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Introduzione...

Invece di un biglietto di auguri, Mario Reale ha inviato al curatore di questo sito web una “letterina da Natale”, che tanto “ina” proprio non è. Vi si esprime un giudizio marcatamente negativo sullo stato attuale della politica – partiti e istituzioni – e vi si deplora la conseguente scarsa partecipazione ad essa dei cittadini, che è come dire carenza di democrazia. Fortunatamente però – rileva M. Reale – di fronte alle condizioni disastrose di questa politica, che chiama “Politica I”, si assiste a un forte sviluppo del mondo del volontariato e dell’associazionismo: una miriade d’ iniziative ed esperienze personali e dirette di milioni di uomini e donne impegnati a rendersi conto dei veri problemi della nostra epoca e a dare contributi di vario genere (limitati, localizzati, ma significativi e, sommati insieme, di non poco impatto) per affrontarli con l’ampiezza di respiro e di orizzonti che il mondo d’oggi richiede. Questo fausto e imponente fenomeno – sostiene M. Reale – dovrebbe organizzarsi meglio al proprio interno e soprattutto prendere coscienza delle sue potenzialità politiche: lo chiama infatti “Politica II”. Quest’altra politica non basta, di per sé, a colmare il vuoto della “Politica I” e non può quindi pretendere di sostituirsi ad essa. Può tuttavia criticarla e sollecitarla a fare un po’ meglio il suo mestiere? Per adesso, M. Reale non lo vede. Altro non è dato – a suo giudizio – che prendere atto di questo nuovo e fecondo “fronte” che si è aperto alla partecipazione democratica, e che è attualmente l’unico su cui le persone “di buona volontà” possono combattere la loro buona battaglia. Il curatore di questo sito si è provato ad argomentare una risposta alla “letterina di Natale”, ottenendone una replica, altrettanto densa, intitolata “letterina della Befana”. Auspicando che il colloquio prosegua – e magari si allarghi ad altri interlocutori – vengono qui pubblicati, intanto, i tre messaggi intercorsi.

POLITICA, DEMOCRAZIA, VOLONTARIATO

24 dicembre 2006

Caro Vittorio, letterina di Natale. […]. Vengo ora al sussurro di un tema politico. In breve, è uno schema che chiamo “Politica I” e “Politica II”. Per un verso, ho avuto in mente proprio la tua esperienza: vocato alle ragioni di un politica forte, unitaria e rivoluzionaria; passato a un impegno nel volontariato sociale, ma sempre appassionato a ricercare un’unità tra i due piani. La notizia unhappy è che il terzo passaggio, per quel poco che ci è dato di vedere, non si dà; e dunque che sei in una situazione “infelice” e “felice”. Dal capitalismo, ossia dall’economia moderna, non si “fuoriesce”; del resto, nella stessa “Trimestrale”, a veder bene, al di là della tensione rivoluzionaria (e un po’ di ideologia verbale), abbiamo cercato obiettivi di contenimento, di modificazione, di innovazione, di germi. Resta il rapporto di democrazia e capitalismo, e qui, mentre ci teniamo il capitalismo, rischiamo di perderci la democrazia, almeno come l’abbiamo vissuta. Parlo qui dell’”occidente”, e in particolare di noi; altro discorso richiederebbero l’America Latina, l’Africa, ecc. Da noi, dunque, gente più o meno affogata nel lardo, la democrazia sembra essere giunta a un punto quasi morto. Non ti annoio con le cose che sappiamo. Mi fermo solo a questo: sembra essersi illanguidito fino al lumicino il fondamentale rapporto di politica e democrazia.

Certo, sappiamo che la prima non si esaurisce né si identifica del tutto con la seconda. Ma qui si salta oltre Rodi. In breve, non si capisce più quale rapporto abbia la legittimazione (e compartecipazione) democratica con la forma e il potere politici. D’Alema, poniamo, fa bene o abbastanza bene in politica estera; la sua azione è necessaria per il governo attuale del mondo, che, al di qua di auspicabili mutamenti, è quel che è, retto da problemi e assetti, disordine e potenze. D’Alema “espressione” della democrazia? Credo di no, se si eccettua quel che resta del partito, e un voto, come che sia, infilato nell’urna. Quel che fa è una buona, tradizionale politica (il rudere Kissinger che insegna le buone maniere al “democratico” Bush), praticata, quando lo è stata, per secoli o millenni, senza aspettare la democrazia. Dirai che la politica estera è un caso limite. Lo è. Ma può servire a illuminare casi certamente più complessi, economici, ecc. Ora che si fa con questa politica I? Si rispetta, senza alcuna incrinatura qualunquistica o dissacratoria, si cerca di informarsi, approvare e criticare, votando sempre e comunque, fosse pure il male appena minore, occupando tutti i residui spazi di “partecipazione”, ecc. Fosse per me, anzi, consiglierei agli amici della sinistra radicale, specie ai correntoni e ai rifondaroli, di fare di tutto per entrare (che siano gli altri a sbattere l’uscio) in quella fantasima del futuro partito democratico.

Come un tempo si consigliava di restare nella DC. La forma-partito, come si diceva, è al tempo stesso inevitabile e consumata: troppo forte ormai l’autoreferenzialità, persino personale; pressoché impossibile andar oltre la testimonianza; poco più che fantasia aggrapparsi ai “no global”; implacabile l’ordine del mondo (compresa la personalizzazione mediatica); necessità di un agire politico effettuale, ecc. La politica II è quello che fai tu in Africa, o cose diverse, persino incomparabili tra loro, ma legate a un filo comune. Volontariato e associazionismo di tutti i tipi e di tutte le grandezze, da te all’Arci e all’Auser. Questo è l’ambito dove si può esercitare quella partecipazione e quella politica democratica che i luoghi tradizionali non riescono più ad abbracciare. (Nei partiti, nelle residuali sezioni, la partecipazione è ormai quasi un inutile fastidio, buono solo a usi interni, che intralcia il tradizionale e recuperato compito di selezione del ceto dirigente – ahi! Michels). Insisto sulla connotazione “politica”, di espressione democratica; è vero che volontari e associati sono mossi dalle più varie motivazioni: personali, sociali, etiche, religiose, ecc.

Pure, per quel che ho detto, mi pare che il tratto e la funzione politici debbano essere constatati e rivendicati, soprattutto contro la generica dizione “sociale”, talora venata di vera e propria antipolitica. Il pericolo maggiore mi pare qui la tentazione dei “movimenti” di farsi partito o partitino, o anche di diventare fucina di laterali impiegati dello Stato. Che si può fare qui, oltre i propri compiti? Cercare forse di far emergere un potente sommerso, di stabilire qualche forma federale di collegamento. L’altro giorno, ho partecipato a un dibattito con Marcon (Lunaria), che tu forse conosci, e che c’informava di questo dato: cinque o sei anni fa il censimento delle associazioni in Italia ne dava 50 mila, oggi ne dà 217 mila. E i mezzi elettronici sono oggi un potente sussidio a favore di questa realtà. Conosco le obiezioni. Basta questo? No, non basta, ma è quel che oggi si può fare. Ti sei infatuato di cose che non conosci, proprio perché non le conosci? Possibilissimo. Quale collegamento si può trovare tra politica I e II? Difficile dirlo. Per la storia e le delusioni che ho avuto, oggi non mi preoccupo di questo; mi pare più urgente aprire fronti che non preoccuparci dell’unità e delle diarchia. Comunque, per non deluderti troppo, ho parlato con [N], la quale, pur essendo iscritta di diritto nella politica I, svolge in realtà un importante compito di politica II, individuando e valorizzando energie, associazioni diffuse sul territorio, ecc. Certo, cane che si morde la coda: questo è possibile perché (ma non sempre, non solo) vi è la politica I – strutture, bilanci, leggi finanziarie ecc. Ma è Natale e conviene pensare ad altre cose. Un caro augurio. Mario

Caro Mario, cerco di rispondere in qualche modo alla tua “letterina” (!). Anzitutto una considerazione di carattere generale. Mi sembra che il tuo ragionamento sia venato da un pessimismo eccessivo, tendente a restare “bloccato”. D’accordo che la situazione è difficile, e molto. Ma quale situazione storicamente e radicalmente nuova non lo è? Bisogna studiarla, prendere coscienza di quale realmente sia, vedere cosa e come fare. Accanto ad aspetti fortemente negativi, che tu sottolinei, non possono non esservi, e ve ne sono, altri di segno diverso, alcuni dei quali, del resto, da te parimenti evidenziati. Possiamo coglierli o no, ma dovremmo metterci in grado di trarne le potenzialità positive, di non farli diventare occasioni mancate. Io ho vissuto la storia italiana e internazionale, dal mio angolino, dall’aggressione all’Etiopia in poi (sono “classe 1925”, quindi di me si può dire “morirà tra poco” dandomi gentilmente la precedenza rispetto a te). E’ stato un alternarsi di momenti e fasi di apertura, di respiro umano e politico, spesso di entusiasmo, seguiti o intrecciati a momenti e fasi di retrocessione, involuzione. Fascismo, nazismo, eserciti tedeschi dilaganti vittoriosi e distruttivi in tutta Europa e non solo, ma anche resistenza inglese con Churchill, poi Stalingrado, El Alamein, sbarchi in Marocco, Sicilia, Normandia.

Incontri di Teheran, Yalta, sostanziale accordo Roosevelt-Stalin. Discorso di Fulton, “containement”, “guerra fredda”, Truman, McCarty, ma poi Giovanni XXIII, altalena fra “disgelo” e riacutizzarsi della contrapposizione tra i due blocchi, Kruscev, Kennedy, crisi dei missili a Cuba felicemente risolta, e così via, fino a Kissinger, Thatcher, Reagan, caduta del muro (tralascio riflessi e corrispondenze in Italia, dalla “svolta di Salerno” a Craxi, pur cruciali per noi “at home”). Daterei dall’affermazione del “liberismo”, dalla caduta del muro e di Gorbaciov, la fase in cui ci troviamo attualmente: certo una partenza assai poco felice, ma spazi per battersi non mancano (vale insomma, secondo me, il concetto rodaniano di “continuità della storia” e di pericolo d’irrazionalismo per chi la nega o si comporta in modo da negarla). “Dixi et servavi animam meam” (fatte le debite proporzioni rispetto a chi mise questa espressione in calce alla “Critica al programma di Gotha”).

Nel merito della “letterina”, mi soffermo sulla tua “notizia unhappy”, per cui il “terzo passaggio”, dalla “politica I” e dalla “politica II” a un’unità meglio: a un sano rapporto) fra i due piani, non si darebbe. Deve assolutamente darsi, altrimenti l’insieme del volontariato e dell’associazionismo, saldo sul pavimento, resta appeso al vuoto dal lato del soffitto e rischia di finir per svuotarsi, esaurirsi, magari corrompersi. Le motivazioni etiche, ideali e/o religiose non bastano se non trovano un giusto collegamento con partiti e istituzioni (due “momenti” che, come sai, FR teneva a loro volta ben distinti). Certo, la politica di partito non deve cercar di alimentarsi mangiandosi la “politica II”, come ha tentato di fare, fortunatamente senza riuscirvi, Rifondazione (anche perché gran parte della politica II è di matrice cattolica). Qualche anno fa partecipai, nell’ex Mattatoio, a qualcosa tra un convegno e una canea urlante, oratori Agnoletto, la Ginatempo, non ricordo se fece un’apparizione Bertinotti, ma, per fortuna, non si concluse niente. (Più correttamente, nel piccolo, la Sezione DS del mio quartiere, una delle poche che sopravvivono, ha appeso in sede un cartellone con le mie foto dall’Africa, mi dà qualche spazio nei dibattiti alla “Festa dell’Unità” e tutto finisce lì, se faccio un intervento a una riunione, è come iscritto). Ma nemmeno, viceversa, la “politica II” deve servire da sgabello ad alcuni per diventare deputati europei, o nazionali, o magari solo consiglieri comunali e municipali, come non di rado accade.

La “politica II” è espressione forte e diretta (quasi direi oramai “organica” della c.d. “società civile” e tale deve rimanere. Le è necessario però un corretto collegamento, nella distinzione, con la “politica I”. E questa – partiti e istituzioni – resta alquanto astratta, autoreferenziale, involuta in personalismi e meri “giochi di potere” di basso profilo, senza un corretto collegamento, nella distinzione, con la “politica II”. Del resto anche tu lo riconosci e lo sostieni, quando giustamente condanni la «tentazione dei “movimenti” di farsi partiti o partitini…». Ma nel dire questo, non sei un po’ in contraddizione con quanto affermato, poco sopra, sulla “politica II” come «l’ambito [quindi, intendo, il solo ambito] dove si può esercitare quella partecipazione e quella politica democratica che i luoghi tradizionali non riescono più ad abbracciare»? Secondo me ci dovrebbe essere, nella distinzione, sia la partecipazione, che già abbondantemente c’è, alla “politica II”, sia la partecipazione alla “politica I”, che oggi c’è poco, a mio parere anche perché ci si attarda sulla vecchia “forma-partito” ormai obsoleta.

Occorre una “forma-partito” marcatamente nuova (potrebbe anche non chiamarsi più “partito”, è questione di nomi), adeguata ai nuovi tempi e ai nuovi compiti (dovremmo esserci accorti che di “doveri ignoti ad altre età” se ne danno sempre, a riprese successive). Il comune amico Raffaele si domanda, in un appunto recente e relativamente breve, «che cos’è e che cosa può e deve essere, oggi, un partito». Dopo aver tratteggiato il «modello novecentesco del partito di massa» vedendovi, al fondo, delle «forme organizzate di religiosità», passa a parlare del «partito nuovo di cui c’è bisogno» nei seguenti termini: «I partiti del ventunesimo secolo dovrebbero essere associazioni fondate da un insieme di scopi definiti attraverso la lettura delle comuni necessità e riconosciuti da ciascuno a partire da un complesso di ragioni morali, esse si permanenti, che nessuno scopo specifico esaurisce e determina, ma per cui quello scopo è, intanto, e anche a lungo, essenziale. I partiti del ventunesimo secolo sono dunque tendenzialmente “a termine” e “in situazione”. Ciò non corrisponde necessariamente alla presente moda del “partito leggero”, televisivo, manovriero eccetera: perché lo scopo può essere davvero grande, così come la necessità e l’urgenza da affrontare».

Caro Mario, moltissimi altri ed io, già attivi nel PCI o in altri partiti “novecenteschi”, abbiamo trovato personalmente dopo l’89, nel volontariato e nel “sociale”, un succedaneo e quasi un rifugio rispetto a una “politica I” che certo diventava per noi e per tutti non più vivibile. Per me i Sarawi, le guerre jugoslave, la Guinea; per altri tante altre cose, sempre di “politica II”.

Ma adesso sono convinto – e credo che parecchi altri lo siano – che non basta. Non credo – non crediamo – che sia per noi quello soltanto che oggi possiamo e dobbiamo fare. Dobbiamo invece tornare a dare anche il nostro infinitesimale contributo, ciascuno come può, alla “politica I”, funzionando magari da (corretto) raccordo tra I e II. Questo credo sia, almeno per me, il “fronte” da aprire, o da riaprire. Posso aggiungere che, per quanto mi riguarda, la “politica II” continuerò a farla con il massimo impegno, sia perché mi piace, sia perché così cerco di rispondere al cortese invito di Qualcuno che altrimenti potrebbe arrabbiarsi, sia perché mi serve per tenere “i piedi per terra”, per vedere con i miei occhi, aver a che fare di persona (pur se, come è ovvio, in maniera estremamente localizzata) alcune realtà di questo nostro mondo e di questo nostro tempo, la cui conoscenza ed esperienza può poi tornare utile sul piano della “politica I”. Siamo tra Natale e Capodanno. Auguri a te e a Paola da Vittorio

22 gennaio 2007

Caro Vittorio, letterina della Befana. La tua mail non coglie, mi pare, un punto per me importante. La prima e rozza idea che ti ho esposto non è, almeno per quanto mi riguarda, espressione di un pessimismo bloccato, ignaro delle cose, inerte. Rappresenta al contrario un tentativo di uscire da una situazione d’impasse, nella quale più cerco di studiare, leggere e capire, più mi trovo disorientato. Analisi tante e a volte ben fatte, ma proposte, se vi sono, siderali; nulla su ciò che io e tu, qui e ora, potremmo fare. Qualcosa insomma, per me, piuttosto ottimistico e di sinistra, come diceva Lucio Dalla. Il brocardo gramsciano “ottimismo della volontà, pessimismo della ragione”, dovrebbe essere ripensato. Se la ragione vede proprio nero, o non capisce, l’ottimismo volitivo o è frivolo, o è una quietistica speranza sul futuro – Dio, la provvidenza, i giovani, la storia, la fede nella continuità della storia, quel che vuoi -, o è disperazione per occasioni che non si danno (o, è lo stesso, non si riescono a vedere), roba da mancati eroi di Machiavelli o Stendhal. In ogni caso preferirei dire ottimismo realista (l’ho letto ieri in N. Gordiner): l’ottimismo è qui risolto nella situazione stessa, nella disponibilità a conoscerla e, per quel che la realtà consente, agirvi. Marx, che si “salvava l’anima”, credeva di vedere chiaramente, e perciò poteva “dire”. Del resto, deve assolutamente darsi, è espressione che conosco solo attraverso l’impossibile morale kantiana, non altrove, non per esempio nella tradizione cattolica del possibile e del male minore.

Hai vissuto, nei tuoi modi in prima persona (dal carcere al lavoro intellettuale rivoluzionario), un storia lunga e drammatica, significativa e importante. Persino “bella”, mi azzarderei a dire. Si sapeva dove stava il bene, dove il male, come pensare e da che parte stare. Oggi, a partire appunto dal tempo di Gorbaciov, le cose si sono ingarbugliate, si è formata una melassa, difficile da decifrare, e dunque problematica per l’azione. Ciò che sembrava saldo (e non lo era) è divenuto “vaporoso” (Marx), in preda a una bacchica Flussigkeit (Hegel). Persino la guerra fredda si colora di rimpianto, assume i tratti di stabilità, dicibilità, possibilità di operare. Richiamare lo stato delle cose è ora impossibile, per te inutile. Mi limito a qualche osservazione su economia e politica. Abbiamo ragionato sulla base della tesi che l’economia fosse il principale braccio della politica, fin quasi a pensare che nulla si potesse davvero muovere in politica, senza la leva economica. Che il capitalismo fosse sostanzialmente espresso dalla scienza economica, e che perciò, con il sussidio del sapere, fosse proprio quella cosa lì. Rimanendo “triste”, la scienza economica si mostra oggi anche perversa o pateticamente accademica.

L’economia politica appare consegnata all’emergenza e alla contabilità. La scienza, ridotta a “giochi” e dilemmi spiega-tutto (perciò, quasi niente), o a sofisticata modellistica (magari buona per un Nobel), o a questioni eleganti di margine, o, infine e soprattutto a statistica. Gli economisti si sono finalmente accordati sui termini, ed è accaduto questo: che l’economy (la realtà economica nel suo impetuoso sviluppo dagli anni ’80 – “capitalistico”, “post-capitalistico”, o che altro ancora?) si è mangiato, più o meno, la veneranda scienza economica (economics), con l’oggettivo declino dei preti o dei guru della vecchia chiesa. Ricordo questo non per lagno, ma perché, come sai meglio di me, molte delle associazioni di cui diciamo, si occupano di trovare e sperimentare nuove forme di economia, per quanto circoscritto possa essere il loro raggio d’azione. Viene ora la politica. E qui c’è poco da dire. Il meglio lo racconti tu nella tua mail, per esempio sulle sezioni di partito. La letteratura è sterminata, ma intanto Crouch e Ginzborg (pochi spicci) possono bastare. Io preferisco ragionare la cosa nei nostri modi. La politica non si esaurisce nella democrazia, né vi si risolve per intero, sebbene la seconda costituisca la forma “normale” della prima (non sai quanta fatica faccia, pur con studenti e colleghi bravi e disponibili, a cercare di far passare questo punto!). La politica c’è, comunque.

La forma democratica può essere debole, insufficiente, sbagliata, o quel che vuoi. Com’è oggi? A me pare che la democrazia, sempre più intrinsecamente intrecciata al mercato (democapitalismo, o forse meglio capitaldemocrazia?) sia stata assorbita nello stato di diritto. Mi ha molto colpito il paragone (Crouch, Ginzborg?) della democrazia attuale con quella di fine ‘800. Vi sono certo libertà e garanzie, possibilità (piuttosto astratte) di esprimere i propri bisogni e le proprie idee; ma ciò che, persino nella Grecia antica, esprime l’essenza e il proprio della democrazia – la partecipazione attiva dei cittadini – si è fatto pressoché introuvable. La politica, a sua volta, non muore mai. Il solito D’Alema, quasi del tutto fuori dalla sua antica storia, fa una buona (o quasi) politica estera: del resto ne farebbe “buona” anche in politica interna o nel partito (per quel che passa il mercato). Perché è così? Credo vi siano due ragioni tra loro intrecciate. La prima è che il D’Alema del solito esempio, è un istintivo e ragionato realpolitiker, che, come il vecchio Kissinger, vede e misura i guasti della Bush-politica e cerca alternative. La seconda è che sa stare nel sistema o nel circolo politico-economico che oggi governa il mondo, ne conosce le regole e persino l’etichetta.

Ora il punto è: che si deve fare con questo largo club? Rovesciare il tavolo dei “bari”, accettarlo a nostra volta, ignorarlo, cercare di criticarlo, ecc.? Io mi terrei a un cauto e critico rispetto. Le situazioni del mondo non si creano mai a caso, né si superano con aerei salti. Ciò che esiste, nel senso di una vera realtà, merita sempre rispetto, diceva Hegel. La storia che l’ha prodotto è, a suo modo, “razionale”, condizioni sono date, i vincoli rigidi, le possibilità divergenti strette. Ci sono cose che solo la politica, tout court, può e deve fare, a partire, direi, dal restringimento della forbice tra Paesi ricchi e poveri, che si sta allargando, tra penose bugie e inadempienze, a dismisura (c’è ancora un perno che tenga le lame?) Le associazioni di buona volontà possono fare qui qualcosa, o molto, ma il banco lo possiede saldamente il club. Quanto alla partecipazione: votare, sempre e comunque (forme di qualunquismo sarebbero più che mai disgraziate), essere informatissimi, parlarne con amici, in modo informale o appena più organizzato, non lasciarsi sfuggire una marcia. Ma poi, alla fine, se le parole hanno un senso, stare a guardare, sperare in cuor nostro, e riflettere sull’antropologia metafisica.

C’è naturalmente l’alternativa forte, rivoluzionaria. In altri Paesi, per es. nell’America latina, ogni tanto riescono a sbucare uomini nuovi, e credo che laggiù anche la politica I abbia sensi e speranze diversi. Ma tra noi “occidentali” le cose stanno così. Non riesco a vedere qualcosa di reale (non di testimonianza) che vada – oggi – al di là di una cara vecchia socialdemocrazia, o come altro la si voglia chiamare (non però per favore estetico, “migliorismo”), chè qui i nomi contano poco. Rovesciare il banco social-liberal-demo-capital mi sembra non realistico, e perciò non riesco ad essere ottimista a tale riguardo. Sento ora dalla TV l’ennesima invocazione di Diliberto a una federazione o fusione delle forze contrarie al partito democratico (che, in quanto si iscrive nel club, prima o poi forse nascerà e governerà e bisognerà persino, in interiore homine, sostenerlo. Non votarlo finchè ci sarà (fino a quando?) altro. Il caso di Rifondazione, che non vuole apparentamenti, è certo diverso. Da un po’ di tempo lo voto. Ma anche qui, molto vi sarebbe da dire, per troppo di generiche ambizioni, o per manco nel mostrare una qualità diversa della politica e dei politici. Se adesso, dopo averti annegato di chiacchiere, provo a dire dove sta secondo me il punto di dissenso tra noi, passo al tema del partito, forma e sostanza. Purtroppo non ho potuto ancora leggere il paper di Raffaele, dal quale imparo sempre molto.

Ma, detto così, ripeterei anzitutto, con Franco [Rodano], che il partito è una istituzione storica: non c’era (diciamo poco più di un secolo fa) e può non esserci più. Il partito, diceva ancora, è solo uno strumento, che serve finchè non si rompe; importante è la rivoluzione, non il partito (in URSS, doppia e nefasta identificazione: istituzioni e partito, partito con la rivoluzione stessa). Confesso che non riesco quasi a immaginare una democrazia senza partiti. Ma d’altra parte, nemmeno riesco a immaginare un partito “nuovo” (se Rifondazione ha nutrito qualche ambizione di ripetere, anche in piccolo, Togliatti, i risultati sono visibili). Il mio proposito è allora: se la politica, per nostra gioia o scontento, resiste, e la partecipazione non si vede, e i partiti sono un’incognita, afferriamo intanto un filo di politica II. Ma, se non mi sbaglio, mi pare che ciò che al fondo ti disturba è proprio il partito. Non dico nelle sue forme e nelle sue pratiche, che mai ti hanno attirato, e nemmeno in rapporto alle istituzioni, ma il partito come organica forma dell’intero, dello holon, parte-tutto, unità capace di stabilirsi al fondo della società, e quindi allacciare tutte le relazioni possibili anche con le realtà della politica II. E’ stata la nostra storia, che abbiamo vissuto persino con qualche piccolo cedimento di “assoluto”; capisco quanto il passo sia duro, per te, ma anche per me. Quanto tu sia preoccupato, ad es. della supplenza e del pansindacalismo. Ma il sindacalismo di allora poteva cercare di farsi “pan” (oggi farebbe ridere), e sbagliava perché cercava di soppiantare l’opera di un partito che, senza esagerare, era ancora vivo e vegeto. Oggi il problema non sarebbero i supplenti, ma i titolari.

Sollievo. Cerco di chiudere. Non potrei mai essere, in generale, contrario a un sano rapporto tra politica I e II. Ma le nozze si fanno tra due: liberi autonomi e responsabili. Nel nostro caso, un lato (II) mostra fragilità di autocostituzione; scarsissima emersione nello spazio pubblico; assenza di ogni forma federativa; e, soprattutto, carenza di consapevolezza circa l’azione aliquo modo politica, o, se ti piace, anche di supplenza. Neanche la sola dizione “sociale” mi pare soddisfacente: il concetto di società civile, dovremmo parlarne, appare prossimo alla cosa, ma ormai anche logoro e fuorviante. L’altro lato (I) si mostra, se non a parole, nei fatti, piuttosto chiuso, autoreferenziale, talvolta arrogante (in sul passo di Bartolomeo de’ Colleoni, diceva l’Aretino), disposto più a inglobare e a esibire. Se, come dici, l’associazionismo resta appeso al vuoto senza politica I, vuol dire che non ha ancora adeguata consapevolezza né autonomia per convolare a nozze. Vuol dire anche, come sostieni, che è pre-disposto, in molti casi, a farsi sgabello della politica I (cioè proprio a “corrompersi” attraverso le nozze). Le relazioni tra I e II sono, per troppi versi, nelle cose. Non si tratta di negarle di principio, né di fatto. Ma se tra i pochi discorsi che i nostri politici capiscano c’è quello della “forza”, allora è necessario, in vista di un “sano rapporto”, cercare di rafforzare l’altra parte. Infine, se non si vogliono correre rischi, tutto resti com’è. Tu, trovi un succedaneo rifugio dalla politica (vedi, le parole!) nel volontariato sociale, e speri sull’apertura di varchi inopinati, sui rovesciamenti provvidenziali, visto dopotutto che da 20 anni, appena, si è in una situazione nuova). A me, poco socievole, resteranno i libri. Ciao, Mario

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