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Introduzione...

Terza puntata del terzo saggio di Franco Rodano – “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.61/1979 – della serie “Alla radice della crisi” (per i primi due saggi e per la prima e seconda puntata di questo, sul marxismo e sul keynesismo, si veda qui in archivio, sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”). Nella presente puntata trascriviamo le pp. 19-29, riguardanti la “filosofia della storia” sottesa a quella che l’A. chiama la “forma democratica del cattolicesimo politico”. Ricordiamo che l’A. sta parlando delle tendenze ideali che sorreggono l’incombente manovra reazionaria anti-operaia e anti-democratica, e precisamente della prima di esse, data dalla tendenza alla liquidazione semplice, come pura aberrazione, delle principali “filosofie della storia”. Certo - riconosce – queste sono ormai in crisi irreversibile, ma dopo aver svolto un fondamentale ruolo storico: ne vanno dunque salvaguardate invece, in ogni caso, le “verità interne”.

Franco Rodano:
ALLA RADICE DELLA CRISI – III –
IDEE E STRUMENTI DELLA MANOVRA REAZIONARIA

Sturzo, De Gasperi, Moro: la forma democratica del cattolicesimo politico e l’ideologia ad essa sottesa

Il declino del keynesismo ha comportato necessariamente, a veder bene, anche la crisi di quella posizione che abbiamo creduto di poter annoverare come la terza tra le “filosofie della storia” più accreditate nella società moderna, e che del resto, assieme alle altre due, ha nutrito a lungo i sentimenti profondi e le speranze delle masse. Intendiamo riferirci a quella “filosofia della storia” sui generis, che risulta in qualche modo sottesa al cattolicesimo politico, assunto nella forma democratica che esso deve alle impostazioni di Sturzo, di De Gasperi e infine di Moro(19).
In effetti, anche l’ideologia propria del cattolicesimo politico democratico configura un dato iniziale a valenza negativa, che è, a un tempo, legge e limite del processo storico moderno. Ma di preciso, lo individua in alcuni aspetti del capitalismo (che peraltro non ne sarebbero ineliminabili), per cui esso – se lasciato esplicarsi in tutto il rigore della sua logica – tende, oltreché a ridurre ingiustamente la dignità e il tenore di vita degli operai, anche e soprattutto a comprimere e a emarginare la piccola proprietà personale, vista invece dalla predetta ideologia come la base economica e giuridica di un’attività produttiva libera, autogestita, omogenea a quel momento connaturale della figura umana che è l’ homo faber: sicché una proprietà siffatta viene a essere condizione fondante di una vita associata umanamente positiva e feconda(20). E’ infatti propria dell’assetto capitalistico abbandonato a se stesso – viene sottolineato da quella medesima ideologia sulla falsariga marxistica – la spinta ad accentrare il possesso dei “mezzi produttivi” nelle mani di pochi individui, anzi di un esiguo numero di gigantesche società anonime, privandone tutti gli altri: estromettendo insomma da tale possesso la gran massa dei lavoratori, e creando così il “triste” e “squallido” fenomeno del moderno proletariato.
Conseguentemente, quella sorta di “filosofia della storia” che è sottesa al cattolicesimo politico democratico prospetta non tanto il superamento dell’iniziale dato negativo capitalistico, quanto piuttosto la necessità di contenerlo e controllarlo, e solo in tal senso di trascenderlo, alla fine, nella sua negatività. Essa indica allora, come strumenti a ciò idonei, sia la promozione di forme di solidarietà (essenzialmente sindacale) fra i lavoratori, sia e soprattutto la difesa e l’avanzamento di tutte quelle formazioni economiche, per gran parte sostanzialmente preborghesi (e in tal senso anticapitalistiche)(21), che si legano appunto, in un modo o nell’altro, alla proprietà personale. Tale “filosofia” viene insomma a porre particolarmente l’accento, esaltandole, su quelle componenti della vita economica che Marx, invece, aveva già viste come il terreno su cui avrebbe dovuto esercitarsi l’espropriazione, dialetticamente superatrice, operata dal capitalismo nel suo progressivo sviluppo: dunque come forze avverse – ma a suo giudizio, e giustamente, senza speranza – al libero espandersi del capitalismo stesso fuori delle restrizioni e dei vincoli oppostigli nei secoli precedenti(22).
Quel che più importa però di sottolineare, è che per l’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, nella sua concezione più peculiare e profonda, simili forze non sono utilizzabili soltanto al fine di “correggere”gli “eccessi capitalistici”(23). Esse, invece, ove pervengano man mano a rafforzare e a estendere il proprio spazio sociale ed economico, condurrebbero alla vittoria stessa della democrazia (o meglio, di quella sua particolare forma, intessuta di variegate autonomie, cui l’indirizzo in questione si sente più congeniale) sulle tendenze accentratrici dell’assetto borghese; e insieme porterebbero appunto al prevalere della proprietà inerente alla persona su quella, spersonalizzata e anonima, del grande capitale. Anzi, per questa via, esse dovrebbero giungere fino a costituire quella sturziana società di “liberi e forti”, in cui il cattolicesimo politico democratico – nel considerarla come l’unica a misura d’uomo – vede il significato e la verità del processo storico, nonché quindi la sua conclusione, la quale tuttavia – come è chiaro – non coincide con la fine della storia, né con il conseguente approdo nell’assoluto. Lo schema, dunque, secondo cui si muove e procede questa ideologia, mentre rivela la permanenza, nell’indirizzo cattolico democratico, di un elemento utopico di matrice mennaisiana, esclude precisamente – come più volte, del resto, abbiamo accennato – uno dei caratteri essenziali della “filosofia della storia”: ossia proprio, per singolare contrappasso, quello, in radice di tipo religioso, del salto fuori della storia stessa.

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Tali, dunque, i lineamenti di quella, fra le maggiori ideologie contemporanee, che si è specificamente affermata in campo cattolico. A questo punto, però, dobbiamo soffermarci con particolare attenzione su un altro aspetto che era implicito in quanto abbiamo detto poco sopra: ossia sulla discrepanza eccessiva, contraddittoria e, da ultimo, mortale per quella stessa ideologia, fra il tipo di società che essa prefigura (idillicamente fondandola soprattutto sulla piccola proprietà aziendale a conduzione diretta) e le grandi esigenze, a loro modo trasformatrici, del capitalismo sviluppato e maturo. Trattasi invero di una divaricazione che, oltre una certa soglia, non può non mettere in crisi il cattolicesimo politico democratico, come già avvenne negli anni ’20, quando determinò il declino, l’emarginazione e la fine della sua espressione di allora, il Partito popolare(24).
Certo, un contrasto quanto mai aperto e drammatico esiste non da oggi – è appena il caso di ricordarlo – anche fra l’ordinamento capitalistico e le istanze proletarie; ed è anzi venuto facendosi tanto più marcato ed evidente quanto più, di decennio in decennio, il capitalismo diveniva “maturo” e il movimento operaio, da parte sua, cresceva in consapevolezza, in vigore, in incisività politica. Ma in questo caso, il contrasto – o, per meglio dire, la radicale contrapposizione – stava nella logica medesima delle cose. Costituiva infatti il necessario manifestarsi della centrale e decisiva antitesi fra borghesia e proletariato: necessario, diciamo, sia perché una simile antitesi è la stessa sostanza ultima del processo storico-sociale moderno, sia perché, conseguentemente, è proprio e solo attraverso di essa, e portandola sino in fondo, che la nuova “classe generale” può affermare la sua egemonia sulla società. Ben diverse considerazioni sono invece da svolgere per quel che si riferisce al cattolicesimo democratico, e precisamente al modo in cui il divario (fattosi palese da tempo, e cioè fin dal primo dopoguerra) tra la sua ideologia e le esigenze e le leggi del capitalismo avanzato, veniva – come viene – a incidere sull’evoluzione e sulle stesse possibilità di sopravvivenza di una tale corrente politica.
Difatti, in questo secondo e specifico caso, ove il divario si accentui sino a divenire, come nel movimento operaio, una vera e propria antitesi, e soprattutto ove una simile antitesi si spinga fino alle sue ultime conseguenze, è il fronte stesso della proprietà privata – assunta come tale e in ogni sua accezione – che viene inevitabilmente a spezzarsi. Così ad esempio, nel primo dopoguerra, le forze della piccola proprietà individuale e sostanzialmente precapitalistica(25) avrebbero finito per fare il gioco della politica proletaria sotto segno marxista e leninista, la quale in effetti, lungo la linea “classica” allora seguita, si attestava su posizioni tese alla liquidazione della proprietà privata sotto ogni forma.
Il carattere oscillante che è sempre stato proprio dell’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, trovava proprio in ciò, al tempo del Partito popolare, una delle sue ragioni più importanti. Da una parte invero, e cioè in quanto tale indirizzo intendeva (come tuttora intende) condizionare seriamente il capitalismo, esso avrebbe dovuto spingersi molto in là nella sua opposizione all’esplicarsi rigoroso e compatto di quest’ultimo, trovandosi così necessitato a un’alleanza con il movimento operaio. Dall’altra parte, però, esso non poteva non ritrarsi subito da una prospettiva del genere (ma lasciando allora, nell’atto medesimo, che il tentativo di condizionamento perdesse ogni incisività ed efficacia), non appena si accorgeva che per una tale strada si veniva a mettere in pericolo, appunto, il “sacro principio” della proprietà privata.
Probabilmente, tuttavia, la storia medesima avrebbe potuto condurre il cattolicesimo politico democratico a incontrarsi, per esempio già nel ’23-’24, o nel ’26, con le forze proletarie(26) (come non potrà non finir per fare, ne siamo certi, in un prossimo futuro), ove non fosse tempestivamente sopravvenuta una qualche, sia pure temporanea composizione di quella discrepanza, di quel divario, di cui stiamo parlando. Ma, appunto, proprio verso la fine degli anni ’20, e durante il decennio successivo, un certo modus vivendi fra le esigenze della piccola proprietà personale e quelle del capitalismo fu effettivamente raggiunto nel nostro paese, comprimendo pesantemente, con l’avallo della Santa Sede(27), la classe operaia, e a un tempo contenendo e deformando, a favore degli interessi piccolo-borghesi(28), la logica più rigorosa del capitalismo stesso. Né l’opinione pubblica avvertì (e quindi combatté) in tempo la riserva tacitamente nutrita dal personale fascista – e non a caso lamentata troppo tardi dalla Chiesa – che il groppo di contraddizioni così accumulate sarebbe alla fine stato sciolto da un successo bellico.

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Nei primissimi anni successivi al termine della seconda conflagrazione mondiale, larghi settori del cattolicesimo politico democratico, sospinti dalle mutate condizioni storiche, venivano ormai orientandosi verso un arresto del suo cronico oscillare, nel senso di collegarlo in modo stabile al movimento operaio; e ciò, come è ovvio, avrebbe aperto alla società italiana prospettive nuovissime, con conseguente superamento, o almeno spostamento deciso, dei limiti più pesanti del passato. Sopraggiunta, tuttavia, la crisi del “tripartito” e apertosi a un tempo, sul piano internazionale, l’infausto periodo della “guerra fredda”, il fecondo orientamento cattolico di cui si è appena detto, rimase inevitabilmente bloccato. Vene allora a ripresentarsi, più o meno nei suoi termini classici, il problema di comporre in qualche modo le esigenze capitalistiche con gli interessi delle forze economico-sociali fondate sulla piccola proprietà personale: di quelle forze, cioè, che sono sostenute precisamente – per le ragioni che abbiamo cercato di illustrare – dalla tendenza democratica del cattolicesimo politico.
Poiché tuttavia la guerra, malgrado le velleitarie aspettative fasciste, era stata vinta dalle potenze democratiche “occidentali” alleate al primo Stato proletario, e poiché ormai, nel mezzo dell’Europa, il movimento operaio era tornato ad affermarsi con nuovo e inusitato vigore, è chiaro che quel problema non poteva certo venir risolto facendo ancora ricorso ai metodi – per un verso ferocemente autoritari, per l’altro disorganicamente compromissori – sperimentati in precedenza. Fu proprio il keynesismo, allora, a fornire le idee, i criteri e gli strumenti per addivenire alla composizione di cui stiamo discorrendo, in termini compatibili con una realtà storica profondamente trasformata.
Non abbiamo forse veduto, alcune pagine prima, come la linea keynesiana si proponesse di mettere in opera, nella conservazione sostanziale dell’assetto capitalistico, gli interventi necessari per garantirne un andamento ordinato, senza crisi, foriero di generale progresso, nonché, alla fine, di condizioni qualitativamente superiori per l’esplicarsi dell’uomo? E’ dunque comprensibile come molti cattolici democratici cominciassero a ritenere che entro questo quadro le posizioni della piccola proprietà privata – quelle appunto, giova ripetere, sulle quali essi fondavano in via primaria la propria visione di una società umana migliore – fossero in grado non solo di trovare spazio sufficiente, ma di concorrere in maniera insostituibile all’instaurazione di nuovi e più accettabili equilibri complessivi, per funzionare poi da determinanti sostegni di questi ultimi sul piano sociale e politico. Per di più, il keynesismo veniva a consentire – e anzi a implicare, tanto come sua necessaria conseguenza, quanto come suo importante elemento di appoggio – una certa crescita della spinta sindacale. Esso dunque promuoveva di fatto quel solidarismo fra i lavoratori, in cui il cattolicesimo politico democratico vedeva, come si è accennato in precedenza, un altro strumento di “correzione” della logica capitalistica.
Solo che, a nostro avviso, è stato proprio il connubio dell’indirizzo cattolico democratico con il keynesismo(29), che fatalmente, a una certa scadenza(30), è venuto sia ad aggravare la crisi della società italiana (una società che fra le altre dell’Occidente, per la particolare debolezza della sua economia, già di per sé patisce il più pericoloso ed estremo disagio), sia, correlativamente, ad accelerare in essa il declino dello stesso keynesismo. E ciò ha avuto come ulteriore conseguenza – chiaramente inevitabile, dato quanto si è detto finora – di discoprire la decomposizione profonda anche di quella sorta di “filosofia della storia” che è sottesa al cattolicesimo politico democratico. Ora, questi esiti – come ci proviamo subito a illustrare qui di seguito – sono riportabili essenzialmente a due motivi.

Pensiamo che in primo luogo si debba tornare a porre l’accento sull’inarrestabile trend inflattivo scatenatosi nell’ultimo decennio. Man mano infatti che – come si è già avuto occasione di osservare – questo fenomeno andava destabilizzando il tipo di processo economico guidato dal keynesismo, esso veniva di conseguenza a vanificare, nel medesimo tempo, le speranze nutrite dall’indirizzo democratico del cattolicesimo politico circa la funzione essenziale che in quel processo avrebbe potuto essere svolta dalle posizioni della piccola proprietà “legata alla persona”, nel senso di allargare la base sociale di esso e di renderlo più aderente alle esigenze dell’uomo.
E anzi, non solo quelle posizioni hanno perduto ogni prospettiva di modificare e “correggere” in termini siffatti lo sviluppo capitalistico, ma proprio per questo si sono rovesciate in un ulteriore, grave elemento di crisi. Precisamente, per l’ormai manifesta impossibilità che esse operassero un positivo condizionamento del capitalismo, non hanno potuto che trovarsi ribadite, in quanto realtà sostanzialmente residuali dell’ancien régime, nel loro effettivo significato di sempre: nel significato, cioè, di mera palla di piombo al piede del capitalismo stesso, destinata farsi particolarmente gravosa, e tendenzialmente eversiva, all’atto del declino irreversibile di quest’ultimo. In fin dei conti, dunque, le forze della piccola proprietà personale sono pervenute a rivelarsi affatto antitetiche, nel concreto, a quella società di “liberi e forti” che l’indirizzo cattolico democratico avrebbe voluto fondare su un loro più “giusto” equilibrio con un capitalismo keynesianamente diretto, e che costituiva il punto fondamentale e conclusivo degli aspetti di “filosofia della storia” implicati da tale indirizzo.

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Un discorso assai simile, almeno per la sua conclusione, va poi condotto in merito all’altro fattore cui puntava l’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, per il conseguimento degli obiettivi configurati dalla sua ideologia. Vogliamo adesso soffermarci, cioè, sul ruolo – assai diverso da quello sperato da un simile indirizzo – che è venuta a giocare la solidarietà fra i lavoratori, concretantesi essenzialmente nel movimento sindacale.
Non v’è dubbio che, fino all’ “autunno caldo”, il sindacato ha potuto funzionare sostanzialmente, anche in Italia, quale elemento di lubrificazione e di sostegno per un’economia capitalistica sottoposta a interventi di natura keynesiana. Finché è rimasta contenuta entro certi limiti, infatti, la pressione sindacale, aumentando la capacità d’acquisto delle masse, è venuta a ingrossare quella domanda complessiva di beni e di servizi, la cui crescita costituisce appunto lo strumento principale di cui si avvale il keynesismo. La stessa spallata rivendicativa del ’62-’63, pur avendo portato i salari, nel loro insieme, oltre i limiti della “produttività”, non determinò una seria crisi delle impostazioni keynesiane – già “decollate” nella seconda metà degli anni ’50 -, anche perché il sindacato riuscì a riassumere una linea di prudenza e a far rientrare la protesta operaia, per qualche tempo, entro il quadro delle “compatibilità” del sistema. Così stando le cose, dunque (o meglio, fino a quando sono rimaste in tali termini), i cattolici democratici sono potuti tornare ad aspettarsi dal sindacato – come già, e lo si è visto, al tempo di Sturzo – precisamente un ulteriore appoggio a quella linea di incisiva “correzione” del capitalismo, che, secondo la loro atipica “filosofia della storia”, dovrebbe condurre a una società più omogenea all’uomo.
Due circostanze, tuttavia, sono venute a svelare puntualmente l’inconsistenza di un’aspettativa siffatta. Da una parte, in effetti, stava il già sottolineato precipitare del processo inflazionistico, cui non poteva non conseguire – come pure si è veduto – un graduale ma irrimediabile vanificarsi delle pratiche keynesiane. Dall’altra, e in non casuale concomitanza col primo aspetto, è venuto a determinarsi un netto mutamento negli indirizzi, nelle prospettive e nelle funzioni del sindacato.
Sta di fatto che – soprattutto per il progressivo potenziarsi della spinta di classe espressa dal proletariato(31) – il movimento sindacale è giunto ad assumere sino in fondo, esattamente a cominciare dal 1969, quelle caratteristiche che, per sua natura, gli sono proprie, e che si riassumono nella difesa e nella promozione del prezzo della forza-lavoro, senza altro vincolo all’infuori della capacità di resistenza dimostrata dalla controparte. E’ chiaro – e questo periodico l’ha più volte posto in rilievo – che in tal modo il sindacato, nel mettere alle corde il vigente “sistema”, faceva nell’atto stesso oggettivo appello alla politica (ai partiti comunque interessati a una società diversa e superiore), per le ormai indispensabili trasformazioni rivoluzionarie . E’però altrettanto chiaro che, essendo invece l’iniziativa politica rimasta finora carente, la pressione sindacale non poteva non andar corrompendosi e sbriciolandosi in una serie di esplosioni corporative, assai difficilmente passibili di venir quanto meno contenute dalle grandi Confederazioni(32).
Si può dunque concludere, per quanto riguarda l’atipica “filosofia della storia” sottesa all’indirizzo democratico del cattolicesimo politico, che è venuto ormai a cadere in ogni suo termine costitutivo quel connubio, tra le forze mobilitate da tale indirizzo e la linea keynesiana, il quale avrebbe potuto condurre a modificare incisivamente il capitalismo, onde conseguire gli obiettivi indicati appunto dalla predetta “filosofia”. Mentre infatti – come si è visto – il keynesismo andava svuotandosi e la piccola proprietà personale si rovesciava di conseguenza in grave fattore di crisi, a sua volta il momento del sindacato, in luogo di concorrere per la propria parte alla promozione di un assetto economico-sociale nuovo e più umano, si è esso pure rivelato (se e in quanto abbandonato a se medesimo) teso non solo a decomporre – come è giusto e rivoluzionario – l’assetto vigente, ma anche a deformare, in maniera di mese in mese più profonda, lo stesso tessuto essenziale della vita associata.
Così, anche quella che, malgrado la sua sostanziale adialetticità, può in qualche modo esser considerata la terza fra le maggiori “filosofie della storia” moderne, ha praticamente concluso il suo ciclo. Ed è allora comprensibile – sebbene non lo si possa certo ritenere uno sbocco positivo – come quei cattolici che più si sono nutriti di una simile visione del processo storico, siano oggi pervenuti, per una certa parte, o ad alimentare le disperazioni estremistiche, ovvero a esaltarsi, sempre irrazionalisticamente, nelle forme del neo trionfalismo carismatico.

N O T E

(19) Stiamo parlando – come è chiaro – di una sorta di “filosofia della storia”, emersa, in epoca relativamente vicina, all’interno del mondo cattolico, o, per meglio dire, sul terreno di una delle tendenze politiche che vi si collegano. Il nostro discorso non riguarda quindi per nulla gli assai più antichi e ben più propri elementi di “filosofia della storia” che sono rilevabili nell’insieme del “pensiero cristiano” – quale cioè si è svolto a cominciare almeno da S. Agostino – e che si rapportano, interpretandoli in un determinato modo, a temi come quelli del “peccato originale” e del “compimento dei tempi”.
(20) L’indirizzo democratico del cattolicesimo politico è stato infatti contrario, secondo l’essenza stessa della sua logica, alla grande proprietà terriera, che per di più, soprattutto nel Mezzogiorno, assumeva la forma latifondistica. E in realtà, se è ben vero che anche questa forma proprietaria si configura giuridicamente in termini di proprietà personale, non può tuttavia non esser chiaro che le sue caratteristiche concrete sono agli antipodi di quelli esaltati dal predetto indirizzo, appunto nella piccola proprietà personale, come fondamentali aspetti positivi e omogenei all’uomo. Da una parte, invero, la grande proprietà terriera viene criticata dai cattolici democratici in quanto concentra nelle mani di pochi un bene essenziale, la terra, che altrimenti può – come deve – esser goduto da molti; dall’altra, allorché appunto assume la forma latifondistica, in quanto non solo è assenteista, ma lo è in modo tale da lasciare il suolo incolto o mal coltivato, così da non poter dare luogo se non a una produzione che, nel migliore dei casi, rimane inefficiente. Perciò, il cattolicesimo politico democratico ha sempre perseguito – riuscendo, in una certa misura, a realizzarla – una “riforma agraria”, che tuttavia, anche per obiettive condizioni storiche, non è mai pervenuta ad attuarsi fuori dell’ambito della grande proprietà assenteista, e per di più non è andata oltre i modi sostanzialmente antiquati (e non a caso, quindi, economicamente non ottimali) della mera formazione di piccole proprietà, come base di aziende agricole a conduzione familiare.
(21) Diciamo solo per gran parte, poiché fra tali formazioni vanno annoverate anche le aziende capitalistiche minori, personalmente dirette dall’imprenditore-proprietario. Una simile figura è certo tipica dei primi tempi del capitalismo; si è però veduto in precedenza come essa – contro le aspettative di Marx – continui tenacemente e largamente a sussistere anche al giorno d’oggi.
(22) Il fatto che la liquidazione delle realtà economiche di tipo precapitalistico venga da Marx giustificata e ritenuta irreversibile, non significa che egli reputi positiva in assoluto e sotto ogni aspetto la scomparsa della proprietà personale. Nel quadro eminentemente dialettico del suo pensiero, in effetti, quel fenomeno di liquidazione si pone come necessario sul piano storico e solo in tal senso come fecondo: perché, appunto, di portata rivoluzionaria. In altre e più precise parole, egli considera giusta e irrecuperabile (il che, ripetiamo, è del tutto esatto) l’emarginazione di determinate configurazioni avute nell’ ancien régime dalla proprietà legata alla persona; ma non per questo vuole la scomparsa di tale proprietà in maniera completa e senza residui. Tanto è vero che – nel luogo citato nella nota n. 9 – lo stesso Marx, distinguendo fra «proprietà privata» capitalistica e «proprietà individuale, fondata sul lavoro personale», osserva che quest’ultima ha trovato nel capitalismo la sua «negazione», ma che la «negazione della negazione», ossia la rivoluzione proletaria, ristabilirà una «proprietà individuale» basata «sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso».
(23) Una “correzione” che in realtà – nella misura in cui queste forze, a carattere premoderno, giungano davvero a condizionarlo secondo le proprie esigenze immediate – non può far altro che attardare e deformare il capitalismo stesso, senza dunque direttamente concorrere al suo effettivo trascendimento.
(24) Ossia precisamente quell’esperienza politica attraverso la quale più si combatté, da parte cattolica, contro gli “eccessi” del capitalismo, poggiando su elementi solidaristici, come il sindacato, e perseguendo la prospettiva di una società “omogenea alla persona umana”, che dalla vecchia civiltà contadina tendeva a trarre i suoi aspetti paradigmatici, trovandovi la sua maggiore base di massa.
(25) La riserva che poniamo con l’avverbio sostanzialmente, è dovuta di nuovo alla considerazione che la piccola proprietà individuale dà luogo anche alle imprese capitalistiche di dimensioni minori.
(26) In quegli anni si prospettò infatti la possibilità di un compromesso fra cattolici e socialisti, sulla base della comune esigenza di difendere la democrazia.
(27) La quale in effetti, mentre faceva espatriare Sturzo, passava ad appoggiare le posizioni clerico-moderate vicine al fascismo.
(28) Si pensi alla politica (e alla retorica) del fascismo verso i piccoli risparmiatori, i piccoli proprietari, i contadini, e così via. Si tengano anche e soprattutto presenti le lucide risposte di Piero Sraffa nella sua polemica con Tasca, in merito a quella politica deflazionistica di “quota 90”, che il fascismo, dopo il famoso discorso di Mussolini a Pesaro, attuò contro gli interessi immediati dell’alta finanza e della grande industria (si veda Il capitalismo italiano nel ‘900, a cura di Lucio Villari, ediz. Laterza 1972, pp. 180-182).
(29) Un connubio voluto soprattutto – e, come fra poco vedremo, non a caso – da quella particolare sinistra dei cattolici italiani, che fu il dossettismo. Basti ricordare la battaglia condotta da Cronache sociali, dopo la rottura del “tripartito”, contro quelle correnti di destra che, rappresentate da uomini come Einaudi e Pella, tennero in un primo tempo il timone della politica economica; nonché, e in special modo, quell’articolo – L’economia della povera gente – nel quale Giorgio La Pira, per quanto in termini ingenuamente rozzi, caldeggiava in sostanza una linea di sostegno della domanda globale, onde rimettere in moto il “sistema” e assorbire la disoccupazione: con chiaro allineamento, dunque, ai criteri prospettati appunto dalla teoria di Keynes. Quanto alle ragioni per cui fu proprio il dossettismo a farsi portabandiera di tali criteri, innestandoli – per così dire – nella tradizionale dottrina sociale e politica del cattolicesimo democratico, è da notare che, dopo essere stato favorevole, nell’immediato dopoguerra, alla collaborazione con il movimento operaio, il dossettismo medesimo, fallita per allora tale collaborazione, si trovò sospinto ad attestarsi su posizioni sostanzialmente integralistiche: quasi che, in seguito a tale fallimento, non restasse alle forze del cattolicesimo politico democratico che rinvenire e porre in atto da sole le ricette idonee a risolvere in favore delle masse i problemi del paese. Ma dunque, per evitare definitivamente ogni nuova oscillazione verso l’accordo con la classe operaia, e perciò soprattutto con i comunisti, il dossettismo avvertì l’urgenza di tornare a comporre quel divario fra gli interessi capitalistici e le istanze della piccola proprietà, di cui si è discorso nel testo; e anzi di sanarlo – poiché comunque il dossettismo stesso rimaneva una corrente di sinistra – nel senso del progresso, cioè garantendo appunto sviluppo economico e occupazione, e quindi perseguendo una politica che, pur accettando l’essenza del capitalismo, non si riducesse a tutelarne immobilisticamente lo status quo. Ora, la linea keynesiana era precisamente quella che appariva in grado di condurre agli attesi risultati di crescita economica e di pieno impiego. Il dossettismo, perciò, non poteva non tendere ad assicurarle l’appoggio delle masse cattoliche, in uno sforzo supremo volto a superare – per questa via incomprensiva delle novità togliattiane – le soluzioni comuniste classiche; le quali del resto già cominciavano a mostrar chiaramente, in Cecoslovacchia e altrove, i loro gravi limiti in materia di libertà.
(30) E di preciso, a distanza di circa un ventennio. Da una parte infatti – lo si è accennato poco sopra – il ricorso alle pratiche keynesiane prese avvio, in Italia, in seguito alla rottura del “tripartito”, e per l’esattezza qualche anno dopo tale evento; dall’altra – come si è visto in precedenza – è riportabile ai primi anni ’70 l’insorgere della crisi che è venuta a investire (in non casuale coincidenza con il precipitare del declino capitalistico) tanto la “filosofia della storia” di matrice keynesiana, quanto quella, sui generis, inerente all’indirizzo democratico del cattolicesimo politico.
(31) Un potenziamento che, in Italia, è stato senza dubbio favorito dalla presenza di una formazione politica del vigore e dell’incisività del Partito comunista. Questo, peraltro, non ha fatto che rafforzare in termini meramente quantitativi (avvertendone il virtuale significato rivoluzionario) un processo già necessariamente nelle cose.
(32) In effetti, ogni qual volta queste ultime s’impegnano in tal senso (come si sono provate a fare con l’ormai famosa “linea dell’EUR”), vedono sfuggirsi inevitabilmente di mano le spinte rivendicative, le quali, magari, organizzandosi allora nel cosiddetto sindacalismo “autonomo”, vanno sempre più assumendo i caratteri della agitazione rissosa e selvaggiamente eversiva.

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