Sulle elezioni politiche del 13 e 14 aprile pesano parecchie incognite: quella dell’astensionismo fra le principali. La prima cosa da mettere in luce è dunque la non minore, ma ancor maggiore necessità di recarsi alle urne. Non solo per assolvere a un dovere civico e costituzionale, ma per l’opportunità, in buona misura inedita, che il voto offre di chiudere finalmente un’epoca della vicenda repubblicana durata almeno un quindicennio, ma a ben vedere assai più lunga: l’epoca dominata dalla figura per più versi anomala, e comunque inaudita in democrazia, di Silvio Berlusconi.
Che questa sia la posta in gioco lo dice la repentina inversione delle parti, fra lo schieramento antiberlusconiano e il Cavaliere, determinata dalla stessa nascita del PD e poi dalla scelta del Partito Democratico di “correre da solo” infrangendo la consuetudine delle coalizioni eterogenee messe insieme essenzialmente allo scopo di arginare la straripante presa mediatica e politico-elettorale dell’uomo di Arcore. Mentre infatti, fin dalla sua “discesa in campo” del 1994, l’iniziativa era rimasta costantemente nelle mani del magnate delle tv e lo schieramento avverso non era riuscito a superare il livello di una tattica difensiva, viceversa in questa campagna elettorale Berlusconi è stato obbligato a rispondere a un’offensiva la cui pacatezza formale ne vela forse, ma non ne contraddice, la sostanza vigorosa.
Il Paese che non accetta lo strapotere del tycoon, insomma, per la prima volta si vede proporre non una “linea del Piave” su cui attestarsi, ma la possibilità di una controffensiva vincente. Dando sostegno al PD, dunque, si ha la concreta possibilità di chiudere l’“era Berlusconi” senza doversi affidare alla banale ineluttabilità dei dati anagrafici (che peraltro non escludono affatto una sostanziale continuità del berlusconismo nei suoi futuri eredi).
Certo, la proposta dell’ex sindaco di Roma appare a tutt’oggi più abbozzata che definita. Non potrebbe essere altrimenti, vista la rapidissima successione di eventi che ha caratterizzato, dopo una forse troppo lunga gestazione, la formazione del nuovo partito e la sua precoce messa alla prova del confronto elettorale. Tuttavia, la prospettiva che quella proposta delinea può dirsi sufficientemente chiara: una prospettiva che guarda finalmente oltre l’orizzonte in cui il Paese è stato rinchiuso a causa della sua sostanziale sudditanza al Cavaliere.
Mostrando che si può guardare oltre quell’orizzonte soffocante, il PD ha reso evidente, d’un colpo, l’anacronismo e la vecchiezza di tutto un assetto e dei personaggi che ne sono stati finora protagonisti. Innanzi tutto dello stesso Cavaliere e della corte di cui si attornia. L’attenuazione, nella sua propaganda, della girandola di promesse mirabolanti di cui essa si era intessuta in precedenza, il richiamo alla difficoltà dell’ora, la patetica proclamazione del “sacrificio” che gli costerebbe il rientro a palazzo Chigi: sono tutti indizi della trasformazione del guitto brianzolo, da brillante incarnazione dell’alternativa all’Italia muffita della prima Repubblica quale aveva preteso di presentarsi “scendendo in politica”, in estremo custode di un regime incartapecorito, utile ancora per garantire la continuità dei suoi privati interessi, ma che il Paese deve ormai scrollarsi di dosso. E forse, finalmente, può farlo.
Vecchissime si mostrano, inoltre, le maschere che contornano l’anziano pifferaio. Il figlioccio incanutito di Forlani, costretto a viaggiare da
solo innalzando l’improbabile vessillo di un “centro” di cui già De Gasperi aveva dichiarato la sostanziale precarietà, visto che la DC – a suo dire – si collocava sì
in quella posizione, ma “guardando a sinistra”. E la babele di partitini in varia misura richiamantisi al fascismo, incuranti – non foss’altro – del ridicolo di proporre come via d’uscita di una crisi epocale il richiamo a un regime crollato nel sangue e nella vergogna più di sessant’anni or sono.
Tralasciando qui il rispettabile ma un po’ patetico tentativo di resuscitare il partito che fu di Pietro Nenni, non meno vetuste e incapaci di rinnovarsi appaiono le forze che si collocano, se ci si attiene alla topografia politica ereditata dalla Rivoluzione Francese, “alla sinistra” del PD. Non solo, ovviamente, la congerie di mini-formazioni che, in una straniante e grottesca riedizione dei dibattiti fra i “gruppetti” sessantottini, si litigano le spoglie di Lev Trotskij e di altre illustri icone del comunismo d’antan. Ma anche la variopinta formazione che sostiene la candidatura di Fausto Bertinotti alla presidenza del consiglio, non a caso affetta da una cospicua emorragia di militanti vuoi verso l’astensionismo dichiarato, vuoi verso il partito di Veltroni (emorragia cui si contrappone appena un modestissimo flusso di defezioni in senso opposto).
Per chi comunque non intenda rinunciare a porsi a sinistra – con tutto ciò che questa parola continua a evocare in termini di aspirazione all’uguaglianza, alla socialità, a una libertà tanto più piena in quanto non prevarichi, per affermarsi, la libertà altrui, ma anzi contribuisca ad arricchirla; a un’economia che non strumentalizzi l’essere umano ma piuttosto sia strumento della sua affermazione – vale forse la pena di soffermarsi un poco sul perché la federazione bertinottiana ponga in essere più un impedimento che un contributo alla controffensiva che oggi è possibile condurre, e condurre con successo, contro il regime del Cavaliere e tutto il vecchiume opprimente che esso copre e tende a perpetuare. Una valutazione negativa, questa, che emerge con più forza se si guarda a ciascuna delle componenti di quella formazione.
Due di tali componenti sono semplici frutti di scissioni di altri partiti. Al seguito dell’on. Diliberto troviamo quanti rifiutarono di avallare il gesto con cui Rifondazione Comunista silurò nel 1998 il governo Prodi e usano da allora la falce e il martello come usbergo ideologico: cui è per loro, più che per altri, difficile rinunciare vista la copertura che quel simbolo illustre offre alla loro sostanziale incapacità di avanzare una prospettiva politica adeguata alla realtà del presente. Sinistra Democratica, a sua volta, appare anch’essa figlia di un mero rifiuto: quello di una parte dei DS di accettare la prospettiva di confluire nel costituendo PD. Rifiuto che si direbbe motivato più come una resistenza al nuovo che come effetto di un’elaborazione progettuale alternativa.
Alquanto diverso è il discorso da fare sul partito dei Verdi. Qui si è in presenza, sostanzialmente, di una supplenza politica di cui non può essere taciuto il carattere intrinsecamente transitorio. Quello ambientalista è un tipico movimento monotematico, che da alcuni decenni va crescendo in seno alla società in parallelo e come reazione al progressivo venire in luce di un sempre più esteso e grave problema ambientale. Se esso, in un numero crescente di paesi, ha dato vita a partiti politici, ciò è dovuto sostanzialmente alla sordità dei partiti tradizionali, e alle loro spalle delle grandi correnti politico-culturali moderne (dal liberalismo al socialismo alle formazioni di ispirazione più o meno direttamente confessionale), nei confronti di quel problema.
Di una “questione” che nel frattempo deflagrava in modo sempre più macroscopico a livello sia locale sia globale: tanto da essere avvertita da
minoranze crescenti come “il” problema della politica, quello cioè attorno al quale far ruotare l’unico progetto realmente all’altezza del presente e del
futuro prevedibile. Donde la fioritura di partiti “verdi”, altrove prima ancora che in Italia. Partiti la cui stessa esistenza è dovuta dunque al persistere di
quella ormai intollerabile sordità: al fatto cioè che la tematica ambientale non è stata ancora assunta fra quelle assolutamente prioritarie dalle forze politiche
diverse dai Verdi. I quali, nel frattempo, non hanno saputo evitare, nel passaggio da movimento a partito e dall’opposizione “pura e dura” a posti di governo, di trasformarsi in uno spezzone di ceto politico numericamente modesto ma non più rigorosamente naïf.
Notevole, infine, è stato lo sforzo di adeguamento promosso nel suo partito dal presidente uscente della Camera dei Deputati: dalla rinuncia alla violenza a quella alla vecchia simbologia, l’on. Bertinotti si è sforzato di trasformare Rifondazione Comunista nel motore efficace della costruzione di una sinistra moderna, capace di offrire una prospettiva credibile a quanti non si adattano a quella che è presentata come la “deriva centrista” del PD. Va detto, tuttavia, che il processo avviato appare inevitabilmente destinato ad arenarsi. A differenza di quello incarnato dal Partito democratico, infatti, quello promosso dall’on. Bertinotti non sembra in grado, malgrado le intenzioni sincere e le riconosciute capacità politiche del suo promotore, di superare il livello di un bricolage di spunti e ispirazioni: il cui comune denominatore è, in sostanza, soltanto quello della qualità “antagonista” della sinistra che si cerca di “rifondare”. Antagonista, dunque intrinsecamente non progettuale, ma tutta interna a una dialettica di cui l’avversario è destinato a rimanere il vero “protagonista”. Il tutto sancito dallo slogan elettorale “fai una scelta di parte”, che esclude in partenza di poter guardare oltre, cioè al nuovo “tutto” da cominciare fin d’ora a costruire.
L’esito di queste elezioni appare quanto mai incerto. La novità dirompente introdotta dal PD, se vale a turbare i sonni del Cavaliere, contribuisce però a sua volta a ridurre la possibilità di prevederne credibilmente il risultato. Quel che è certo, invece, è che si tratta di un grande “esame di maturità” cui viene sottoposto l’elettorato. E, al suo interno, in particolar modo quegli elettori che non hanno perduto la fiducia nella possibilità di uscire dal tunnel e aprire una prospettiva più respirabile. Ciò di cui si dovrà dar prova andando ai seggi è la propria capacità di scommettere sul futuro possibile, rinunciando ad attardarsi in vecchie, ormai solo presunte certezze.
Quali saranno i contorni di quel futuro nessuno è in grado di dire con esattezza. Nemmeno Veltroni e il suo partito. Una cosa però sappiamo: che esso dipenderà anche da noi. Dal voto che esprimeremo, e anche – forse soprattutto – dall’intensità e dalla continuità dell’impegno di ciascuno. Se l’epoca di Berlusconi è stata caratterizzata dall’isolamento di ciascuno nella sua solitudine davanti a uno schermo televisivo trasformato in simulacro di realtà, dall’abbandono di ogni decisione in mano a “chi può”, quella che ora può inaugurarsi dovrà essere caratterizzata da una partecipazione consapevole, personale, efficace alla costruzione del bene comune. Il modo in cui il Partito democratico si è formato fa di questo nuovo protagonista della vita nazionale già una prefigurazione di questa svolta sostanziale: come negare, di là da ogni retorica, che vi sia una differenza decisiva tra l’accorrere di milioni di donne e di uomini comuni per partecipare a quella fondazione e l’estrazione di un “popolo della libertà” (?!) dal cilindro di un vecchio prestigiatore appollaiato sul predellino di un’auto?
Stefano Sacconi