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Introduzione...

Offriamo una scheda del libro, ordinata come segue: 1) Notizie sull’Autore e breve indicazione del contenuto del libro, dal retro di copertina; 2) Epigrafe, 3)Traduzione quasi integrale dell’Introduzione; 4) Indice del libro. Traduzione dal francese a nostra cura (si tenga conto che nella lingua francese la parola “liberalisme” ha anche il significato, più strettamente economico, espresso in italiano dal temine “liberismo”).

RENE' PASSET: L’ILLUSIONE NEO-LIBERISTA
Flammarion, 2000

Notizie sull’Autore: economista specializzato nello sviluppo, professore emerito all’Università di Paris-I-Panthéon-Sorbonne. Presidente del consiglio scientifico del movimento “Attac”, pioniere di nuovi metodi detti complessi o trans-disciplinari. Ha scritto varie opere, tra cui L’économique et le vivant, e Eloge du mondialisme par un “anti” présumé.

Indicazione del contenuto del libro

Nel mondo tutto sta cambiando. Con il computer e la sua messa in rete, l’elemento immateriale – l’informazione – dà il cambio all’energia come motore dello sviluppo. Sta nascendo un nuovo tipo di economia, che modifica i nostri rapporti con il tempo, lo spazio, la società.

Ciò nonostante, i nostri “responsabili politici” continuano a pensare e a governare secondo concezioni perente. Persistono nel credere all’irreversibilità e all’universalità di un sistema che pretende di essere liberale. Tutti, siano di destra o di sinistra, applicano le stesse ricette: deregolamentazione, sottomissione alle leggi del mercato, produttivismo sfrenato. Certo, la borsa fiammeggia, la crescita riparte, la disoccupazione sembra diminuire. Un quadro idilliaco? No, l’albero che nasconde la foresta. Poiché il sistema produce effetti terribili, che rischiano di divenire irreparabili: avvicinati nel tempo e nello spazio, gli uomini sono sempre più allontanati tra loro da diseguaglianze crescenti; la sostituzione delle macchine al lavoro genera precarietà, povertà ed esclusione sociale; la natura è in degrado, la catastrofi naturali si moltiplicano, tutto – anche la vita – viene mercificato.

Qual è la vera posta in gioco nel quadro di questa trasformazione? Per quale motivo il computer comporta una rivoluzione culturale più importante di quella della macchina a vapore? Perché da ora in poi bisogna pensare e agire diversamente? Perché è urgente invertire l’indirizzo liberista, mettendo l’uomo e il vivente al centro di ogni attività economica per costruire una società diversa?

Epigrafe: "Un giorno tutto andrà bene, è la nostra speranza. Oggi tutto va bene, è la nostra illusione" (Voltaire: Poema sul disastro di Lisbona, 1756).

Introduzione

Un mondo muore, un altro cerca di nascere. Le strutture organizzative e i sistemi di pensiero ereditati dalla storia scompaiono a poco a poco, e nulla ancora viene a riempire il vuoto che lasciano. Politici e ideologi, dopo aver rifiutato a lungo l’idea di cambiamento – in nome di quel realismo che consiste nel non vedere ciò che è davanti al proprio naso – oggi non hanno altra parola sulla bocca. Per aver pronunziato la parola, i più credono di aver afferrato la cosa.

Ieri si attaccavano al concetto di crisi, così rassicurante, perché non rimetteva in causa alcun modo di pensare. In effetti, l’idea di crisi evoca uno scarto transitorio da una normalità usuale, che certamente un giorno si riaffermerà; una disfunzione che non investe né la legge del sistema né i meccanismi che lo regolano. Nel caso della disoccupazione, ad esempio, l’obiettivo da raggiungere resta quello del pieno impiego definito secondo i criteri del passato. Gli strumenti da adoperare sono quelli stessi che avevano già dato buona prova di sé, come nel 1940 il fante del ’14-’18, il cavallo e il cannone da 75. Il rimedio resta la crescita, sulle cui modalità poco ci si interroga – se non, al massimo, per deplorare che non crei abbastanza impiego -, tanto sicuri si è che, secondo il celebre “teorema di Schmidt”, l’ex cancelliere tedesco, "i profitti di oggi fanno gli investimenti di domani, che faranno il pieno impiego di dopodomani".

Ciascuno perciò, in base alla propria scuola di pensiero, sa con molta esattezza cosa bisogna fare: ridurre i salari, dice l’uno; no, aumentarli, dice l’altro; rimettere in equilibrio il bilancio statale, oppure far leva sul suo deficit per stimolare la spesa creatrice d’impiego… Ci si ritrova sempre, in ogni caso, entro dibattiti ben noti, e oh, quanto rassicuranti! Infatti da ogni posizione, se la terapia proposta non produce gli effetti sperati, si può sempre – grazie alle virtù dell’alternanza politica – accusare il retaggio della posizione opposta, della quale la realtà presente conserva necessariamente le tracce: se non si ottiene successo, è dunque perché c’è troppo liberismo, a meno che non ci sia, al contrario, troppo dirigismo… Così va il piccolo mondo dell’economia.

Ben più disorientante è il concetto di cambiamento, perché evoca un salto qualitativo che investe la logica stessa del sistema. Adesso sono la legge del sistema, i meccanismi regolatori e i motori dello sviluppo a trasformarsi. Non si tratta più di ripristinare gli equilibri del passato utilizzando meccanismi già sperimentati, ma di definire nuovi adeguamenti a nuovi strumenti. Trattandosi d’impiego, ad esempio, è il problema della sostituzione dell’uomo da parte della macchina a dover essere affrontato, insieme a quelli del tempo di lavoro, delle sue forme, del suo ruolo sociale. Si richiedono politiche che vadano ben al di là dell’aggiustamento congiunturale: sono politiche a lungo termine, riguardanti le strutture, i modi di funzionamento e le regole della vita economica. Altrettante nuove terre da esplorare.

"Usciamo dal neolitico" piaceva dire al grande paleontologo André Leroi-Gourhan. Questa espressione ci permette di misurare l’ampiezza del mutamento che dobbiamo affrontare oggi.

In effetti diecimila anni fa, quando i nostri antenati abbandonavano progressivamente l’esistenza nomade di raccoglitori-cacciatori-pescatori per divenire sedentari, compivano un atto di cui non immaginavano la portata: inauguravano una fase dell’esistenza umana fondata sull’addomesticamento delle energie naturali. Il terreno che delimitavano per farvi crescere le piante o per nutrire gli animali, stava ormai avviandosi ad essere utilizzato sistematicamente come ricettore e convertitore di energia solare. Da quell’atto fondatore in poi, tutte le grandi rivoluzioni dell’umanità – mulino a vento, mulino ad acqua, giogo, energie fossili o nucleari – sarebbero state a base energetica. Fino alla conquista del carbone, a partire dal XVIII secolo, sarà l’irradiazione solare, sarà il suo flusso ripetuto nel volgere dei giorni e delle stagioni, a ritmare le attività umane.

Il passaggio alle energie fossili rappresenta una prima rottura: ci si sposta dal flusso allo stock. Il carbone è sempre energia solare, ma è stoccato nei vegetali delle ere geologiche. Sta lì, disponibile, e se ne può attingere quanto occorre. E’ una liberazione: le attività umane si affrancano dai ritmi della natura per obbedire soltanto a se stesse. Ed è anche una costrizione – di cui ci si accorgerà solo lentamente, tanto immense ne appaiono le riserve -, poiché lo stock è comunque in quantità finita e non si rinnova: può dunque esaurirsi. La liberazione dai ritmi solleva, peraltro, dei problemi nuovi di assorbimento delle scorie, che non si ponevano quando erano i processi della natura a determinare quelli delle attività umane.

Il passaggio al nucleare approfondisce la rottura: mette a disposizione dell’uomo una fonte di energia che è legata alla liberazione delle forze che saldano la materia, e non è più di origine solare.

La svolta con cui abbiamo adesso a che fare si annuncia ancora più decisiva: col computer, con l’informatica, l’umanità esce dalla fase del suo sviluppo fondata sull’energia ed entra in un’altra, dominata dalle forze dell’immateriale. Non ci meravigliamo, dunque, se la nave beccheggia e se dobbiamo aggrapparci all’albero maestro.

Ci troviamo esattamente a metà del guado, come espresso bene dall’aneddoto riferito da Michel Richonnier:

"Isola di Terceira, nell’arcipelago delle Azzorre. Vi si tiene un incontro improvvisato tra Georges Pompidou e Richard Nixon. Quest’ultimo ha traversato l’Atlantico a bordo dell’aereo presidenziale “Spirit of 76”, modesto quadrimotore sub-sonico. Da parte sua, Georges Pompidou ha noleggiato il prototipo 001 del “Concorde”. Di fronte al mondo, il superbo uccello anglo-francese relega in secondo piano l’aquila americana… Finito l’incontro, nel congedarsi dal suo interlocutore, Richard Nixon gli lancia un laconico “Ho visto il vostro Concorde!” Fu preso come un complimento, ma nascondeva senza dubbio una pungente ironia. Qualche mese prima, la società “Intel” aveva messo a punto il primo microprocessore della storia, grande come un’unghia, il vero cervello del computer e l’elemento più spettacolare di una nuova rivoluzione tecnologica".

Questo episodio è un chiaro esempio dello spartiacque tra due fasi dell’evoluzione umana: da una parte l’apogeo – che è come dire l’inizio del declino – di una crescita a base energetica, inaugurata dalla macchina a vapore, proseguita con l’elettricità, il petrolio, e simboleggiata oggi dalla centrale nucleare; dall’altra parte, l’emergere di una fase contrassegnata dall’immateriale.

Apogeo di una crescita fondata sull’energia

Nelle mani degli uomini viene a trovarsi una capacità di trasformazione del mondo prima inimmaginabile. L’impensabile si realizza: il flusso di materiali e di energia assorbito dall’apparato produttivo è ormai di entità tale da mettere in difficoltà coloro che manipolano le grandi regolazioni naturali del pianeta.

La natura, tradizionalmente considerata come un bene “abbondante e libero”, entra nel campo della scarsità. Le sue dimensioni e l’ampiezza della forze che veicolava, in confronto con le capacità trasformatrici relativamente infime degli uomini, sembravano collocarla per l’eternità al di là di ogni loro possibile minaccia. Le energie predominanti fino alla rivoluzione industriale, definite “fredde” – perché il loro impiego non richiedeva il ricorso al fuoco – non danneggiavano l’ambiente: l’utilizzazione della molla a spirale, della caduta o dello scorrimento dell’acqua, dello spirare del vento, non esauriva le energie che se ne traevano. Le forze ricavate dall’irradiazione solare e dalla combustione del legname o dalle deiezioni animali (dallo sterco) provenivano da fonti naturali. La natura appariva allora come un bene eterno, la cui perennità restava fuori della portata umana. In queste condizioni sarebbe stato assurdo, per l’economia, occuparsi dei problemi di riproduzione: la natura, vero dono di Dio, non richiede sforzi né costi di riproduzione, non ha prezzo, dunque non può essere oggetto di calcolo economico.

Al giorno d’oggi, le capacità umane di trasformazione del mondo possono minacciarne la distruzione. Il limite di carico del pianeta è raggiunto e serie minacce incombono sui meccanismi regolatori. Nel 1972, il documento del Club di Roma Alt alla crescita? rivela l’importanza dei fenomeni d’inquinamento e di esaurimento delle risorse che minacciano l’avvenire del pianeta. Sebbene quest’opera metta in causa le conseguenze globali di un modello di sviluppo esso pure globale, ciò che viene percepito al momento della sua pubblicazione è un insieme di fenomeni determinati e localizzati – l’inquinamento di alcune città (Tokio, Chicago…), di alcuni fiumi (il Reno), il possibile esaurirsi di alcune risorse (il petrolio, la bauxite) – attornianti luoghi di attività economica. “Attornianti”, quindi acclimatanti, da cui la questione dell’ambiente. In quest’ottica, si può ancora mantenere l’illusione – contro il vero intento del Club di Roma – che siano in causa non la logica del sistema, ma soltanto certe sue disfunzioni.

Negli anni ’80, con gli attentati “globali” all’ambiente naturale, il problema cambia dimensione. Sono minacciati i meccanismi regolatori del pianeta: il buco nell’ozono stratosferico compromette il filtraggio dei raggi ultravioletti, grazie al quale la vita ha potuto espandersi e diversificarsi; l’effetto serra minaccia la regolazione termica della Terra; la riduzione della biodiversità altera un meccanismo essenziale di stabilizzazione della vita… . Il concetto di ambiente non basta più: è di biosfera che bisogna parlare, cioè non più di una somma di fenomeni specifici, ma di un sistema di interdipendenze, a un tempo coerente, complesso, autoregolato nonché – entro certi limiti – autorigenerantesi, ossia capace di porre riparo automaticamente a certi colpi che possono essergli inferti.

Il passaggio alla dimensione globale impedisce che si possa continuare a parlare di disfunzioni. Si scontrano due logiche: quella dello sviluppo economico e quella delle regolazioni naturali, la prima delle quali minaccia di distruggere la seconda e per ciò stesso di liquidare ogni sostegno della vita umana.

Si afferma allora il tema dello sviluppo durevole, definito dal rapporto Brundtland come <>. Si pone così all’economia, contemporaneamente, la questione della solidarietà inter-generazionale.

L’emergere di un’economia dell’immateriale

La de-materializzazione accompagna tutta la storia dell’evoluzione, di cui la specie umana rappresenta la punta avanzata. All’inizio la vita, costruendo e ricostruendo il programma d’organizzazione d’intere specie, lavora “a piene mani” la materia; poi, a cominciare dai vertebrati, la base materiale dell’evoluzione si restringe progressivamente sul sistema nervoso, la corteccia cerebrale, la diversificazione di funzioni tra emisfero destro e sinistro, per proiettarsi alla fine fuori dell’organismo mediante l’attrezzo e la macchina, che prolungano la mano e ne potenziano l’azione:

"Tutto accade – constata François Meyer – come se l’evoluzione si liberasse progressivamente dalla necessità di modellare direttamente la materia organica, per concentrare i suoi effetti su delle variabili dotate di minore inerzia, capaci di sostenere una maggiore velocità di evoluzione e di conservare alla fine il loro caratteristico andamento evolutivo".

Analogamente vanno le cose sul piano sociale. Dalla materia all’energia, poi all’informazione, i motori dello sviluppo si spostano verso l’immateriale. Il computer manipola informazione: codici, simboli, messaggi. Fa passare in primo piano una delle dimensioni della quale si sa, oggi, che insieme alla materia e all’energia è sempre stata uno degli elementi costitutivi dell’universo: senza l’informazione che l’ha strutturato (in-formare: dare una forma), l’universo, dopo il big bang, si sarebbe disperso in quel <> che mettevano spavento a Pascal; materia, energia e informazione erano presenti simultaneamente in tutti i primi strumenti fabbricati dagli uomini: l’energia nella materia di cui erano costituiti e nelle forze motrici umane che li animavano, l’informazione nella loro struttura e nel gesto che li guidava.

Nel corso della sua storia, la specie umana ha scoperto ciascuna di queste dimensioni per tappe successive, andando evidentemente dal più al meno percepibile. Oggi i motori della crescita economica si spostano verso la ricerca, la formazione, l’organizzazione, gli studi di mercato, i servizi… . E - de-materializzazione in seno all’immateriale - se i primi computer degli anni ’60 erano dei veri mostri (l’IBM 650 richiedeva 2000 valvole, pesava 35 tonnellate e aveva un volume di 8 metri cubi), le economie di materiale, di energia e di spazio realizzate in trent’anni sono state tali, che

"se l’industria aeronautica avesse compiuto dei progressi altrettanti marcati, l’elefante dell’aria, il Boeing 747, costerebbe solo 500 dollari, farebbe il giro del mondo in venti secondi con venti litri di carburante ed entrerebbe in un ditale per cucire" [M. Richonnier].

Progressivamente il fatturato del “software” (i programmi, le funzioni logiche) raggiunge e sorpassa quello dell’”hardware” (le “ferramenta”, le attrezzature); si passa alla fase “multimediale” mettendo in sintonia le varie forme dell’immateriale: queste utilizzano sempre più le stesse emittenti, gli stessi ricevitori, gli stessi canali, lo stesso linguaggio numerico. Una delle caratteristiche dell’”informativo” è il fatto di produrre esso stesso il proprio sviluppo, dandogli un andamento circolare, auto-conservantesi ed esponenziale: così la biologia, dapprima campo d’applicazione dell’informativo, diventa una delle fonti del suo progresso quando, per una specie di effetto di ritorno, la sua logica comincia ad essere utilizzata nel funzionamento stesso delle macchine elettroniche. Dal 1970 al 1990, le nuove tecnologie si sono estese a tutto il pianeta e a tutti i rami della produzione.

Con “Internet”, le reti sono messe in rete: tutto un mondo d’immagini e di rappresentazioni invade il campo della coscienza, ed è a volte difficile distinguere tra universo immateriale – il cui sviluppo diventa un fatto sociale – e la realtà […].

L’espressione “economia informazionale” indica molto più che sviluppo di nuove tecnologie: esprime l’apparire di un nuovo tipo di economia, le cui regole, i cui modi di organizzazione e le cui leggi di sviluppo rispondono alla logica dell’informazionale.

Dove arriveremo? L’ Uomo simbiotico” di Joel de Rosnay ci propone la prospettiva vertiginosa di sistemi tecnologici che si presentano, scavalcando gli esseri umani, come una specie di essere collettivo tendente a esercitare, progressivamente, le principali funzioni della vita:

"Si tratta ormai di una nuova forma di vita, di un livello organizzativo ancora mai raggiunto dall’evoluzione: una macro-vita a scala planetaria, in simbiosi con la specie umana. Questa vita ibrida, al tempo stesso biologica, meccanica, elettronica, sta nascendo sotto i nostri occhi. Noi ne siamo le cellule. Ancora inconsapevolmente, stiamo contribuendo a inventare il suo metabolismo, la sua circolazione, il suo sistema nervoso. Noi parliamo di economie, mercati, strade, reti di comunicazione o autostrade elettroniche, ma si tratta di organi e funzioni vitali di un super-organismo che sta emergendo. Sconvolgerà il futuro del genere umano, e ne condizionerà lo sviluppo, nel corso del prossimo millennio".

Per la prima volta, le forze dello sviluppo escono dal campo dell’energetico, il cui avvento fu segnato, nel neolitico, dalla padronanza dell’energia solare, col fuoco di Prometeo. E’ un paragone tacciato di “millenarismo”, che venti anni or sono faceva sghignazzare gli spiriti forti…

Mai una trasformazione sociale è stata così chiaramente percepita, annunciata, analizzata… e mai, al tempo stesso, superbamente ignorata, sia dai responsabili politici che dai portavoce delle teorie accreditate.

Nel campo dei politici, dove occorrerebbero uomini all’altezza del momento storico, capaci di preparare il futuro, dove i sacrifici ripetutamente richiesti ai cittadini avrebbero un senso solo nella consapevolezza di un mondo in costruzione, non abbiamo avuto, il più delle volte, se non dei calcolatori alla giornata, dei mediocri riordinatori dei conti, e dei “realisti” dalla vista corta, soddisfatti delle loro competenze e per nulla sfiorati da dubbi. La loro difficoltà ad avviare una “seconda fase” dopo aver portato a termine la prima ondata di riforme, fa risaltare la loro mancanza di prospettive. A destra come a sinistra (anche se nel secondo caso l’operato dei politici mostra qualche traccia d’ispirazione sociale), la comune preoccupazione di risultati immediati ha portato gli uomini dell’una e dell’altra parte a integrarsi, per l’essenziale, nella logica del sistema […].

In luogo del pensiero, si è imposta un’ideologia. L’ortodossia omogenea al sistema si esprime – per usare un’espressione di Ignacio Ramonet – nel “pensiero unico”. <> servite da qualche pennivendolo che trae la propria notorietà dai potentati davanti a cui s’inginocchia […].

Il dogma non è scritto in alcun codice. Non rientra in alcuna scuola di pensiero, anche quando vorrebbe ispirarsi a un dubbio liberismo. Fluttua nella temperie storica sotto forma di asserzioni costantemente ripetute e ribadite. Questo martellamento sostituisce la dimostrazione, tanto grande è la forza di affermazioni presunte come evidenti. Ne derivano alcuni slogan che esprimono l’ideologia delle forze dominanti:

"L’economia prevale sulla politica […], essa tiene dunque il posto di comando, sbarazzata – va da sé – da ogni “ostacolo” di carattere sociale […]; il mercato, l’ idolo la cui “mano invisibile” corregge le difficoltà e le disfunzioni del capitalismo, e specialmente i mercati finanziari, i cui segnali orientano e determinano il movimento generale dell’economia; la concorrenza e la competitività, che stimolano e rendono dinamiche le imprese, avviandole a una permanente e benefica modernizzazione; il libero scambio senza argini, fattore di sviluppo ininterrotto del commercio e quindi delle società; la mondializzazione sia della produzione manifatturiera che dei flussi finanziari, la divisione internazionale del lavoro che modera le rivendicazioni sindacali e abbassa i costi salariali; la moneta forte, fattore di stabilità; la de-regolamentazione, la privatizzazione, la liberalizzazione, ecc. Sempre meno Stato, un discrimine costante a favore dei redditi da capitale e a detrimento di quelli da lavoro. E indifferenza di fronte ai costi ecologici" [Ignacio Ramonet: La pensée unique].

Liberata da ogni intervento molesto, lasciata al suo corso spontaneo quali che ne siano le conseguenze – fosse pure il soffocamento del più debole ad opera del più forte -, questa economia esprimerebbe di per sé la legge naturale: “Non ci si può far niente, fratello mio, devi sottometterti”.

I sacrifici che ti impongono e dai quali dispensano se stessi non sono quindi dovuti alla malizia degli uomini né ai vizi del sistema, ma alla natura delle cose. L’evidenza del loro “buon senso” è schiacciante: una nazione, così come una massaia, non può vivere in modo duraturo al di sopra dei propri mezzi (ma non li si sente mai lamentarsi che viva al di sotto, anche se proprio questo si verifica quando il suo commercio estero è in eccedenza); i costi sociali, gli alti salari pagati dalle imprese nuocciono alla loro competitività, quindi all’occupazione; è dunque per il loro bene che si chiede a tutti di ridurre il proprio tenore di vita e i propri cosiddetti “benefici sociali”. Al riguardo non hanno preoccupazioni di sorta. Non viene loro in mente, ad esempio, che riducendo i loro introiti solo di un dieci per cento, chi guadagna mille volte più del salario medio dei suoi operai potrebbe finanziare cento nuovi posti di lavoro senza accrescere il monte salariale. Così, tanto per fare un bel gesto.

Guardate come si rallegrano, al contrario, quando danno un giro di vite all’esistenza dei più umili, generalmente dopo essersi attribuiti generosi aumenti: fa così bene dimostrare un simile potere. <>. I vari Pangloss del nostro tempo proclamano lo stesso principio: la miseria degli umili è il prezzo della prosperità generale, è quindi un’ottima cosa. Ma non è colpa loro se le disgrazie sono per gli altri e il benessere è per loro. Così vanno le cose, e tu hai semplicemente estratto il numero sbagliato.

Si dicono liberisti, poiché hanno bisogno di una bandiera e di una ragione sociale, ma è un altro imbroglio. Che liberismo è questo, dove un centinaio di nuovi “padroni del mondo”, grandi signori delle transnazionali, dominano il pianeta? Che criterio è questo, secondo cui gli Stati devono consegnare alle imprese le chiavi del settore pubblico e della protezione sociale, ma con beneficio d’inventario – in nome, ovviamente, dei rischi della concorrenza – sotto pena di citazione in tribunale? Non è certo il liberismo dei padri fondatori: nel 1776 Adamo Smith denunciava inequivocabilmente lo sfruttamento del debole da parte del forte; e non parliamo di Marx […].

Le loro teorie, le sole – dicono – conformi alla legge di natura, pretendono di essere valide anche al di là dell’economico: ambiscono all’universalità e all’a-temporalità: <>. Si proclamano eterne e definitive; saremmo quindi arrivati alla <> - espressione cara al sig. Fukuyama – e al <>. Evidentemente l’universo, nella sua evoluzione, non aspettava altro che la comparsa di costoro per fermarsi su una perfezione finalmente compiuta: il regno infinito della razionalità economica, felicità suprema. Si stenta a crederlo.

Sono dunque teorie vere in ogni luogo e per tutti i tempi. Ma è proprio qui che casca l’asino, ché se il pensiero umano si congelasse su verità eterne, come potrebbe capire un mondo in continua evoluzione? Un pensiero con simili pretese, in realtà, si condanna a non saper proporre per i problemi del proprio tempo se non risposte aventi senso nel passato. Pensiero al di sopra del tempo, o non piuttosto fossilizzato?

L’ambizione di questo libro sta proprio qui. Non se ne aspetti ciò che non pretende di offrire: né giudizi esaustivi, né programmi politici, né puntualizzazioni per l’attualità. Semplicemente un modo di vedere e di capire le trasformazioni che sconvolgono la nostra epoca, uno sforzo di comprensione delle loro interdipendenze, della logica che le spiega, per arrivare a una ricerca delle strategie che si richiedono. Non si entrerà, ad esempio, nel dibattito sulle modalità della legge delle trentacinque ore o della redistribuzione, ma ci si chiederà: perché ridurre il tempo di lavoro? Perché il reddito di cittadinanza? Se solo riuscissimo a tracciare le grandi linee e le maggiori implicazioni del cambiamento, per proporre orientamenti compresi in un coerente quadro d’insieme, in luogo di un elenco di ricette come quelle dei libri di cucina o dei programmi politici, sarebbe già un bel risultato. E’ secondo questo test di coerenza che si chiede di essere valutati […].

Questo libro non impegna alcun movimento, ma è stato scritto col pensiero rivolto ai militanti dei quali condivido le convinzioni: specialmente a quelli dell’Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie onde Aiutare i Cittadini (ATTAC), pur sapendo che alcune delle tesi da me sostenute saranno oggetto di animate, amichevoli controversie. Le idee essenziali di questa associazione, sono esposte nel libro Contro la dittatura del mercato, ed. La Dispute-Syllepse-VO, Paris 1999. Non voglio dimenticare i miei amici di Monde Diplomatique, dal ruolo insostituibile per una maggior consapevolezza da parte del grande pubblico, né quelli di Transversales Science-Culture, col suo lavoro instancabile di critica costruttiva avviato più di trent’anni fa dal Gruppo dei Dieci, che fu creato per iniziativa di Jacques Robin (cfr. Brigitte Chamak: Le Groupe des Dix – Ed. du Rocher, Paris 1997). Questo libro Intende partecipare all’elaborazione di una griglia interpretativa e alla definizione di punti di riferimento, senza i quali nessuna azione durevole e ordinata è possibile.

Nello scrivere questo libro, il mio pensiero è andato anche ai miei nipotini – e a loro lo dedico – nella speranza di dare così un pur minimo contributo a che possano crescere su un pianeta più solidale.

No, non permetteremo si dica che questo mondo, in cui la logica finanziaria detta legge su tutto, corrompe tutto e distrugge il senso delle cose, è un mondo necessario. Un altro mondo è possibile: sta nascendo sotto i nostri occhi, è alla portata delle nostre mani, dipende da noi far si che ne fioriscano le promesse.

Indice

INTRODUZIONE

CAPITOLO PRIMO: La distruzione creatrice

I - L’uomo “misura di tutte le cose”

II - Tre sguardi sul mondo e sull’economia

1. L’orologio e l’equilibrio

2. La macchina a vapore e la degradazione

3. Il computer e la distruzione creatrice

III – L’uomo: vittima o attore della storia?

1. Il problema della scelta sociale

2. Un’evoluzione da gestire

3. “I possibili sgomitano alla porticina del reale”

CAPITOLO SECONDO:La metamorfosi

I – “La maschera della scena precedente”

II – Cambio di scena

1. Onnipresenza dell’interconnessione

2. Il defunto calcolo marginalista

3. L’apertura di nuovi orizzonti

III – Cambio di macchinario

1. Il dubbio stimolo del profitto individuale

2. Dalla giustizia “commutativa” alla giustizia “distributiva”

3. Il mercato amplificatore degli squilibri

4. “Vantaggi comparativi” snaturati

IV – Cambio d’indirizzi

1. I pecoroni della speculazione

2. I “nuovi padroni del mondo”

CAPITOLO TERZO: La promessa stravolta

I – Una crescita fondamentalmente perversa

1. Dal “circolo virtuoso”…

2. …al “circolo vizioso”

II – Il mondo dall’unificazione alla spaccatura

1. La promessa del riavvicinamento

2. La rottura

3. Uniformazione e imperialismo

III – Gli uomini: quando “le disgrazie individuali fanno il bene generale”

1. La promessa di liberazione

2. I soldi del salario e il burro del pieno impiego

3. Dappertutto disoccupazione e miseria

4. Dappertutto diseguaglianza ed esclusione sociale

5. Dappertutto decomposizione sociale

IV – La Natura: dalla cura al saccheggio

1. La promessa di averne cura

2. Il saccheggio

3. L’appropriazione

CAPITOLO QUARTO: Invertire la rotta

I – Priorità ai valori dell’uomo e della vita

1. Preminenza della politica e della democrazia sull’economia

2. L’economia “plurale”

3. L’imperativo del vivente

II – Giù la maschera da una mondializzazione del “laissez faire”

1. Padroneggiare le derive della finanza

2. Resuscitare Bretton Woods?

3. Per un’organizzazione mondiale dello sviluppo sociale

III – Stimolare il processo creativo

1. Agire al punto critico

2. Agire sull’ambiente di propagazione

CAPITOLO QUINTO: Per mantenere la promessa

I – Dalla rottura internazionale al riavvicinamento dei popoli

1. Dal protezionismo alla solidarietà internazionale

2. L’annullamento del debito e l’aiuto internazionale

II – Dall’esclusione sociale alla solidarietà: perché la riduzione del tempo di lavoro?

1. Non è la crescita che crea l’impiego

2. La flessibilità ha dimostrato la sua inefficacia

3. La riduzione del tempo di lavoro s’iscrive nel movimento della storia

III – Dalla spoliazione alla condivisione: perché il “reddito minimo” garantito?

1. La sua ragion d’essere

2. Le sue modalità

3. La sua fattibilità

PROSPETTIVE

POST-SCRIPTUM (settembre 2001)

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