Già due articoli sono stati da noi dedicati su questo periodico (1) nel tentativo di analizzare, il più possibile in radice, la grave
crisi – economica innanzitutto, ma anche politica, sociale, morale – che è venuta a investire da qualche anno l’occidente europeo e in esso, con particolare violenza,
il nostro paese. Come i lettori ricorderanno, siamo stati condotti a individuare la causa essenziale di questa crisi nel fatto che è giunta irrimediabilmente a
esplodere – dopo che, per circa un ventennio, si era riusciti a eluderla, utilizzando determinati strumenti di politica economica e soprattutto alcune circostanze
favorevoli – la contraddizione di fondo che senza dubbio sussiste fra l’assetto capitalistico della vita produttiva e una democrazia pervenuta ormai, principalmente
per impulso del movimento operaio e sotto la sua guida, a dispiegarsi in modo pieno (2).
Abbiamo perciò cercato in primo luogo, ovviamente, di vedere come una siffatta, fondamentale contraddizione venga a configurarsi: in che cosa insomma, di preciso,
essa consista, quali dunque ne risultino le ragioni e le caratteristiche, quali siano le conseguenze che essa comporta, rispettivamente, sui due termini che la
costituiscono, ossia appunto sul capitalismo e sulla democrazia. Entrando poi nel vivo del discorso politico, ci siamo chiesti se l’odierno processo di
crisi – determinato dunque, giova ripetere, da quella storica contraddizione, e nel quale, con ogni evidenza, ci troviamo ormai implicati nella maniera più
netta – possa finire per condurci all’esito infausto di una “soluzione” della crisi stessa in senso reazionario: a un tipo di sbocco, cioè, che già altra volta,
quasi sessant’anni or sono, il nostro paese (e non da solo) ha dovuto subire, anche se certo in termini datati e quindi in condizioni e modi non ripetibili nei
loro aspetti specifici.
Ora, nel misurare le possibilità di un approdo del genere, abbiamo – à ben vero – potuto constatare, da una parte, come esse siano oggi minori di quelle che si
davano, e che purtroppo vennero attuate, al tempo della grande crisi del primo dopoguerra; ma abbiamo dovuto d’altra parte riconoscere che, in ogni caso, simili
possibilità esistono di nuovo, cosicché occorre cominciar col prenderne tempestivamente atto. Siamo insomma pervenuti a riscontrare come vada sempre più
profilandosi in maniera reale la minaccia di uno scioglimento a carattere reazionario della contraddizione tra capitalismo e democrazia, e dunque, chiaramente, a secco
discapito di quest’ultima.
Ci pare allora che, dopo aver appunto lumeggiato, nei precedenti articoli, l’effettivo insorgere di un simile pericolo, sia giunto adesso il momento di interrogarci
con la massima attenzione sul modo in cui può venir concretamente ad articolarsi il tentativo di portare avanti il disegno antidemocratico divisato da quel personale
politico che rappresenta ed esprime le posizioni, le forze, gli interessi reazionari. Dobbiamo cioè provarci a esaminare – come del resto avevamo dichiarato di
riprometterci – quali siano di preciso le idee di cui un simile disegno si avvale, e quali dunque, in corrispondenza con esse, gli strumenti che
gli è dato di utilizzare. Solo per questa via, infatti, ci sarà anche consentito di vedere poi, a conclusione del presente studio, quali antidoti debbano
essere usati, in contrapposizione a quelle idee e a quegli strumenti, per poter pervenire a battere il disegno reazionario, sciogliendo così la storica contraddizione
fra il capitalismo e la democrazia nel senso della salvezza e del consolidamento di questa, e dunque del superamento rivoluzionario del vigente assetto
economico (3), pur nella critica assunzione di quei valori di cui è stato storicamente il fondatore.
Prima però di passare ad affrontar da vicino l’esame delle idee e degli strumenti di cui dispone la strategia reazionaria, è bene porre preliminarmente due precisazioni.
La prima riguarda un criterio, eminentemente pratico, che riteniamo opportuno seguire nel condurre tale esame; l’altra concerne un’indispensabile avvertenza,
da tenere ben presente nel corso di esso.
Innanzitutto, cioè, è nostro parere che, al fine di enucleare ed esporre nel modo migliore i complessi contenuti dell’analisi cui ci accingiamo, si dimostri, per
l’appunto, opportuno riconoscere come confacente e utile di non procedere ad approfondire dapprima le diverse idee cui si rifà la reazione, e poi, in separata sede
e quindi in un secondo tempo, a illustrare gli strumenti operativi che discendono rispettivamente da esse. E’ invece preferibile, a nostro avviso, collegare,
volta per volta, ciascuna di quelle idee a ogni strumento che ne derivi e che le sia omogeneo. In tale maniera, difatti, sarà più agevole far palpabilmente
avvertire – con netto vantaggio della chiarezza del discorso – come i singoli concetti si vengano storicamente incarnando in corrispondenti linee e mezzi di
azione.
Pensiamo sia poi – come si diceva poco sopra – del tutto indispensabile tener conto di un fatto, che del resto è solito verificarsi per ogni
processo politico, quali ne siano il segno e la direzione. Reputiamo cioè necessario sottolineare che tanto i concetti quanto gli strumenti di cui si avvale la strategia
rivoluzionaria, non sono elaborazioni o produzioni consapevolmente escogitate e volute – secondo una cosciente, calcolata e ben prevista progettazione – dallo schieramento sociale
su cui poggia una tale strategia, o dallo stesso personale politico che lo rappresenta. Vengono invece – per così esprimerci – soltanto rinvenuti, da questo
schieramento e da questo personale, sul complessivo “mercato” delle idee “aventi corso” e delle tendenze presenti nella società; e ne vengono subito adottati
e utilizzati – per usare un’immagine che ci sembra abbastanza rispondente – in virtù di una chiara “affinità elettiva”. In altre parole, l’indirizzo reazionario
ha certo la sua logica interna; esso quindi s’incontra naturalmente, appropriandosene ed esaltandolo, con tutto ciò che avverte come a sé omogeneo e
dunque come capace di nutrire e di potenziare il proprio sviluppo.
Liquidazione semplice delle "filosofie della storia"
Enunciate queste premesse, possiamo ora accingerci senz’altro a esaminare la prima delle idee che alimentano la spinta antidemocratica.
E la poniamo come la prima non solo perché è fondamentale e decisiva per il movimento reazionario, ma perché è quella stessa che, oltre a conferirgli gran parte
del suo maligno vigore, gli dà addirittura origine e comunque lo rende possibile; sicché non a caso tale movimento è quanto mai proclive, in via del tutto spontanea,
ad accoglierla, a riconoscervisi e a sostenerla entusiasticamente.
Quest’idea, o meglio questa vera e propria tendenza culturale (divenuta anzi, oramai, predominante nel pensiero contemporaneo) è provocata – come passeremo tra
breve a illustrare nel dettaglio – sia dagli esiti medesimi cui è pervenuto il recente corso storico, sia da un determinato e peculiare modo
di riflettere su di essi e insomma di trarne conclusioni teoriche. Si tratta per l’esattezza, e a dirla in breve, della convinzione che vada liquidata in
maniera semplice ogni e qualsiasi “filosofia della storia”, compresa ovviamente la più incisiva e, in un certo senso, la più illustre:
quella sottesa alla posizione marxiana e codificata nell’ideologia marxista. Ma prima di procedere, ci corre l’obbligo di soffermarci ancora un istante
per fare due ulteriori precisazioni: in merito appunto, questa volta, al significato secondo cui adoperiamo il termine di “filosofia della storia”,
nonché riguardo al senso in cui diciamo che se ne vuole oggi da molti l’ abolizione semplice.
In primo luogo, ci sembra che per “filosofia della storia” nel senso più generale (4), si debba intendere quel modo di prospettarsi e di
configurare il processo storico, per cui quest’ultimo viene ad apparire come enucleantesi e – se così ci si può esprimere – come dipanantesi da e secondo un
ben determinato principio che gli sarebbe immanente e congenito, l’informerebbe rigorosamente di sé quale sua interna legge istitutiva, e però ne costituirebbe a
un tempo il limite, ossia quel dato negativo che l’uomo, per realizzarsi davvero, dovrebbe trascendere. Il significato e il valore del processo storico, o meglio
la sua intrinseca, connaturata razionalità, vengono allora rinvenuti nella convinzione che esso sia necessariamente proteso verso un traguardo – altrettanto
ben determinato – di definitivo superamento di una negatività siffatta. Ma poiché questa, come si è detto poco sopra, coincide con la sua legge essenziale, ne deriva
che quel medesimo processo è visto come diretto a trovare il proprio apogeo e il proprio compimento nella soppressione di sé, ossia nell’approdo a una realtà, a
una condizione umana che, in una maniera o nell’altra, si delinea come metastorica (5).
Siamo inoltre tenuti a puntualizzare, in secondo luogo, che quando parliamo di liquidazione semplice di ogni “filosofia della storia”, vogliamo riferirci
all’odierna, diffusa tendenza a disconoscere a tali “filosofie” qualsivoglia validità: non, cioè, a criticarle per un loro positivo superamento, che ne
raccolga, sia pure in un diverso e più adeguato contesto, le verità interne, ma soltanto ad abolirle tout court. Ne viene, allora, evidentemente lasciata
cadere e ne rimane perduta (talvolta, anzi, negata in termini espliciti) anche quell’esigenza di fondo – a nostro avviso, invece, irrinunziabile – da cui esse
traevano in vario modo la loro origine: ossia il bisogno di rendersi conto del significato degli eventi storici, e insomma di garantirne razionalmente una
direzione e dei risultati, tali da consentire all’uomo di riconoscere il valore della storia per se medesimo e per la sua vita
associata (6).
L’ideologia marxista
Abbiamo avuto poco sopra occasione di osservare che la tendenza a sopprimere in modo semplice e senza residui le diverse “filosofie della storia” – quella tendenza,
cioè, che fornisce al disegno reazionario il suo primo e basilare punto di riferimento ideale – è divenuta predominante nella cultura contemporanea, e che ciò è dovuto,
innanzitutto, a delle ragioni oggettive, ossia insite negli stessi sbocchi cui è giunto di fatto il processo storico negli ultimi decenni (7).
E in realtà, è tale processo medesimo ad avere ormai offerto le più chiare riprove di non esplicarsi, e anzi di non potersi svolgere, secondo gli schemi tracciati dalle
“filosofie della storia”; cosicché non a caso queste ultime – e particolarmente le principali fra esse – versano da qualche tempo in un irrecuperabile stato di crisi.
Precisamente, o comunque approssimandosi a una certa esattezza, può dirsi che per l’ideologia marxista, quindi per il suo modo d’intendere e di
scandire il corso della storia, la crisi si è rivelata in modo particolarmente acuto dal 1956, a cominciare cioè dal famoso ventesimo congresso del PCUS, in cui si
giunse al punto che tutta una parte decisiva del processo storico moderno, e proprio di quello svoltosi, in URSS, sotto il segno del marxismo, venne condannata pressoché
in blocco dagli stessi comunisti sovietici. In merito, poi, alle altre due “filosofie della storia” di maggior prestigio – che sono, come vedremo, quella connessa alla
posizione keynesiana e quella che, per essere estranea a ogni impostazione dialettica, andrebbe piuttosto intesa come mera visione unificatrice delle concezioni proprie
del cattolicesimo politico democratico -, pensiamo (e ci proveremo a illustrarlo in appresso) che il loro declino, nel manifestarsi appunto dell’insufficienza dei loro
schemi interpretativi dello sviluppo storico, vada datato in ambedue i casi a iniziare dagli anni ’71-’72: ossia dal momento in cui, dopo l’”autunno caldo” e l’energico
risveglio politico dei paesi del “sottosviluppo”, nonché a seguito della crisi del dollaro, l’assetto capitalistico della vita economica ha cominciato a discoprire
pienamente le sue crepe profonde e irreversibili.
E’ tempo allora di soffermarci adeguatamente, per prima cosa, sugli eventi, e dunque sulle ragioni oggettive, che hanno concorso a determinare il
tramonto di quella, tra le moderne “filosofie della storia”, che ha molti titoli per essere considerata come la più illustre, la più incisiva, la più capace di suscitare
negli uomini speranze e attese appassionate. Intendiamo riferirci, come è chiaro, alla crisi della maniera marxista di predefinire il significato e la direzione del
processo storico.
Riteniamo che l’esaurirsi della “filosofia della storia” sottesa alla posizione marxiana, e professata dall’ideologia marxista, sia dovuto, appunto
in linea oggettiva, a quattro aspetti essenziali. In primo luogo al fatto che un tema centralissimo e decisivo per tale “filosofia”, qual è quello del “periodo di
transizione dal capitalismo al comunismo”, si è ormai rivelato come configurante una prospettiva impraticabile nel concreto storico. Per esprimerci con altre e più
precise parole, le cose hanno senza dubbio dimostrato che il processo di superamento dell’economia capitalistica, e insomma il passaggio a un assetto economico più
organico e più omogeneo all’uomo (un processo che certo resta di per sé imprescindibile agli occhi di chiunque non voglia rinunziare alla trasformazione rivoluzionaria
della società), non può essere adeguatamente vissuto nei termini elaborati da Marx e proseguiti da Lenin. Non lo può – si badi bene – né all’”est” né all’”ovest”: vale
a dire, né nelle società sorte sulla base dell’iniziale rottura del sistema capitalistico, verificatasi, nel ’17, al livello dei suoi “punti più bassi”, né in quelle
che si trovano tuttora ai vertici di tale sistema.
Da una parte infatti, nei paesi del “socialismo reale”, si rivela inadeguato lo stesso strumento principe – il “piano” -, attraverso cui, secondo
le indicazioni marxiane e soprattutto leniniane, deve essere ed è organizzata e diretta, nel corso appunto del “periodo di transizione”, la vita economica della società.
E in realtà, esso si dimostra sempre meno – una volta giunti a un certo livello di crescita – come un mezzo idoneo a incrementare le “forze produttive” e dunque a
raggiungere quello stato di “abbondanza”, su cui marxianamente (a conclusione della “fase transitoria”,
ma allora fuori, ormai, dello stesso sviluppo storico propriamente
detto) dovrebbe fondarsi il “comunismo”. E anzi – se si vogliono guardare le cose prescindendo dalle aspettative ideologiche – il “piano” si va manifestando in concreto,
nelle economie che a esso rigorosamente si affidano, come un metodo incapace persino di garantire alla produzione un accettabile livello di efficienza.
Dall’altra parte, per quel che concerne i paesi “occidentali”, le forze rivoluzionarie operanti in essi si sono da tempo rese conto – in ciò
raggiungendo una loro ormai maturata consapevolezza della necessaria permanenza della dimensione storica – che l’edificazione di un superiore assetto sociale non
può aver luogo, appunto in tali paesi, se non nell’integrità della democrazia, di cui del resto è stata proprio la classe operaia a promuovere la reale fondazione,
nonché l’amplissimo dispiegarsi. Può dunque venir realizzata solo nel compiuto riconoscimento delle libertà: intese ovviamente, nel loro insieme, non come un assoluto
ideologico, bensì come condizione concretamente necessaria alla normalità d’esistenza degli uomini, ossia alla loro crescita e alla pienezza della loro vita.
Ma ciò comporta ovviamente due conseguenze, l’una e l’altra incompatibili con il concetto marxiano e leniniano del “periodo di transizione”.
Innanzitutto è chiaro che la democrazia pretende, per sua natura, l’indefinitezza del processo storico, dal momento che accettare l’ipotesi di un
arresto di quest’ultimo in una qualunque delle sue configurazioni (fosse pure intesa come quella conclusiva e più perfetta per l’uomo) impone il secco e
aprioristico prevalere di un determinato complesso di idee su ogni altro, e dunque la fine stessa del metodo democratico. In altri termini, e per chiarire
sino in fondo il nostro pensiero, è ben vero che in democrazia si raggiunge di volta in volta, ma per libero consenso, un determinato punto d’approdo, considerato
da tutti il bonum storico, o almeno il minor male; ma anche tale conquista, conseguita con l’apporto, magari dialettico, di ogni cittadino, si configura
immediatamente come premessa per ulteriori e disputati traguardi, nella continuità indefinita del corso storico. Così, finalmente riconosciuta sino in fondo
l’essenzialità della democrazia, s’impone in maniera inevitabile al processo rivoluzionario – proprio perché questo deve svolgersi nel quadro e sul piano di quel
che è realmente dato, dell’effettivo esistente – un saldo ancoraggio alla dimensione della storicità, in quanto terreno connaturato e non mai liquidabile dello
sviluppo umano. Ma quindi si è necessitati a rifiutare quella prospettiva di uno sbocco terminale e conclusivo – in cui il corso storico uscirebbe, per così dire,
fuori di sé – che è caratteristica di ogni schema di “filosofia della storia” e che, in termini marxisti, si configura precisamente come salto dal “periodo
transitorio” a una condizione umana metastorica.
La maggior consapevolezza della realtà storica, di cui si è detto, conduce dunque a riconoscere che l’uscita dell’uomo dall’alienazione capitalistica deve essere
affidata, almeno nei “punti più alti” del capitalismo stesso, a metodi tali che non pervengano (in omaggio all’ipotesi di un’assoluta libertà futura, esente da
qualsivoglia condizionamento e legge) a intaccare le concrete e determinate libertà dell’oggi. Ne risulta allora chiara anche la crisi del concetto marxista di “dittatura del proletariato” (in quanto gestione coattiva del potere durante il “periodo di transizione”, destinata man mano a venir meno solo col deperire del processo storico vero e proprio), e, assieme., la necessità di superarlo in quello di egemonia operaia, più comprensivo, politicamente corretto, nonché omogeneo alla vita democratica e tale da non escludere la continuità indefinita della storia.
La seconda, essenziale ragione oggettiva dell’esaurimento della “filosofia della storia” di segno marxista, si pone quale conseguenza diretta
della prima. Appare cioè chiaramente implicata dal fatto che – secondo quanto or ora si è visto – sono venute a manifestarsi come storicamente inadeguate le indicazioni
marxiane e leniniane sul pur necessario processo di transizione dal capitalismo a una nuova società, per ogni verso superiore.
Precisamente, infatti, una volta che quelle indicazioni hanno rivelato la loro insufficienza – esigendo quindi di venir sostituite da concetti
più aderenti alla realtà storica -, a maggior ragione restano svuotate le aspettative marxiste riguardanti l’ipotizzato traguardo “finale” del suddetto processo.
Vogliamo sottolineare che, in definitiva, viene a cadere l’idea stessa di “comunismo”, il quale – proprio in quanto momento ultimo e conclusivo del corso storico,
perché punto di arrivo e, nel contempo, di “soppressione” di esso – è indiscutibilmente l’aspetto più tipico e peculiare della “filosofia della storia” sottesa al
pensiero di Marx.
Il concetto di “comunismo”, allora, può sopravvivere solo in acritici termini di astrattezza fideistica, ma dunque nel quadro di indirizzi utopici ed estremisti. Ovvero può mantenersi come semplice residuo e memoria ideologica, data la necessità politico-statuale (tuttora propria dei paesi dell’”est”) di tenersi ancorati alla weltanschauung marxista, e dunque a continuare a garantirle una compattezza almeno formale; il che tuttavia, ovviamente, non è possibile se non sul mero terreno dell’ufficialità e di una conservazione di tipo sacrale.
In terzo luogo, il declino della “filosofia della storia” propria del marxismo è oggettivamente determinato da un’ulteriore e ben precisa circostanza. E’ causato cioè dal
fatto che la crisi dell’assetto capitalistico, benché sia pervenuta a uno stadio estremo – e, secondo ogni apparenza, irreversibile almeno in condizioni di normalità
politica interna e internazionale (8)-, non manifesta per nulla un andamento conforme allo schema marxista.
Per essere più precisi, non risulta in concreto che siano essenzialmente e anzi unicamente le “contraddizioni interne” proprie del capitalismo a farlo precipitare verso
la sua fine, e ad aprire dunque il varco all’opera ricostruttrice della rivoluzione. Non è dato insomma riscontrare nei fatti la verifica della tesi marxiana per cui
la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione” (9), in quanto appunto,
a un certo momento del suo dispiegarsi, ossia quando perviene precisamente all’esplodere della proprie “contraddizioni”, dovrebbe scattare, per necessità dialettica,
il “rovesciamento della prassi”.
Da una parte, in effetti, la crisi del capitalismo – non si può che ripeterlo – è ormai, e da tempo, profonda: le cose sono dunque più che mature
perché abbia quanto meno inizio il processo di fuoruscita dal capitalismo medesimo e di edificazione di un superiore assetto sociale; dall’altra, però, un simile
processo – con chiara smentita di ogni “legge dialettica” – non risulta ancora prendere sufficiente avvio, cosicché alla società non si offre, per il momento,
altra prospettiva che di continuar a marcire sempre più nella morsa di quella stessa crisi. Quest’ultima, anzi, è giunta perfino a investire, minacciando di
depotenziarla e di decomporla, la medesima tensione risanatrice della classe operaia, e insomma la sua volontà rivoluzionaria; di modo che la crisi può trovare
proprio in ciò una delle condizioni per il suo prolungarsi all’indefinito, evitando ogni decisiva scadenza.
Ora, tutto questo rende evidente – ci sembra – che come è stata essenzialmente la spinta operaia, in termini sindacali, e dunque strettamente classisti, a mettere alle corde l’assetto capitalistico, così il necessario superamento di tale assetto, lungi dall’essere garantito, secondo l’aspettativa marxista, da un automatismo dialettico, richiede invece un deliberato, preciso, consapevole e metodico intervento politico, che esprima le più ampie esigenze storiche e attui le virtualità di universale rinnovamento di cui il proletariato è portatore in quanto “classe generale”. Sicché, ove al contrario il decorso della crisi capitalistica rimanesse abbandonato a se medesimo, e la classe operaia si riservasse d’incidere in profondità, con la propria azione rivoluzionaria, solo quando tale crisi avesse raggiunto quella sua ipotetica fase dialetticamente conclusiva, che è appunto configurata dalla “filosofia della storia” marxista, oggi non potrebbe non conseguirne fatalmente un generale e inarrestato procedere della società verso la decadenza e la rovina.
In quarto e ultimo luogo, va posto in rilievo un altro dato oggettivo, che concorre anch’esso a smentire la previsione marxiana di un salto rivoluzionario, nei
termini – che in sostanza non riescono a sfuggire sul serio al meccanicismo – della semplice “negazione dialettica”. Sta di fatto, precisamente, che l’assetto
capitalistico è rimasto lontano dal finire per suddividersi nel modo più rigido ed esclusivo – come appunto si attendeva Marx – in pochissimi detentori di imponenti
“mezzi di produzione” (dai quali il grosso degli espropriatori capitalisti avrebbe dovuto a sua volta venir espropriato), e una gran massa di proletari, pronti ad assumere
come tali, nel quadro del “rovesciamento della prassi”, il governo dell’economia e della vita associata (10). In realtà, anche dopo aver
oltrepassato da tempo l’acme della propria parabola, il capitalismo continua a essere la forma economica di una società la quale risulta invece contraddistinta, fuor d’ogni
dubbio, sia dal largo permanere di quei capitalisti minori che i più potenti avrebbero dovuto liquidare, sia dalla tenace continuità di strati quanto mai estesi e
diversi di “ceto medio”, produttivo e improduttivo, nonché di svariate figure di lavoratori indipendenti, e perciò non riconducibili alla classe
operaia (11).
Certo, possiamo qui trascurare del tutto quel vero e proprio mito, a chiaro carattere piccolo-borghese, che ha banalmente sfruttato un simile fenomeno storico per
affermare la possibilità e anzi la convenienza di una soluzione politica fondata appunto sulle forze sociali intermedie, viste come promotrici e garanti di una
“aristotelica” linea del “giusto mezzo”, nonché quindi come privilegiate e indispensabili portatrici della bandiera della democrazia; ma di una democrazia appiattita,
in realtà, a termini, se non addirittura retrivi, in ogni caso squallidamente immobilistici e infecondi (12). Ben altro, difatti, ci
interessa porre in rilievo a proposito di quel medesimo fenomeno. E per essere esatti, ci preme sottolineare come il mancato ridursi della società ai suoi due poli
contrapposti (una riduzione essenziale, giova ripeterlo, per l’esplicarsi del processo dialettico marxiano) e il persistere invece, fra quei due poli, di un
variegato e composito tessuto connettivo (che ha fornito all’assetto capitalistico, e ancora in qualche misura gli fornisce, uno spazio sociale in cui smussar
parzialmente le sue tensioni, alleggerendo così, nella pratica, la compattezza della sua sostanza alienatrice, ma anche il rigore della sua logica economica),
rendano affatto impossibile l’affermarsi della prospettiva rivoluzionaria fuori di un intervento politico duttile, articolato, complesso e arduo, perché
comportante un netto trascendimento della situazione data.
In effetti, stando le cose nel modo che si è visto, un processo rivoluzionario adeguato – come tale poggiante sempre, è ovvio, sulla classe operaia e tendente a
realizzarne le virtualità di universale liberazione – non può prendere avvio se non sulla scorta di idee nuove, superatrici del vigente quadro culturale e
perciò capaci di fornire indicazioni sufficienti per dare vita a una società diversa (13). Solo così sarà invero possibile condurre una
concreta azione trasformatrice, operando su un terreno sociale rimasto contraddistinto dalle forme e figure varie e molteplici poco sopra ricordate. Questa
circostanza obbliga infatti a muoversi energicamente per allearsi almeno i più disponibili fra i numerosi strati intermedi, cambiando in positivo la loro valenza
politica; e a un tempo – ciò che oggi riveste un’ancor maggiore importanza – richiede che vengano ricercate le necessarie alleanze organiche in quei movimenti
“di massa” (le donne, i giovani) i quali esprimono esigenze e spinte largamente presenti in quei medesimi strati sociali, magari anche a seguito delle loro
frustrazioni e contraddizioni.
Ora, ci sembra chiaro che siffatti obiettivi non possono venir conseguiti se non si sanno appunto offrire alla società credibili prospettive di rinnovamento, che
come tali consentano di dislocarne diversamente le varie forze, trasformandole e mutandole di segno. Ma si fa allora altrettanto palese che, come ci eravamo ripromessi
di dimostrare, il fenomeno sociale testé descritto contribuisce oggettivamente a sfatare l’idea (imprescindibile, invece, per la “filosofia della storia” derivante da
Marx) di una conclusione della parabola capitalistica dovuta, per così dire, allo spontaneo esplicarsi della mera dialettica delle forze in gioco, nella permanenza dei
loro caratteri dati e quindi fuori della novità – che pur abbiamo vista necessaria – di un congruo trascendimento ideale e politico.