tali “filosofie” vengono insomma a esser considerate come degli errori puri, come prive cioè di
qualsivoglia verità interna, in quanto avrebbero arbitrariamente preteso di attribuire al processo storico
(o meglio a quello che ormai viene visto come il mero e caotico affastellarsi degli eventi dati) un carattere –
quello appunto della razionalità – che non gli sarebbe pertinente in alcun senso e sotto alcun profilo. Così –
a veder bene – si risponde alla decomposizione oggettiva (e, di per sé, necessaria e potenzialmente feconda) delle
“filosofie della storia”, non tentando un positivo superamento critico di queste ultime, ma limitandosi a registrare
e a patire tale loro decomposizione in maniera supina e persino tautologica. Ché, anzi, sta poi proprio in questo
rovinoso atteggiamento culturale- configurabile come una vera e propria trahison des clercs –la ragione realmente
decisiva sia della condizione di assoluto vuoto intellettuale e morale in cui versa l’uomo di oggi, sia, per palese conseguenza, della facilità con cui egli può divenir preda delle stravolgenti mene reazionarie.
* * *
Dopo aver così analizzato, nella sua essenza e nelle sue cause (e queste ultime, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo), la prima delle idee omogenee al disegno reazionario, dobbiamo ora passare – secondo l’ordine espositivo preannunziato nelle pagine iniziali – a vedere quale strumento ne discenda per quel medesimo disegno. Dobbiamo cioè esaminare in quali concreti termini politici possa di preciso esser messo praticamente a frutto dalla reazione l’illustrato svuotamento dell’uomo e della sua storia da ogni possibile razionalità, nonché quindi da ogni possibile capacità di perseguire metodicamente fini di miglioramento e di sviluppo, e insomma traguardi dal significato universalmente positivo(33).
Ora, ci sembra anzitutto chiaro come sul piano della vita politica, e quindi su quello del potere, che ne è il fulcro(34), la posizione ideale di cui si è discorso non possa non determinare un precipitoso scadimento nel più empirico, quotidiano e acefalo praticismo. Questo infatti si esplica, per definizione, in base a semplici criteri di opportunità contingente; sicché, lungi dal proporsi obiettivi configurabili in termini organici e quindi razionali, si limita furbescamente a perseguire quei fini occasionali, quei vantaggi spiccioli, che di volta in volta appaiono conseguibili con maggior facilità.
Così, la gestione del potere rimane del tutto scissa dalla dimensione del servizio, la quale, nel rendere il potere stesso accettabile e anzi necessario e fecondo per la vita associata, comporta sempre, per poter sussistere, che l’uomo e la società abbiano un loro significato. Negata invece ogni razionalità nel processo storico, e venuto quindi a mancare, in esso, qualsivoglia valore umano, non si dà più, in effetti, alcuna possibilità che il potere venga esercitato in funzione – e in tal senso, per l’appunto, al servizio – del generale avanzamento, o, se si preferisce questo termine illustre, del “bene comune”.
Ma non basta. Proprio perché la tendenza politica praticistica, separando il potere da obiettivi
ben definiti e giustificati, lo rende inadatto a servire la società nelle sue esigenze reali, diviene assai
rapido il passaggio da una simile tendenza a una prassi fondata sul puro arbitrio. Si è poco sopra accennato, del
resto, al fatto che il praticismo si volge per sua natura verso ciò che è più facile. Ora, non è precisamente attraverso un esercizio arbitrario del potere che i problemi – almeno a breve scadenza, ma quindi con più allettante e immediata pressione – possono apparire più agevolmente risolvibili?
Nemmeno qui, tuttavia, può fermarsi questa parte del nostro discorso. Dobbiamo infatti osservare ancora che, a sua volta, l’arbitrio non è se non quel modo di gestire il potere, che si fonda esclusivamente sul potere stesso. E ciò porta a concludere, in ultima analisi, che il praticismo e l’arbitrio, congiuntamente, non possono non giungere a dar luogo – trovandovi difatti la loro piena consequenzialità, la loro affermazione metodica e, per così dire, istituzionalizzata – a un quadro politico dominato dalla pura volontà di potenza.
In effetti, anche quando la vita associata si trovasse davvero a svolgersi secondo forme e modi
che si fosse ormai rinunziato del tutto a determinare razionalmente, e quindi a controllare e dirigere in termini
aspiranti a una generale validità umana, residuerebbe pur sempre il bisogno di conferirle – semplicemente per evitare
la completa catastrofe – un qualche ordine e una stabilità purchessia. Ma poiché né l’uno né l’altra potrebbero più
venir garantiti in maniera corretta, finirebbero per rimaner affidati unicamente, per l’appunto, a una volontà di
potenza costituita in legge a se medesima. In tal modo, allora – mentre la scettica a-razionalità storica di cui prima
si è detto, verrebbe a sfociare nel trionfo del più dispiegato irrazionalismo(35) -, per
la reazione, sul decisivo terreno del potere, il gioco sarebbe fatto: essa sarebbe pervenuta ad avere in mano,
precisamente, lo strumento più idoneo per piegare la società civile ai propri interessi.
N O T E
(33) Esprimendoci così – e avvalendoci, in particolare, di tali corsivi -, intendiamo evidentemente distinguerci dal tipo di razionalità e di finalismo delineati proprio, come si è veduto, dalle “filosofie della storia”; ma vogliamo farlo senza cadere, d’altra parte, nella posizione irrazionalistica, o comunque irrazionale, poco sopra descritta. A nostro avviso, in realtà, è ben vero che non è lecito attribuire alla storia medesima, aprioristicamente e in assoluto, una logica e un traguardo che le sarebbero fin dall’inizio – e, per così dire, costituzionalmente – immanenti e necessari. Ma ciò non vuol dire che da parte dell’uomo non sia possibile produrre – sulla base della di per sé incondizionata e generica razionalità della storia – un processo che abbia una direzione, un senso, un valore per l’uomo stesso; e dunque che tale processo non possa risultar teso verso certe mète umane specifiche e a esso congrue, che può raggiungere in modo più o meno pieno, o anche mancare, lasciando così alle fasi storiche successive il compito di colmare le proprie lacune e di far compiere all’umanità degli ulteriori passi in avanti.
(34) E che – secondo la distinzione, più volte posta in questo periodico, fra il momento statico-statuale della politica e il suo aspetto dinamico, poggiante soprattutto sulla dimensione del partito – si può definire come quella forza la quale, se esplicantesi correttamente, da un lato mantiene coesa la compagine della società, accumulandone e conservandone i progressivi arricchimenti, mentre dall’altro lato ne promuove le necessarie trasformazioni, anche, ove occorra, di tipo rivoluzionario.
(35) Un simile sbocco, difatti, comporta che sull’humus dello scetticismo a-razionale (destinato, di per sé, a rimanere statico e passivo) intervenga un dirompente elemento attivistico. E questo è dato esattamente dallo scatenarsi della volontà di potenza.