Introduzione
Stiamo vivendo nel nostro tempo l’esperienza drammatica di uno sprofondamento dell’umano. Come se il tessuto di saggezza che le varie generazioni avevano elaborato nel corso dei millenni si fosse lacerato e lasciasse traboccare un fondo di disumanità impressionante. La crudeltà della guerra irachena o il massacro dei bambini di Belsan hanno spalancato un abisso: mostrano come si stia sgretolando quella sicurezza fondamentale che permette agli esseri umani di stare in piedi e di non precipitare nell’orrore. E la cultura non ci protegge da questo ritorno della barbarie; anzi l’avanzata dei successi scientifici e tecnologici mette ancor più a nudo l’urgenza di salvaguardare l’umanità dell’uomo. Le varie scienze infatti, seguendo la china del proprio metodo, tendono a ridurre l’uomo a oggetto e a trasformare ogni aspetto della realtà e dell’esperienza umana in semplice “cosa”. L’egemonia della dimensione economica nelle società occidentali fa sì che il denaro diventi il linguaggio dell’oggettivazione universale. D’altra parte, le enormi possibilità manipolative aperte dalla tecnologia influenzano gran parte del sapere contemporaneo, che tende sempre più a considerare l’uomo come “una pietra appena più complessa” e la coscienza come il semplice prodotto di fenomeni microcerebrali, liquidando sbrigativamente tutto quel che non rientra nei parametri delle “scienze dure”. Eliminare i concetti di responsabilità e libertà perché vaghi e generici o definire la coscienza “null’altro che un punto del sistema nervoso centrale che ne esamina altri”, secondo la candida espressione di un filosofo della mente contemporaneo, significa condannarsi a misconoscere la realtà degli esseri umani.
Ecco perché s’impone la domanda se sia possibile una conoscenza dell’umano che abbia il rigore della scienza, ma al tempo stesso non dimentichi che l’uomo è un’esistenza aperta e in relazione e non pretenda ridurlo o addirittura violarlo. Per essere fedele al rigore, una simile “scienza dell’umano” è sospinta verso un atteggiamento di ascolto e l’intuizione di una luce che sostiene l’umanità dell’uomo. E proprio nel confronto con la distruzione appare la presenza che permette all’uomo di non sprofondare. Ma è una presenza sempre mobile, che sfugge a ogni cattura concettuale, si tratti di scienza o di filosofia, di religione o di psicoanalisi. Queste stesse discipline, abbandonando lo stile dottrinario, potrebbero diventare però preziose indicazioni per scoprire quel dono primo che ci permette di esistere, per liberarci dalla follia, per aprirci a quell’origine invisibile e inafferrabile che attiva la nostra ricerca, ma delude la nostra avidità. Così la “scienza dell’umano” diventa il tentativo di aprire un sentiero di umanità là dove ogni persona concretamente si trova, accettando il lavoro critico per liberarsi dalla menzogna e soprattutto ponendo fine a un pensare secondo la morte che distrugge le relazioni e instaura la violenza nel cuore della vita. Pensiamo che queste riflessioni, nate in un contesto di dialogo, possano servire a tutti coloro che si domandano con preoccupazione che cosa si può fare perché l’uomo rimanga umano e non sprofondi nell’abisso della crudeltà e della follia.
L’UMANO: UNA STORIA INFINITA
Di Sergio Moravia
La situazione delle scienze umane e delle scienze dell’umano (di questa possibile differenza parlerò più avanti) mi sembra molto ambigua e, per certi aspetti, paradossale. Da un lato noi assistiamo al continuo crescere e svilupparsi di una serie di nuove conoscenze sperimentali, anche assai complesse, che aumentano il nostro sapere intorno all’uomo. Dall’altro, e la cosa non è stata abbastanza criticata, si stanno diffondendo libri di divulgazione totalizzanti (in 100 pagine tutto quello che volevamo sapere, non sul sesso, ma sull’esistenza), che rappresentano una forma di trasmissione mass mediatica intorno all’umano assolutamente discutibile. Si tratta, in effetti, di un sapere che applica il riduzionismo ai più diversi aspetti dell’uomo e dell’umano. Non farò nomi, anche se potrebbero venire in mente quelli di Piero Angela ed Edoardo Boncinelli. Di fronte a questa situazione bisogna cominciare, a mio avviso, a fare un po’ di chiarezza anzitutto sul concetto di sapere e di scienza.
La pretesa del riduzionismo
Il tipo di sapere inscritto infatti in tali opere di divulgazione liquida sommariamente tutta una serie di programmi di ricerca che non rispettano i principi, i miti, i pregiudizi cari ai già citati Piero Angela ed Edoardo Boncinelli. Esaminando il modello di conoscenza che ispira sia le divulgazioni sia le liquidazioni cui ho fatto riferimento or ora, ci si accorge che è quello in vigore nelle hard sciences, cioè le scienze dure, dalla fisica alle scienze formali come la logica e la matematica. Si tratta di scoprire (e più tardi vedremo i limiti e il senso di questa metafora) le regolarità di cose, fatti, eventi sottoposti a regole, oppure di scoprire addirittura le leggi universali, che alcuni definiscono più modestamente invarianti, che governerebbero i fenomeni umani. Nel mio atteggiamento epistemologico, improntato a un pluralismo radicale e a una radicale tolleranza, non vedo niente di male se alcuni studiosi intendono realizzare dei programmi di ricerca ispirandosi a questo modello di sapere. Essi devono però essere consci di tutto ciò che resta fuori da tale modello, per il buon motivo che molti fenomeni, eventi e processi del mondo umano semplicemente non sono regolari, non seguono leggi universali e necessarie, e soprattutto rivelano i loro significati non a un approccio univoco di tipo fisicalistico, ma a indagini rispondenti ad altri paradigmi e ad altre modalità di ricerca.
In ballo, tra le altre cose, è proprio il concetto di significato. Dovremmo chiederci che cosa possiamo cogliere usando nelle scienze umane i metodi applicati, con innegabile successo, nelle scienze fisico-naturali e che cosa ne resta fuori. Io non ho difficoltà ad ammettere che alcuni fenomeni umani si possono benissimo studiare in modo esaustivo applicando i metodi lato sensu fisicalistici. D’altra parte, dopo 30 anni che mi occupo di questi problemi, mi sono reso conto che anche fenomeni che sembrano piuttosto elementari o, quantomeno, che sono legati in modo immediato all’autoorganizzazione della corporeità umana, ammettono diverse interpretazioni, rimandano ad altri referenti, per cogliere i quali non bastano i metodi suggeriti dalle hard sciences. Ma la cosa ancora più grave è che il sapere di tipo naturalistico-fisicalistico (anche quando non si battezzi così) si considera l’unico modo serio di far scienza, per il fatto che la realtà è già organizzata in larga misura secondo determinati principi. Da quanto esposto finora si può desumere già una prima conclusione, ovviamente parziale. Non si può fare un discorso di epistemologia – non solo dell’umano ma anche generale – senza che ad esso si affianchi necessariamente un determinato discorso di ontologia, cioè di come è organizzata la realtà su cui lo scienziato decide di fare scienza. Le due discipline vanno sempre di pari passo. Non si può fare un’epistemologia generale davvero utile, se non si dimostra in maniera convincente che la realtà oggetto della scienza è organizzata in modo univoco e consonante col sapere teorizzato da tale epistemologia.
Un modello di pensiero arrogante
Personalmente ritengo che sia dal punto di vista epistemologico, sia da quello di un’interpretazione ontologica dell’universo umano, il modello di sapere di tipo univoco e naturalistico-fisicalistico sia in molti casi sbagliato, in altri fuorviante e soprattutto – questo è un fatto che poteva non succedere, ma è successo - costituisca un’interpretazione della realtà che si dispiega in modo spesso dogmatico e arrogante. Tanto per dare un’idea: Edward Wilson, studioso che ha fatto la sua fortuna come uno dei maggiori etologi contemporanei, negli anni ’70 ha deciso di cambiare il suo ambito di studio, che fino allora aveva riguardato le api e le formiche, e applicare i suoi modelli scientifici all’universo vivente in generale e umano in particolare. Ha fondato così una disciplina che ha chiamato socio-biologia, includendo senza alcuna domanda supplementare anche l’uomo dentro questa interpretazione unitaria del mondo da conoscere. Correlativamente ha affermato che lo studio dell’universo umano può e deve essere fatto con il modello di indagine proprio delle scienze hard. La biologia e la socio-biologia operano appunto secondo tale modello. Per avere un’idea del tono con cui Wilson affronta certe complesse questioni, basta leggere nella sua opera più sistematica, Socio-biologia.Una nuova sintesi, il capitolo sull’uomo che comincia sostanzialmente cosi: fino a oggi l’universo umano è stato studiato dalle humanities (che in inglese significa le discipline umanistiche). Queste ultime però hanno fallito, perché non ci hanno dato leggi universali e necessarie relative ai fenomeni costanti e ricorsivi di tale universo. Viene da chiedersi se esistano veramente tutti questi fenomeni costanti e ricorsivi e, soprattutto, quale sia il loro peso nella nostra comprensione dell’uomo. Ma Wilson non si pone simili domande e afferma che le humanities hanno fallito ed è giunto il momento che le scienze serie “cannibalizzino” le scienze umane.
Quando frequento, come mi capita spesso, convegni interdisciplinari dove ci s’incontra tra filosofi della mente e psicologi, psichiatri, psicanalisti, anche se tali colloqui dicono di ispirarsi al principio del dialogo tra scienze umane e bio-neuro-scienze, vedendo come vanno de facto a finire le discussioni, mi torna sempre in mente la frase di Wilson, che non è affatto una battuta isolata, anche se greve (la prospettiva di essere “cannibalizzati” non può, onestamente, essere troppo gradita agli studiosi “umanistici” dell’uomo). Potrei citare un autore che mi è molto caro, al quale ho dedicato la prima monografia uscita sul suo conto: Claude Lévi Strauss, il più grande antropologo vivente. In un testo famoso di molti anni fa, riferendosi in modo esplicito all’universo delle conoscenze umane (e pur evitando metafore antropofagiche), egli scriveva: «Non esistono due modelli di sapere scientifico, ne esiste uno solo degno del nome di scienza, che è il metodo elaborato dalle scienze fisico-matematiche e al quale modello tutte le altre discipline cercano di avvicinarsi nella misura del possibile». Questo è il presupposto epistemologico “al singolare” che ispira molti research programs operanti nell’ambito dell’universo umano.
I limiti dell’approccio fisicalista
Di fronte a questa situazione, le scienze umane non stanno reagendo con adeguata energia, sostenendo con decisione metodi alternativi, approcci all’uomo autonomi e diversi da quelli proposti dagli scienziati che si richiamano a modelli fisicalistici. Al contrario, troppo spesso, le scienze umane - ed è storia di questi ultimi anni – sono parse abbassare sempre più la guardia, riconoscendo in qualche modo che gli studiosi delle hard sciences, o che si ispirano al modello hard, hanno sostanzialmente ragione. Potrei fare decine di esemplificazioni, citazioni e nomi. Nelle Facoltà di Psicologia e nei corsi di psicologia delle Facoltà di Lettere o Scienze della formazione si sta sempre più diffondendo un modello epistemologico di matrice fisicalistico-nomologica, correlato a una interpretazione oggettivo-naturale del mentale e dell’umano secondo la quale, in ultima istanza, la struttura del mentale è fondamentalmente neurocerebrale e/o biogenetica. Ormai molti biologi ammettono che la mente e l’uomo vanno studiati solo secondo tale modello e interpretazione. Per quanto mi riguarda mi trovo su posizioni assai diverse. Dichiaro, soprattutto, di non avere a priori, a differenza dei miei avversari, alcun pregiudizio su chi non la pensa come me. Se uno studioso decide di affrontare questioni di zoologia comparata riguardanti l’uomo, non solo può, ma deve impiegare procedure e metodologie legate alle strategie delle scienze hard. Né io limito la mia tolleranza solo a questo. Se uno vuole studiare anche i fenomeni affettivi con metodi hard – e la cosa ha riempito ormai interi scaffali delle biblioteche di scienze umane – anche in tal caso non ho niente in contrario. Esaminare (correttamente) stati ed eventi affettivi con metodologie lato sensu fisicalistiche, come quelle applicate dalle neuroscienze, significa semplicemente dire, di fronte a un certo evento o processo, che avviene in stretta correlazione con l’azione di determinate sinapsi neurocerebrali. La cosa è anzi utilissima. Il problema è che mentre i miei avversari dicono che quello neuro (o bio) –scientifico è l’unico modo scientificamente accettabile di studiare certi fenomeni, io affermo che quello è soltanto un modo, che coglierà solo determinati traguardi e non altri.
Replicando ad alcune recensioni de L’enigma della mente, il libro più sistematico che abbia scritto su questo argomento (tradotto anche in America), ho sempre sostenuto che l’approccio neuroscientifico e bioscientifico è appropriato purchè si sia consapevoli, quando si studiano stati ed eventi congitivi e/o affettivi, che esso quasi mai esaurisce tutte le domande che noi ci proponiamo a loro riguardo. E’ quindi necessario che all’interno del sapere sull’umano entrino metodologie e programmi di ricerca i quali, fatte salve le legittimità e i diritti dei metodi già indicati, aggiungano un ulteriore tipo di interrogazione ai fenomeni congitivi e affettivi. «L’amore – scriveva molti anni fa lo psichiatra biologistico Liebovitz – è un fenomeno biochimico». Secondo questa prospettiva, il fenomeno amoroso potrebbe magari ridursi a una mera questione di odori. Un’opinione che sembrerebbe avere dalla sua persino l’autorevole testimonianza di Goethe. Le affinità elettive sono un grande libro, che però fin dal titolo allude a un’interpretazione chimica delle consonanze affettive. “Affinità elettive” era un’espressione che ancora all’inizio dell’Ottocento apparteneva appunto alla chimica. Ora, che ci siano delle componenti chimiche dentro le attrazioni interpersonali di tipo affettivo, io non ho nessuna difficoltà ad ammeterlo. Ritengo tuttavia che definire l’amore come una formula chimica sia un modo estremamente, caricaturalmente riduttivo di concepire la relazione amorosa. Ci sono altre dimensioni dell’amore che ci interessano moltissimo e che, sfortunatamente, poco o niente hanno a che fare con gli odori e con le questioni toccate dalle hard sciences.
Sto indugiando su questo argomento non solo perché mi pare di grande ed emblematica importanza per tutti e per motivi assolutamente plausibili, ma anche perché ho in mente una vecchia dispensa pubblicata molti anni fa insieme al quotidiano La Repubblica a cura di Piero Angela. In quelle pagine – che andavano poi nelle mani di tutti, anhe in quelle di coloro che non sono capaci di accostare correttamente certe questioni – veniva accreditata la storia dei feromoni, sostanze chimiche che attirerebbero in modo irresistibile le esponenti del gentil sesso verso esponenti dell’altro sesso. Non ho fatto molti esperimenti empirico-analitici in proposito, ma mi permetto di dire che a questo esperimento io non credo minimamente. Piero Angela parla addirittura della possibilità di spargere queste sostanze sulle poltrone di un teatro, in modo tale che le signore, per effetto dell’attrazione di cui sopra, si avvierebbero a quei posti e non ad altri. Ebbene, io mi dichiaro sicuro che se i posti irrorati da questa sostanza fossero gli ultimi della platea e il concerto in attesa fosse molto importante, e tra le donne che entrano in teatro ce ne fosse una molto coinvolta con la musica, lei andrebbe in prima fila con buona pace dei feromoni. La realtà umana ha sempre angoli e svolte dietro i quali ci sono territori ulteriori, che non sempre vengono captati dai radar biochimici e neuroscientifici delle scienze hard. Ci sono altri interessi, altre motivazioni, altri progetti che governano l’essere e l’agire degli uomini. Alcuni mesi orsono, commentando gli studi sull’olfatto dei due scienziati insigniti nel 2004 del premio Nobel per la medicina, una studiosa italiana ha dichiarato che l’influenza dei feromoni nell’ambito dei comportamenti umani manca ancora di prove empiriche soddisfacenti. La sbrigatività di certi divulgatori nel diffondere alcune ipotesi come verità certe mi pare assai biasimevole.
In ultima analisi la mia denuncia è la seguente: affermo che una parte troppo grande del sapere contemporaneo, che ha in mano le leve del potere e i finanziamenti delle ricerche, insiste eccessivamente su una curvatura tutta in senso naturalistico, realistico, fisicalistico delle discipline che dovrebbero occuparsi dell’umano, a detrimento dei finanziamenti, e dunque dei risultati, che si possono ottenere mediante l’adozione di procedure altre. A questo proposito, cruciale per tutti coloro che, come nel mio caso, hanno responsabilità universitarie di gestione della ricerca, farò un altro esempio dedicato idealmente a certi docenti miei colleghi. Il più grande linguista contemporaneo vivente, l’americano Chomsky, noto anche per l’appassionata militanza civile e politica nella realtà così drammatica del nostro tempo, in un saggio di molti anni fa si è espresso sulla sociolinguistica in questi termini: respingo – e io aggiungo a priori – la sociolinguistica perché delle due l’una: o i fenomeni sociolinguistici sono regolari e obbedienti a leggi, e allora sicuramente possono e devono entrare nell’ambito della biolinguistica; o viceversa – ecco la frase ancora più sconcertante – se per avventura essi non abbedissero a regolarità e a norme, allora sarebbero privi di significato. Come è chiaro, escludere dall’ambito del sapere determinati fenomeni, o addirittura un intero territorio, solo perché non corrispondono a certi presupposti teorici assunti rigidamente e a priori, è un’operazione terribilmente rischiosa. Come ha scritto una volta il filosofo Gellner, se noi incontriamo fenomeni incogniti che non corrispondono a delle leggi o alle nostre attese epistemiche, ci sono due alternative: o chiudiamo gli occhi dinanzi a quei fenomeni, oppure cambiamo determinati costrutti categoriali. Ovviamente, per me è opportuno seguire questa seconda strada.
Le categorie sono strumenti
Quando s’incontrano fenomeni dell’umano non esplicabili con le conoscenze teoriche attuali, sarebbe un grave errore cacciarli dalla cittadella del sapere, perché il loro unico difetto è quello di non possedere un cartellino con il nome e il cognome. E’ necessario prenderli in considerazione e cercare di intrattenere un dialogo con loro, anche se questo ci costringe a modificare le nostre categorie. Esse non vanno utilizzate nel modo vagamente teologico in cui le trattava Kant. Le categorie, ben lungi dall’essere quelle articolazioni universali necessarie di cui parlava Kant e di cui parlano i neokantiani di ieri e di oggi, sono semplicemente degli strumenti. Aveva ragione Aristotele che, nel definire Organon il suo trattato sul sapere, alludeva a uno strumentario (la traduzione italiana di Organon è appunto strumentario). Anche se tutta la mia simpatia va a quel grande poeta e metafisico che era Platone, mi sembra molto importante che il professor Aristotele, fondatore di tante scienze persino in certe loro articolazioni accademiche, dicesse che le categorie sono strumenti. In realtà egli le interpretava in modo molto più rigido di quanto questo termine consentisse, ma sarebbe utile (come molti epistemologi moderni hanno fatto) riprenderlo e farlo lavorare in termini attuali nella nostra immaginazione e pratica scientifica.
Le categorie cognitive, come anche i nostri costrutti in ambito morale, psicologico, umanologico, sono strumenti che, in quanto tali, non garantiscono di per sé procedimenti e risultati esatti e fecondi. Buona parte dei costrutti categoriali e concettuali oggi in uso nelle scienze soft, e quindi anche nelle scienze dell’umano, sono spesso strumenti artigianali. Queste scienze raggiungono risultati a volte inesatti, però al tempo stesso si tratta di risultati anche rilevanti. Inoltre i loro strumenti, proprio perché artigianali, sono sempre rivedibili e perfezionabili. Se invece ci condanniamo a usare rigidamente le sole categorie kantiane e le tecniche di indagine che ne derivano, ci inibiremo con ogni probabilità la compreensione di un’amplissima parte del mondo umano, o di numerosi interrogativi che gli uomini sollevano – col desiderio di trovare risposte non in ambito metafisico ma entro un orizzonte razionale.
Dal paradigma della verità a quello della rilevanza
E’ anche in rapporto alle pur rapide considerazioni di cui sopra, che vorrei prendere sul serio un modello che chiamerò provvisoriamente post-kantiano. Si tratta anzitutto di un modello pluralistico: sapere come saperi. Respingo il singolare perché ci si potrebbe subito chiedere qual è il Sapere che dovrebbe essere il paradigma normativo di tutti i saperi. Inoltre, a mio avviso, non esiste un Sapere che possa pretendere a questo ruolo. In secondo luogo, propongo una concezione storico-dinamica della conoscenza. I saperi procedono nel tempo e non è affatto detto che procedano coerentemente con le premesse teoriche da cui sono partiti. Chiunque, come il sottoscritto, ha praticato storia della scienza nella sua attività intellettuale, sa che spesso non solo uno studioso ma un’intera disciplina ha potuto mutare radicalmente i propri assunti paradigmatici di partenza, orientandosi in prospettive molto diverse da quelle iniziali. La terza caratteristica del modello che difendo richiede maggiori precisazioni, perché non vorrei essere frainteso. Qui mi riferisco non al sapere con la s maiuscola ma a saperi intramondani, che si occupano in tanti modi diversi e anche dissonanti di fenomeni umani, psicologici, sociologici. Tali fenomeni possono essere organizzati secondo il paradigma della verità o secondo un altro paradigma. Enuncio subito i rischi che il paradigma della verità può comportare, poi esporrò il paradigma che propongo in alternativa – come, appunto, terzo carattere del modello da me difeso.
Premetto che non voglio bocciare il paradigma della verità. Credo però che di esso si sia ampiamente abusato. Proprio perché prendo la verità molto sul serio e la considero un traguardo molto esigente, penso che non se ne possa parlare a braccio. Sono molto disposto ad ammettere che, nell’ambito di determinate discipline soprattutto formali (come la logica e le matematiche), il concetto di verità sia un concetto legittimamente utilizzabile. Lo stesso si può probabilmente dire anche per aree di riflessioni come come la metafisica e la teologia, dove il gioco linguistico-concettuale (come l’avrebbe chiamato Wittgenstein) è molto particolare e sui generis. In metafisica e in teologia parliamo di invisibilia e abbiamo degli indici di soddisfacimento intellettuale e anche spirituale che possono essere, in linea di principio, assoluti.
Quando invece ci muoviamo nell’ambito delle discipline empirico-intramondane, con particolare riferimento alle scienze dell’umano, credo che il concetto di verità costi un prezzo altissimo. Non lo dico solo in base a mie considrazioni soggettive, ma anche in base a risultanze oggettive che sono sotto gli occhi di tutti. Voglio portare un esempio concreto: quando il già citato Lévi-Strauss comincia nei primi anni ’60 la più gigantesca delle sue imprese cognitive, quella relativa allo studio dei miti dell’umanità, in una tetralogia chiamata Mytologiques, punta davvero a dare una conoscenza veritativa intorno ai miti, più esattamente una conoscenza formale-algoritmica dei miti. Non a caso coloro che, come il sottoscritto, hanno dovuto leggere i quattro densi volumi di Mytologiques, hanno trovato tutta una serie di formule, insieme a un gioco logico-formale estremamente raffinato. Per quanto mi riguarda, non contesto la raffinatezza epistemologica, ma un fatto molto più importante. Lévi-Strauss afferma di aver fatto opera di scienza e di essere arrivato alla verità sui miti partendo da una definizione che vi sottopongo: il mito è un operatore logico binario (cioè a due valori) inteso alla classificazione di fenomeni naturali.
In base a una definizione così logicistica dei miti, si possono scoprire delle correlazioni inebrianti: che un mito dell’estrema Patagonia, ad esempio, è strutturalmente simile a un mito dei pellerossa del nord-ovest degli Stati Uniti. Ma la domanda è: che cosa Lévi-Strauss ha veramente scoperto di così veritativo? In realtà, nel caso migliore (che io gli voglio concedere nonostante nutra parecchie riserve) ha scoperto solo certe possibili congruenze formali tra insiemi di enunciati diversi. Nel mito della Patagonia come in quello dei pellerossa c’è sempre, poniamo, un eroe sfortunato, un avversario e una vittima sacrificale. Ammettendo che tutto questo sia assolutamente certo, la domanda è di nuovo: cosa si è trovato di così importante sotto il profilo sostanziale? Come ho appena detto, si sono trovate, al massimo, delle mere consonanze formali di come sembrano autorganizzati i miti, senza che siano emerse domande/risposte sull’input salvifico del mito, sui suoi eventuali contenuti sacrali. Ed è mai possibile che in un mito in cui si parla in qualche modo della vita e della morte, dell’essere e della metamorfosi, del bene e del male, non ci siano coinvolti concetti come appunto quelli appena evocati e che troviamo regolarmente presenti negli studi di Kereny o di Mircea Eliade, tanto per citare i due principali studiosi novecenteschi del mito? Come si può vedere, la passione e a volte il bisogno imperioso di arrivare a dei risultati assolutamente veri, non solo certi, perché formulati in modo formalmente ineccepibile, porta a una lettura fortemente riduttiva di determinati fenomeni. In poche parole, Lévi-Strauss rischia di darci conclusioni assolutamente vere sul piano formale intorno ad argomenti che potrebbero essere assolutamente irrilevanti su altri piani (per alcuni, forse, più importanti). Infatti potrebbe darsi che a numerosi studiosi e cultori del mito certe congruenze formalistiche non appaiano il punto importante, coinvolgente, affascinante del mito medesimo. Forse è più importante sapere perché il mito di Edipo ha potuto giocare un ruolo cruciale in tutto il divenire della civiltà d’Occidente. C’è qualcosa che non torna. Se Lévi-Strauss si fosse messo a studiare il mito di Edipo o di Amleto, ci avrebbe forse detto che Amleto è solo un soggetto (o un “segno”) che intrattiene determinati rapporti formali-funzionali entro un determinato sistema strutturale. Ma non è per questo che ancora oggi noi e i nostri figli ci commuoviamo intorno alla tragedia di Amleto e al suo straziante enigma “Essere o non essere”, che tutto è meno che una domanda formalistica.
Il paradigma della rilevanza
Il paradigma che propongo di sostituire, con tutte le cautele del caso, a quello della verità è il paradigma della rilevanza. Un’impresa scientifica non va misurata dalla verità, men che meno se proclamata da colui che questa impresa ha realizzato, ma dalla rilevanza. Vorrei spiegare meglio cosa intendo, premettendo che cerco di riassumere una questione molto dibattuta all’interno di una parte rilevante dell’epistemologia contemporanea. La rilevanza è anzitutto un concetto molto meno presuntuoso, meno togato del concetto di verità. Una cosa rilevante, per definizione, non può presumere di essere importante, decisiva per l’universo mondo. Inoltre, allude anche a una maggiore corresponsabilità del soggetto che ha avviato una determinata ricerca. Di tale concetto non a caso si è discusso in certi anni soprattutto nell’ambito della psicologia e più tardi in quello della sociologia. Anzi nell’ambito di quest’ultima il concetto di rilevanza è diventato centrale perché è apparso molto fruttuoso, aperto, elastico. Gli studiosi si possono confrontare, possono argomentare che un certo tipo di ricerca sociobiologica è importante, mentre altri possono evidenziarne i limiti e magari i rischi, sostenendo che sarebbe più opportuno – più rilevante – approfondire altre componenti dei fenomeni studiati. Queste sono le tematiche quotidiane degli scienziati umano-sociali. Noi ci domandiamo continuamente quali siano gli obiettivi validi da perseguire, e se gli obiettivi che ci sono stati indicati dalla tradizione culturale abbiano ancora la stessa rilevanza di prima. Alla fine dell’Ottocento tante malattie mentali erano chiamate isteria. Oggi di isteria ut sic non si parla quasi più. Dal linguaggio bio-medico è scomparso anche il termine “ricostituente”, a cui il mitico sciroppo che si somministrava a ogni bambino quando lo si vedeva un po’ pallido rimandava. Ormai, quando si presentano certi sintomi si fanno fare determinate analisi, che servono a circoscrivere e a individuare determinati disturbi. Evidente il progresso che in queso modo abbiamo realizzato.
Cosa è rilevante in ognuno di noi in sede patologica e terapeutica? Innanzitutto si dovrebbe parlare non di patologia ma di patologie. Poi si dovrebbero analizzare le componenti complesse, spesso apparentemente eterogenee, la cui azione può portare un soggetto, partendo da presupposti diversi, a sentirsi poco bene. Oggi i medici sono spesso un po’ impazienti quando una persona parla loro di malesseri generici che accusa. La prima cosa che prescrivono, come si è detto prima, è di fare delle analisi. L’indicazione non è certo errata in sé. Meno giusto è pensare che i risultati di tali analisi siano l’unico modo che può e deve dire di cosa soffre un determinato soggetto. I presupposti non dimostrati, e spesso fuorvianti, di tale atteggiamento sono due: che ogni condizione di ogni sofferente coincida con una malattia già prevista e rubricata in una patologia e nosografia universale che la medicina contemporanea conosce; che qualsiasi sofferenza sia in grado di esprimersi attraverso schemi e tabelle nosografiche oggettive già note. Una delle conseguenze di tali premesse potrebbe apparire perfino divertente se non fosse a volte assai pericolosa. E’ che il medico prende in mano le analisi che il cliente-paziente gli ha portato, dà loro una rapida occhiata e pronunzia la sentenza che tutti noi ci siamo sentiti dire in qualche occasione: «Lei non ha niente». Non voglio sostenere che questo giudizio sia sempre sbagliato. Ma in certi casi il meno che si possa dire è che si tratta di un giudizio assolutamente paradossale. Ma come? Io paziente ti informo che mi sento male e tu medico mi dici che non ho niente – cioè, in qualche modo, che io…mento.
Uno dei principi dell’epistemologia della medicina è noto come il “principio della incorreggibilità”. Per esso, l’enunciato di un soggetto che asserisce di sentirsi poco bene è, in prima ed elementare approssimazione, per l’appunto non suscettibile di dinieghi o bocciature da parte del medico. Questi potrà certo discutere e contestare l’eventuale auto-interpretazione di quel soggetto sull’essenza e le cause del suo stare poco bene – fino al punto di dare una diagnosi estremamente diversa da quella espressa dal soggetto in questione («ciò che lei tende a considerare un disturbo somatico riguardante congiuntamente i suoi processi digestivi e la sua testa, che le duole in certi momenti del giorno, io lo giudico piuttosto un disturbo di matrice inizialmente psico-esistenziale, che dunque andrà curato ut sic e in via preliminare»). Ma non potrà dire che quel soggetto «non ha niente». In effetti, di qualcosa egli soffre e se in via d’ipotesi tale sofferenza non fosse assolutamente prevista dalle classificazioni nosografiche ufficiali, allora, in un certo senso, non andrebbe negata quella certa sofferenza: andrebbero piuttosto rivedute le classificazioni nosografiche. Con queste ultime considerazioni sono passato dal rapporto tra il paradigma della verità e quello della rilevanza, al problema riguardante non solo e non tanto la questione dello star bene e dello star male, quanto la relazione tra enunciati individuali-soggettivi sulla condizione del soffrire e la classificazione generale-oggettiva delle sofferenze riconosciute dalla medicina ufficiale. E’, chiaramente, una questione assai diversa da quella dalla quale ero partito. Ma sono lieto di aver sottoposto all’attenzione dei lettori una tematica che considero molto importante.
La teoria della eliminazione
Oggi stiamo assistendo a un processo che potremmo definire di panbiologizzazione dell’uomo. Esso consiste, in concreto, nel decretare a priori l’assoluta insussistenza di stati che continuiamo a chiamare mentali o esistenziali, mentre il sapere “serio” – in questo caso rappresentato dalle neuroscienze – tende a negarli tout court, o a identificarli con stati neurocerebrali. Vorrei spendere una parola soprattutto sul primo orientamento, rimandando per l’altro (e più in generale per l’intera problematica dei rapporti mentale-corporeo) al mio libro L’enigma della mente. In effetti nell’indirizzo negazionistico io vedo in miniatura un errore che pervade l’intero universo del sapere sull’uomo. L’orientamento filosofico-scientifico al quale vorrei riferirmi si chiama, nel gergo di noi addetti ai lavori, Disappearing Theory o Eliminative Theory, teoria della scomparsa o teoria dell’eliminazione. (Ciò che deve scomparire o che deve essere eliminato sono funzioni ed eventi mentali). E’ stata formulata nell’ambito della filosofia della mente nei primi anni ’60 da due pensatori americani di grande rilievo – Paul Feyerabend e Richard Rorty – con i quali mi sono trovato d’accordo su varie questioni e con uno dei quali (Rorty) ho stabilito anche ottimi rapporti d’amicizia. Proprio basandomi su di essi, ho chiesto una volta a Rorty di autorizzarmi a ripubblicare i suoi saggi dei primi anni ’60 sulla “Teoria della scomparsa” dei fenomeni mentali.
Ero convinto di fare uno scoop editoriale bellissimo, ma Rorty si è rifiutato di ripubblicare quei testi perché (mi ha scritto) non vi si riconosceva più, anzi desiderava che fossero dimenticati (peccato. Però bravo Richard e complimenti per la tua schietta e inusuale autocritica). La “Teoria della eliminazione” dice in sostanza questo: in presenza di stati o eventi mentali, delle due l’una: o appaiono null’altro che fenomeni neurocerebrali, oppure vanno eliminati: devono scomparire. Ora questo atteggiamento è estremamente diffuso nel sapere scientifico contemporaneo. Ed è un atteggiamento che mi spaventa molto. Il termine “eliminazione” rinvia molti di noi alle eliminazioni etniche. Non dobbiamo però dimenticare che anche le eliminazioni in ambito culturale e linguistico, a loro modo e nei loro ambiti, non sono meno devastanti. Rorty ha sostenuto che la psicologia va eliminata proprio come il sapere moderno ha eliminato l’alchimia. Il presupposto è evidentemente che la psicologia, non diversamente dall’alchimia (o dalla magia o dall’astrologia) racconta delle balle – o almeno delle cose che possono e devono essere dette in tutt’altro modo, in modo “scientifico” – più esattamente neurocerebrale. Il presupposto di questa teoria che ci crea problemi, è il seguente: siamo sicuri che tutto quanto dice la psicologia sia ripetibile – esattamente e senza omissioni – dalla scienza neurocerebrale? Siamo sicuri che l’atteggiamento assunto dai teorici della “scomparsa” arricchisca il nostro sapere?
Offro solo un esempio su cui riflettere. Nei primi anni ’70 uno studioso americano della mente, arrivato a trattare i concetti di responsabilità e di libertà, afferma che il primo va eliminato perché assolutamente vago e generico e il secondo va anch’esso fatto scomparire perché esprime in maniera fuorviante situazioni che possono e debbono essere descritte in modo molto diverso e più rigoroso in ambito e con strumenti cerebrali. Alcuni anni innanzi un altro filosofo della mente, Donald Armstrong (per la verità più “identificazionista” che propriamente “eliminazionista”) aveva severamente biasimato tutta un’amplissima letteratura sulla coscienza, affermando che quest’ultima, ben lungi dall’avere tutta la latitudine e la pregnanza semantica che le viene attribuita, è in realtà «null’altro che un punto del sistema nervoso centrale che ne esamina altri».Francamente il lettore che abbia conservato un briciolo di buon senso, prima di gettare via concetti come coscienza, libertà e responsabilità deve pensarci un po’. In particolare sulla libertà è aperto da sempre un dibattito vivacissimo ancor oggi.
Le tesi che vengono sostenute sono assai complesse. Certe azioni che sembrano totalmente libere, sono in realtà motivazionalmente determinate e allora la libertà non è assoluta. Purtuttavia, anche in connessione con tutte le rettifiche che si volessero apportare in una ridefinizione della libertà dell’uomo, non è pensabile di liquidare il concetto di libertà. Sono convinto che se lo facessimo ci troveremmo più poveri di prima, meno in grado di discutere certe cruciali questioni ed è quello che vorrei non capitasse. Invece una parte dei filosofi e degli scienziati odierni tende a eliminare concetti e parole viceversa ineliminabili – magari in nome del celebre principio di Occam, per il quale, come ricorderete, gli enti non sono da moltiplicare al di là della necessità. Ecco, io penso esattamente l’opposto. Penso cioè che gli enti, gli stati, i processi – e con essi le parole vecchie e anche nuove (i cosiddetti neologismi) – debbano essere valorizzati il più possibile, perché ne va della ricchezza dei modi in cui possiamo esprimerci su quanto pensiamo, sentiamo, speriamo e via dicendo.
Moltiplicare le parole per dire i sentimenti
Fra i tanti esempi che si potrebbero portare a questo proposito, vorrei citarne uno che mi ha particolarmente colpito. Un certo giorno mi sono accorto che i giovani di oggi usano due locuzioni per dire una cosa che ai miei tempi si diceva in un solo modo. Essi distinguono in maniera nettissima “fare all’amore” e “fare sesso”. Ebbene io sono sempre rimasto affascinato dal messaggio emergente da questa situazione linguistico-comportamentale. Ai miei tempi non solo si faceva troppo poco all’amore, ma non eravamo perlopiù preparati a fare una distinzione tanto sottile. Eppure essa è di cruciale rilievo a livello antropologico-esistenziale. E’ fondamentale, cioè, distinguere nettamente l’amore e il sesso (entrambi, va da sé, molto importanti), soprattutto se si pensa alla sciagurata espressione di uno psichiatra americano secondo il quale “l’amore è una formula chimica”. Una tesi, perfino inutile dirlo, alla quale bisognerebbe rispondere che l’amore si compone anche di faccende chimiche, ma non è soltanto una questione chimica, chimicamente esprimibile senza residui e lacune. Forse, anzi, farei una considerazione ulteriore. A chi dicesse che almeno una componente biochimica interviene sempre nell’amore, rispenderei che dovrebbe andare a rileggersi la letteratura trovadorica e coglierne il tema principe: l’amour de loin, cioè l’amore sentito e cantato “da lontano”, in assoluta assenza fisica dell’amata. Non si vorrà sostenere che tale amour fosse generato, accompagnato e alimentato dai processi fisico-pulsionali ai quali viene di solito associato. L’obiezione che questo non è amore ma “solo” una fantasia eliminabile dall’universo amoroso, non regge assolutamente.
Espungere dalla coscienza dell’Occidente l’amour de loin, implica un impoverimento affettivo intollerabile: la rinuncia a un’imponente e altissima esperienza ed espressione d’amore, dalla già citata letteratura trovadorica a buona parte della poesia dello stilnovo, del Petrarca e oltre. Quel giorno saremo tutti, appunto, più poveri. Per dire amore i greci avevano due parole: agape e eros. E’ sempre molto poco, ma noi siamo scesi a una sola ed è un disastro. Fatta salva ed elogiata la saggia indicazione dei nostri giovani, che distinguono dimensione erotico-amorosa e dimensione amorosa sessuale, io vorrei che una generazione ulteriore aumentasse molto di più le parole per dire i nostri sentimenti: Le parole per dirlo, per usare il bellissimo titolo del noto romanzo di Marie Cardinal. Sostenendo questa tesi, intendo soprattutto prendere le distanze dall’episteme oggi dominante, che tutto vorrebbe semplificare e ridurre. Ciò che esiste – e anche ciò che non si può eliminare – molti si sforzano di identificarlo con fenomeni di carattere lato sensu fisico-naturalistico, per ciò stesso sottoposti al principio di omogenità ontologica e a quello del controllo normativo e giudiziario. Io sono, come si sarà compreso, su posizioni diametralmente opposte. Sogno un mondo di esperienze irriducibilmente plurali e, correlativamente, un linguaggio sempre più ricco e articolato che contenga i più diversi sinonimi (che poi veramente sinonimi non sono mai) – ciò per dire sia l’amore che qualsiasi altro sentimento ed esperienza della nostra complessa esistenza. A proposito del sentimento da cui sono partito, già Catullo nel suo Odi et amo aveva evidenziato la difficoltà di dire, di capire questa co-presenza di odio e amore nel nostro essere. Il fenomeno (il problema) da lui descritto è arrivato ai nostri giorni e ci fa scoprire quanto tempo abbiamo perso nel non “moltiplicare gli enti”, nel non arricchire adeguatamente il nostro vocabolario. Altro che ridurre i sentimenti a formule chimiche, gli eventi mentali a sinapsi neurocerebrali! Dobbiamo fare in realtà il cammio opposto. Dobbiamo cioè moltiplicare le parole. Il che implica moltiplicare concetti e categorie per arricchire il nostro modo di auto-interpretarci, di comprendere cosa veramente è accaduto in certe situazioni e poi avere la possibilità di narrarlo a noi e ad altri.
Narrare l’esistenza, vivere i suoi tempi e modi plurali
Oggi è molto di moda parlare di una episteme narrativistica piuttosto che di un’episteme fattuale-oggettivo-nomologica. Narrate uomini la vostra storia, per citare lo stupendo titolo del libro di uno scrittore oggi in pieno rilancio, come Alberto Savinio. Io direi: narrate, esistenti, le vostre esistenze. E che altro è la psicoterapia, di cui tutti gli esseri umani avrebbero bisogno (non soltanto i cosiddetti sofferenti; d’altronde in un celebre aforisma Nietzsche ha scritto che «l’uomo è un animale malato» per eccellenza), che altro è, dunque, la psicoterapia se non una narrazione insieme più aperta e più orientata dell’esistenza? Non bisogna prendere troppo alla leggera la frase così urticante, poco rallegrante di Nietzsche, non foss’altro per il fatto cha da essa è nata idealmente buona parte dell’opera letteraria di autori come August Strindberg, Thomas Mann e Italo Svevo. La malattia nell’uomo non è un puro deficit, come pensano alcuni (o molti). Può generare nuove dimensioni, nuove antenne della sensibilità. Può magari favorire la scoperta della pluralità dei tempi dell’esistenza, come avviene in quel romanzo filosofico-sentimentale che qualsiasi giovane dovrebbe leggere per diventare adulto, che è La montagna incantata. A mio parere, è triste pensare che il tempo sia soltanto uno: anche perché chi lo pensa tende a identificare quel tempo col tempo eteroguidato del lavoro.
Non a caso dell’unicità del tempo sono convinte soprattutto le persone alienate agli impegni e all’orologio. Bisogna invece credere nella molteplicità delle dimensioni temporali. Per molti, moltissimi soggetti si potrebbe dire addirittura che un tempo oggettivo, in sé, non esiste: in effeti esso è, almeno in larga misura, la prospettiva estremamente elastica (e dunque restringibile e allungabile in misura assai considerevole) entro la quale viviamo le nostre vite e le nostre identità: come dire che il tempo tanto più si pluralizza quanto più ricche e plurali sono le nostre (capacità di) esperienze ricche e plurali. Mi scuso per questa digressione nell’ambito di temi altri da quello dal quale ero partito. Ad esso posso tornare, concludendo questo breve paragrafo, risottolineando l’imporanza della molteplicità dei linguaggi. Il principio vale relativamente al motivo del “tempo come tempi”, e ad altri motivi ancora presenti nella Montagna incantata. Davvero – e giova ripeterlo – non bisogna eliminare né enti, né concetti, né parole perché, al contrario, abbiamo bisogno di essi – e nel maggior numero possibile – per dire in modo sempre più ricco e sfumato ciò che veramente proviamo. Quante volte abbiamo espresso un pensiero e noi per primi ci siamo resi conto che le parole usate non riflettevano esattamente quello che intendevamo dire.
L’umano: una storia infinita
Cercherò ora di esporre i caratteri differenziali del sapere sull’umano in rapporto alle scienze umane. Queste ultime, se si chiamano scienze e anche fatto salvo quanto ho detto sulla differenza fra esse e quelle fisico-naturali, sono pur sempre, appunto, scienze che devono seguire dei loro paradigmi epistemologici relativamente precisi. L’umano, o almeno una parte di esso, fa evidentemente un po’ fatica ad accettare i vincoli posti da tali paradigmi. Stenta, soprattutto, ad accogliere il principio epistemologico, fatto proprio da molte scienze umane, che l’aumento delle conoscenze sull’uomo proceda de claritate in claritatem, secondo un cammino certo sinuoso ma al fondo progressivo. Karl Popper, tanto per citare uno dei più famosi epistemologi del ‘900, sostiene, in un volume (sciaguratissimo) intitolato Conoscenza oggettiva, che le conoscenze – ivi comprese quelle prodotte dalle scienze umane – camminano sempre in avanti, certo con qualche rallentamento e persino con qualche parziale indietreggiamento tattico, per cui un giorno o l’altro arriveranno al traguardo – vale a dire alla “conclusione” di un certo programma cognitivo. Ecco, l’idea, anzi l’illusione, che si possa concludere il sapere sull’umano, appare estremamente fuorviante. Una volta ho chiesto a una mia collega studiosa di logica perché si stesse occupando tanto di logica modale e lei, guardandomi fissa negli occhi, mi ha risposto più o meno: «Perché abbiamo per il momento esaurito l’altro campo di ricerche». Io sono rimasto, lo confesso, senza fiato. Non riesco a pensare che si sia realmente terminato lo studio di un certo territorio del sapere, anche nel campo delle scienze umano-formali. In fondo, basterebbe che rinascesse un Godel col suo teorema di incompletezza (opportunamente riveduto), secondo il quale per principio non si possono definire in modo esaustivo certi sistemi o enunciati logici, e la scienza logica potrebbe/dovrebbe riprendere il suo cammino già per quanto riguarda questa assai particolare disciplina.
Che dire, ora, del sapere sull’umano? Ci rendiamo conto di che cosa significhi in tale ambito avere un’immagine per la quale il sapere in questione starebbe avvicinandosi a un traguardo che un giorno sarà, in linea di principio, raggiunto? Forse Popper esagerava e va molto ridimensionato. Ma anche il celebre Progetto Genoma, di cui il premio Nobel Dulbecco è magna pars, sembra obbedire alla stessa logica. Tale progetto parte dell’assunto che l’uomo è fatto di geni, per cui si pensa che studiandoli tutti l’uomo sarà finalmente conosciuto completamente. L’impresa è indubbiamente stellare, tant’è che è costata una cifra astronomica. Certe volte mi dico: se i soldi per le imprese astronautiche e genomiche fossero stati utilizzati per salvare certi continenti dalla peste e dalla fame, oggi il mondo sarebbe più vivibile. Non intendo, si badi, contestare l’utilità del progetto Genoma dal punto di vista bio-medico. Dico solo che è stato concepito secondo una prospettiva finitistica ed esauribile che è, in una sua parte precisa, completamente sbagliata. Se qualcuno ha creduto e crede di completare la conoscenza non già di certe componenti biogenetiche dell’uomo, ma dell’uomo tout court, ebbene costui è in grave e pericoloso errore. L’uomo, a differenza delle cose (e della sua stessa corporeità), non è un quid ampio ma circoscritto, che dunque un giorno potrà essere conosciuto tutto. In effetti egli non è una inerte cosa, ma una viva sorgente, che nel divenire del tempo va cambiando, si va arricchendo (e anche impoverendo), producendo forme e significati connessi al suo esistere, destinati a svilupparsi e rinnovarsi letteralmente senza fine. Diciamo allora che, mentre le scienze umane, mimando un po’ le scienze naturali, coltivano il progetto di raggiungere, un giorno, la fine delle loro ricerche, quello che ho chiamato il sapere sull’umano è conscio (e deve sempre restarlo) che l’uomo – l’uomo umano – camminerà sempre, impedendo così l’approdo a una conclusione ultima. Popper ha scritto un’autobiografia intitolandola La storia infinita. Un titolo meraviglioso e veramente “umano”. Peccato che il filosofo non abbia riflettuto di più, in sede di epistemologia delle scienze umane, sull’intuizione consegnata a quel titolo. Sappiamo benissimo che i problemi cambiano continuamente come pure i traguardi, le assiologie, i valori e dunque si deve ripartire da zero. La pretesa quindi di determinare il punto di partenza e quello di arrivo è del tutto ingiustificata.
L’umano si dice in molti modi
A mio parere il sapere sull’umano nasce da una sofisticata selezione, che si rinnova quasi a ogni stagione storico-culturale, di queli aspetti dell’umano che a noi interessano. Il già citato Richard Rorty, nella fase più matura del suo pensiero, ha scritto pagine di una bellezza assoluta su questo concetto di autoselezione, per cui l’umano è ciò che a noi pare degno di questo nome. Potrebbe sembrare una frase vagamente discriminatoria: invece è una proposta di apertura, di continuo confronto, che muove dalla necessità di aprire la categoria dell’umano a tutta una serie di soggetti, attori e vicende che per altri sono da tenere fuori della porta. Questo è un punto fondamentale. Poiché il sapere sull’umano si ridefinisce sempre di nuovo allargandosi e autocorreggendosi, la prima domanda che dobbiamo porci è come noi interpretiamo oggi non solo il sapere, ma anhe l’umano. A questo punto posso offrire in proposito solo alcune indicazioni. La prima è che il concetto dell’umano non è descrittivo ma (auto-) interpretativo ed etico. La seconda è che il sapere sull’umano conosce la dinamica metamorfica del tempo, e a sua volta diventa metamorfico, tanto è vero che l’umano concepito in certe epoche della storia è profondamente diverso da quello concepito in altre. In terzo luogo occorre collegare il concetto di umano a quello di valore: ma del valore non come enunciato dogmatico, autolimitantesi, bensì come impegno progettuale sempre pronto al cimento, all’apertura, alla relazione, alla riverifica. In quarto luogo, oggi pensiamo al sapere sull’umano come a un sapere che tende a valorizzare, in una sorta di concordia discors, diversi referenti esemplari, poiché non esiste un modello. L’umano, infatti, si declina in molti modi che si confrontano nel mondo attuale in una difficile convivenza.
Se ciò è vero, il dialogo diventa un atteggiamento etico-antropologico fondamentale, anche se non è fatto quasi mai come vorrebbe, ad esempio, il filosofo ebreo Emmanuel Lévinas, cioè ascoltando e privilegiando l’altro. I teorici del dialogo che vanno per la maggiore si comportano un po’ come mia nonna, la quale mi diceva: «Guarda, Sergio, questo è un consiglio, ma se non lo segui è un ordine». Il dialogo è una parola che va usata con molta consapevolezza e umiltà. Non credo che siano molti gli uomini effettivamente capaci di dialogare, soprattutto in un mondo divenuto, come diceva Max Weber, “politeistico”, cioè dotato di un pluralismo di valori. Nei caratteri differenziali dell’umano e del suo sapere è infine necessario dare uno spazio e un rilievo nuovi alla dimensione emotivo-affettiva dell’esistenza. Una delle grandi inadempienze della civiltà d’Occidente è quella d’aver preferito, in tutti gli appuntamenti che contavano, non tanto Gerusalemme e in essa Gesù, che ne è stato uno dei grandi artefici, ma Atene e in essa non il meraviglioso Socrate e neppure il poeta-filosofo Platone, ma il professor Aristotele. Per questo abbiamo privilegiato una conoscenza per categoremi, per discipline: un sapere scientifico. Sono invece profondamente convinto che noi abbiamo dimenticato non l’essere (come dice Heidegger), ma il pathos, la sensibilità, e non ne siamo coscienti – il che è un’aggravante, perché solo conoscendo la malattia da cui siamo colpiti possiamo curarci. Chi non è consapevole di avere smarrito un’adeguata percentuale di sensibilità nell’esistenza quotidiana e nel rapporto con l’altro, è un soggetto preoccupante. Io credo che oggi un modello dell’umano debba riabilitare molto la dimensione affettiva.
Sintesi della relazione di MAURICE BELLET
L’incipit della relazione di Maurice Bellet è un grido d’allarme: «All’interno della prodigiosa galassia dei nostri successi tecnoscientifici si sta scavando un abisso, una specie di buco nero che finisce per inghiottirli». E’ in pericolo l’umanità dell’uomo, che può decomporsi e sprofondare nella barbarie. Il massacro della scuola di Beslan, avvenuto proprio nelle stesse ore, ne ha offerto una terribile conferma. Per questo Bellet invoca una scienza che si concentri su quella regione dove si instaura l’umanità dell’uomo, un campo che non va lasciato a «scelte confuse, a opinioni vaghe o integriste». Naturalmente la parola “scienza” è usata in maniera analogica, per indicare il rigore necessario in questa indagine: non ha niente a che vedere con le scienze attualmente esistenti. L’analisi del filosofo francese parte dalla considerazione che per separarsi dal disumano e aprire un sentiero di umanità ci vuole sempre un ordine primo, che liberi le relazioni umane dal caotico, garantisca la sicurezza fondamentale, assicuri all’uomo un posto nel mondo, definisca i limiti. Oggi stiamo assistendo alla decomposizione dell’ordine e diventa estremamente urgente chiedersi cosa permetta all’essere umano di tenersi in piedi in questa destrutturazione. Con un’incursione nella storia Bellet ci ricorda che gli antichi reagivano con violenza quando l’ordine era minacciato e lo restauravano con la forza; nella modernità invece la crisi dell’ordine primo è stata interpretata come passaggio allo stato definitivo, l’ingresso nel regno di utopia, nel mondo nuovo creato dalla rivoluzione o dalla scienza. Ormai sappiamo, invece, che uno stato definitivo non c’è e che l’uomo deve continuamente nascere, rinunciando all’illusione di restaurare l’ordine antico, come vagheggia un certo ritorno del religioso, o di credersi arrivati, come pretende la modernità. Bellet procede gratadamente nel tratteggiare la figura di questa urgentissima “scienza dell’umano” e ne delinea lo stile e il metodo. Uno stile rigoroso, che sappia abbandonare però “lo spirito dottrinario”, capace solo di imporre schemi all’esperienza e di soffocare la potenza della ragione, che consiste nello spingersi sempre oltre. «La scienza, continua Bellet, non abita il sapere, ma l’ignoto». La scienza dell’umano richiede una disponibilità estrema a lasciarsi sconcertare, spiazzare, ad ascoltare anche ciò che sembra inammissibile o senza senso. Insomma, «è la possibilità di lasciar apparire, lasciar vivere l’esperienza umana nel suo piano e nell’infinito della sua diversità».
Bellet insiste nell’analogia tra questa scienza paradossale e le scienze comunemente intese, sostenendo che anche la scienza dell’umano dipende da una serie di assiomi che non hanno il privilegio dell’evidenza, ma servono ad aprire un campo al lavoro del pensiero. E li elenca. L’avvenire umano si raggiunge attraverso un percorso di umanità che ogni società delinea a modo proprio; il primo luogo di umanità è la parola, che richiede un ascolto incondizionato per liberare qualsiasi essere umano dalla colpa di esistere; la scienza dell’umano è globale, in quanto abbraccia tutto l’umano e tutti gli umani; e infine tocca quel qualcosa che permette all’uomo di essere uomo e lo separa dalla distruzione. Il postulato su cui si fonda tutta la costruzione di tale scienza paradossale è che vivere umanamente è possibile. E le vicende contemporanee sono lì a confermarci che questo assioma non è affatto evidente. Bellet si chiede ancora a cosa potrebbe servire un lavoro di pensiero che faccia perno su questi assiomi. La risposta è che servirebbe ad aprire nuovi sentieri per la formazione di giovani e adulti, darebbe voce a esperienze che non avrebbero linguaggio per essere dette, aiuterebbe ogni persona a scoprire il proprio sentiero di umanizzazione. Ma il punto nodale di tutto il discorso del filosofo francese è che «non ci può essere umanità se non c’è in qualche modo un assoluto che rappresenta la sicurezza prima». Occorre un punto di riferimento che non deve sprofondare, perché l’umanità esista e possa vivere. Al tempo stesso, però, oggi prendiamo coscienza che ciò che autorizza l’umanità a esistere non può esere fissato. «Anche l’Assoluto avviene?», si domanda Bellet. La risposta è netta: «Nell’era critica che stiamo vivendo questo assoluto si muove. Allora siamo spinti a volgerci verso ciò che, a monte delle teorie, delle ideologie, delle convinzioni, non può essere scosso senza che l’uomo sparisca». La scienza dell’umano consiste nel lavoro di apertura a questa luce, nell’evocare una presenza che non è evidente.
Ma Bellet invita a non dimenticare che il luogo di tale presenza è il confronto con la distruzione: paradossalmente è proprio quando l’essere umano è radicalmente minacciato, che appare la presenza originaria che permette all’uomo di tenersi in piedi. Il compito della scienza dell’umano, secondo Bellet, è quello di spingere ogni disciplina a radicalizzare i propri principi, sino al punto in cui si intravede la luce che garantisce all’uomo di poter vivere e di separarsi dalle tenebre. In questa prospettiva è possibile rileggere in modo diverso il ruolo di tre esperienze significative del nostro panorama culturale, come psicanalisi, filosofia, teologia. La psicanalisi decostruisce, ma proprio per questo mette l’uomo in una condizione di nudità, che rende più urgente la scoperta di quel dono primo che gli permette d’esistere. La filosofia, abbandonando lo stile dottrinario, diventa ricerca della saggezza come liberazione dalla minaccia della follia. La teologia, radicata nell’affermazione che il luogo di Dio è l’uomo, si rivela apertura a quel mistero di cui l’uomo fa esperienza quando rinasce alla propria umanità. Per Bellet, insomma, la scienza dell’umano è il tentativo di aprire continuamente un sentiero di umanità là dove l’uomo concretamente si trova, abbandonando la controversia e la superficialità e attrezzandosi per un lavoro a lungo termine. «Bisogna pensare più lontano», ha concluso il filosofo, riprendendo in positivo le parole di guerrigliero kmer, che si autoaccusava di non averlo fatto all’epoca delle stragi cambogiane. Il pubblico ha reagito con una serie di provocazioni e di interrogativi alla proposta di Bellet. Il filosofo ha replicato sostenendo che siamo tutti scienziati dell’umano, perché impegnati nell’avventura della vita, ma ha invitato a superare una doppia pretesa: l’esaltazione del vissuto per mascherare la propria ignoranza, l’esibizione del sapere, per dispensarsi dall’ascoltare veramente. Bellet ha invitato gli ascoltatori a sottrarsi al fascino del doppio infinito che sembra dominare la società attuale: l’infinito di tutto quello che è possiile fare, che perciò dev’essere fatto; l’infinito di ciò che piace, che dunque dev’essere ottenuto. Questa abolizione del limite porta inesorabilmente alla distruzione. Infine ha relativizzato la sua stessa proposta, qualificandola come ipotesi di lavoro, e ha sottolineato l’urgenza di creare, che rappresenta, secondo lui, l’unica risposta reale alle sfide contemporanee.
Sintesi della relazione di CARLO BRUTTI
Stiamo vivendo, secondo lo psicanalista perugino, un vero «dramma antropologico, che tinge la nostra epoca di oscuri presagi […]. La sicurezza e l’ottimismo che l’uomo moderno ostenta è solo apparente. Dietro ad essi tenta di nascondere angosciosi sentimenti di impotenza rispetto al suo destino e al destino della terra». Come se l’oscurità che grava sulla condizione umana gli impedisse di costruire una immagine di sé in cui riconoscersi. La realtà dell’uomo, che appariva “camaleontica” a Pico della Mirandola, o “mostruosa e incomprensibile” a Pascal, sembra oggi ancora più indecifrabile. Prendo corpo allora una duplice lettura, che o risolve tutto l’umano nello spirituale o, al contrario, lo precipita nella pura materialità. Queste “orgogliose scelte riduzionistiche” sono, secondo Brutti, l’errore filosofico più diffuso del nostro tempo. Dopo aver delineato in questo modo lo scenario umano nel quale ci troviamo, lo psicanalista perugino tenta di decifrarne il significato, prendendo le mosse da alcuni pensieri di Giorgio Agamben. La costruzione di una immagine dell’uomo si è sempre dovuta confrontare, secondo questo autore, con l’opposizione uomo-animale, umano-disumano. Paradossalmente, l’esclusione di uno di questi termini richiede anche una inclusione da parte dell’altro. E così «lo scontro fra tenebra e luce, materia e spirito, vita animale e logos, si perpetua in un conflitto insanabile». Agamben sembra aggiungere un elemento nuovo in questo conflitto dualistico, perché parla di uno spazio intermedio tra la sfera umana e quella animale dell’uomo, che permetterebbe di spostare i confini tra i due territori. Il discorso dell’uomo su se stesso consisterebbe dunque in una perenne oscillazione tra il tentativo di annettere la dimensione animale dell’uomo entro l’area spiritualistica e quello di dissolvere nella materialità la sua dimensione spirituale.
Una tensione che Brutti riscopre anche agli albori della cultura cristiana, particolarmente nelle lettere di Paolo, che distingue nell’uomo una dimensione spirituale, “le primizie dello Spirito”, e una dimensione materiale, ancora irredenta, che lo assimila all’intera creazione. La cultura cristiana successiva non ha saputo elaborare una sintesi feconda tra il riconoscimento del destino finale e il tempo della vita e ha permesso che prendesse corpo una contrapposizione ancora dualistica tra natura e soprannatura. La metafosa di Agamben dello spazio vuoto tra animalità e spiritualità permette, secondo Brutti, di inquadrare anche fenomeni di vasto respiro, come l’affermarsi del materialismo e il trionfo del riduzionismo meccanicista dal XVIII secolo ai giorni nostri. L’affermarsi del materialismo rappresenta una reazione alla cultura spiritualista dominante, che «aveva troppo investito nei cieli depauperando la terra», come diceva Italo Mancini. Analogamente, il riduzionismo meccanicista ha rappresentato una reazione al vitalismo, che veniva percepito come un ostacolo alla conoscenza oggettiva della natura e dell’uomo. Brutti rileva che, nel nostro tempo, tende a farsi sempre più labile nell’uomo il confine tra umanità e animalità, tanto che un pensatore quale Heidegger ne è rimasto sgomento e ha accusato la psicanalisi di essere responsabile di «una mostruosa antropomorfizzazione dell’animale e di una corrispondente animalizzazione dell’uomo». Michel Foucault, da parte sua, movendo da una posizione dualistica, osserva che si sta realizzando nella società contemporanea un duplice movimento: da un lato il potere politico si appropria sempre più del corpo dell’uomo, dall’altra gli individui, attraverso le tecnologie del sé, si vincolano alla propria identità e alla propria coscienza. Anche qui «la psicanalisi è implicitamente evocata come modello delle molteplici tecnologie del sé in opera ai nostri giorni».
Questa situazione culturale e questa testimonianza convincono Brutti che «una nuova scienza dell’umano non potrà darsi senza un attraversamento, libero da pregiudizi, del territorio dissodato dalla psicanalisi», impresa non facile, perché quando si parla di psicanalisi non ci si riferisce alle scoperte innovative di Freud, ma ad una specie di “volgata psicanalitica” che divide nettamente il conscio dall’inconscio e ci ripiomba nel consueto dualismo. In tale prospettiva il conscio equivarrebbe all’area umana e l’inconscio a quella animale. Quest’ultimo, una volta ridotto a natura, è il meccanismo migliore per scaricare la responsabilità delle nostre azioni. In realtà, Freud era convinto che il dualismo «non consentiva nessun avanzamento nelle regioni dell’anima che intendeva esplorare». Brutti segnala quattro intuizioni dell’ultimo Freud che hanno un impatto rivoluzionario sulle credenze dominanti nel nostro tempo. Anzitutto, la realtà non è attingibile in sé; è la nostra coscienza a coglierla come fisica o come psichica. Queste due categorie non definiscono perciò due territori in sé sussistenti. Inoltre lo psichico non è sinonimo di coscienza. Lo psichico, che nell’accezione freudiana equivale a significato e non è contenuto interamente nella coscienza, è diffuso ovunque. Infine, il significato non è né creato né attribuito dalla coscienza, ma solo da essa riconosciuto e organizzato.
Questo impianto teorico ha, per Brutti, due conseguenze capitali. La prima riguarda i significati, che l’uomo maneggia ma non crea. La seconda è che l’uomo entra in contatto con essi non solo razionalmente, ma prima di tutto affettivamente. «E’ l’affetto che mette l’uomo nella condizione di conoscere i suoi bisogni e di misurarsi col suo desiderio, in sostanza di gestire il suo rapporto con le cose e la stessa convivenza con i suoi simili». Se le cose stanno in questi termini, le persone e le culture sono chiamate a una radicale mutazione, che è al tempo stesso concettuale e pratica. Si tratta di iimpostare su nuova base il rapporto dell’uomo con se stesso e con la realtà circostante. Il contributo particolare che la psicanalisi può dare a questo processo non riguarda solo, per Brutti, il sovvertimento dei paradigmi epistemologici che dominano nella scienza contemporanea, ma anche la decifrazione del conflitto intrapsichico e la ricerca delle strade per superarlo. La psicanalisi più autentica, che Brutti definisce “la psicanalisi che viene”, si muove nella direzione di una mutazione della realtà dell’uomo; per poterlo fare «ha dovuto mettere le mani in quell’Acheronte che è il cuore umano, dove però l’eros non cessa di confliggere e dialogare per preparare la nascita dell’uomo nuovo». Lo psicanalista perugino però non si fa illusioni: non c’è nessuna metamorfosi dietro l’angolo, ma è anche vero che «non dobbiamo allontanarla a dismisura in una prospettiva ultramondana». E parafrasando il testo evangelico, ci ricorda che il Regno di Dio è già in mezzo a noi.
Relazione di ROBERTO MANCINI
A Roberto Mancini, il più giovane dei relatori, avevamo chiesto di tessere un filo che legasse fra loro le varie relazioni. Il filosofo di Macerata lo ha fatto con grande bravura, cercando di tracciare una mappa che potesse servire da orientamento nella crisi contemporanea. Una crisi complessa, che ha le sue radici non solo nella mentalità oggettivante introdotta dalla scienza moderna, ma soprattutto nell’emergere inesorabile dell’economico, che è diventato un modo di stare al mondo e una specie di nuova metafisica. «Con l’aggravante, aggiunge Mancini, che un tempo le metafisiche rimanevano confinate nei libri dei filosofi e non erano così dannose, mentre questa metafisica è disastrosa, perché passa attraverso comportamenti semiautomatici che inibisono il pensiero critico». Un altro grande fattore di crisi è che il senso, che un tempo le persone elaboravano attraverso esperienze culturali come la religione, la filosofia, l’arte, gli incontri, oggi viene prodotto, dissolto e ricostituito dal sistema mondiale dei media. «Perché gli esseri umani perdono così facilmente l’orientamento? », si chiede il filosofo di Macerata. La sua risposta è che l’uomo fin dalla nascita ha un confronto intimo e permanente con la distruzione e la morte. C’è un sentire immediato, che alcune filosofie hanno elaborato teoreticamente, secondo il quale «l’esistenza umana è come un balcone senza il palazzo dietro», viene dal nulla e ritorna nel nulla. La morte rappresenta l’ultima verità della vita. Questo pensare secondo la morte veicola una razionalità vittimaria, che ritiene indispensabile produrre vittime per organizzare la società e persino la vita interiore e interpersonale. Se si rimane immersi in maniera acritica in questo universo sacrificale e vittimario, in cui la morte è l’ultima parola, la distruttività inquinerà tutti gli ambiti dell’esperienza umana. Mancini è convinto, come Bellet, che «l’umano inizi là dove noi ci separiamo dalla distruzione»; per questo invita a cambiare sguardo e ad assumere l’ottica dell’amore maturo, secondo il quale «il valore dell’altro è infinitamente vero ed è più forte della presenza della morte». Questo lo si capisce nell’esperienza dell’amore, quando l’altro diventa unico e la sua presenza infinita in senso etico.
La consapevolezza del valore dell’essere umano, per Mancini, è cresciuta attraverso un processo di contaminazione fra le culture ed è diventata un fatto pubblico, politico-giuridico, su scala mondiale. Il filosofo di Macerata lo chiama “il codice della dignità” e lo considera una chiave essenziale per ricomprendere la condizione umana attuale. Lo esprime così: «la dignità umana è la prima formula radicale, incarnata di relazione». Il codice della dignità può diventare un riferimento critico nel dialogo fra le culture, in quanto ognuna di esse può rimettere in gioco quegli aspetti di misconoscimento della dignità umana che non ha ancora superato. Mancini auspica un nuovo orizzonte antropologico, non più dominato dal delirio economicistico dell’Occidente e si batte per una sorta di “antropologia dialogica vivente”, che si realizzi nell’incontro fra le varie culture Nell’orizzonte che si spalanca in questo modo al nostro sguardo l’uomo appare come l’essere della trascendenza, una libertà sempre in cammino, irriducibile a ogni forma di spiegazione in termini di caso e di necessità. Persino la disumanità è la testimonianza della natura abissale e trascendente dell’uomo: «solo un essere trascendente può essere così perverso e distruttivo». Fatte salve queste premesse, Mancini s’impegna a delineare alcuni tratti di una immagine dell’uomo che non sia né chiusa, né generica e vaga. Il primo tratto lo chiama originalità: ogni essere umano è originale nel senso che è irripetibile, unico e che ha relazione con l’origine. Il mistero dell’origine attiva la ricerca umana, proprio perché è invisibile, inafferrabile, al punto che molti disperano di trovarla e la dichiarano inesistente. Eppure il senso per gli uomini è legato a questa origine che non ci domanda la rinuncia, ma la continua ricerca. La libertà è la libera assunzione della relazione con l’origine, con il “radicalmente altro” che ci fa da radice e che costituisce il respiro delle culture. «Le culture sono visioni del mondo in cui è ospitato e partecipato il mistero di questa relazione».
Un altro aspetto costitutivo dell’essere umano è la relazionalità. Noi non solo abbiamo relazioni, ma siamo relazione. Ciascuno media, nella relazione con se stesso, le relazioni con l’esterno. La condivisione di quello che si è, si sente e si pensa è una caratteristica essenziale della nostra condizione: «non siamo uomini da soli in modo privato, siamo questa relazione». Per Mancini l’essere umano – è il terzo tratto – è costitutivamente aperto al futuro. Questo non vale solo per il bambino, ma anche per il vecchio e persino per il morente. «Noi non siamo nati per la morte, ma abbiamo un’apertura al senso, parola che è sinonimo di futuro». E il futuro non è il prolungamento del presente o una nostra costruzione, ma un’alterità con cui siamo in relazione. Proprio le tre caratteristiche già enunciate - l’originalità, la relazionalità, la futurità - mettono in luce la vulnerabilità radicale dell’essere umano.. Noi siamo soggetti al male come morte, distruzione, sofferenza, assurdità, disumanizzazione. Mancini è dell’idea che il male sia stato enfatizzato, dichiarandolo mistero insondabile, mysterium iniquitatis. Il male nella sua essenza, invece, è comprensibilissimo perché è distruzione: di vita, di futuro, di relazioni. E’ una degenerazione distruttiva del tessuto relazionale nel quale viviamo. Per giunta, noi non siamo solo soggetti al male, ma diventiamo soggetti del male, protagonisti attivi della distruzione delle relazioni, della coscienza, del pensiero critico, dei sentimenti.
L’ultima connotazione dell’umano per Mancini è la responsabilità, che nasce dal riconoscimento che l’esistenza ci è donata. Mancini cita un verso del poeta Fernando Pessoa: «Poco gli dei ci danno e quel poco è falso, però se ce lo danno sebbene falso, l’offerta è vera. Accetto». Accettare significa essere responsabili di esistere e di agire creativamente, imparando a convivere senza ricorrere a mezzi distruttivi. Ma qual è il ruolo della conoscenza nel realizzare questa responsabilità? La risposta di Mancini è netta: noi abbiamo una relazione costitutiva con la verità, ma non possiamo deciderla, identificarla o definirla. «Il pensiero è critico quando lavora per riconoscere la menzogna, ma accetta di essere misurato dalla verità». E la verità a cui l’uomo è rivolto, non è la verità-oggetto che le scienze ci propongono, ma la verità vivente che si lascia incontrare solo quando si dialoga con essa e che dunque provoca e interpella l’uomo. La scienza, e le scienze umane in particolare, servono a darci tutte le informazioni sulla realtà, ma per farci partecipare alla vita del mondo, non per dominarlo e distruggerlo. Insomma, devono aiutarci a organizzare l’esistenza in modo non distruttivo. Abbiamo bisogno – conclude Mancini – di una scienza che rinvii al senso senza risolverlo o pretendere di definirlo e che, soprattutto, si liberi dalla metafisica della potenza, di cui è intrisa. Occorre passare da una logica della potenza a una della relazione, per porre fine a quel pensare secondo la morte che la fa subire agli altri per scampare se stessi. «Per liberarsi da questo grande esorcismo è necessaria la sapienza della misericordia e l’intelligenza della speranza».