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Premessa...

Elezioni regionali, movimenti interni alla maggioranza. Il sub-partito di Fini agita il rifiuto della corruzione e il ristabilimento della correttezza istituzionale. E l’opposizione che fa? Il “laboratorio pugliese” sembra offrire concreti motivi di speranza.


Raffaele D’Agata:
PREPARATIVI GIUSTI
LA LEZIONE DEL LABORATORIO PUGLIESE

Il primo e più evidente segnale dato dalle elezioni regionali italiane di fine marzo era sembrato essere un’ennesima conferma della popolarità di Berlusconi. Rispetto a ciò, all’indomani del voto, la maggior parte dei commentatori era incline a collocare in secondo piano due altri importanti aspetti del suo risultato: una sensibile redistribuzione della forza elettorale tra le diverse componenti della coalizione di governo, e la diminuzione del numero assoluto dei suoi elettori entro il generale crollo del tasso di partecipazione elettorale come dato nazionale. Un mese più tardi, la situazione politica italiana appariva invece contrassegnata da un alto grado d’instabilità, che era determinato da due ordini di fattori: da una parte, la virtuale spaccatura del partito di maggioranza relativa anche come contraccolpo della nuova distribuzione dell’influenza e del potere entro la coalizione di centro-destra per effetto del voto di marzo; dall’altra, una nuova ondata di rivelazioni in tema di corruzione, che toccava personalità molto vicine al già tanto discutibile capo del governo. Il secondo ordine di fattori non era affatto nuovo, ma la contemporanea emersione del primo gli dava una rilevanza effettiva molto maggiore che nel recente passato.
In altre parole, se mai si dovrà ricordare che il regime berlusconiano cadde travolto dalla corruzione, ciò non sarà accaduto per effetto di un’efficace campagna condotta da partiti popolari d’opposizione, ma per effetto di movimenti interni al regime stesso. Il rifiuto della corruzione (se non la scomparsa dei relativi fenomeni, che appare più incerta e difficile) sarà stato allora un’insegna conveniente per le forze interne alla coalizione sociale e ideologica dominante – dentro e fuori l’attuale maggioranza parlamentare – che intendono promuovere il ristabilimento di un sistema di governo istituzionalmente corretto in luogo di quello improvvisato e gravemente pericoloso che finora ha avuto cardine nel patto Berlusconi-Bossi.
Viceversa, ben raramente (e mai in modo risolutivo) la lotta contro la corruzione e la rivendicazione della legalità sono state vittoriose fino a quando hanno costituito la bandiera dell’opposizione di sinistra al potere esercitato e rappresentato da Berlusconi. Esagerando solo di poco, si può concludere che solo sporadicamente l’opposizione di sinistra è riuscita a persuadere abbastanza comuni persone circa la pur fondamentale esigenza che il potere sia sempre esercitato in forme corrette (mentre appunto si proponeva come intenzionata a farlo): probabilmente perché la maggioranza di queste persone vorrebbe normalmente sapere, per prima cosa, a quali fini il potere che conferirà sarà effettivamente utilizzato. E infine giudica su questo.
Da questo punto di vista, il laboratorio pugliese sembra offrire una lezione importante, degna di essere riprodotta, come metodo, su scala nazionale: da una parte, politica delle cose che traduce in pratica possibile, senza troppo declamarli, princìpi di grande respiro in termini di efficace e reale negoziazione tra interesse generale e singole convenienze (specie se forti); dall’altra (inscindibilmente, e perciò in modo credibile, anche nel proprio campo) intransigenza circa l’etica pubblica e la legalità. Ogni azione e ogni iniziativa che tendano a rivitalizzare e rendere efficace il gusto e il costume della partecipazione popolare democratica, a organizzarli, e a metterli in grado di selezionare e di investire un personale di governo veramente all’altezza dei bisogni e delle ansie del nostro tempo, dovrebbero muovere innanzitutto dal primo aspetto, vale a dire da una politica delle cose che sia intesa in quel modo e perciò sia l’opposto del cosiddetto e troppo celebrato “pragmatismo”. Dovrebbero invece parlare piano, ma chiaramente ed efficacemente, nelle sedi adatte, sui temi dell’emergenza istituzionale che sono meno direttamente avvertiti oggi dai cittadini pur essendo certo vitali e fondamentali: qui si tratterà semplicemente di lavorare a dotare i cittadini di quelle cornici tecniche che rendano possibile la riconquista del loro ruolo attivo, come il sistema elettorale proporzionale e il prestigio delle assemblee rappresentative (da non sacrificare mai in alcun pur necessario miglioramento dell’efficienza delle misure di governo).

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