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Introduzione...

Una delle sortite dell'allora presidente del Consiglio, pochi mesi or sono, fu il tentativo di strumentalizzare a fini elettorali pretesi comportamenti illeciti di personalità del centro-sinistra verso le "cooperative rosse", andando personalmente dai giudici a denunciare cose che - come egli stesso dovette ammettere - non erano comunque di loro competenza. In quell'occasione si scagliò, con la sua solita becera rozzezza, contro l'istituto stesso dell'imprenditoria cooperativa, accusandola di indebiti privilegi fiscali e normativi. Pensiamo sia interessante l'approfondito intervento di Stefano Sacconi - che riportiamo di seguito - sulla natura ed il significato della realtà cooperativa, sulla sua storia, le sue prospettive, il suo rapporto con la politica. L'intervento è stato pubblicato sul "Ponte" (marzo 2006), che ringraziamo.

COOPERARE CON LA POLITICA
La vicenda Unipol-BNL, i partiti
e l'impresa cooperativa
di Stefano Sacconi
(redattore capo della Rivista della Cooperazione)

Introduzione.

La vicenda Unipol/BNL/Banca d’Italia ha messo in luce, di là dalle polemiche immediate, soprattutto un nodo problematico, quello del rapporto fra politica e imprenditoria cooperativa: una questione tan-to essenziale quanto gravemente trascurata - o distorta - nel dibattito pubblicistico e culturale corrente. Diciamo "politica" in generale e non solo "sinistra" perché il fatto che sia stata essenzialmente la sini-stra, in particolare quella erede più o meno diretta del PCI, a finire in tale occasione sotto i riflettori lo si è dovuto essenzialmente al fatto che la compagnia di assicurazioni bolognese appartiene all'universo cooperativo organizzato nella Legacoop: universo tradizionalmente legato alla sinistra e in particolare, a suo tempo, al partito di Togliatti e di Berlinguer. Sarebbe miope, però, pensare che ciò valga a esclu-dere le altre forze politiche, oltreché dal coinvolgimento nella vicenda specifica, anche dalle questioni di fondo che essa ha portato alla ribalta.

Colpisce il fatto che, nel ribattere le accuse, in buona misura speciose e strumentali, di cui è stata fatta oggetto, la sinistra si sia del tutto astenuta dal mettere in rilievo tale problema nella sua portata com-plessiva e di fondo: segno, si direbbe, di là dall'imbarazzo, dello smarrimento da parte sua del significa-to, anzi forse dell'esistenza stessa, della questione. Si tratta in realtà di una questione che, se presa sul serio come merita, sollecita implicitamente una ri-flessione su entrambi i poli di quel rapporto. Da un lato sui partiti e le loro posizioni ideali. Dall'altra sulla realtà cooperativa in quanto tale, la sua natura, la sua funzione, la sua storia e la sua attualità, le sue prospettive. Ora, senza affrontare in termini adeguati tali interrogativi, dando loro per quanto possibile risposte che siano all'altezza delle esigenze del presente e del prevedibile avvenire, la tempesta abbattutasi su via Stalingrado e dintorni rischia di risolversi in un secco impoverimento di entrambi i soggetti, quello po-litico e quello cooperativo. Più in generale, in un'occasione mancata per la sinistra italiana, per la cre-scita democratica e per lo sviluppo civile del Paese.

Nella discussione a livello pubblicistico e mediatico è emersa spesso una superficialità sconcertante nella considerazione del fatto cooperativo anche negli interventi dei commentatori solitamente più av-vertiti e in quelli degli stessi esponenti della sinistra (compresi - duole sottolinearlo - i più autorevoli), che pure avrebbero avuto tutto l'interesse a puntualizzare efficacemente la propria posizione in materia di cooperazione di là dallo sgradevole episodio; infine in quelli - peraltro non proprio innumeri - del-l'intellettualità di orientamento democratico. E’ affiorata per lo più, in tutti costoro, una sostanziale e diffusa perdita di significato del "cooperare" come forma specifica e distinta del fare economia e, più specificamente, del fare impresa: ci si è in ge-nere limitati a una difesa d'ufficio della presenza cooperativa nell'economia nazionale, dei meriti acqui-siti dalle aziende cooperative mediante il sostegno all'occupazione e alla produzione, della buona salute e del dinamismo di quell'area imprenditoriale. Spingendosi in alcuni casi a enfatizzare, quasi esclusi-vamente, il ruolo della cooperazione sociale come moderna incarnazione dello spirito cooperativo.

L’afasia della sinistra: abbandonare la cooperazione?
Su quest'ultimo argomento contiamo di ritornare in altra occasione. La sostanziale afasia della sinistra posta sotto attacco e dell'intellettualità a essa vicina (o comunque non ostile) sui temi più di fondo ren-dono peraltro ancor più stringente l'esigenza di affrontare seriamente quei medesimi temi. Poiché la stessa vicenda Unipol impone ormai di scegliere con chiarezza. O si ritiene, e si argomenta a sufficienza, che la peculiarità cooperativa (magari con la solitaria ecce-zione della cooperazione sociale) sia ormai sostanzialmente esaurita, e allora la stessa imprenditoria cooperativa merita di essere spogliata dei residui "privilegi" fiscali e incoraggiata a trasformarsi sen-z'altro in impresa lucrativa. E allora alle cooperative diverse da quelle sociali non può restare altra ve-rosimile funzione, in un contesto produttivo e di mercato tendenzialmente omogeneo (dominato cioè esclusivamente da una sola forma imprenditoriale), che non sia quella di una formula economica me-ramente transitoria, semplice incubatrice o "scuola guida" per nuove imprese lucrative. Semplice via di ampliamento di una popolazione capitalistica destinata a occupare ogni spazio e ogni ruolo nel mercato(1). Oppure si decide di compiere uno sforzo serio di ripensamento e di ridefinizione della "diversità" coo-perativa che sia tale da disegnare, per questa specifica forma d'impresa, uno spazio adeguato e un ruolo efficace nel contesto della produzione e degli scambi del ventunesimo secolo. E si decide conseguen-temente di promuovere, attorno a questo compito d'ampio respiro, l'impegno di tutte le energie di ela-borazione culturale e politica necessarie. Nella fiducia che da un tale sforzo la stessa sinistra sia desti-nata a trarre stimoli per rinnovarsi e giovamento quanto a capacità d'incidere positivamente nella realtà sociale e civile del Paese.

1 Quella tracciata sommariamente nel testo è tutt'altro che un'ipotesi di scuola: esattamente a una logica di questo tipo era infatti ispirata la bozza di decreto legislativo fatta circolare motu proprio dal ministro dell'Economia e delle Finanze Giulio Tremonti a breve distanza dall'approvazione in Parlamento della legge delega in materia di riforma del diritto societario(L. 3 ottobre 2001, n. 366). Il testo del ministro, la cui stesura non era stata preceduta - a quanto è dato sapere - da alcuna consultazione delle organizza-zioni interessate, era ispirato a un'interpretazione talmente restrittiva e marginalizzante dell'impresa cooperativa da costitui-re di fatto un tentativo di spingere il grosso della cooperazione moderna e imprenditorialmente attrezzata a trasformarsi in impresa lucrativa. Se applicata, la proposta del prof. Tremonti avrebbe spogliato, in sostanza, la realtà cooperativa di ogni consistenza imprenditoriale per farne una presenza meramente residuale e assistenzialistica. Non a caso l'intero movimento cooperativo, in tutte le sue componenti organizzative e politico-culturali, oppose in quell'oc-casione una resistenza unanime ed estremamente determinata a tale tentativo di svuotarne ogni incidenza: resistenza che proprio per la sua coralità seppe trascinare con sé non solo l'intera opposizione, ma anche porzioni della maggioranza par-lamentare. Cosicché il decreto legislativo poi effettivamente emanato dal governo (D.lgs. 17 gennaio 203, n. 6, art. 8) risul-terà, pur apportando consistenti modifiche alla precedente sistemazione giuridica della società cooperativa, ben altrimenti rispettoso della natura specifica e delle esigenze vitali della cooperazione.

I due versanti di una riflessione necessaria.
Una riflessione sulla forma economica cooperativa che voglia essere adeguata dovrebbe investire al tempo stesso due versanti. Per un verso dovrebbe svolgere un'analisi non frettolosa e non superficiale dell'imprenditoria coopera-tiva come realtà di fatto. Come un settore rilevante dell'economia nazionale, articolato in una pluralità di comparti operativi e merceologici, capace di esprimere trend costanti di crescita del prodotto e delle dimensioni aziendali significativamente in controtendenza rispetto alla generalità del panorama econo-mico nazionale. Un settore soggetto a una disciplina giuridica e di vigilanza amministrativa del tutto peculiare, che limita per un verso la libertà d'azione e di lucro dei suoi partecipanti come singoli indivi-dui, ma per l'altro incoraggia l'accumulazione del patrimonio aziendale in forma indivisa e indisponibi-le. Che si organizza liberamente in associazioni nazionali legalmente riconosciute che svolgono impor-tanti funzioni di garanzia dell'applicazione dei principi, di tutela, assistenza e vigilanza (delegata per legge) delle imprese aderenti. Che ha tra le sue funzioni quella, riconosciuta e vincolata dalla legge, della promozione e diffusione dell'imprenditoria in forma cooperativa e della cultura che ne sostiene l'affermazione.

Per altro verso dovrebbe attuare uno sforzo di ricollocazione della teoria dell'impresa cooperativa nel contesto della scienza economica intesa come visione d'assieme. Il che comporta in primo luogo un impegno serio sul terreno dell'economia aziendale. Un impegno volto a evidenziare, assai più di quanto già non si faccia, il "segreto" di questo peculiare modello d'impresa: il peso, ad esempio, della demo-crazia interna e del suo esercizio effettivo nel determinare il destino aziendale delle cooperative; l'inci-denza a tal fine dei limiti di legge alla remunerazione del capitale e per converso dell'accumulazione fiscalmente agevolata; più in generale il ruolo e il rilievo, nella vita delle singole aziende, delle diverse componenti della specificità cooperativa. In secondo luogo, e forse principalmente, quello sforzo di ricollocazione comporta che si esprima un impegno sul terreno proprio dell'economia politica: terreno sul quale più lungo e più ripido appare oggi il cammino da compiere. Si tratta infatti di promuovere la diffusione, nell'ambiente della cultura eco-nomica, non solo della semplice propensione allo studio della realtà cooperativa, ma anche e soprattutto di una considerazione di tale forma imprenditoriale iuxta propria principia. Il che comporta di rinun-ciare a impiegare esclusivamente, nella valutazione dell'imprenditoria cooperativa, criteri a essa sostan-zialmente disomogenei come sono quelli della dottrina marginalista.

Duplicità e “differenza” dell’impresa cooperativa

Non si tratta - si badi - di rinunciare in toto all'impiego di tali criteri, ma piuttosto di farne uso come parti di un ventaglio di strumenti comprensivo di quelle peculiarità dell'intraprendere in forma coopera-tiva che non sono misurabili sulla sola base dell'utilità marginale del singolo. Come parti di una stru-mentazione, quindi, che sia realmente capace, a livello aziendale, di rendere conto del singolare succes-so registrato dalle cooperative; e, più in generale, di disegnare un contesto economico e di mercato nel quale la specificità cooperativa trovi adeguata collocazione: cessi, insomma, di essere un curiosum da fiera di paese, dal quale gli studiosi seri farebbero bene a distogliere lo sguardo. Può essere utile, ai fini dell'approfondimento su più piani che ci permettiamo di suggerire con queste note, esplicitare un paio di considerazioni.

La prima concerne la natura intrinsecamente duplice della realtà cooperativa. La cooperazione si presenta di fatto e percepisce se stessa (un fatto e una percezione presenti ovunque, ma particolarmente accentuati nel nostro Paese) come un complesso di imprese che nel loro insieme costituiscono un movimento: può verificarsi, secondo i contesti e le circostanze, un'ac-centuazione maggiore dell'uno o dell'altro aspetto, ma impresa e movimento costituiscono in ogni caso due facce inscindibili dell'unico fenomeno cooperativo. La seconda considerazione riguarda più da vicino la differentia specifica della cooperativa rispetto al genus proximum dell'impresa, cui la medesima cooperativa - come si è detto - appartiene, e le conse-guenze di portata generale che è lecito attendersi da un adeguato approfondimento in materia. Qualora si giungesse, com'è auspicabile, a superare appieno il pregiudizio ideologico e riduzionista per cui alla cooperativa vanno applicati solo i medesimi criteri di valutazione che sono appropriati all'impresa lu-crativa; qualora, in altre parole, si riuscisse a valutare l'impresa cooperativa per quello che essa è per principio ed effettivamente; si dovrebbe allora riconoscere in essa l'espressione di un fattore critico o-perante in seno a un sistema economico complessivamente ispirato al principio lucrativo (corrisponden-te poi, sul terreno analitico, al criterio dell'utilità marginale del singolo).

La cooperativa come critica imprenditoriale del principio lucrativo

E la cooperativa pone in essere un tale fattore critico nei confronti del contesto dominato dal principio lucrativo non su di un terreno meramente culturale o ideale, ma oggettivamente e - si badi bene - pro-prio in quanto impresa. Proprio in quanto, cioè, essa opera sul terreno dell'intraprendere economico, del rigore gestionale, del confronto competitivo nel quadro comune del mercato. Essa, in altre parole, pone in atto quel fattore critico in termini e su terreni diversi da quelli che sarebbero propri - ad esem-pio - delle attività di volontariato, dell'associazionismo d'ispirazione solidaristica, persino di una coope-razione sociale considerata come avulsa e contrapposta al movimento cooperativo nel suo complesso. Si tratterebbe infatti, in questi casi, di fenomeni certo non privi di una qualche, più o meno sensibile, valenza sul terreno dell'economia, ma non operanti realmente sul terreno condiviso dell'impresa e del mercato. Fenomeni in ultima istanza extra-economici, paralleli allo svolgersi dell'economia lucrativa, contrapposti dunque idealmente, ma non anche operativamente, al monopolio esclusivo di quest'ultima, oggi, sull'economia di mercato.

Questo è viceversa il terreno su cui oggi opera (e, come vedremo tra breve, in piena consapevolezza) l'imprenditoria cooperativa. Una forma imprenditoriale, come poco sopra si è messo in luce, dalla du-plice natura. Essa infatti concretizza quel fattore critico di cui si è detto non solo né tanto in quanto sin-gola impresa, ma più propriamente in quanto movimento che dà vita a imprese ed è formato, man mano che queste vanno a regime, da imprese. Un movimento di imprese e un complesso di imprese apparte-nenti a un movimento. Forse è proprio questa duplicità, insieme ad altri elementi (il favor tributario per quel poco che ne resta, la vicinanza e l'osmosi tradizionali con le organizzazioni politiche e sindacali, etc.), ad alimentare la diffidenza e la disattenzione nei confronti della realtà cooperativa.

Fare cooperazione come “fare politica”: dall’utopia...

Qual è il principale risultato che è ragionevole attendersi dall'auspicato approfondimento? Un tale risul-tato dovrebbe essere l'uscita dell'imprenditoria cooperativa dalla considerazione di fenomeno margina-le, residuale o meramente interstiziale rispetto alla norma generale dell'economia lucrativa; e viceversa il suo pieno riconoscimento quale forma economica dotata di una sua intrinseca e peculiare politicità. Il pieno riconoscimento, insomma, che il fare cooperazione significa, come tale, percorrere vie diverse e potenzialmente alternative rispetto a quella dominante della prevalenza del lucro individuale (la "spe-culazione privata" di cui parla, per escluderla, l'art. 45 della Costituzione italiana nell'atto stesso di ri-conoscere la "funzione sociale" della cooperazione e di prescriverne la promozione e la vigilanza da parte della legge). Che il fare cooperazione significa porre, più o meno consapevolmente ma in ogni ca-so oggettivamente, il problema di una diversa finalizzazione dell'agire economico come dimensione della vita sociale. Che in tal senso l'imprenditoria cooperativa reca in sé, ineliminabile, un fondo d'uto-pia, cui essa però tende a dare attuazione pratica trasferendola dal cielo degli ideali al "qui e ora" del-l'agire concreto e quotidiano: sforzandosi insomma di dar vita, mediante l'esperienza dell'impresa, a quella che potrebbe definirsi una "utopia praticabile". Che infine, proprio per questo ed entro tali limiti, fare cooperazione è anche, ipso facto, "fare politica".

La peculiare politicità della cooperazione è del resto un patrimonio ideale e culturale del movimento cooperativo fin dalle sue più lontane origini. I pionieri dell'economia cooperativa hanno sempre pensa-to di "far politica" con le loro attività: non a caso le vivevano come iniziative volte a favorire l'emanci-pazione dei lavoratori in un contesto che faceva del lavoro uno strumento passivo dell'arricchimento altrui. Non a caso il movimento cooperativo delle origini intreccia le sue prospettive alle posizioni del socialismo utopista della prima metà dell'Ottocento: dei Proudhon, dei Fourier, dei Saint-Simon, degli Owen. E non a caso, nel corso del secolo XIX, la promozione di cooperative - da parte di gruppi di la-voratori, ma anche di borghesi filantropi, di agitatori repubblicani e socialisti, di parroci decisi ad ap-plicare il vangelo senza attendere l'aldilà - diede vita sia a "isole felici" più o meno sottratte alle leggi brutali della disuguaglianza e dello sfruttamento (il cui spirito si può respirare oggi nella filanda di O-wen a New Lanark, col villaggio modello per gli operai recentemente restaurato per iniziativa del go-verno laburista), sia a visioni grandiose di palingenesi sociale, da quella di Mazzini (con il lavoro po-sto, grazie alla cooperazione, come "base economica al consorzio umano") a quella del movimento sta-tunitense dei Knights of Labour. Per giungere, ormai a cavallo del Novecento, alla "repubblica coope-rativa" preconizzata dal francese Charles Gide in base anzitutto all’espansione delle cooperative di con-sumo.

...al mercato

L’immancabile fallimento di queste teorizzazioni palingenetiche, così come l’incapacità di quelle e-sperienze esemplari di superare in qualunque modo o misura la dimensione asfissiante e sterile dell’insularità, hanno condotto il movimento cooperativo, particolarmente nella seconda metà del XX secolo, alla rinuncia esplicita, e generalmente accettata, a ogni pretesa pancooperativistica.

Si è passati così dal prospettare un’estensione universale del modello cooperativo, di cui le realizzazioni presenti sarebbero stati solo i primi esperimenti o le prime parzialissime tappe, alla valorizzazione delle stesse realizzazioni presenti in seno al sistema economico dato. In termini più esatti, l’impresa cooperativa è stata inserita, non più solo di fatto ma anche concettualmente, dentro il mercato. Quale il significato effettivo di questo passaggio davvero cruciale? Sarebbe riduttivo interpretarlo nei termini di una mera accettazione passiva del mercato come ambito proprio dell’economia lucrativa, con l’inevitabile corollario dell’assimilazione tout court dell’impresa cooperativa a quella lucrativa. Un’interpretazione che voglia essere più corretta e comprensiva intenderà invece quel passaggio come transizione da una visione staticamente modellistica della presenza cooperativa (“noi di qua - voi di là”) a una visione dinamica, diacronica, storica di tale presenza.

Non resa ma scelta realistica

In tale contesto concettualmente nuovo l’immersione nel mercato, il confronto aperto con la dimensio-ne competitiva che lo caratterizza, non va dunque interpretata come una resa, ma piuttosto come la pre-sa d’atto che la fase storica presente ha questa dimensione (la competizione di mercato) come uno dei suoi aspetti intrinseci, caratterizzanti, non casuali ma necessari. E che dunque solo passando attraverso di essa è possibile affermare concretamente la qualità specifica del fare impresa in forma cooperativa. Una tale presa d’atto non significa affatto, dunque, rinuncia ad affermare l’ispirazione specifica dell’imprenditoria cooperativa, la sua qualità peculiare e non assimilabile. Significa invece collocarne la pratica attuazione nella sola dimensione possibile nell’attuale fase storica. Significa, per dir così, de-purare l’utopia cooperativa della sua originaria carica ideologica, della sua antica connotazione roman-tica, per porre l’accento, in piena e consapevole maturità politica, sulla sua effettiva praticabilità. Quin-di anche sulla sua capacità effettiva di incidere nel presente per preparare un più accettabile avvenire.

Un mercato molto “imperfetto”

Per altro verso, il mercato concorrenziale non è ovviamente la sola dimensione dell’agire economico e dell’organizzazione complessiva dell’economia: questa è anche il campo d’azione di un complesso di forze in cui si attua la dimensione del potere nelle sue variegate espressioni. Non a caso il mercato reale ha solo una lontana parentela con il “mercato perfetto” ipotizzato dai marginalisti. Basti pensare a quante potenze non soggette a una regola comune di concorrenza incidono sulla configurazione fattuale del sistema economico e del mercato: l’accumulazione pregressa e consolidata delle risorse in forma di proprietà privata; i poteri extraeconomici, da quelli politici a quelli che dominano i media e le istituzio-ni della cultura e della formazione; in generale il potere derivante ai produttori (anzitutto ai maggiori fra di essi) nei confronti dei consumatori e utenti, e in genere a determinate categorie di soggetti pre-senti nel mercato nei confronti di altre categorie di soggetti, dalle “asimmetrie informative” di cui i primo godono rispetto ai secondi. Rispetto a tale configurazione vistosamente “imperfetta” del mercato, che palesemente e gravemente la penalizza, l’impresa cooperativa dispone di due sole armi. La prima, intrinseca alla sua genesi e alla sua natura, è data dal radicamento nella comunità locale e nella classe o categoria sociale d’appartenenza dei propri soci. La seconda arma, che - pur collegata alla prima - costituisce invece una conquista storico-politica, è data dalle scelte compiute a livello legislativo e amministrativo a compen-so dello svantaggio di partenza della cooperativa nei confronti di altre forme d’impresa.

Come il socialismo: dall’utopia al riformismo

Questo per quanto concerne l’impresa cooperativa in quanto tale. Ma la collocazione consapevole all’interno del mercato incide anche sulla cooperazione in quanto movimento. Quella collocazione con-sente infatti anche al movimento cooperativo in quanto tale di esprimere in piena maturità il proprio po-tenziale innovativo. Esso non perseguirà più una radicale e utopistica (ancorché non violenta) negazio-ne del presente, né pretenderà di prefigurare un futuro di totale palingenesi della società. Ma esprimerà piuttosto la sua forza organizzata, da un lato nel tutelare l’effettiva qualità cooperativa delle imprese da esso generate e che ne costituiscono la base associativa; dall’altro nel promuovere l’imprenditoria coo-perativa in seno al mercato medesimo, dando maggior forza alle imprese esistenti e sostenendo la na-scita e il primo sviluppo di nuove cooperative.

Sarebbe da meravigliarsi se i partiti della sinistra e l’intellettualità a essi più vicina non cogliessero in questa evoluzione del movimento cooperativo un parallelo con la vicenda politica e culturale del mo-vimento operaio. Più specificamente, con il passaggio delle forze politiche in cui esso si esprime dall’utopia rivoluzionaria con i suoi sogni irrealizzabili, i suoi errori e le sue violenze, alla pratica gra-duale del riformismo. Senza che tale passaggio, pur degno d’esser detto epocale, comportasse necessa-riamente la rinuncia a una trasformazione profonda dell’assetto sociale, da realizzare però nel concreto quotidiano più che da proclamare ideologicamente. Un riformismo efficace e incisivo, dunque, che ac-comuna idealmente il movimento cooperativo attuale e le forze eredi della storia del movimento ope-raio non meno di quanto i rispettivi “antenati” fossero accomunati dalla tensione, nei due campi, all’utopia.

La politicità cooperativa alla base del rapporto con i partiti

Il rapporto dei partiti della sinistra (come quello di qualunque forza riformista) con il movimento coo-perativo trae dunque motivo e alimento dall’intrinseca politicità dell’imprenditoria cooperativa come tale. Per converso, sembra si possa legittimamente affermare che la causa ultima delle distorsioni che si vengono manifestando in quel rapporto sia da rintracciare nella perdita pressoché totale, nel mondo po-litico, della consapevolezza dell’intrinseca necessità di quella dimensione come risvolto e garanzia del-la qualità cooperativa. Una perdita di consapevolezza che assume una particolare gravità nelle posizioni di sinistra, specialmente in quelle che affondano le proprie radici nella storia del movimento operaio. A esse, infatti, è tuttora in gran parte affidata l’efficacia dell’iniziativa riformatrice; mentre altre posizio-ni, pure sicuramente democratiche, traggono le proprie motivazioni prevalenti dalla mera esigenza di governare l’esistente. Per esse, dunque, una imprenditoria cooperativa mal distinguibile dall’impresa lucrativa costituisce, sì, una perdita, ma una perdita sostanzialmente veniale. Per la sinistra, viceversa, sarebbe una perdita grave rispetto alla propria possibilità di presenza nel vivo della società.

E persino rispetto alla propria identità riformista. Del resto, se la cooperativa è un'impresa "come le altre", allora il movimento cooperativo non rappre-senta nulla più che uno dei tanti fattori di alterazione del mercato: può godere di una qualche conside-razione, da sinistra, solo in quanto sia "il nostro" fattore di alterazione. Un po' come Theodore Roose-velt considerava certi dittatori centroamericani: saranno pure canaglie, ma sono sempre "le nostre" ca-naglie. Ma in tal modo, mentre si perde la motivazione di fondo, qualitativa, di una vicinanza, si affer-ma, con la cooperazione, un legame di pura convenienza. Quasi che l'imprenditoria cooperativa fosse riducibile a uno dei tanti potentati economici di cui, come avviene per le marionette che si agitano nel teatro siciliano dei pupi, ciascuna posizione di potere manovra i fili rispettivi.

Una considerazione così seccamente strumentale dell'imprenditoria cooperativa rappresenterebbe - essa sì - per la sinistra una resa compiuta allo status quo. E una resa, per di più, per nulla fondata su di u-n'accettazione effettiva e sincera della competizione di mercato come dimensione necessaria della mo-derna economia: accettazione che comporterebbe piuttosto una difesa a viso aperto della stessa dimen-sione concorrenziale contro ogni incrostazione monopolistica o corporativa. E che comporterebbe, nel-lo stesso quadro, una difesa non meno aperta e motivata del buon diritto della cooperazione a una pre-senza paritaria sul mercato non semplicemente - come il più delle volte si afferma - in quanto "impresa come le altre", ma piuttosto in quanto portatrice di una qualità peculiare del fare impresa: una qualità più direttamente omogenea alle esigenze dei ceti privi di accumulazione consolidata e in genere alla prospettiva di un'affermazione piena della democrazia anche sul terreno delle attività economiche.

Oltre il corporativismo

La qualità di un "riformismo" connotato in quell'altro modo, invece, sottintenderebbe una concezione conservatrice e corporativa dei rapporti economico-sociali e della stessa politica. Una concezione che è da temere si sia fatta già ampiamente strada nei rapporti della sinistra con la cooperazione: se è vero che, come testimoniano certe intercettazioni telefoniche finite sulle prime pagine dei quotidiani, da parte dei vertici ds si è data la preferenza al rapporto diretto con il vertice dell'Unipol piuttosto che passare attraverso la mediazione - che in un contesto di reciproca autonomia dovrebbe essere considerata fisio-logica - dell'organizzazione associativa di appartenenza delle cooperative socie della compagnia d'assi-curazioni.

Del resto, l'abbandono della prassi più omogenea a una considerazione positiva della peculiare politici-tà della cooperazione non è propria esclusivamente del versante partitico del rapporto: dal momento che da molti anni la presidenza Legacoop aveva rinunciato a esprimere, tramite un dipartimento a ciò esplicitamente deputato, una politica propria sul terreno finanziario. E aveva di conseguenza delegato alla "cassaforte" assicurativa del movimento la diretta responsabilità delle scelte in tale campo delicato e vitale: tanto da conferire al vertice della compagnia un potere discrezionale e sostanzialmente incon-trollato.

Cooperazione e partiti: la separazione ipocrita

Ora, una recuperata consapevolezza della peculiare politicità dell'imprenditoria cooperativa comporte-rebbe altresì, finalmente, un abbandono della pregiudiziale ipocrita di una completa separazione fra co-operazione e partiti. Pregiudiziale che solo la concezione distorta poco sopra descritta può condurre a equiparare alla sacrosanta separazione fra politica e affari: poiché è proprio di quella concezione me-ramente compromissoria del riformismo il considerare il movimento cooperativo soltanto come un grumo di "affari" da utilizzare a proprio vantaggio in una schermaglia senza esclusione di colpi fra po-tentati, appunto, politico-affaristici. E non come il portatore collettivo e organizzato di interessi popola-ri diffusi, capaci di esprimersi e pesare autonomamente nella società e nel mercato grazie in primo luo-go alla propria forza imprenditoriale, e perciò capaci di offrire, perseguendo i propri fini, un sostegno prezioso a una efficace strategia politica di riforme democratiche.

E' bene dunque che si vada oltre il mito strumentale della separazione assoluta fra partiti e movimento cooperativo. Il che non significa affatto rivalutare o riprendere quello che in queste settimane - mu-tuando curiosamenmte una terminologia tipica della vecchia DC - è stato designato come "collaterali-smo". Significa invece che le forze politiche, a partire da quelle dell'Unione di centrosinistra e in primis da quelle dell'Ulivo, dismessa la vecchia manomissione sulle organizzazioni del movimento cooperati-vo (da relegare ormai nella soffitta delle supplenze caratteristiche dell'epoca della guerra fredda), pos-sono tornare - anzi cominciare finalmente sul serio - a "dire la loro" in materia di cooperazione. A valu-tarne e sollecitarne l'impegno sui terreni che le sono propri; a proporre all'autonomia delle sue decisioni opportunità e prospettive di sviluppo, accordi trasparenti e convenienti per il sostegno di progetti rifor-matori che incidano in senso democratico sugli equilibri del sistema produttivo e del mercato.

Contro le asimmetrie informative: un possibile impegno comune

Non è certo difficile, con un minimo d'impegno, individuare numerosi terreni su cui esplicare tali posi-tive sinergie tra politica riformatrice e sviluppo dell'imprenditoria cooperativa. Si pensi in primo luogo ai campi nei quali l'intervento della cooperazione, in quanto organizzazione imprenditoriale a larga ba-se e a forte radicamento sociale, può contribuire ad attenuare l'asimmetria informativa di cui patiscono i cittadini in quanto consumatori e utenti nei confronti di chi detiene i mezzi dell'offerta di beni e servizi, o i giovani che vogliano esprimere la propria volontà d'intraprendere e misurarsi con la competizione di mercato. Qui abbiamo per un verso le grandi organizzazioni cooperative della domanda, dalla cooperazione di consumo a quella d'abitazione, per finire alla mutualità volontaria integrativa del servizio sanitario pubblico; per altro verso gli strumenti della promozione d'impresa, a partire dai fondi mutualistici isti-tuiti dalle Associazioni cooperative per disposizione di legge; infine l'esperienza ormai diffusa della cooperazione sociale come strumento di inclusione generalizzata nel lavoro, di affermazione universale della dignità umana, di stimolo e sostegno per una presenza più articolata, efficiente e comprensiva dei poteri pubblici sul terreno dei servizi di welfare. Si tratta di risorse già significative ed efficaci, ma il cui inserimento organico in una strategia riformatrice volta ad aprire davvero il mercato alla democra-zia, ad avviare sul serio una riforma dello Stato sociale nel senso della costruzione di una moderna wel-fare community, a coinvolgere attivamente in tutto questo la soggettività dei cittadini associati, può se-gnare una svolta di tale portata da produrre un autentico passaggio in avanti nella qualità dello sviluppo e nella vita quotidiana dei cittadini e dell'intero Paese .

E ancora: ambiente e globalizzazione

A tali suggerimenti se ne possono aggiungere altri, di non minore portata potenziale. Due in particolare. Il primo concerne un tema di cui si sente parlare troppo poco, e che invece appare di notevole rilievo e attualità: quello del rapporto possibile fra destino del settore agricolo (soggetto in prospettiva ravvici-nata a una concorrenza estera tale da non poter mantenere gli stessi standard di produzione) e problema della tutela ambientale. Qui una serie di misure di sostegno alla riconversione delle produzioni agricole, che potrebbe trovare nell'associazionismo in forma cooperativa uno strumento idoneo ed efficiente, do-vrebbe essere indirizzata a promuovere attività volte da un lato alle produzioni caratteristiche della più alta qualità, e dall'altro a quella salvaguardia ecologico-territoriale che solo una presenza umana vital-mente cointeressata può efficacemente garantire.

L'altro suggerimento concerne, infine, un problema diffusamente riconosciuto come cruciale e assai ur-gente, quello di un efficace governo dei processi di globalizzazione: processi che l'economia europea, e quella italiana in particolare, appaiono oggi ben poco attrezzate ad affrontare senza subirne seri danni. Qui almeno un merito l'imprenditoria cooperativa nazionale può vantarlo: se è vero che Coop e Conad sono le uniche due grandi catene di distribuzione alimentare rimaste integralmente in mani italiane, mentre tutte le altre sono cadute negli ultimi anni sotto il controllo di multinazionali estere. Ma non si tratta solo di far tesoro di questi meriti "difensivi": la recente approvazione dello statuto della Società Cooperativa Europea da parte del Consiglio dei ministri di Bruxelles offre un'occasione da non perdere per costruire a livello di Unione Europea, e in più settori, un solido sistema di cooperative e consorzi capace di tenere efficacemente il campo della competizione globale.

Un’occasione per riflettere su se stessi

Come sembra trasparire con chiarezza dalle considerazioni svolte in queste brevi note, una riconsidera-zione seria della qualità specifica dell'intraprendere in cooperativa, e del rapporto della sinistra riforma-trice col movimento cooperativo, non potrebbe mancare di riflettersi anche sulla concezione che la stessa sinistra ha di se medesima, quindi sulla sua impostazione politica e culturale. Condizione, questa, per poter riformulare, con efficacia adeguata alle esigenze attuali e di prospettiva, le proprie politiche, in particolare sui terreni su cui esse intersecano le potenzialità d'intervento del movimento e dell'impre-sa cooperativa. E, tutto considerato, non sarebbe poca cosa.

Roma, febbraio 2006

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