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Introduzione...

In precedenza abbiamo riportato i primi due saggi della serie “Alla radice della crisi” pubblicati da Franco Rodano sui Quaderni della Rivista Trimestrale. Si vedano, nel nostro archivio, sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”, i saggi: “L’incompatibilità tra capitalismo e democrazia” (QRT n. 55-56/1978) e “E’ possibile una manovra reazionaria?” (QRT n. 59-60/1979). Trascriviamo ora il terzo (QRT n.61/ottobre-dicembre 1979). Esso può essere suddiviso come segue.

Il saggio prende 43 pagine dei QRT (da p.3 a 46). Siamo quindi costretti a trascriverlo in più puntate. Qui di seguito le prime 12 pagine, contenenti, oltre alla premessa, l’esposizione del primo indirizzo, limitatamente alla parte riguardante il marxismo.

ALLA RADICE DELLA CRISI – III
IDEE E STRUMENTI DELLA MANOVRA REAZIONARIA
di Franco Rodano

Premessa

Già due articoli sono stati da noi dedicati su questo periodico (1) nel tentativo di analizzare, il più possibile in radice, la grave crisi – economica innanzitutto, ma anche politica, sociale, morale – che è venuta a investire da qualche anno l’occidente europeo e in esso, con particolare violenza, il nostro paese. Come i lettori ricorderanno, siamo stati condotti a individuare la causa essenziale di questa crisi nel fatto che è giunta irrimediabilmente a esplodere – dopo che, per circa un ventennio, si era riusciti a eluderla, utilizzando determinati strumenti di politica economica e soprattutto alcune circostanze favorevoli – la contraddizione di fondo che senza dubbio sussiste fra l’assetto capitalistico della vita produttiva e una democrazia pervenuta ormai, principalmente per impulso del movimento operaio e sotto la sua guida, a dispiegarsi in modo pieno (2).
Abbiamo perciò cercato in primo luogo, ovviamente, di vedere come una siffatta, fondamentale contraddizione venga a configurarsi: in che cosa insomma, di preciso, essa consista, quali dunque ne risultino le ragioni e le caratteristiche, quali siano le conseguenze che essa comporta, rispettivamente, sui due termini che la costituiscono, ossia appunto sul capitalismo e sulla democrazia. Entrando poi nel vivo del discorso politico, ci siamo chiesti se l’odierno processo di crisi – determinato dunque, giova ripetere, da quella storica contraddizione, e nel quale, con ogni evidenza, ci troviamo ormai implicati nella maniera più netta – possa finire per condurci all’esito infausto di una “soluzione” della crisi stessa in senso reazionario: a un tipo di sbocco, cioè, che già altra volta, quasi sessant’anni or sono, il nostro paese (e non da solo) ha dovuto subire, anche se certo in termini datati e quindi in condizioni e modi non ripetibili nei loro aspetti specifici.
Ora, nel misurare le possibilità di un approdo del genere, abbiamo – à ben vero – potuto constatare, da una parte, come esse siano oggi minori di quelle che si davano, e che purtroppo vennero attuate, al tempo della grande crisi del primo dopoguerra; ma abbiamo dovuto d’altra parte riconoscere che, in ogni caso, simili possibilità esistono di nuovo, cosicché occorre cominciar col prenderne tempestivamente atto. Siamo insomma pervenuti a riscontrare come vada sempre più profilandosi in maniera reale la minaccia di uno scioglimento a carattere reazionario della contraddizione tra capitalismo e democrazia, e dunque, chiaramente, a secco discapito di quest’ultima.
Ci pare allora che, dopo aver appunto lumeggiato, nei precedenti articoli, l’effettivo insorgere di un simile pericolo, sia giunto adesso il momento di interrogarci con la massima attenzione sul modo in cui può venir concretamente ad articolarsi il tentativo di portare avanti il disegno antidemocratico divisato da quel personale politico che rappresenta ed esprime le posizioni, le forze, gli interessi reazionari. Dobbiamo cioè provarci a esaminare – come del resto avevamo dichiarato di riprometterci – quali siano di preciso le idee di cui un simile disegno si avvale, e quali dunque, in corrispondenza con esse, gli strumenti che gli è dato di utilizzare. Solo per questa via, infatti, ci sarà anche consentito di vedere poi, a conclusione del presente studio, quali antidoti debbano essere usati, in contrapposizione a quelle idee e a quegli strumenti, per poter pervenire a battere il disegno reazionario, sciogliendo così la storica contraddizione fra il capitalismo e la democrazia nel senso della salvezza e del consolidamento di questa, e dunque del superamento rivoluzionario del vigente assetto economico (3), pur nella critica assunzione di quei valori di cui è stato storicamente il fondatore.

Prima però di passare ad affrontar da vicino l’esame delle idee e degli strumenti di cui dispone la strategia reazionaria, è bene porre preliminarmente due precisazioni. La prima riguarda un criterio, eminentemente pratico, che riteniamo opportuno seguire nel condurre tale esame; l’altra concerne un’indispensabile avvertenza, da tenere ben presente nel corso di esso.
Innanzitutto, cioè, è nostro parere che, al fine di enucleare ed esporre nel modo migliore i complessi contenuti dell’analisi cui ci accingiamo, si dimostri, per l’appunto, opportuno riconoscere come confacente e utile di non procedere ad approfondire dapprima le diverse idee cui si rifà la reazione, e poi, in separata sede e quindi in un secondo tempo, a illustrare gli strumenti operativi che discendono rispettivamente da esse. E’ invece preferibile, a nostro avviso, collegare, volta per volta, ciascuna di quelle idee a ogni strumento che ne derivi e che le sia omogeneo. In tale maniera, difatti, sarà più agevole far palpabilmente avvertire – con netto vantaggio della chiarezza del discorso – come i singoli concetti si vengano storicamente incarnando in corrispondenti linee e mezzi di azione.
Pensiamo sia poi – come si diceva poco sopra – del tutto indispensabile tener conto di un fatto, che del resto è solito verificarsi per ogni processo politico, quali ne siano il segno e la direzione. Reputiamo cioè necessario sottolineare che tanto i concetti quanto gli strumenti di cui si avvale la strategia rivoluzionaria, non sono elaborazioni o produzioni consapevolmente escogitate e volute – secondo una cosciente, calcolata e ben prevista progettazione – dallo schieramento sociale su cui poggia una tale strategia, o dallo stesso personale politico che lo rappresenta. Vengono invece – per così esprimerci – soltanto rinvenuti, da questo schieramento e da questo personale, sul complessivo “mercato” delle idee “aventi corso” e delle tendenze presenti nella società; e ne vengono subito adottati e utilizzati – per usare un’immagine che ci sembra abbastanza rispondente – in virtù di una chiara “affinità elettiva”. In altre parole, l’indirizzo reazionario ha certo la sua logica interna; esso quindi s’incontra naturalmente, appropriandosene ed esaltandolo, con tutto ciò che avverte come a sé omogeneo e dunque come capace di nutrire e di potenziare il proprio sviluppo.

Liquidazione semplice delle "filosofie della storia"

Enunciate queste premesse, possiamo ora accingerci senz’altro a esaminare la prima delle idee che alimentano la spinta antidemocratica. E la poniamo come la prima non solo perché è fondamentale e decisiva per il movimento reazionario, ma perché è quella stessa che, oltre a conferirgli gran parte del suo maligno vigore, gli dà addirittura origine e comunque lo rende possibile; sicché non a caso tale movimento è quanto mai proclive, in via del tutto spontanea, ad accoglierla, a riconoscervisi e a sostenerla entusiasticamente.
Quest’idea, o meglio questa vera e propria tendenza culturale (divenuta anzi, oramai, predominante nel pensiero contemporaneo) è provocata – come passeremo tra breve a illustrare nel dettaglio – sia dagli esiti medesimi cui è pervenuto il recente corso storico, sia da un determinato e peculiare modo di riflettere su di essi e insomma di trarne conclusioni teoriche. Si tratta per l’esattezza, e a dirla in breve, della convinzione che vada liquidata in maniera semplice ogni e qualsiasi “filosofia della storia”, compresa ovviamente la più incisiva e, in un certo senso, la più illustre: quella sottesa alla posizione marxiana e codificata nell’ideologia marxista. Ma prima di procedere, ci corre l’obbligo di soffermarci ancora un istante per fare due ulteriori precisazioni: in merito appunto, questa volta, al significato secondo cui adoperiamo il termine di “filosofia della storia”, nonché riguardo al senso in cui diciamo che se ne vuole oggi da molti l’ abolizione semplice.
In primo luogo, ci sembra che per “filosofia della storia” nel senso più generale (4), si debba intendere quel modo di prospettarsi e di configurare il processo storico, per cui quest’ultimo viene ad apparire come enucleantesi e – se così ci si può esprimere – come dipanantesi da e secondo un ben determinato principio che gli sarebbe immanente e congenito, l’informerebbe rigorosamente di sé quale sua interna legge istitutiva, e però ne costituirebbe a un tempo il limite, ossia quel dato negativo che l’uomo, per realizzarsi davvero, dovrebbe trascendere. Il significato e il valore del processo storico, o meglio la sua intrinseca, connaturata razionalità, vengono allora rinvenuti nella convinzione che esso sia necessariamente proteso verso un traguardo – altrettanto ben determinato – di definitivo superamento di una negatività siffatta. Ma poiché questa, come si è detto poco sopra, coincide con la sua legge essenziale, ne deriva che quel medesimo processo è visto come diretto a trovare il proprio apogeo e il proprio compimento nella soppressione di sé, ossia nell’approdo a una realtà, a una condizione umana che, in una maniera o nell’altra, si delinea come metastorica (5).
Siamo inoltre tenuti a puntualizzare, in secondo luogo, che quando parliamo di liquidazione semplice di ogni “filosofia della storia”, vogliamo riferirci all’odierna, diffusa tendenza a disconoscere a tali “filosofie” qualsivoglia validità: non, cioè, a criticarle per un loro positivo superamento, che ne raccolga, sia pure in un diverso e più adeguato contesto, le verità interne, ma soltanto ad abolirle tout court. Ne viene, allora, evidentemente lasciata cadere e ne rimane perduta (talvolta, anzi, negata in termini espliciti) anche quell’esigenza di fondo – a nostro avviso, invece, irrinunziabile – da cui esse traevano in vario modo la loro origine: ossia il bisogno di rendersi conto del significato degli eventi storici, e insomma di garantirne razionalmente una direzione e dei risultati, tali da consentire all’uomo di riconoscere il valore della storia per se medesimo e per la sua vita associata (6).

L’ideologia marxista

Abbiamo avuto poco sopra occasione di osservare che la tendenza a sopprimere in modo semplice e senza residui le diverse “filosofie della storia” – quella tendenza, cioè, che fornisce al disegno reazionario il suo primo e basilare punto di riferimento ideale – è divenuta predominante nella cultura contemporanea, e che ciò è dovuto, innanzitutto, a delle ragioni oggettive, ossia insite negli stessi sbocchi cui è giunto di fatto il processo storico negli ultimi decenni (7). E in realtà, è tale processo medesimo ad avere ormai offerto le più chiare riprove di non esplicarsi, e anzi di non potersi svolgere, secondo gli schemi tracciati dalle “filosofie della storia”; cosicché non a caso queste ultime – e particolarmente le principali fra esse – versano da qualche tempo in un irrecuperabile stato di crisi.
Precisamente, o comunque approssimandosi a una certa esattezza, può dirsi che per l’ideologia marxista, quindi per il suo modo d’intendere e di scandire il corso della storia, la crisi si è rivelata in modo particolarmente acuto dal 1956, a cominciare cioè dal famoso ventesimo congresso del PCUS, in cui si giunse al punto che tutta una parte decisiva del processo storico moderno, e proprio di quello svoltosi, in URSS, sotto il segno del marxismo, venne condannata pressoché in blocco dagli stessi comunisti sovietici. In merito, poi, alle altre due “filosofie della storia” di maggior prestigio – che sono, come vedremo, quella connessa alla posizione keynesiana e quella che, per essere estranea a ogni impostazione dialettica, andrebbe piuttosto intesa come mera visione unificatrice delle concezioni proprie del cattolicesimo politico democratico -, pensiamo (e ci proveremo a illustrarlo in appresso) che il loro declino, nel manifestarsi appunto dell’insufficienza dei loro schemi interpretativi dello sviluppo storico, vada datato in ambedue i casi a iniziare dagli anni ’71-’72: ossia dal momento in cui, dopo l’”autunno caldo” e l’energico risveglio politico dei paesi del “sottosviluppo”, nonché a seguito della crisi del dollaro, l’assetto capitalistico della vita economica ha cominciato a discoprire pienamente le sue crepe profonde e irreversibili.
E’ tempo allora di soffermarci adeguatamente, per prima cosa, sugli eventi, e dunque sulle ragioni oggettive, che hanno concorso a determinare il tramonto di quella, tra le moderne “filosofie della storia”, che ha molti titoli per essere considerata come la più illustre, la più incisiva, la più capace di suscitare negli uomini speranze e attese appassionate. Intendiamo riferirci, come è chiaro, alla crisi della maniera marxista di predefinire il significato e la direzione del processo storico.
Riteniamo che l’esaurirsi della “filosofia della storia” sottesa alla posizione marxiana, e professata dall’ideologia marxista, sia dovuto, appunto in linea oggettiva, a quattro aspetti essenziali. In primo luogo al fatto che un tema centralissimo e decisivo per tale “filosofia”, qual è quello del “periodo di transizione dal capitalismo al comunismo”, si è ormai rivelato come configurante una prospettiva impraticabile nel concreto storico. Per esprimerci con altre e più precise parole, le cose hanno senza dubbio dimostrato che il processo di superamento dell’economia capitalistica, e insomma il passaggio a un assetto economico più organico e più omogeneo all’uomo (un processo che certo resta di per sé imprescindibile agli occhi di chiunque non voglia rinunziare alla trasformazione rivoluzionaria della società), non può essere adeguatamente vissuto nei termini elaborati da Marx e proseguiti da Lenin. Non lo può – si badi bene – né all’”est” né all’”ovest”: vale a dire, né nelle società sorte sulla base dell’iniziale rottura del sistema capitalistico, verificatasi, nel ’17, al livello dei suoi “punti più bassi”, né in quelle che si trovano tuttora ai vertici di tale sistema.
Da una parte infatti, nei paesi del “socialismo reale”, si rivela inadeguato lo stesso strumento principe – il “piano” -, attraverso cui, secondo le indicazioni marxiane e soprattutto leniniane, deve essere ed è organizzata e diretta, nel corso appunto del “periodo di transizione”, la vita economica della società. E in realtà, esso si dimostra sempre meno – una volta giunti a un certo livello di crescita – come un mezzo idoneo a incrementare le “forze produttive” e dunque a raggiungere quello stato di “abbondanza”, su cui marxianamente (a conclusione della “fase transitoria”, ma allora fuori, ormai, dello stesso sviluppo storico propriamente detto) dovrebbe fondarsi il “comunismo”. E anzi – se si vogliono guardare le cose prescindendo dalle aspettative ideologiche – il “piano” si va manifestando in concreto, nelle economie che a esso rigorosamente si affidano, come un metodo incapace persino di garantire alla produzione un accettabile livello di efficienza.
Dall’altra parte, per quel che concerne i paesi “occidentali”, le forze rivoluzionarie operanti in essi si sono da tempo rese conto – in ciò raggiungendo una loro ormai maturata consapevolezza della necessaria permanenza della dimensione storica – che l’edificazione di un superiore assetto sociale non può aver luogo, appunto in tali paesi, se non nell’integrità della democrazia, di cui del resto è stata proprio la classe operaia a promuovere la reale fondazione, nonché l’amplissimo dispiegarsi. Può dunque venir realizzata solo nel compiuto riconoscimento delle libertà: intese ovviamente, nel loro insieme, non come un assoluto ideologico, bensì come condizione concretamente necessaria alla normalità d’esistenza degli uomini, ossia alla loro crescita e alla pienezza della loro vita. Ma ciò comporta ovviamente due conseguenze, l’una e l’altra incompatibili con il concetto marxiano e leniniano del “periodo di transizione”.
Innanzitutto è chiaro che la democrazia pretende, per sua natura, l’indefinitezza del processo storico, dal momento che accettare l’ipotesi di un arresto di quest’ultimo in una qualunque delle sue configurazioni (fosse pure intesa come quella conclusiva e più perfetta per l’uomo) impone il secco e aprioristico prevalere di un determinato complesso di idee su ogni altro, e dunque la fine stessa del metodo democratico. In altri termini, e per chiarire sino in fondo il nostro pensiero, è ben vero che in democrazia si raggiunge di volta in volta, ma per libero consenso, un determinato punto d’approdo, considerato da tutti il bonum storico, o almeno il minor male; ma anche tale conquista, conseguita con l’apporto, magari dialettico, di ogni cittadino, si configura immediatamente come premessa per ulteriori e disputati traguardi, nella continuità indefinita del corso storico. Così, finalmente riconosciuta sino in fondo l’essenzialità della democrazia, s’impone in maniera inevitabile al processo rivoluzionario – proprio perché questo deve svolgersi nel quadro e sul piano di quel che è realmente dato, dell’effettivo esistente – un saldo ancoraggio alla dimensione della storicità, in quanto terreno connaturato e non mai liquidabile dello sviluppo umano. Ma quindi si è necessitati a rifiutare quella prospettiva di uno sbocco terminale e conclusivo – in cui il corso storico uscirebbe, per così dire, fuori di sé – che è caratteristica di ogni schema di “filosofia della storia” e che, in termini marxisti, si configura precisamente come salto dal “periodo transitorio” a una condizione umana metastorica.
La maggior consapevolezza della realtà storica, di cui si è detto, conduce dunque a riconoscere che l’uscita dell’uomo dall’alienazione capitalistica deve essere affidata, almeno nei “punti più alti” del capitalismo stesso, a metodi tali che non pervengano (in omaggio all’ipotesi di un’assoluta libertà futura, esente da qualsivoglia condizionamento e legge) a intaccare le concrete e determinate libertà dell’oggi. Ne risulta allora chiara anche la crisi del concetto marxista di “dittatura del proletariato” (in quanto gestione coattiva del potere durante il “periodo di transizione”, destinata man mano a venir meno solo col deperire del processo storico vero e proprio), e, assieme., la necessità di superarlo in quello di egemonia operaia, più comprensivo, politicamente corretto, nonché omogeneo alla vita democratica e tale da non escludere la continuità indefinita della storia.

La seconda, essenziale ragione oggettiva dell’esaurimento della “filosofia della storia” di segno marxista, si pone quale conseguenza diretta della prima. Appare cioè chiaramente implicata dal fatto che – secondo quanto or ora si è visto – sono venute a manifestarsi come storicamente inadeguate le indicazioni marxiane e leniniane sul pur necessario processo di transizione dal capitalismo a una nuova società, per ogni verso superiore.
Precisamente, infatti, una volta che quelle indicazioni hanno rivelato la loro insufficienza – esigendo quindi di venir sostituite da concetti più aderenti alla realtà storica -, a maggior ragione restano svuotate le aspettative marxiste riguardanti l’ipotizzato traguardo “finale” del suddetto processo. Vogliamo sottolineare che, in definitiva, viene a cadere l’idea stessa di “comunismo”, il quale – proprio in quanto momento ultimo e conclusivo del corso storico, perché punto di arrivo e, nel contempo, di “soppressione” di esso – è indiscutibilmente l’aspetto più tipico e peculiare della “filosofia della storia” sottesa al pensiero di Marx.
Il concetto di “comunismo”, allora, può sopravvivere solo in acritici termini di astrattezza fideistica, ma dunque nel quadro di indirizzi utopici ed estremisti. Ovvero può mantenersi come semplice residuo e memoria ideologica, data la necessità politico-statuale (tuttora propria dei paesi dell’”est”) di tenersi ancorati alla weltanschauung marxista, e dunque a continuare a garantirle una compattezza almeno formale; il che tuttavia, ovviamente, non è possibile se non sul mero terreno dell’ufficialità e di una conservazione di tipo sacrale.

In terzo luogo, il declino della “filosofia della storia” propria del marxismo è oggettivamente determinato da un’ulteriore e ben precisa circostanza. E’ causato cioè dal fatto che la crisi dell’assetto capitalistico, benché sia pervenuta a uno stadio estremo – e, secondo ogni apparenza, irreversibile almeno in condizioni di normalità politica interna e internazionale (8)-, non manifesta per nulla un andamento conforme allo schema marxista.
Per essere più precisi, non risulta in concreto che siano essenzialmente e anzi unicamente le “contraddizioni interne” proprie del capitalismo a farlo precipitare verso la sua fine, e ad aprire dunque il varco all’opera ricostruttrice della rivoluzione. Non è dato insomma riscontrare nei fatti la verifica della tesi marxiana per cui la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione” (9), in quanto appunto, a un certo momento del suo dispiegarsi, ossia quando perviene precisamente all’esplodere della proprie “contraddizioni”, dovrebbe scattare, per necessità dialettica, il “rovesciamento della prassi”.
Da una parte, in effetti, la crisi del capitalismo – non si può che ripeterlo – è ormai, e da tempo, profonda: le cose sono dunque più che mature perché abbia quanto meno inizio il processo di fuoruscita dal capitalismo medesimo e di edificazione di un superiore assetto sociale; dall’altra, però, un simile processo – con chiara smentita di ogni “legge dialettica” – non risulta ancora prendere sufficiente avvio, cosicché alla società non si offre, per il momento, altra prospettiva che di continuar a marcire sempre più nella morsa di quella stessa crisi. Quest’ultima, anzi, è giunta perfino a investire, minacciando di depotenziarla e di decomporla, la medesima tensione risanatrice della classe operaia, e insomma la sua volontà rivoluzionaria; di modo che la crisi può trovare proprio in ciò una delle condizioni per il suo prolungarsi all’indefinito, evitando ogni decisiva scadenza.
Ora, tutto questo rende evidente – ci sembra – che come è stata essenzialmente la spinta operaia, in termini sindacali, e dunque strettamente classisti, a mettere alle corde l’assetto capitalistico, così il necessario superamento di tale assetto, lungi dall’essere garantito, secondo l’aspettativa marxista, da un automatismo dialettico, richiede invece un deliberato, preciso, consapevole e metodico intervento politico, che esprima le più ampie esigenze storiche e attui le virtualità di universale rinnovamento di cui il proletariato è portatore in quanto “classe generale”. Sicché, ove al contrario il decorso della crisi capitalistica rimanesse abbandonato a se medesimo, e la classe operaia si riservasse d’incidere in profondità, con la propria azione rivoluzionaria, solo quando tale crisi avesse raggiunto quella sua ipotetica fase dialetticamente conclusiva, che è appunto configurata dalla “filosofia della storia” marxista, oggi non potrebbe non conseguirne fatalmente un generale e inarrestato procedere della società verso la decadenza e la rovina.

In quarto e ultimo luogo, va posto in rilievo un altro dato oggettivo, che concorre anch’esso a smentire la previsione marxiana di un salto rivoluzionario, nei termini – che in sostanza non riescono a sfuggire sul serio al meccanicismo – della semplice “negazione dialettica”. Sta di fatto, precisamente, che l’assetto capitalistico è rimasto lontano dal finire per suddividersi nel modo più rigido ed esclusivo – come appunto si attendeva Marx – in pochissimi detentori di imponenti “mezzi di produzione” (dai quali il grosso degli espropriatori capitalisti avrebbe dovuto a sua volta venir espropriato), e una gran massa di proletari, pronti ad assumere come tali, nel quadro del “rovesciamento della prassi”, il governo dell’economia e della vita associata (10). In realtà, anche dopo aver oltrepassato da tempo l’acme della propria parabola, il capitalismo continua a essere la forma economica di una società la quale risulta invece contraddistinta, fuor d’ogni dubbio, sia dal largo permanere di quei capitalisti minori che i più potenti avrebbero dovuto liquidare, sia dalla tenace continuità di strati quanto mai estesi e diversi di “ceto medio”, produttivo e improduttivo, nonché di svariate figure di lavoratori indipendenti, e perciò non riconducibili alla classe operaia (11).
Certo, possiamo qui trascurare del tutto quel vero e proprio mito, a chiaro carattere piccolo-borghese, che ha banalmente sfruttato un simile fenomeno storico per affermare la possibilità e anzi la convenienza di una soluzione politica fondata appunto sulle forze sociali intermedie, viste come promotrici e garanti di una “aristotelica” linea del “giusto mezzo”, nonché quindi come privilegiate e indispensabili portatrici della bandiera della democrazia; ma di una democrazia appiattita, in realtà, a termini, se non addirittura retrivi, in ogni caso squallidamente immobilistici e infecondi (12). Ben altro, difatti, ci interessa porre in rilievo a proposito di quel medesimo fenomeno. E per essere esatti, ci preme sottolineare come il mancato ridursi della società ai suoi due poli contrapposti (una riduzione essenziale, giova ripeterlo, per l’esplicarsi del processo dialettico marxiano) e il persistere invece, fra quei due poli, di un variegato e composito tessuto connettivo (che ha fornito all’assetto capitalistico, e ancora in qualche misura gli fornisce, uno spazio sociale in cui smussar parzialmente le sue tensioni, alleggerendo così, nella pratica, la compattezza della sua sostanza alienatrice, ma anche il rigore della sua logica economica), rendano affatto impossibile l’affermarsi della prospettiva rivoluzionaria fuori di un intervento politico duttile, articolato, complesso e arduo, perché comportante un netto trascendimento della situazione data.
In effetti, stando le cose nel modo che si è visto, un processo rivoluzionario adeguato – come tale poggiante sempre, è ovvio, sulla classe operaia e tendente a realizzarne le virtualità di universale liberazione – non può prendere avvio se non sulla scorta di idee nuove, superatrici del vigente quadro culturale e perciò capaci di fornire indicazioni sufficienti per dare vita a una società diversa (13). Solo così sarà invero possibile condurre una concreta azione trasformatrice, operando su un terreno sociale rimasto contraddistinto dalle forme e figure varie e molteplici poco sopra ricordate. Questa circostanza obbliga infatti a muoversi energicamente per allearsi almeno i più disponibili fra i numerosi strati intermedi, cambiando in positivo la loro valenza politica; e a un tempo – ciò che oggi riveste un’ancor maggiore importanza – richiede che vengano ricercate le necessarie alleanze organiche in quei movimenti “di massa” (le donne, i giovani) i quali esprimono esigenze e spinte largamente presenti in quei medesimi strati sociali, magari anche a seguito delle loro frustrazioni e contraddizioni.
Ora, ci sembra chiaro che siffatti obiettivi non possono venir conseguiti se non si sanno appunto offrire alla società credibili prospettive di rinnovamento, che come tali consentano di dislocarne diversamente le varie forze, trasformandole e mutandole di segno. Ma si fa allora altrettanto palese che, come ci eravamo ripromessi di dimostrare, il fenomeno sociale testé descritto contribuisce oggettivamente a sfatare l’idea (imprescindibile, invece, per la “filosofia della storia” derivante da Marx) di una conclusione della parabola capitalistica dovuta, per così dire, allo spontaneo esplicarsi della mera dialettica delle forze in gioco, nella permanenza dei loro caratteri dati e quindi fuori della novità – che pur abbiamo vista necessaria – di un congruo trascendimento ideale e politico.

N O T E

(1)Si vedano: L’incompatibilità fra capitalismo e democrazia (n. 55-56) ed E’ possibile una soluzione reazionaria? (n. 59-60).
(2)In effetti, fra le suaccennate circostanze storiche che hanno consentito di rinviare l’aperto manifestarsi della contraddizione (e di cui si è trattato più volte su questa Rivista), va annoverato come primario e massimamente decisivo proprio il fatto che, nei primi due decenni di questo dopoguerra, il processo di maturazione e di espansione della democrazia era ancora in via di svolgimento.
(3)Un superamento che, anche a motivo del suo prodursi appunto entro il quadro democratico (escludente forzature repentine e illiberali), non potrà non svolgersi con gradualità e processualità; ma che comunque dovrà necessariamente esser segnato al suo inizio, proprio per poter “decollare”, da un netto stacco, da un chiaro avvio di mutamento negli indirizzi di politica economica, nei meccanismi di mercato e negli orientamenti produttivi: insomma, da un complessivo, deciso passaggio di qualità.
(4)Comprendente cioè non soltanto il marxismo, ma anche altri indirizzi ideologici aventi rilievo nel mondo contemporaneo e che, come vedremo, rivestono anch’essi un carattere di “filosofie della storia”.
(5)A un simile modo di vedere non può non far da inevitabile corrispettivo – di solito, tuttavia, sottaciuto o negato, sebbene sempre avvertito al fondo della coscienza degli uomini, quale che sia il contesto ideologico entro cui ci si pone – il timore di un rischio di generale catastrofe, non mai del tutto e irreversibilmente eliminato. Sta di fatto che la storia reale – a motivo, in ultima analisi, dello stesso carattere libero delle scelte e delle azioni umane – è ben più complessa, ambigua e difficilmente prevedibile di come se la rappresentano le varie “filosofie” tendenti a ridurla ai propri schemi; non può quindi per nulla escludersi l’eventualità di sue involuzioni gravi e di suoi sbocchi catastrofici. Ma il riconoscimento di un tale, innegabile pericolo non può esprimersi, nel quadro appunto delle “filosofie della storia”, se non come oscura e raramente esplicitata avvertenza della minaccia di un discostarsi del corso storico dai binari che esse gli impongono, dalla legge necessaria in base alla quale ne configurano la razionalità: precisamente al verificarsi di una simile circostanza viene infatti da esse riportato quel medesimo pericolo. E’ ad esempio secondo quest’ottica che Marx considerava la caduta della civiltà antica all’atto del crollo dell’Impero romano: classico esempio, in verità, del possibile sbocco della dialettica sociale (in mancanza di un adeguato superamento rivoluzionario) nella “rovina di tutte le classi in lotta”.
(6)Poiché d’altra parte si è naturalmente portati, malgrado tutto, a mantenere all’esistente un qualche senso, una qualche valenza, né però è possibile trarli dalla riflessione sul processo storico (cui ci si rifiuta appunto di attribuire qualsiasi razionalità, anche potenziale), si finisce allora, in maniera assai simile a quella degli utopisti, per affidare l’esistente medesimo al buon volere degli uomini. Ma per questa via, la logica e la coerenza conducono a lasciare piuttosto il corso degli eventi alla mera, disorganica, frammentaria volontà degli individui e dei gruppi, tesa a un’affermazione di sé esclusivamente e prevaricatoriamente “operativa”. Questo tema è stato approfondito nel saggio Nichilismo e nuova politica in Cacciari, pubblicato sul n. 58 del presente periodico.
(7)Diciamo che quel suo essere predominante è dovuto anzitutto (e quindi non solo) a tali ragioni oggettive, in quanto – come pure abbiamo accennato precedentemente, e come ci ripromettiamo di lumeggiare in seguito – al fine di spiegarsi perché si arrivi oggi a volere l’abolizione semplice di qualsiasi “filosofia della storia”, occorre tener conto anche di un aspetto soggettivo, consistente in una determinata interpretazione di quegli stessi sbocchi storici di cui si parla nel testo.
(8)Poniamo questa riserva perché – come appunto il nostro studio va mettendo in luce – non può affatto escludersi la possibilità di una “soluzione” reazionaria della crisi capitalistica, che la faccia rientrare, o meglio ne arresti l’approfondirsi, attraverso il ricorso alla guerra, che la porterebbe a rovesciarsi, esternamente, sull’URSS e sul “campo socialista”, internamente sulla classe operaia e sulla democrazia.
(9)Vedasi Il Capitale, libro primo (Editori Riuniti, Roma 1967, p.826).
(10)Ecco come Marx descrive le diverse fasi di quel processo attraverso cui, passando per successivi stadi o livelli di espropriazione, si giunge infine al dominio economico di pochi “magnati del capitale”: «La proprietà privata del lavoratore sui mezzi di produzione è il fondamento della piccola azienda […]. Questo modo di produzione presuppone uno sminuzzamento del suolo e degli altri mezzi di produzione, ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno degli stessi processi di produzione, la dominazione e la disciplina della natura da parte della società, il libero sviluppo delle forze produttive sociali. Esso è compatibile solo con dei limiti ristretti, spontanei e naturali, della produzione e della società. Volerlo perpetuare significherebbe, come dice bene il Pecqueur, “decretare la mediocrità generale”. Quando è salito a un certo grado, questo modo di produzione genera i mezzi materiali della propria distruzione. A partire da questo momento, in seno alla società si muovono forze e passioni che si sentono incatenate da quel modo di produzione: esso deve essere distrutto, e viene distrutto. La sua distruzione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione individuali e dispersi in mezzi di produzione socialmente concentrati, e quindi la trasformazione della proprietà minuscola di molti nella proprietà colossale di pochi, quindi l’espropriazione della gran massa della popolazione, che viene privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro; questa terribile e difficile espropriazione della massa della popolazione, costituisce la preistoria del capitale. […] Appena questo processo di trasformazione ha decomposto a sufficienza l’antica società in profondità e in estensione, appena i lavoratori si sono trasformati in proletari e le loro condizioni di lavoro in capitale, appena il modo di produzione capitalistico si regge su basi proprie, assumono una nuova forma l’ulteriore socializzazione del lavoro e l’ulteriore trasformazione della terra e degli altri mezzi di produzione in mezzi di produzione sfruttati socialmente, cioè in mezzi di produzione collettivi, e quindi assume una nuova forma anche l’ulteriore espropriazione dei proprietari privati. Ora, quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai. […] Con la diminuizione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, dell’oppressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia, che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata nello stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione, che è sbocciato insieme ad esso e sotto di esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati» (Loc. cit., pp. 824-826).
(11)Riportabili anzi, nella maggioranza dei casi, addirittura a forme pre-borghesi.
(12)Teniamo a precisare che a questa mitologia piccolo-borghese non può certo esser ridotto – anche se vi sono ravvisabili dei punti di contatto con essa – il patrimonio ideale da cui si diparte quella “filosofia della storia” sui generis, che è sottesa al cattolicesimo politico democratico, e di cui discorreremo in appresso.
(13)Dicendo questo, ci limitiamo per ora ad accennare a un tema che svilupperemo nel seguito del nostro studio.

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