Probabilmente, tuttavia, la storia medesima avrebbe potuto condurre il cattolicesimo politico democratico a incontrarsi, per esempio già nel ’23-’24, o nel ’26, con le forze proletarie(26) (come non potrà non finir per fare, ne siamo certi, in un prossimo futuro), ove non fosse tempestivamente sopravvenuta una qualche, sia pure temporanea composizione di quella discrepanza, di quel divario, di cui stiamo parlando. Ma, appunto, proprio verso la fine degli anni ’20, e durante il decennio successivo, un certo modus vivendi fra le esigenze della piccola proprietà personale e quelle del capitalismo fu effettivamente raggiunto nel nostro paese, comprimendo pesantemente, con l’avallo della Santa Sede(27), la classe operaia, e a un tempo contenendo e deformando, a favore degli interessi piccolo-borghesi(28), la logica più rigorosa del capitalismo stesso. Né l’opinione pubblica avvertì (e quindi combatté) in tempo la riserva tacitamente nutrita dal personale fascista – e non a caso lamentata troppo tardi dalla Chiesa – che il groppo di contraddizioni così accumulate sarebbe alla fine stato sciolto da un successo bellico.
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Nei primissimi anni successivi al termine della seconda conflagrazione mondiale, larghi settori del cattolicesimo politico democratico, sospinti dalle mutate condizioni storiche, venivano ormai orientandosi verso un arresto del suo cronico oscillare, nel senso di collegarlo in modo stabile al movimento operaio; e ciò, come è ovvio, avrebbe aperto alla società italiana prospettive nuovissime, con conseguente superamento, o almeno spostamento deciso, dei limiti più pesanti del passato. Sopraggiunta, tuttavia, la crisi del “tripartito” e apertosi a un tempo, sul piano internazionale, l’infausto periodo della “guerra fredda”, il fecondo orientamento cattolico di cui si è appena detto, rimase inevitabilmente bloccato. Vene allora a ripresentarsi, più o meno nei suoi termini classici, il problema di comporre in qualche modo le esigenze capitalistiche con gli interessi delle forze economico-sociali fondate sulla piccola proprietà personale: di quelle forze, cioè, che sono sostenute precisamente – per le ragioni che abbiamo cercato di illustrare – dalla tendenza democratica del cattolicesimo politico.
Poiché tuttavia la guerra, malgrado le velleitarie aspettative fasciste, era stata vinta dalle potenze democratiche “occidentali” alleate al primo Stato proletario, e poiché ormai, nel mezzo dell’Europa, il movimento operaio era tornato ad affermarsi con nuovo e inusitato vigore, è chiaro che quel problema non poteva certo venir risolto facendo ancora ricorso ai metodi – per un verso ferocemente autoritari, per l’altro disorganicamente compromissori – sperimentati in precedenza. Fu proprio il keynesismo, allora, a fornire le idee, i criteri e gli strumenti per addivenire alla composizione di cui stiamo discorrendo, in termini compatibili con una realtà storica profondamente trasformata.
Non abbiamo forse veduto, alcune pagine prima, come la linea keynesiana si proponesse di mettere in opera, nella conservazione sostanziale dell’assetto capitalistico, gli interventi necessari per garantirne un andamento ordinato, senza crisi, foriero di generale progresso, nonché, alla fine, di condizioni qualitativamente superiori per l’esplicarsi dell’uomo? E’ dunque comprensibile come molti cattolici democratici cominciassero a ritenere che entro questo quadro le posizioni della piccola proprietà privata – quelle appunto, giova ripetere, sulle quali essi fondavano in via primaria la propria visione di una società umana migliore – fossero in grado non solo di trovare spazio sufficiente, ma di concorrere in maniera insostituibile all’instaurazione di nuovi e più accettabili equilibri complessivi, per funzionare poi da determinanti sostegni di questi ultimi sul piano sociale e politico. Per di più, il keynesismo veniva a consentire – e anzi a implicare, tanto come sua necessaria conseguenza, quanto come suo importante elemento di appoggio – una certa crescita della spinta sindacale. Esso dunque promuoveva di fatto quel solidarismo fra i lavoratori, in cui il cattolicesimo politico democratico vedeva, come si è accennato in precedenza, un altro strumento di “correzione” della logica capitalistica.
Solo che, a nostro avviso, è stato proprio il connubio dell’indirizzo cattolico democratico con il keynesismo(29), che fatalmente, a una certa scadenza(30), è venuto sia ad aggravare la crisi della società italiana (una società che fra le altre dell’Occidente, per la particolare debolezza della sua economia, già di per sé patisce il più pericoloso ed estremo disagio), sia, correlativamente, ad accelerare in essa il declino dello stesso keynesismo. E ciò ha avuto come ulteriore conseguenza – chiaramente inevitabile, dato quanto si è detto finora – di discoprire la decomposizione profonda anche di quella sorta di “filosofia della storia” che è sottesa al cattolicesimo politico democratico. Ora, questi esiti – come ci proviamo subito a illustrare qui di seguito – sono riportabili essenzialmente a due motivi.
Pensiamo che in primo luogo si debba tornare a porre l’accento sull’inarrestabile trend inflattivo scatenatosi nell’ultimo decennio. Man mano infatti che – come si è già avuto occasione di osservare – questo fenomeno andava destabilizzando il tipo di processo economico guidato dal keynesismo, esso veniva di conseguenza a vanificare, nel medesimo tempo, le speranze nutrite dall’indirizzo democratico del cattolicesimo politico circa la funzione essenziale che in quel processo avrebbe potuto essere svolta dalle posizioni della piccola proprietà “legata alla persona”, nel senso di allargare la base sociale di esso e di renderlo più aderente alle esigenze dell’uomo.
E anzi, non solo quelle posizioni hanno perduto ogni prospettiva di modificare e “correggere” in termini siffatti lo sviluppo capitalistico, ma proprio per questo si sono rovesciate in un ulteriore, grave elemento di crisi. Precisamente, per l’ormai manifesta impossibilità che esse operassero un positivo condizionamento del capitalismo, non hanno potuto che trovarsi ribadite, in quanto realtà sostanzialmente residuali dell’ancien régime, nel loro effettivo significato di sempre: nel significato, cioè, di mera palla di piombo al piede del capitalismo stesso, destinata farsi particolarmente gravosa, e tendenzialmente eversiva, all’atto del declino irreversibile di quest’ultimo. In fin dei conti, dunque, le forze della piccola proprietà personale sono pervenute a rivelarsi affatto antitetiche, nel concreto, a quella società di “liberi e forti” che l’indirizzo cattolico democratico avrebbe voluto fondare su un loro più “giusto” equilibrio con un capitalismo keynesianamente diretto, e che costituiva il punto fondamentale e conclusivo degli aspetti di “filosofia della storia” implicati da tale indirizzo.
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Un discorso assai simile, almeno per la sua conclusione, va poi condotto in merito all’altro fattore cui puntava l’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, per il conseguimento degli obiettivi configurati dalla sua ideologia. Vogliamo adesso soffermarci, cioè, sul ruolo – assai diverso da quello sperato da un simile indirizzo – che è venuta a giocare la solidarietà fra i lavoratori, concretantesi essenzialmente nel movimento sindacale.
Non v’è dubbio che, fino all’ “autunno caldo”, il sindacato ha potuto funzionare sostanzialmente, anche in Italia, quale elemento di lubrificazione e di sostegno per un’economia capitalistica sottoposta a interventi di natura keynesiana. Finché è rimasta contenuta entro certi limiti, infatti, la pressione sindacale, aumentando la capacità d’acquisto delle masse, è venuta a ingrossare quella domanda complessiva di beni e di servizi, la cui crescita costituisce appunto lo strumento principale di cui si avvale il keynesismo. La stessa spallata rivendicativa del ’62-’63, pur avendo portato i salari, nel loro insieme, oltre i limiti della “produttività”, non determinò una seria crisi delle impostazioni keynesiane – già “decollate” nella seconda metà degli anni ’50 -, anche perché il sindacato riuscì a riassumere una linea di prudenza e a far rientrare la protesta operaia, per qualche tempo, entro il quadro delle “compatibilità” del sistema. Così stando le cose, dunque (o meglio, fino a quando sono rimaste in tali termini), i cattolici democratici sono potuti tornare ad aspettarsi dal sindacato – come già, e lo si è visto, al tempo di Sturzo – precisamente un ulteriore appoggio a quella linea di incisiva “correzione” del capitalismo, che, secondo la loro atipica “filosofia della storia”, dovrebbe condurre a una società più omogenea all’uomo.
Due circostanze, tuttavia, sono venute a svelare puntualmente l’inconsistenza di un’aspettativa siffatta. Da una parte, in effetti, stava il già sottolineato precipitare del processo inflazionistico, cui non poteva non conseguire – come pure si è veduto – un graduale ma irrimediabile vanificarsi delle pratiche keynesiane. Dall’altra, e in non casuale concomitanza col primo aspetto, è venuto a determinarsi un netto mutamento negli indirizzi, nelle prospettive e nelle funzioni del sindacato.
Sta di fatto che – soprattutto per il progressivo potenziarsi della spinta di classe espressa dal proletariato(31) – il movimento sindacale è giunto ad assumere sino in fondo, esattamente a cominciare dal 1969, quelle caratteristiche che, per sua natura, gli sono proprie, e che si riassumono nella difesa e nella promozione del prezzo della forza-lavoro, senza altro vincolo all’infuori della capacità di resistenza dimostrata dalla controparte. E’ chiaro – e questo periodico l’ha più volte posto in rilievo – che in tal modo il sindacato, nel mettere alle corde il vigente “sistema”, faceva nell’atto stesso oggettivo appello alla politica (ai partiti comunque interessati a una società diversa e superiore), per le ormai indispensabili trasformazioni rivoluzionarie . E’però altrettanto chiaro che, essendo invece l’iniziativa politica rimasta finora carente, la pressione sindacale non poteva non andar corrompendosi e sbriciolandosi in una serie di esplosioni corporative, assai difficilmente passibili di venir quanto meno contenute dalle grandi Confederazioni(32).
Si può dunque concludere, per quanto riguarda l’atipica “filosofia della storia” sottesa all’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, che è venuto ormai a cadere in ogni suo termine costitutivo quel connubio, tra le forze mobilitate da tale indirizzo e la linea keynesiana, il quale avrebbe potuto condurre a modificare incisivamente il capitalismo, onde conseguire gli obiettivi indicati appunto dalla predetta “filosofia”. Mentre infatti – come si è visto – il keynesismo andava svuotandosi e la piccola proprietà personale si rovesciava di conseguenza in grave fattore di crisi, a sua volta il momento del sindacato, in luogo di concorrere per la propria parte alla promozione di un assetto economico-sociale nuovo e più umano, si è esso pure rivelato (se e in quanto abbandonato a se medesimo) teso non solo a decomporre – come è giusto e rivoluzionario – l’assetto vigente, ma anche a deformare, in maniera di mese in mese più profonda, lo stesso tessuto essenziale della vita associata.
Così, anche quella che, malgrado la sua sostanziale adialetticità, può in qualche modo esser considerata la terza fra le maggiori “filosofie della storia” moderne, ha praticamente concluso il suo ciclo. Ed è allora comprensibile – sebbene non lo si possa certo ritenere uno sbocco positivo – come quei cattolici che più si sono nutriti di una simile visione del processo storico, siano oggi pervenuti, per una certa parte, o ad alimentare le disperazioni estremistiche, ovvero a esaltarsi, sempre irrazionalisticamente, nelle forme del neo trionfalismo carismatico.