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Introduzione...

Paola Rodano – oggi docente di filosofia teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma – fece parte del comitato di redazione dei “Quaderni della Rivista Trimestrale” (1972-83). Vi scrisse: “Il fondamento della politica in Hobbes” (n.44/estate 1975, pp.15-57), “Sull’epistemologia di Popper” (n.64-66/ottobre 1980-marzo 1981, pp 121-150) e nel n. 50/marzo 1977 collaborò alle annotazioni critiche – già riportate in questo sito, vedi sopra – sulla “Introduzione al Cristianesimo” di Joseph Ratzinger. Nella nuova serie della “Rivista Trimestrale” scrisse vari saggi, il più importante dei quali è senza dubbio quello, apparso sul n.3/settembre 1985, che sottoponiamo nuovamente all’attenzione, anche se, data la sua lunghezza, siamo costretti a farlo in più puntate. Premettiamo due introduzioni al saggio stesso – una redazionale, pubblicata sullo stesso fascicolo della “Rivista Trimestrale, nuova serie” e una di Marcello Mustè sul “Nuovo Spettatore Italiano” – intese essenzialmente, ambedue, a spiegare la mediata ma profonda relazione tra un’indagine rigorosamente filosofica come quella intrapresa nello studio in argomento e gli orizzonti di una “politica di consapevole innovazione”. I temi trattati in quello studio sono stati poi ripresi da Paola Rodano, con apparente passaggio dalla filosofia teoretica alla storia della filosofia, nel libro “L’irrequieta certezza. Saggio su Cartesio”, ed. Bibliopolis, Napoli 1995. Intendiamo metterne successivamente in rete almeno la prefazione.

RIVISTA TRIMESTRALE

Dalla premessa redazionale al n.3/settembre 1985

Ai lettori, presentando il lungo articolo di Paola Rodano che apre questo fascicolo, la “Rivista Trimestrale” chiede certamente molto: pazienza, un qualche ricordo almeno dei testi dove la filosofia viene pensata (piuttosto che divulgata e magari risolta in “cultura”), voglia soprattutto di capire, nella convinzione che ne valga la pena. Proprio la natura dello scritto sconsiglia d’altra parte di darne qui un’anticipazione abrégée o una lettura sintetica, già in chiave culturale. Nel rifiuto di ogni tipo di presentazione, così interna come esterna, il silenzio sembra dunque partito inevitabile. E tuttavia di un punto, sia pur preliminare e indiretto, “si può parlare”, e perciò anche, brevemente, si deve. E’ possibile esprimere la questione con una domanda: perché mai una rivista come la “Trimestrale” sente il bisogno di intervenire, un po’ oltre le sue abitudini, su un terreno così impervio, e affrontato senza assicurazioni, dal lato più esposto? O detto altrimenti, dove si mostra in questo scritto quella mediata connessione con la politica, che, pur entro l’autonomia e il rigore delle competenze, la “Rivista Trimestrale” programmaticamente persegue?

A domande così poste si deve rispondere senza reticenze. Lo scritto non esibisce connessioni – a prima vista di nessun genere – con la politica, e tuttavia proprio questa separazione cela intenzioni, svolgimenti ed esiti anche politici. Le connessioni infatti tra terreni, contigui o remoti, possono farsi visibili e dicibili quando è saldo il comune strumento razionale capace di porre le connessioni stesse, quando la diversità riposa su una posseduta e unitaria koiné. Ma se proprio questo strumento, certo senza venir catastroficamente meno, appare incrinato e oscillante, se l’orizzonte dell’unità del sapere si mostra incerto nei princìpi che razionalmente lo costituiscono, allora diventa veramente rilevante – anche per la politica – il compito di gettare innanzitutto uno sguardo più radicale sulle ragioni profonde di una simile incertezza, e quindi ricercare e aprire prospettive perseguibili di riflessione, di ricostruzione. L’assenza di connessioni muove così dalla consapevolezza di una situazione “sconnessa”, e l’indaga al fine di criticarne i presupposti e di stabilire le premesse per nuove piste di comunicazione.

Si dirà allora, invertendo i termini di una celebre “glossa” marxiana, che è venuto – prioritario – il tempo di “comprendere il mondo”? Senza inutili drammatizzazioni (l’aforisma oltretutto non fa giustizia all’impegno conoscitivo di Marx, al suo programma scientifico in vista della trasformazione), è da osservare che c’è una parte di vero, non già nella sostituzione di un termine all’altro – della comprensione alla trasformazione – quanto nell’accntuazione della necessità più che mai forte di un’unitaria compresenza dei due momenti. Se la rivoluzione è sempre stata innanzitutto una “teoria”, se ogni trasformazione ha di necessità richiesto conoscenza, oggi questa presenza della “comprensione” e della teoria, al fine dell’instaurazione di processi vasti e consapevoli di trasformazione, assume un ruolo ancor più acuto e rilevante. E’ necessario cercar di esprimere questo di più, per non abbandonarlo all’enfatizzazione retorica.

Basterà far riferimento a un solo tema, del resto rilevantissimo e a sua volta composito, gravido di molte articolazioni: quello della temporalità. Il luogo dove l’oscuramento di senso dei princìpi razionali, logico-ontologici, si manifesta e si ripercuote con più acutezza è da sempre quello della temporalità: della molteplicità, del divenire, della storia. Da dove nasce allora, su questo terreno, l’aggravarsi della difficoltà? Dalla consapevolezza, acuita da molte rotture, filosofiche e scientifiche, della precarietà su cui si reggeva il “composto”, a dirlo in breve, di ontologia e di tempo, o di verità certa e immutabile e di divenire storico. E insieme, dalla sempre più matura percezione critica del fatto che la stessa filosofia moderna e (per quel che riguarda specificamente il nostro problema) le stesse forme, per così dire, della razionalità “hegelo-marxista” celavano al fondo della loro rilevante novità la trama di antiche e irrisolte aporie; dislocavano il problema sul terreno di una storicità fortemente strutturata, unitaria, e tuttavia tale da lasciar trasparire gli elementi originari del “composto”: divenire e assoluta permanenza.

Si è fatto breve riferimento qui a percorsi filosofici, culturali; ma sarebbe agevole mostrare come questi percorsi si incontrino e si confondano con esperienze di diversa natura, insieme determinando un orientamento quasi di senso comune. Il risultato può essere indicato in un sempre più accentuato disagio circa il senso – e a dir meglio la dicibilità, la pensabilità – della storia e della temporalità che la costituisce. Come se gli elementi originari del “composto” – il divenire, l’essere dell’ontologia – fossero decisi a muoversi nella divaricazione, nella reciproca autonomia (né certamente il tentativo, a suo modo ricompositivo, di Heidegger appare in grado di controllare una simile divaricazione). Da un lato il puro rigore dell’ontologia, dall’altro la dispersione nel divenire rapsodico e indicibile, magari carico di allusività filosofica, fatto oggetto di un processo interminabile di interpretazione; da un lato una certezza vuota di mondo, dall’altro un mondo sempre più povero di certezze; in mezzo numerosissimi tentativi di connessione, ma piuttosto nel segno di una ripetizione della scissione o di una cattiva infinità.

Quando si è in una situazione come quella qui sommariamente evocata, il compito di ripensare la temporalità nelle sue strutture e nel suo divenire, nella sua originaria possibilità, diventa, sotto il profilo politico, più che urgente quasi obbligato. Senza intemperanze (i piani sono – verrebbe voglia di dire, per fortuna – molteplici, né mai la storia e la politica si arrestano nell’attesa di palingenetici ricominciamenti), ma anche con la severa consapevolezza che per questi nodi, quanto si voglia ardui, bisogna passare. Una politica di conservazione (altro discorso, è ovvio, si deve fare per quella reazionaria) si muove per così dire a suo agio entro una dimensione intemporale, cerca di rimodellare in “natura” permanente il giro delle sue acquisizioni e delle sue resistenze. Ma una politica di consapevole innovazione, che voglia mettere in atto ampi processi di trasformazione, come potrebbe mai disinteressarsi di quel suo vitale sostrato che è la storia, come potrebbe non misurarsi con i problemi della temporalità, in quanto materia duttile e viva dove iscrivere i processi di mutamento?

Che i problemi siano difficili non v’è dubbio: così nella loro specifica tessitura, come nei riguardi di rilevanti conseguenze (per esempio, come si ripensa produttivamente la lezione di Marx, quando la sua filosofia, il suo impianto categoriale, la sua novità siano commisurati a quella tradizione metafisica occidentale, che viene rivoluzionata ma anche riprodotta proprio a partire dall’assunzione – in essa centrale da Parmenide in poi – dell’identità di essere e pensare?). Ma che tali problemi debbano essere affrontati – entrando sempre più a far parte della consapevolezza di cui la politica alta di trasformazione deve nutrirsi – è inevitabile. Del resto non è neanche il caso di insistere sui problemi, con una sorta di perverso compiacimento delle difficoltà. Se l’analisi degli esiti di indicibilità cui l’ontologia mette capo e della storicità dimidiata che si costituisce sul rapporto di ontologia e “metafisica” è stata ben condotta, la prospettiva di ricerca che si apre può essere liberante e subito produttiva di molti sviluppi e “connessioni”.

OLTRE LA CRISI DELLA RAZIONALITA’ Marcello Mustè sul “Nuovo Spettatore Italiano” n.14/settembre 1985

Un filo, e non certo labile, collega fra loro i diversi contributi che la “Rivista Trimestrale”, nel terzo numero della sua “nuova serie” (settembre 1985) propone al lettore. Un lettore che forse, in un primo momento, potrà sentirsi persino un po’ disorientato per l’impegno che gli viene richiesto; ma il disagio non deriva da qualche intrigo specialistico o da accademiche tecniche di linguaggio, bensì dal venir richiamato sino al fondo delle più vive questioni culturali. Uno sforzo di approfondimento, dunque, attorno alla pensabilità stessa di una politica che, oltre la mera conservazione, si configuri come capacità di produrre il nuovo, e quindi sul suo nesso, per ogni verso decisivo, con la dimensione storiografica […]

Il saggio di Paola Rodano “Al di là della crisi della razionalità. Il pensare come luogo originario della filosofia” rappresenta, in primo luogo, una vigorosa presa d’atto e, diremmo, una meditata denuncia delle difficoltà del contemporaneo pensiero filosofico e delle loro conseguenze culturali. La piena consapevolezza di questo quadro di crisi, ma anche la necessità imprescindibile di indagarne genesi e motivi profondi per andare oltre, per riguadagnare una pensabilità del reale, ci sembra costituire l’impostazione stessa dello scritto, e anche un suo fondamentale merito: quello di affermare, in una maniera finalmente nitida, che soltanto sulla base di questa consapevolezza critica si può oggi sperare di produrre positiva filosofia, e che le soluzioni tradizionali appaiono ormai tutte impercorribili e consumate. D’altra parte, non è possibile rinunciare, specie per un pensiero che esplicitamente si ponga in relazione con l’obiettivo di un governo razionale delle trasformazioni, al compito della comprensione del mondo e della dicibilità della storia.. La via da intraprendere si preannuncia, quindi, assai stretta e ardua.

Ma denunciare la crisi della razonalità, assumerla come proprio orizzonte teorico, affisarla, infine, senza indulgenze, non significa ancora essere in grado di superarla positivamente. Il primo compito che si pone è evidentemente di fare i conti, e sul serio, con il nucleo fondamentale della tradizione filosofica. Scorciatoie non sono possibili: è necessario passare dentro la crisi della razionalità, giungendo sino alla radice dei suoi presupposti, per mostrarne, se si può, l’infondatezza. L’autrice riconduce questa razionalità classica all’ontologia, intesa nella peculiare accezione di un presupposto accoglimento della identità di pensiero ed essere. Ma, sia subito chiaro, criticare l’ontologia non significa semplicemente confutare un determinato indirizzo filosofico, o una sia pure importante corrente culturale, bensì discutere, dall’interno, i fondamenti stessi della razionalità, così come si sono espressi nella costruzione delle scienze, nella storiografia e nella politica. A fronte della tradizionale identificazione, il compito critico consiste propriamente nel mostrare l’inconciliabilità tra filosofia e ontologia, la loro originaria scissione, e rendere esplicito, nel dibattito culturale, questo improcrastinabile divorzio.

Considerato rigorosamente, infatti, il presupposto ontologico (ovvero l’identità di pensiero ed essere) comporta l’impossibilità del discorso filosofico. In altri termini, l’intera sfera di ciò che è si risolve in ciò che è pensato, e non è possibile ammettere un essere estraneo al pensiero, né, viceversa, un pensiero che non sia. Ma affermare una simile identità significa immediatamente asserire che fuori dell’essere è niente. Il presupposto assume così, per necessità, la celebre forma parmenidea: l’essere è e non è nulla; ovvero la forma di una negazione che pretende l’innegabilità. Ma è proprio quella diversità dal nulla, di cui l’essere necessita per divenire dicibile, che non può mai costituirsi. Non sopportando la distinzione, il presupposto ontologico subisce un’autentica implosione nell’identità indeterminata, pura, e perciò indicibile e strutturalmente incapace di produrre discorso. La stessa formalizzazione leibniziana A=A si mostra come il risultato di uno scarto dal presupposto, in quanto discorsiva diversità. Se, in linea di principio, l’ontologia non può coerentemente produrre pensiero, accade però, in linea di fatto, che essa costruisca sistemi e dottrine, che acceda cioè al molteplice e al diverso. L’ontologia, per riprendere il linguaggio dell’autrice, deve farsi metafisica. Ma è importante rilevare che non si tratta di un legittimo passaggio, bensì di un ingiustificato salto logico: nel momento in cui “trova” il molteplice, l’ontologia ribadisce la sua impossibilità ad accoglierlo in un coerente sistema di pensiero, oscillando continuamente tra l’improponibile riduzione della realtà all’identico (l’idea di un mondo immobile, deterministico, chiuso) e la mera compilazione di fatti slegati da ogni possibile senso.

Tuttavia, se la prospettiva ontologica si mostra incompatibile con la filosofia, è possibile indicare qualche linea di riflessione che consenta un pieno recupero della razionalità? Le soluzioni empiriste, per quanto detto, non soltanto configurano un’alternativa “debole” all’ontologia, ma, più precisamente, sono costitutivamente interne alle sue difficoltà (esse sono, per così dire, un “cascame” del “salto” metafisico). Qui s’innesta l’ampia pars construens del saggio di Paola Rodano, quella, diremmo, più suscettibile di discussioni, approfondimenti e ulteriori svolgimenti. In quanto il presupposto ontologico s’involve nella pura identità, nega il pensare, e con ciò annulla la propria possibilità di discorrere. Ma è appunto questo pensare – afferma l’autrice – che si presenta, in forza di una evidenza fenomenologica, come fondamento ultimo, innegabile e incontrovertibile della filosofia.

La stessa negazione del pensare è infatti un pensare, e il confutatore del fondamento, per tale via, non può fare a meno di ribadire immediatamente tale presupposto logico nella sua evidenza e semplicità. Il presupposto logico, quindi, a fronte del presupposto ontologico, si mostra come incontrovertibile ma non assoluto, in quanto non risolve l’intera sfera dell’essere, ma richiede anzi, affinchè sia concepibile il suo darsi, l’ammissione di una differenza da sé (e non soltanto in sé), di un’alterità in qualche modo già strutturata, di un a-logico. Il pensare cioè, pur nella sua innegabile semplicità fenomenologica, si mostra in se stesso come relazione trascendentale verso l’alterità e originaria discorsività. In questo orizzonte l’autrice offre una soluzione sempre originale a tutti i grandi problemi della tradizione metafisica. La complessa trama del ragionamento, l’intreccio e il reciproco implicarsi dei temi che vengono via via esibiti, non manca di sollevare, in più di un luogo, anche dubbi e perplessità. E’ fino in fondo componibile, per esempio, la semplicità del presupposto logico con la natura discorsiva del pensare? Quale è l’esatto luogo logico dell’ “astrazione”, categoria decisiva per il conoscere, e capace di uscire, per il tramite di un arresto della discorsività, dal circolo trascendentale? E ancora: come può la dualità originaria non violare la semplicità del fondamento?

Sono tutti problemi, questi richiamati e anche altri, che meriteranno di essere ripresi e ulteriormente sviluppati. Rimane però, a nostro giudizio, la valida indicazione dell’orizzonte filosofico in cui occorre ormai collocarli. Il saggio di Paola Rodano potrebbe apparire, a prima vista, rivolto a un pubblico specializzato, per quel suo arduo incedere filosofico, e un po’ lontano dai più scottanti problemi dell’oggi. Potrebbe sembrare, insomma, persino sconnesso da quei temi politici che costituiscono, da sempre, il terreno proprio della “Rivista Trimestrale”. A ben vedere, invece, siamo alla radice dei problemi di una cultura della trasformazione. L’oscillazione “ontologica” tra una storicità rigidamente strutturata, e in ultima analisi deterministica, e quella storia “aperta”, che tende a configurarsi come sconnessa congerie di fatti, non è davvero estranea alla tradizione del movimento operaio. La difficoltà marxiana di affermare uno spazio forte per il soggetto dentro un impianto di filosofia della storia, è lo scoglio duro per ogni cultura davvero innovatrice. E non bastano, per uscire dall’impasse, rapide abiure, appelli a vecchi o nuovi “valori”, scatti utopistici. “Salvare i fenomeni”, per dirla con l’antico programma platonico, è la via obbligata per pensare la politica, al tempo stesso, come capacità di innovazione e lucida consapevolezza. La riflessione è del tutto aperta, ma questa, ci sembra, è l’impervia strada da percorrere

Paola Rodano
AL DI LA’ DELLA CRISI DELLA RAZIONALITA’ IL PENSARE COME LUOGO ORIGINARIO DELLA FILOSOFIA:

(“Rivista Trimestrale - nuova serie”, n. 3/1985, pp. 7 sgg.)

Premessa

Il titolo ideale di questo saggio, se non apparisse eccedente molti limiti, potrebbe essere: “Che significa pensare?”. Fuori misura non tanto per il ricordo del Was heisst Denken heideggeriano, quanto per una ragione intrinseca e sostanziale. La risposta che a una tale domanda si fornisce appare, già alla consapevolezza di chi scrive, solo in parte soddisfacente. Ciò che si presenta è un primo nucleo di riflessioni da articolare e sviluppare soprattutto per quanto concerne le forme determinate del pensare e i rapporti che tra di esse si istituiscono. Nemmeno peraltro vorremmo peccare di modestia, eccedere in una mediocre captatio benevolentiae. Un simile titolo per un verso darebbe ragione del contenuto centrale dello scritto che qui presentiamo, e in tutti i casi esprimerebbe con sufficiente precisione la motivazione teoretica (e persino psicologica) che ci ha spinto a intraprendere la ricerca. Se lo scritto, già a nostro giudizio, presenta carenze, è anche perché ci è sembrato più utile affrontare il problema nei suoi termini alti e costitutivi, rinviando ad altra sede approfondimenti, articolazioni, chiarimenti storici e sviluppi tematici.

Giungiamo così al punto più delicato e interno della questione, quello che in definitiva ha sconsigliato il titolo sopra ricordato. Il significato o la natura del pensare avrebbero potuto condurre (in ambiente anglosassone sarebbe stato addirittura inevitabile) sulla falsa pista di un’indagine mentalistico-operativa, mentre il “pensare” è assunto in questo scritto come l’equivalente del nucleo teoretico della filosofia. Naturalmente, ricondurre la filosofia al pensare è, più che un assunto, un compito, esprime tanto il presupposto quanto il risultato della nostra ricerca. Per questo era necessario abbozzare le linee di una critica dell’ontologia, dell’illustre tradizione della filosofia occidentale che ha posto e mantenuto al centro della sua riflessione l’identità di essere e pensare. Accennata in forma essenziale e fin troppo scarna in apertura dello scritto, questa critica verrà spesso ripresa, in forme esplicite o implicite, anche nelle pagine di impianto più costruttivo, e pertanto svolge una funzione importante nel nostro discorso. Alla pazienza del lettore si chiede di tenerla idealmente sempre presente, come un contrappunto attraverso cui si decide la stessa legittimità teoretica della nostra indagine. In un rapporto di reciproca esclusione, se la verità è nell’ontologia, l’analisi che abbiamo condotto cade nel punto che più importava sostenere, mentre se la critica all’ontologia è fondata, la nostra analisi non si dirà certa in tutti i suoi specifici risultati, ma in quanto direzione di ricerca ci pare obbligata e necessaria.

Chi abbia tuttavia qualche familiarità con le cose della filosofia, sa che esclusioni così radicali celano sempre percorsi più complessi. Criticare l’ontologia non è innanzitutto possibile se non immergendosi nei suoi problemi, pensandoli e prendendoli, come si conviene, tremendamente sul serio. La semplicità o l’immediatezza della critica appartengono pertanto solo alla particolare economia di questo scritto. La “riverenza” non è dovuta unicamente alla forza e al significato di una così illustre tradizione: nell’ontologia il pensare giunge a prova radicale di sé, cerca di attingere il fondamento inconcusso delle sue possibilità nella forma dell’incontrovertibile verità. Che nella pretesa ontologica di giungere alla massima saldezza il pensare perda se stesso, è la convinzione critica da cui muove la nostra analisi. Ma in filosofia il “modo” vale almeno quanto il risultato. Se ne ha una convincente riprova nella difficoltà di dare un persuasivo congedo all’ontologia. Le vie dell’empirismo, che nell’immediato vogliono contrapporsi all’ontologia, mantengono com’è noto nei suoi confronti una dipendenza strutturale così forte, che ingenuità e inconsapevolezza riescono solo a fare più evidente.

Il problema ci si è configurato allora così: è possibile uscire con consapevolezza teoretica dall’ontologia, assimilandone il rigore, non smarrendo l’esigenza di parlare un linguaggio di verità? Il compito è in ogni senso arduo, come è testimoniato già dalla povertà linguistica: là dove volendo pensare cose nuove si avrebbe bisogno di un linguaggio adeguato, si incontra l’ostacolo di parole resistenti, profondamente permeate dai significati che dall’ontologia discendono. Ma infine per questo nodo bisogna passare, di questi problemi conviene discutere. Avendone tempo e voglia si potrebbe agevolmente mostrare da quante parti emerge la difficoltà di dire cosa sia pensare, cosa sia filosofia, razionalità, unità del sapere. Delle “crisi della ragione” si stenta ormai a tenere il conto; mentre dimenticare la connessione forte che l’ontologia mantiene con le vie d’uscita deboli, con le linee di ricerca che si costituiscono nell’ambito del “distacco da”, vuol dire precludersi la possibilità, nonché di tentar di andare oltre la crisi, persino di esplorarla nella sua radicalità o nella sua genesi storico-essenziale. Il passaggio attraverso l’ontologia si configura per questa via ineludibile, come l’indagine originaria sul terreno dove certezza e crisi si tengono solidali, dove la massima saldezza, il luogo supremo di razionalità si stravolge nell’indicibilità e nell’irrazionalità.

Linee di una critica dell’ontologia: la contraddizione e l’identità

Presupposto fondamentale dell’ontologia (*) è l’identità di essere e pensiero, ciò per cui le categorie logiche non debbono essere intese come semplici funzioni del pensiero, ma anche come strutture dell’essere. Non è facile spiegare in poche parole come la filosofia occidentale si sia costituita e si sia venuta svolgendo attraverso l’affermazione radicale di un tale presupposto, apparentemente così lontano dal senso comune, per il quale in effetti non è per nulla evidente l’identità di essere e pensiero. Tra ciò che si pensa e ciò che è (ossia esiste necessariamente) non vi è chi non veda una profonda differenza. Eppure, per altro verso, questa identità è riconducibile a una proposizione la cui immediatezza molto si avvicina al comune sentire e viene incontro all’esigenza di efficacia, di certezza e di verità che in esso si esprime. Se infatti risaliamo alla prima formulazione di ciò che abbiamo detto un presupposto – e che cercheremo di dimostrare tale -, vediamo che esso si presenta come la conseguenza necessaria di una “verità evidente”, immediata, semplice, e per ciò stesso indiscutibile. “L’essere è e non è nulla”: questa la “povera” formula che lega il comune sentire alla più alta astrazione filosofica e apre con Parmenide la riflessione ontologica, proiettando la sua “evidenza” e radicalità sull’intero corso del pensiero occidentale. Dal divieto parmenideo di negare l’essere, di “dire” il nulla “accanto” all’essere, di concedere al nulla il diritto di coesistenza con l’essere, e così via, discende per impellente conseguenza l’affermazione che “fuori dell’essere non si dà nulla”, sicchè dall’essere neanche è distinto il pensiero che dice l’essere. Pensare ed essere sono insomma lo stesso.

Sebbene l’identità di essere e pensare si presenti, nella prospettiva ontologica, evidente e immediata, quando sia indagata nel suo fondamento e appunto si sveli, secondo il nostro assunto, un “presupposto”, finisce per rivelarsi come l’esatto opposto e dell’evidenza e dell’immediatezza, e anzi finisce per comportare la radicale negazione di ogni pensare, che viene tolto nella sua stessa possibilità. Non il fondamento di ogni verità e certezza si scopre nell’originaria identità di essere e pensare, quanto invece la negazione di ogni dire e di ogni pensare. Ma qui siamo solo all’enunciato, all’assunto. Per cominciare ad argomentarlo conviene analizzare brevemente quelle che potremmo dire le categorie fondamentali della razionalità, e cioè identità e contraddizione, muovendo per comodità da quest’ultima. A una prima e immediata analisi sembra senz’altro che il pensiero possa pensare la contraddizione in quanto può pensare gli opposti: niente, ad esempio, gli impedisce di concepire l’essere e il suo opposto, il nulla; ciò che propriamente non può pensare, perché è un non-pensare, un non-giudizio, è la loro inerenza in un unico quid.

Essere e nulla – che assumiamo qui come una coppia semplice di opposti contradittori – sono pensabilissimi e quindi dicibili se non sono concepiti come costituenti, ciascuno nella sua assolutezza, lo stesso ambito, lo stesso soggetto o la stessa struttura dell’essere. Presi infatti come inerenti a uno stesso ambito, ciascuno di essi si costituisce per un verso come esclusione dell’altro (e dunque come negazione del loro appartenere allo stesso ambito) e per altro verso, ma nello stesso tempo, come impossibilità di esclusione reale, in quanto ogni esclusione è una dichiarazione di esistenza. Posto ad esempio l’essere come ciò che è in modo assoluto – e questo è appunto, come si è visto, il presupposto dell’ontologica verità dell’essere -, il nulla, per essere negato dall’essere, per essere escluso, non può non esser pensato anch’esso come un qualcosa che è, ossia come essere e non come nulla. (Altrimenti: se il nulla è pensato come puro nulla, ma la cosa è solo apparentemente possibile, l’essere come negazione di nulla non negherebbe affatto – negazione di nulla dovrebbe essere uguale a non-negazione -; anche in questo caso dunque l’essere non sarebbe più l’opposto del nulla). Di qui, alla fine, il rovesciamento dell’analisi immediata o l’impossibilità del pensare la contraddizione: non la si pensa perché gli opposti non entrano mai in reale contrasto fra loro, in quanto ciascuno, pur ponendosi come l’opposto, si rivela identico all’altro.

Pensare la contraddizione è dunque impossibile, perché l’opposizine di essere e nulla è solo apparente, nel senso che mentre si dice l’essere che nega il suo opposto, cioè il nulla, questo dire non può avere alcuna pregnanza ontologica poiché ciò che l’essere nega non già è nulla, come si è visto, ma un essere, o meglio l’essere. E il pensiero che, identico all’essere, pretende di dire la contraddizione (ossia lo stare insieme degli opposti), dal momento che gli opposti non riescono a costituirsi come tali e si svelano identici, dice in realtà l’identità. Si vede allora che il non potersi costituire dell’essere come negazione del non-essere, secondo quanto pretende il logos parmenideo, coincide in realtà con il non potersi costituire dello stesso pensiero che si presuppone identico all’essere. L’essere così, invece della sua opposizione al nulla, dice l’identico essere. Ma se dall’opposizione siamo ricaduti nell’identità – nel senso che da essa non siamo mai riusciti ad allontanarci –, sorte non migliore, quanto a pensabilità ed esprimibilità, ci riserva questa categoria. La pura identità è un non-concetto, un nome senza significato. Qualunque specificazione di questa identità, infatti, dovrebbe essere una purissima ripetizione dell’identità stessa, che mai può trovare al suo interno o al suo esterno (e si badi che questi sono comunque termini metaforici e allusivi) articolazione dicibile.

L’essere, il puro essere che è, in quanto incontrovertibile identità è inesprimibile, ma dunque è impensabile. Ha ragione Scaravelli quando, nella Critica del capire, dice che «la intellegibilità della identità è almeno in parte dipendente dalla comprensione della distinzione» (e dunque della non-identità). La pura identità dell’essere, priva com’è di ogni articolazione (sia logica che ontologica), non può neppure rivelarsi e risolversi – come vorrebbe Hegel nella prima “triade” della Logica – nel puro nulla: la vuotezza di determinazioni della pura identità, infatti, non è un “vuoto pensare” e dunque un nulla identico all’essere, in quanto è invece vuotezza indicibile e impensabile, di cui non può essere predicato né il suo esser l’essere né il suo essere il nulla. Ogni tentativo di pensare la pura identità si risolve nella formulazione di concetti – per lo più negativi – che identità non sono. E quindi il significato dell’identità, per essere pensato, non può non racchiudere anche un principio che identità non è. Se questo è vero, si ha significato allora solo là dove non c’è pura identità, e l’identità in sé, l’assoluta semplicità dell’identico, non si trova mai pura e sola, ma è perduta prima ancora che si sia potuta scorgere.

Proviamo per un momento a considerare la formulazione più semplice del principio di identità, quella leibniziana, per cui si dice che A=A. Perché questo giudizio – e cioè questa connessione di soggetto (A) e di predicato (ancora A) – sia veramente espressione dell’identità come principio assoluto e incontrovertibile, occorrerebbe che effettivamente tra i due non sorgesse neppure un’ombra “dileguante” di differenza, ma che essi effettivamente fossero lo stesso (idem esse). Se questo è necessario, il soggetto e il predicato di tale giudizio saranno indiscernibili anche nella loro funzione, non ci saranno cioè propriamente né soggetto né predicato. E tanto meno si potrà considerare legittima la funzione unificante (e cioè sintetica propriamente) della copula – il segno di uguaglianza o l’ ”è” – che appare anche da un punto di vista grafico come diversa dal soggetto e dal predicato che si sono venuti dissolvendo davanti ai nostri occhi. La formula logico-grammaticale dell’identità appare allora – a una considerazione ontologica – impossibile a formularsi rigorosamente e, come si è detto sopra, è perduta prima ancora che si sia potuta costruire.

(*) Il termine e l’ “oggetto” ontologia sono assunti in questo scritto in un senso, per dir così, specifico e insieme generalissimo, in nessun modo ascrivibile in questa forma a una determinata espressione della filosofia occidentale, anche se, per altro aspetto, siamo convinti che non vi sia momento del pensiero filosofico, da Parmenide a noi, che in modo esplicito o implicito non celi al suo interno un presupposto di natura ontologica alla fine riducibile alla forma che qui ne presentiamo. All’analisi delle aporie che scaturiscono dall’assunzione dell’identità di essere e pensare (e in particolare dei temi dell’ “ontologizzazione del nulla”, della “domanda originaria”, della “riflessività”) stimoli, suggerimenti e argomenti mi sono venuti dall’aver partecipato, fin dal novembre 1981, a un seminario che, intorno a questi temi, si è venuto svolgendo presso la prima Cattedra di Storia della filosofia dell’Università di Roma sotto la guida del suo titolare Gennaro Sasso. E’ appena opportuno avvertire che la responsabilità già della forma in cui sono espresse le aporie ontologiche, nonché – si capisce, a maggior ragione – dell’affermazione della loro insuperabilità e quindi del ragionamento che a partire da questa assunzione critica vengo argomentando, è interamente mia.

Segue Paola Rodano (pp.12-22)

“Ontologia” e “metafisica”

Se quanto siamo venuti molto brevemente osservando sin qui è vero, ne scaturisce una conseguenza di grande portata. La prospettiva ontologica – e dunque la filosofia come si è venuta storicamente costruendo nel pensiero occidentale da Parmenide a noi – conduce in modo inevitabile all’impossibilità di pensare rigorosamente il proprio oggetto: e cioè l’essere come fondamento identico e incontraddittorio. Nella stessa prospettiva, peraltro, si è visto come sia impossibile anche pensare la contraddizione in modo rigoroso. C’è da domandarsi allora perché mai la riflessione filosofica si sia impegnata con ostinazione, pur nei diversi risultati di sistema, a cercar di risolvere il problema della fondazione a partire dall’identità e non contraddittorietà dell’essere. Per rispondere a questa domanda non è sufficiente richiamare il fatto che i maggiori sistemi della storia della filosofia non sono poi rimasti solo astratte elaborazioni. In fondo è proprio questo il fatto da spiegare: come mai, cioè, per una singolare eterogenesi dei fini, nonostante la filosofia abbia preteso di fondarsi su ciò che è in quanto tale impensabile, per altro verso non abbia storicamente mancato al suo compito che potremmo qui per brevità indicare come quello di ricondurre a razionalità e a pensiero il mondo dell’accadere, il mondo che ci circonda. Insomma, per dirlo con Platone, il compito di “salvare i fenomeni”.

E’ chiaro infatti che se quanto abbiamo detto a proposito del fondamento ontologico è vero, i sistemi filosofici che a partire da esso hanno preteso di “spiegare il mondo” e di dar conto della sua molteplicità, non possono non contenere qualcosa di ingiustificabile e dunque impensabile. La storia della filosofia in effetti è punteggiata di “intuizioni” e di “misteri” che pretendono di volta in volta di risolvere il problema della fondazione: basta pensare all’intuitus mentis di Cartesio, all’ “arte nascosta nel fondo dell’anima” dello schematismo kantiano, alla “natura” più forte della ragione di Hume, o infine al “togliersi” del divenire in Hegel. E si potrebbe per la verità estendere questi riferimenti. E’ ancora a partire dall’identità di essere-pensare, infatti, che la scienza ha – fino a un certo punto almeno – costruito i suoi fastosi successi; né solo la matematica, ma anche la fisica e tutte le altre scienze che la matematica in vario modo hanno eletto a strumento e la fisica a modello. Se le leggi logiche non fossero state anche leggi del reale – così si argomentava – in che modo mai si sarebbero potute applicare al mondo dell’esperienza? Le scorciatoie, una volta imboccata questa prospettiva, si rivelavano fallaci. Non bastava infatti concepire il rapporto tra leggi del pensiero e leggi del reale nel segno di una debole omogeneità tra le prime e le seconde. Al fondo di qualsivoglia omogeneità tra pensare e mondo, era da presupporre una conformità o un’ adaequatio che rinviavano a un fondamento identico, il solo capace di garantire l’incontro di due eterogenei.

Se pensiero e mondo sono veramente distinti l’uno dall’altro, dovranno avere, per incontrarsi, un ambito comune, e in se stesso identico, che li contenga. Ma è proprio qui che l’identità produttivamente richiesta al fondo della distinzione, si stravolge in una forza attrattiva tale da togliere le distinzioni stesse. Il contenuto dell’identità, infatti, non può che essere identità e, fin quando si resti in una prospettiva rigorosamente ontologica, non sono pensabili distinzioni entro quell’identità che pur è necessaria per la costruzione e l’incontro di diversi. Anche per i sistemi scientifici, insomma, come per quelli filosofici, spiegazione del mondo e fondamento stanno in un difficile rapporto. E la domanda generale da porre potrebbe allora suonare così: da dove è nata questa esigenza di andar oltre il puro rigore logico, ricorrendo a forme a-razionali (se non irrazionali) di spiegazione e di fondazione dell’originario? Prima di rispondere a questa domanda, è opportuno fissare meglio il problema. Dire che una concezione radicale dell’identità comporta l’impossibilità di pensare la contraddizione (ma dunque il divenire, il tempo, la molteplicità, la storia e così via) e che essa comporta allora una negazione in radice di tutto ciò che non è l’essere originario e incontrovertibile, è certamente vero.

Ma a rigore nessun filosofo ha mai negato fino alle estreme conseguenze la pensabilità del divenire e del molteplice. Neppure – si badi – il “venerando e terribile” Parmenide che, nonostante tutto, ammetteva un mondo, apparente quanto si vuole, ma a suo modo dicibile, della doxa, laddove l’ambito di costituzione di esso non avrebbe avuto alcuna legittimità nelle premesse ontologiche eleatiche. Che significato dare allora a questa problematica convivenza di ontologia e metafisica, di eternità e tempo, di identità e molteplicità? Si può affermare che il salto nel “divenire” e nel “molteplice” sia stato soltanto un tributo pagato al senso comune, che ammette il tempo e la morte come dei semplici dati? A parer nostro, non si può dire che si è trattato di un semplice ritrarsi di fronte allo scandalo di una negazione radicale, quanto assurda agli “occhi del mondo”, di tutto ciò che “il mondo vede”. Se non altro perché, a veder bene, le conseguenze di radicalità non si limitavano per l’ontologia al rapporto con il mondo. In effetti, restare rigorosamente nella prospettiva ontologica dell’identità non comporta solo la negazione della molteplicità e di ciò, quindi, che ci appare nella sua immediatezza come il reale, ma comporta anzitutto la negazione del pensare stesso.

Per dirla con Aristotele, la pura identità dell’essere originario dovrebbe configurarsi come quel pensiero in atto che separato, scevro da ogni cosa che non sia pensiero, è e vive nella purezza della sua forma, ignaro di ogni eterogeneità. Ma Aristotele stesso è ben consapevole che se l’Atto puro fosse sola e pura identità, quest’atto stesso, e cioè il pensiero nella sua assolutezza, ignorerebbe non solo ogni eterogenità ma perfino se stesso e perderebbe così significato. Un pensiero siffatto non potrebbe in alcun modo articolarsi, neppure distinguendo in sé un “pensiero di pensiero”. Ma allora un pensiero assolutamente identico a sé non è un pensiero dicibile e pensabile, è un non-pensiero. L’identità assoluta e originaria del pensare-essere si rivela come assoluta impossibilità, come negazione dello stesso pensare. Il rigore del presupposto ontologico, insomma, non vieta semplicemente di pensare il mondo, vieta di pensare tout court. In altre parole sembrerebbe confermata la conclusione che pensare si ha solo là dove non c’è identità e che l’identità stessa, la semplicità elementare non si trova mai come tale e dunque, più rigorosamente, non si trova.

Eppure dell’identità non si può fare a meno. E’ impossibile farne a meno perché, come avverte Kant, «se tra i fenomeni che ci si presentano ci fosse una differenza così grande […] che neanche il più acuto intelletto umano potesse […] trovare la minima somiglianza tra l’uno e l’altro […], la legge logica dei generi [che connette cioè soggetto e predicato] assolutamente non avrebbe luogo; e non ci sarebbe nemmeno un concetto di genere o un concetto qualsiasi generale; anzi non ci sarebbe un intelletto»; e, si può aggiungere senz’altro, non ci sarebbe neppure alcun pensiero. Infatti «nessuna conoscenza – continua Kant – si può opporre al principio d’identità senza annientare se stessa». L’identità insomma, giustamente per Kant, è conditio sine qua non di ogni verità, è indispensabile al conoscere, anzi al pensare, che ad essa deve in qualche modo riferirsi. Alla identità il giudizio deve la sua forza: è l’identità infatti che fa sì che la “sintesi”, di cui il giudizio è kantianamente espressione, sia al di sopra di ogni aggregato empirico e che le conferisce la forma della necessità dell’universalità. Rinunciare all’identità vuol dire perdere ogni possibilità di parlare dando un significato a ciò che si dice per sé e per gli altri.

All’identità come carattere strutturale di ciò che è non si può allora rinunciare, eppure, nella forma dell’ontologia, essa è impensabile. La conclusione di questo discorso è che, nella prospettiva ontologica, il rigore dell’identità porta alla negazione del pensiero, ma al tempo stesso l’abbandono dell’identità porta anch’esso all’impossibilità di pensare e il mondo e lo stesso pensiero. E torniamo finalmente alla questione – posta nelle pagine precedenti – dello scarto tra rigore logico-ontologico e spiegazione del mondo o del divenire, che ha caratterizzato la metafisica occidentale. Costretta fortemente tra una negazione del pensiero come conseguenza del primato assoluto dell’identità e la negazione altrettanto radicale derivante dal suo toglimento, la filosofia ha ripetutamente compiuto nel corso della sua storia quel salto nell’irrazionale, quel passaggio indedotto e indeducibile che le consentisse di tenere insieme, nelle forme più varie e complesse, il valore positivo dell’identità e della non contraddittorietà dell’essere. Basterà, a titolo d’esempio, considerare il concetto di diversità o di distinzione che è stato varie volte proposto, da Platone in poi, come il vero concetto del non-essere: un nulla cioè non più assoluto ma relativo, in grado di sfuggire alle aporie della pura contraddittorietà di essere e nulla. Ma può effettivamente la diversità costituire un valido “compromesso” tra identità e contraddittorietà, capace di tener ferma la prima senza condurre inevitabilmente alla sua impensabilità e senza incorrere nelle aporie della seconda?

In realtà, una volta accettato il presupposto ontologico che concepisce come un assoluto innegabile idem l’essere-pensare, qualsiasi pur dileguante distinzione non può non porsi come un non assoluto, ma dunque come una contraddizione, con tutte le conseguenze aporetiche di cui sopra si è discorso. Del resto come potrebbe presentarsi e vivere nella sua purezza, almeno per un attimo – che del resto qui coincide con l’eternità – la distinzione ad esempio di bianco e cavallo in modo che non vengano confusi, senza che il non-bianco e il non-cavallo intervengano? «La distinzione – dice a questo proposito Scaravelli – per discriminare, deve avere dentro di sé già interna la contraddittorietà onde un termine è il non-essere-l’altro; contraddittorietà che se viene meno rende impossibile alla distinzione stessa di sorgere». Fuori della contraddittorietà, tale per cui ogni termine della distinzione è il non-essere-l’altro, i distinti perdono la loro reciproca relazione di distinzione e diventano ciascuno mero indistinto, privo di significato, impensabile. La contraddittorietà è dunque necessaria perché la distinzione possa essere distinzione; ma è anche vero l’inverso – e lo abbiamo visto -, la contraddittorietà ha bisogno della distinzione per essere contraddittorietà e per non risolversi, nell’atto stesso in cui sorge, nell’identità.

Gli opposti-contraddittori, se non sono tenuti separati dalla distinzione, perdono ogni potere di reciproca opposizione e ogni negato si rivela identico a ciò che dovrebbe negare. Ma – e anche questo lo abbiamo già visto – neppure ciò può essere assunto come un risultato positivo, perché l’identità che così si è ottenuta è anch’essa, come la distinzione e la contraddittorietà, originaria e insieme a sé insufficiente, tale per cui non può abolire distinzione e contraddittorietà perché diviene impensabile, né può fondarle perché essa stessa, infondata, ne dipende. Nella prospettiva ontologica, allora, non vi è spazio per il primato di nessuna di queste categorie: l’originario essere non può venir pensato né come identico, né come diverso, né cone contraddittorio. Né vi è “spazio”, peraltro, per un primato circolare, tale per cui l’essere sia insieme “dialetticamente” identico-diverso-contraddittorio, perché senza risolversi l’una nell’altra, ciascuna categoria dovrebbe già trovarsi dentro l’altra per farla essere, ne dovreebbe costituire cioè l’interna reale sussistenza. Insomma identità, contraddizione e distinzione convengono e si equilibrano in un circolo che nel mutuo inarrestabile rinvio di ciascuna all’altra si mostra inevitabilmente vizioso. E l’essere che in queste categorie dovrebbe trovare espressione si rivela allora impensabile, perché originariamente e intimamente aporetico, tale da rendere impossibile la pensabilità del pensiero che con l’essere – nella prospettiva ontologica – appunto coincide.

Eppure, nonostante questo suo destino di infondatezza e di aporeticità, l’ontologia – come si è detto sopra – è stata storicamente feconda soprattutto in quello che abbiamo detto il suo risvolto “metafisico”, e cioè nella sua capacità, sia pure indedotta e indeducibile, di parlare del mondo, intendendo quest’ultimo termine nel suo significato più ampio. Solo su di un presupposto ontologico, aporetico quanto si voglia, il pensiero occidentale è stato in grado di “parlare” del mondo, di ricondurre a unità esprimibile il variegato darsi delle determinazioni empiriche. Proprio in quanto si era in possesso di un principio di identità cui ricondurre la rapsodicità dell’esperienza – per dirla kantianamente – quest’ultima diveniva pensabile. In altre parole, ogni aggregato empirico diveniva conoscibile proprio nella misura in cui era riportato a un principio che empirico non era. Così nell’ontologia, come pretesa verità del pensare-essere, si esprimeva la necessità di rinvenire o di costruire una conoscenza delle cose che andasse oltre il puro indicibile darsi di esse. E’ anche chiaro che fondare l’unità dell’empiria sul presupposto ontologico, e cioè sul presupposto dell’identità dell’essere-pensare, oltre alla difficoltà preliminare di dover pensare l’identità pura e dedurne la diversità e la molteplicità, incontra anche quella “finale”, ma legata indissolubilmente alla prima, di costruire un mondo in sé chiuso, deterministico, immobile.

E si potrebbe dire allora, in conclusione, che nell’ontologia è implicita insieme la necessità di andare oltre la pura determinazione empirica e, nel suo risvolto metafisico, la necessità per cui fuori delle determinazioni non si dà pensiero. Al tempo stesso, però, questo andar oltre la determinazione empirica che è condizione della pensabilità del mondo, ha costituito anche e costituisce, se concepito in chiave ontologica, lo scoglio insuperabile su cui si infrange e si vanifica la capacità stessa di pensare il mondo. Perché l’andar oltre le determinazioni empiriche, compiuto dall’ontologia, si è sempre anche risolto in un ricondurle alla propria assoluta identica unità, che è di fatto un toglierle alla radice. Questo toglierle, in cui si esprime la rivincita dell’impensabilità del presupposto ontologico, ha dato luogo storicamente a sistemi metafisici che mentre pretendevano – e non potevano non pretendere – di essere ciascuno l’assoluta esplicazione del divenire del mondo (della natura, come dell’uomo e della storia), ne sancivano inevitabilmente l’arresto e l’immobilità. Il divenire infatti, pensato in rapporto all’assoluta permanenza di ciò che è, finiva per essere una pura rappresentazione apparente, un “fenomeno”, la cui verità noumenica restava tuttavia immobile.

Di qui, la storia della filosofia si presenta attraversata da un singolare aspetto di ambiguità: il problema centrale del fondamento, con le sue categorie generalissime, si ripropone, pur diverso nella forma, sempre identico a sé, tale per cui Platone è per questo aspetto non meno contemporaneo di Heidegger; mentre sviluppo (o quanto meno processo) lo si può scorgere realmente solo nei modi in cui, sulla base del presupposto ontologico, sono state pensate le “determinazioni empiriche”. E infatti, se possiamo discutere con piena attualità l’essere parmenideo, non possiamo però non guardare la teoria aristotelica del moto dei cieli come un reperto archeologico.. Del resto, se la filosofia è concepita innanzitutto come ontologia, non vi è dubbio che, ove dal presupposto ontologico possa mai dedursi alcunchè, la metafisica che ne deriva non può non pretendere di essere una spiegazione assoluta di “ciò che è”; mentre ne dovrebbe altresì derivare che non può esservi più di una spiegazione. Solo che, come abbiamo cercato di dire, il passaggio dall’ontologia alle sue conseguenze metafisiche è sempre stato, per forza di cose, il frutto di un salto logico, di un “mistero” irrisolto, che, produttivo storicamente sul terreno della “spiegazione del mondo”, non poteva però, nonostante lo pretendesse, esserne la spiegazione definitiva e necessaria. Insomma, impensabile sul suo proprio terreno, l’ontologia non ha potuto far a meno di piegarsi alle determinazioni e di volgersi in metafisica; ma al tempo stesso non poteva non incontrare la verifica del suo fallimento di fondazione nell’incapacità di andar oltre le determinazioni senza nell’atto stesso toglierle.

Su una simile strada il nesso tra “metafisica” e fondamento ontologico non poteva non indebolirsi sempre di più, fino al punto della loro sostanziale separazione; separazione peraltro non improduttiva poiché la scienza, pur continuando a servirsi degli strumenti logici della razionalità classica, è venuta perdendo ogni pretesa di fondazione e in vario modo affida la sua legittimità al “consenso”, alla “prova dei fatti”, all’utilità dei suoi effetti pratici, alla convenzione; nella consapevolezza, tuttavia, più o meno ammessa e dichiarata, che si tratti comunque di una legittimità “debole”. Per altro verso, la filosofia – quando non perda il significato specifico della sua operazione – sempre più si avvolge nelle proprie difficoltà di fondazione ontologica e sembra voler abbandonare del tutto il suo compito di riflessione sul criterio razionale di spiegazione del mondo, rinchiudendosi nello stretto orizzonte dell’incontrovertibile quanto inattingibile identità dell’essere. Questo divorzio tra fondazione della razionalità e metafisica fattasi “scienza”, che nel loro nesso hanno costituito il nucleo centrale del pensiero occidentale alla ricerca dell’unità del sapere, appare oggi irreversibile. E tuttavia, mentre si prende coscienza di una siffatta divaricazione, l’ontologia continua ad apparire come un inevitabile compito, fuori del quale la filosofia perde il suo senso e la sua ragion d’essere.

Ontologia e domanda sull’essere

La ripresa dell’ontologia in età moderna ha prospettato la domanda sull’essere – che il pensiero classico poneva in sede scientifica come imprescindibile e non problematico fondamento del sapere – sul terreno dell’esperienza esistenziale, ossia come domanda dell’ente-uomo sul suo “derivare” dall’essere, “ritornare” all’essere, “riposare” nell’essere, ecc. «Per quanto profonda possa risultare la non verità in cui vive l’uomo – dice ad esempio Severino – egli è pur sempre l’eterna manifestazione della verità dell’essere […]. La verità dell’essere non sorge e non tramonta e in questo suo eterno apparire risiede l’essenza dell’uomo». L’esistenza dell’uomo è dunque di fatto il «luogo della rivelazione dell’essere», ma la nozione stessa di essere, pur «media e vaga», non è mai posta come tale in discussione. L’inevitabilità dell’ontologia riposa allora, in sostanza, su un’argomentazione di questo tipo: l’essere non si dimostra, ossia, come dice Severino, «l’affermazione che l’essere è costituisce l’immediatezza, l’originarietà del logo», rivelantesi nell’esistenza dell’uomo. La proposizione che enuncia l’essere dell’essere sarebbe innegabile, nel senso almeno che non può essere superata o trascesa: qualunque concetto si enunci, non può che risolversi nel ribadimento dell’impossibilità che l’essere non sia l’essere. E infatti la stessa negazione dell’essere comporta l’ammissione che qualcosa sia, in questo caso appunto la negazione dell’essere: si ritorna, in altre parole, alla questione di che cosa sia l’essere di questo essere (la megazione) che nega l’essere.

Questa argomentazione, però, piuttosto che dimostrare l’identità di essere e pensare, e cioè che ogni pensiero è in quanto tale un essere, non fa che riproporre o meglio ripetere ciò che si era presupposto: l’essere è. Solo dopo aver presupposto e anticipato che l’essere è, ogni dire diviene un essere e si risolve – come per altro si è visto – in una impossibilità di dire e pensare. Ma in questo presupporre non vi è nessuna necessità – e sulla questione torneremo ancora – mentre vi ritroviamo ribadite le aporie dell’ontologia di cui si è già più volte discusso. Se il pensiero-essere è originaria identità incontrovertibile, in nessun modo da esso può scaturire altro da ciò che il pensiero-essere è: e cioè identità. Ma allora nel dire ciò che di per sé è indicibile e inarticolabile non si può non uscire, sia pure per un attimo (e subito irrompe il problema del tempo, dello spazio, del molteplice, del diverso e così via) dalla perfetta identità. Uscire dall’identità per farvi ritorno presuppone a un tempo l’identico e il diverso e dunque ancora una volta l’ “originarietà del logo” – che per definizione esclude presupposti tra loro contraddittori – è perduta.

Il “senso dell’essere”, allora, e l’ “immediatezza del logo” in cui si esprime, non possono mai dar luogo positivamente alla domanda e al problema dell’essere (e dunque stricto sensu all’ontologia). Perché domanda (o problema) dell’essere possa costituirsi, non possiamo non introdurre nell’identità originaria una “eccezione” e una “sospensione” che aprano spazio e tempo alla realtà della domanda. Ma questa sorta di spazio e tempo, in cui la domanda verrebbe a collocarsi, in che relazione può mai essere con l’identità originaria dell’essere che è, e che in quanto tale non ammette né spazio né tempo distinti da sé? Eppure, se vi è domanda sulla realtà assoluta, quest’ultima deve poter ammettere – contraddittoriamente – una sospensione, un’eccezione alla sua assolutezza. E ancora una volta ci troveremmo di fronte a un’assoluta identità, che per essere indagata, pensata, detta, deve aporeticamente porsi in relazione con altro da sé, ma un altro di cui non sapremmo vedere né l’origine né la legittimità. L’identità originaria, insomma, resa relativa dalla domanda che la indaga, non è più identità originaria, e la domanda cui è venuto meno l’originario, di fronte alla quale cioè l’originario come tale non può non dissolversi, non è più domanda sull’ “originario”. Il rigore della prospettiva ontologica esige che la domanda (e il pensiero) sull’originario coincida con questo assolutamente, o altrimenti occorre dare congedo alla coerenza della ricerca sull’originario. L’identità di domanda-pensiero-essere appare in questa prospettiva come ineffabile, come negazione di ogni dire significante, e dunque come non-pensiero.

L’evidenza logica del pensare

Il risultato ultimo dell’ontologia, allora – lo abbiamo ripetuto forse troppe volte – è la negazione del pensiero. Eppure il pensiero appare immediatamente come assoluta impossibilità di non-pensiero: al pensiero è vietato di non pensare, poiché ogni negazione del pensiero è, nell’atto stesso, ribadimento del pensiero. Non è possibile dire la negazione del pensiero se non pensando e questa semplice evidenza logica trova del resto conferma nell’esperienza esistenziale di ciascuno: l’assenza del proprio pensiero (ma dunque del pensiero tout court), il tacere di esso, è concepibile solo come “morte”. Ma la morte, a sua volta, è pensabile esclusivamente come un “fatto”, come un accadimento empirico estrinseco, non come la propria attuale morte, che è concepibile solo come pensiero di chi vive e dunque pensa. L’essere che si dice e che si pensa in sede ontologica, allora, l’essere su cui si pone la domanda, non è altro che un concetto a cui, in quanto tale, non possiamo assegnare alcuna consistenza di realtà ontologica. Ogni dire l’essere, non è un essere né tanto meno l’essere, ma appunto semplicemente un dire, un pensare. Per cui proprio mentre si dice che l’essere è innegabile, che è impossibile che l’essere non sia, ciò di cui si afferma l’innegabilità è solo il pensare.

Quando in sede ontologica si enuncia l’essere come suprema, originaria identità, in realtà si enuncia solo il pensare, poiché, come abbiamo visto, la “suprema” identità è proprio l’impossibilità di negare il pensiero, se per identità vogliamo qui intendere ciò che è incontrovertibile. Ma questa suprema incontrovertibilità del pensare non può esser posta come un essere, perché appunto è solo pensata, e l’impossibilità di trascenderla da parte del pensiero è un’evidenza logica, non ontologica. E’ chiaro infatti, da quanto detto sin qui, che logica e ontologia sono lo stesso solo sul presupposto – in sé, abbiamo visto, aporetico – dell’dentità di essere e pensare. Pensare l’essere – una volta che quel presupposto sia tolto via come ingiustificato – significa ora semplicemente pensare, significa cioè necessario riconoscimento del darsi intrascendibile dell’operare logico, al quale non può essere assegnato alcun valore ontologico. E in quanto il presupposto ontologico dell’identità di pensiero ed essere si è svelato impossibile e contraddittorio, non si può dire neppure che questo operare logico sia, nella forma ad esempio dell’ente, così come l’ontologia lo ha tradizionalmente concepito (ossia come relazione con l’essere, o come termine della differenza ontologica, e così via), poiché la sua incontrovertibilità e intrascendibilità è esclusivamente logica. In caso contrario, infatti, il pensiero dovrebbe essere concepito come una sorta di Dio “creatore”, il cui dire è un porre in essere da parte dell’Essere, ma la difficoltà acutissima di pensare secondo ragione già un simile concetto di “creazione”, vero nodo cruciale del pensiero cristiano, è ben nota e qui tralasciamo di discuterla.

Se il pensiero fosse concepito come immediatamente identico all’essere, ogni pensato sarebbe per ciò stesso sostanza, essere, cartesianamente sarebbe res, senza nessuna possibilità più di distinguere dal pensiero-essere ciò che si pensa, in quanto pensiero e pensato verrebbero a identificarsi nella ineffabile identità dell’originario essere. Ma – giova forse ripeterlo ancora una volta – l’intrascendibilità del pensiero, come impossibilità della sua negazione, è logica e non ontologica, per cui il pensiero non può essere concepito come sostanza o già – a questo primo livello di riflessione – come soggetto: infatti ciò che realmente si rivela intrascendibile è l’operare logico in generale, onde piuttosto che di pensiero – termine che immediatamente richiama quelli di soggetto, di sostanza, di essere – si parla qui, per ora, di pensare. L’intrascendibilità del pensare, insomma, non è un essere, né tanto meno l’essere, ma coincide con l’impossibilità logica di negare l’operare logico. Un pensare dunque che si dà necessariamente – ma secondo una necessità logica e non ontologica – senza che di esso si debba (o si possa) porre né la sua identità con l’essere né la sua differenza ontologica dall’essere. Nel paragrafo 484 di Der Wille zur Macht, Nietzsche, riprendendo la critica di Hume al principio di causalità, scrive: «Affermare che, quando si pensa, ci debba essere qualcosa che pensa, è semplicemente una formulazione delle nostre abitudini grammaticali, che là dove si dà un’azione, pongono un agente». In realtà, questa che Nietzsche chiama un’abitudine grammaticale, è piuttosto un’ “abitudine ontologica”.

Presupposta infatti l’evidenza dell’imperativo parmemideo secondo il quale “l’essere è ed è impossibile che non sia”, tutto ciò che “si dà”, per il fatto stesso che il logos lo enunci, non può non essere, o altrimenti il logos, dovendo tacere, è aristotelicamente “simile a un tronco” . Presupposto l’essere come innegabile, tutto «è» – dice Severino con giustificata radicalità – tutto «riposa nell’essere», è eterno cioè e immutabile anche quando sembra transeunte, dominato dal ritmo dell’apparire e dello scomparire. Ma poiché, pur nella onnicomprensività dell’essere eterno e immutabile, si introduce surrettiziamente e insieme inevitabilmente la differenza – il logos che dice l’essere pur coincidendo identicamente con l’essere; gli enti che pur essendo eterni e immutabili non “appaiono” tali, e così via – ecco che inevitabilmente ma surrettiziamente si perviene alla duplicazione dell’essere e dell’identità. Per cui l’essere è sì identità atemporale e immutabile, ma è anche in sé agente e azione, soggetto e oggetto, causa ed effetto. E allora si capisce perché Aristotele che, come dice Scavarelli, «pur ha fede nella assoluta purezza della identità e che basa su di essa e sulla sua efficacia fugatrice di ogni contraddizione tutto l’edificio della sua metafisica, […] è costretto a concepire l’assoluto come tale che pensa un sé sempre provvisoriamente altro da sé che tocca e trasforma in sé». Insomma, quella che per Nietzsche è – humeanamente – una abitudine grammaticale, si rivela il risultato necessario e insieme necessariamente aporetico che scaurisce dal groviglio contraddittorio del presupposto ontologico.

Segue Paola Rodano (pp.23-31)

Perché il pensare e non invece l’essere? Una prova per confutazione

Ci si potrebbe a questo punto rivolgere un’obiezione: in risposta alla presupposizione dell’essere, e alla sua fondazione vanamente perseguita dalla tradizione ontologica del pensiero occidentale, si avanza qui un altro presupposto (il darsi del pensare come “evidenza logica”) che a prima vista non sembra godere di maggiori giustificazioni. Insomma, parafrasando Heidegger, l’obiezione potrebbe suonare così: «perché il pensare, e non invece l’essere?». Come si può vedere, una simile obiezione contiene due distinte questioni, che vanno indagate separatamente:quella della qualità del presupposto e quella, ad essa collegata ma insieme distinta, dell’autofondazione dello stesso presupposto. Sul problema dell’autofondazione, in realtà, ci siamo – ci pare – già sufficientemente fermati, e abbiamo visto come ogni tentativo di pervenire in sede ontologica a un cominciamento assoluto e incontrovertibile non possa non risolversi o nella negazione del pensiero stesso (peraltro assurda) o nella perdita di ciò che si perseguiva e cioè l’autofondazione. Identificato l’originario con l’essere, questo diviene impensabile. E dunque impensabile si rivela lo stesso logos che con l’essere identicamente dovrebbe coincidere. Tolta allora la possibilità dell’autofondazione, l’essere ci è apparso non più come l’incontrovertibile, ma come un presupposto che, assunto e tenuto fermo con rigore, conduce a insuperabili aporie.

E tuttavia un risultato positio della critica dell’autofondazione ci sembra di averlo colto, proprio là dove la possibilità di un cominciamento assolutamente originario si è rivelata in sé contraddittoria: “cominciamento”, “originario”, “fondazione” (e “autofondazione”) sono tutti termini che implicano e fanno irrompere l’altro da sé, che alludono a una “prosecuzione”, e cioè a uno svolgimento nel tempo. Non vi è cominciamento, se non di ciò che poi da esso si distende diversificandosi, allontanandosi, per essere ciò che appunto da quel cominciamento ha avuto inizio. E’ evidente però che in sede ontologica la locuzione “fondamento assoluto” (o autofondazione originaria) si vanifica in se stessa proprio in virtù del fatto che in linea di principio l’assolutezza esclude ogni dimensione temporale e ogni pur minima diversità che tale assolutezza incrini; e così il termine “fondamento” non può non perdere il suo significato specifico: se di fondamento si tratta, infatti, è comunque certo che su di esso nulla realmente si fonda; fondamento e fondato si rivelano ancora una volta così radicalmente identici (e ci si perdoni qui una tale enfatizzazione dell’identicità) da non poter essere distinti, e dunque da non poter dare luogo a nessuna “scienza”, a nessun pensiero.

Se per un verso, allora, la ricerca del cominciamento assoluto, dell’originario, dell’autofondazione appare come una necessità irrinunciabile della riflessione ontologica – tolta la quale è la filosofia stessa che viene meno al suo compito di verità – per altro verso, poiché il cominciamento coincide assolutamente con ciò che da esso dovrebbe appunto avere inizio, con il fondato o il cominciato, la sua ricerca è impossibile. E’ chiaro infatti che, a sua volta, la stessa ricerca non può in nessun modo costituirsi, presa in un ritmo di progressivo annichilimento di cui non si riesce a vedere il punto di arresto. Insomma parlare di autofondazione dell’originario o è un parlare metaforico – e allora dov’è più il rigore necessitato della filosofia? – oppure, tenuta ferma l’esigenza del rigore razionale, si svela essere un parlare contraddittorio, che esprime altro da ciò che vorrebbe. Forse più modestamente, ma certo più rigorosamente, ci si dovrà accontentare di presupporre l’alcunchè – per dirla con Hegel – da cui «si deve incominciare la scienza». Ed eccoci finalmente all’altro corno dell’obiezione. Stabilito che si tratta comunque di «incominciare la scienza» da un presupposto, dobbiamo cercare di dimostrare per quale motivo l’unico presupposto possibile della filosofia, il vero cominciamento non assoluto, debba essere il pensare e non l’essere.

A una prima riflessione, può sembrare che presupporre l’essere e presupporre il pensare siano operazioni logicamente equivalenti, in quanto ambedue – proprio per la loro riconosciuta natura di presupposti – non dovrebbero pretendere una dimostrazione assoluta, una vera e propria fondazione. Se il presupposto è in quanto tale indimostrabile, in base a quale criterio sarà possibile scegliere l’uno piuttosto che l’altro, e come, una volta che la scelta fosse comunque compiuta, sarà possibile difenderlo di fronte a coloro che, appunto per la sua indimostrabilità, lo negassero? A una domanda siffatta si può tentar di rispondere in questo modo: tenendo ferma l’impossibilità di una dimostrazione assoluta, capace cioè di dar conto della necessaria ragion d’essere di tutto ciò che entra nell’argomentazione (e dunque capace nell’atto stesso di scalzare ogni presupporre fin nei suoi più remoti residui), il presupposto per essere “accettabile” - e ci si passi, per il momento, questa espressione – dovrà presentarsi alla mente, cartesianamente «attenta e libera da pregiudizi», come qualcosa di così elementare e di così evidente, da non poter essere negato. La “validità” del presupposto. dunque, riposerà essenzialmente sulla sua “semplicità”, per cui, se certo non potrà mai dare risposta circa la sua fondamentale ragione d’essere, sarà tuttavia in grado di mostrarsi innegabile e in questo senso – ma solo in questo – autosufficiente.

Ma è chiaro che la semplicità e l’evidenza di ciò che si presuppone alla riflessione filosofica, in quanto semplicità ed evidenza di un presupposto e non di un fondamento, non potranno essere a loro volta in assoluto dimostrate. Ci si dovrà limitare quindi a “confutare” gli eventuali oppositori. Come è noto, la confutazione ha il compito di far vedere a coloro che negano l’ipotesi in questione, come essi cadano in una serie assurda di contraddizioni dalla quale non c’è modo di salvarsi. La contraddizione, cioè, pur non essendo in grado di fornire – lo mostra bene Aristotele – una dimostrazione vera e propria dell’ipotesi, è tuttavia in grado di dimostrare – come vedremo – la semplicità e l’evidenza di un presupposto, là dove questo abbia effettivamente tali caratteri. Tramite la “confutazione” del suo oppositore, in altre parole, il presupposto dovrà rivelarsi capace di togliere la sua negazione senza per ciò perdere la propria semplicità ed evidenza.

A proposito della validità dimostrativa della confutazione, occorre a questo punto offrire qualche chiarimento. In che senso infatti si può dire che negare la negazione di un’ipotesi non è una dimostrazione dell’esistenza necessaria dell’ipotesi stessa? Dimostrare che “non-A” è assurdo, perché internamente contraddittorio, può in altre parole costituire prova che “A” debba essere accettata necessariamente? Dice giustamente a questo proposito Scaravelli: «chiudere i portoni di bronzo della contraddittorietà, mostrandone l’assurdo, non è dimostrare la validità dell’identità, non è dimostrarne l’esistenza. E non è dimostrarne l’esistenza perché il metodo dimostrativo su cui si fa leva è quello della “dimostrazione per assurdo”; e la dimostrazione per assurdo non fonda l’identità, ma si basa su di essa». La dimostrazione analitica della contraddizione, la dimostrazione cioè della sua assurdità, rigorosamente porta solo alla dissoluzione della contraddizione (ammesso e non concesso che ciò sia possibile), ma non obbliga ad accettare l’identità. Posto che “x” sia la contraddizione di cui per ipotesi si sia dimostrata l’assurdità, ciò che resta di fronte agli occhi della ragione (e non, per esempio, di una non meglio identificata intuizione) non è l’identità, ma il semplice, indeterminato non di “x”, il non della contraddizione.

E questo semplice non potrebbe essere determinato, individuato come identità, solo se, precedentemente, l’identità fosse stata dimostrata come identità e come opposta alla contraddizione (se, in altre parole, la dimostrazione della relazione contraddittoria tra “x” e il non di “x” avesse preceduto quella dell’assurdità di “x”, ma dunque se il non di “x” avesse già risolto la propria indeterminatezza nell’identità determinata di “non-x”, se infine l’identità fosse stata già dimostrata). Ma abbiamo già visto che l’identità non può venir dimostrata servendosi esclusivamente dell’identità, e quindi, dal momento che la pura identità ci sfugge, non può non sfuggirci il suo opporsi alla contraddizione. Ecco perché confutare l’oppositore dell’identità non ci costringe ad accettare l’esistenza necessaria dell’identità. Se così può sembrare una singolaree affermazione quella che rifiuta l’esistenza necessaria di ciò che non può essere negato, questa “singolarità” si rivela ancora una volta come il frutto di “un’abitudine ontologica”: solo chi abbia già fede – e il termine qui va inteso nel senso forte di credenza a-razionale e cioè priva di ragioni – nella assoluta identità di essere e pensare, può sentirsi costretto ad accettare come un essere necessario ciò che non può essere negato. Ma ove questa fede nell’identità di essere e pensare (o nell’identità tout court, che è lo stesso) si sveli per ciò che è, ossia fede in un presupposto in sé aporetico, è chiaro che la semplice negazione, comunque argomentata, di uno dei contraddittori non può costituire prova della necessità dell’altro (a meno che, e qui però il circolo si fa veramente vizioso, non si siano in precedenza dimostrate sia l’identità che il suo opporsi alla contraddizione).

Tornando ora alla questione della legittimità del presupposto come cominciamento della filosofia, abbiamo detto che attraverso la prova della confutazione un tale presupposto dovrà non solo essere in grado di tenersi fermo di fronte alla sua negazione (senza con ciò pretendere validità assoluta), ma, nell’atto stesso, dovrà essere in grado di ribadire la sua semplicità e la sua evidenza. Vediamo ora come rispondono alla prova della confutazione ciò che abbiamo chiamato il “presupposto ontologico” e il “presupposto logico”. Prendiamo innanzitutto le mosse dal “presupposto ontologico”, da ciò che Severino definisce la «verità originaria dell’essere». Un tale presupposto si riassume in questa formula: l’essere è e non può non essere, ossia l’essere è negazione del nulla o, ancora, il positivo si oppone al negativo. «L’affermazione dell’opposizione, ossia l’opposizione [dell’esse e del non-esse, del positivo e del negativo] è il fondamento di ogni dire Se questa opposizione non viene pensata non si costituisce alcun pensiero […]. Nel suo manifestarsi l’essere viene incontro dominato dalla legge che lo oppone al non-essere». L’eventuale negatore dell’opposizione – spiega Severino – può negare l’opposizione solo se, a suo modo, afferma l’opposizone. Infatti come negatore dell’opposizione non può non opporsi, a sua volta, ad ogni altro dire che affermi l’opposizione.

L’eventuale negatore dell’opposizione non può non opporsi, a sua volta, ad ogni altro dire che affermi l’opposizione e quindi per poter negare l’opposizione deve innanzitutto affermarla. L’opposione di positivo e negativo (di essere e non essere) si rivela così come il vero fondamento anhe della negazione dell’opposizione. Il pensiero insomma – ancora secondo Severino – afferma sempre la legge dell’essere (ossia dell’opposizione dell’essere e del non essere) anche quando pretenda di ignorarla o di negarla Come si vede, l’argomentazione severiniana che qui abbiamo rapidamente riportato, in parte semplificandola, si presenta come una ripresa dell’élenchos aristotelico, che del resto Severino riconosce come il solo merito teoretico dello Stagirita. Riassumendo ulteriormente, da un lato l’opposizione di essere e nulla è per sé nota, dall’altro la negazione dell’opposizione si toglie da sola, in quanto svelandosi in sé contraddittoria ribadisce l’opposizione stessa L’unica alternativa a un tale circolo argomentativo è “non dire”, non pensare, essere cioè aristotelicamente simili a un tronco. Il destino di ogni negazione dell’opposizione è di essere sempre l’opposto di ciò che intende dire.

Fin qui la dimostrazione elenchica del presupposto ontologico quale si presenta nel pensiero di Emanuele Severino, che abbiamo riassunto – e crediamo con buone ragioni – come espressione rigorosa, radicale e insieme emblematica di una posizione ontologica seriamente intesa e perseguita. Si tratta ora di vedere se questa argomentazione confutativa raggiunga il suo scopo. Abbiamo già discusso, poco sopra, la legittimità di una utilizzazione della confutazione elenchica come dimostrazione positiva di un’ipotesi e abbiamo visto perché, a nostro parere, non sia sufficiente screditare la contraddizione per affermare la necessità dell’identità dell’essere e della sua opposizione al non-essere. Non torneremo ancora su questo argomento, e non sottoporremo l’élenchos severiniano a una critica di questo tipo. Il nostro intento ora, infatti, non è tanto quello di indagare la necessità del presupposto ontologico – pure se indubbiamente questo è anche, anzi soprattutto, lo scopo di Severino e più in generale dell’ontologia – quanto piuttosto di verificare la semplicità e l’indubitabilità di ciò che viene presentato come il “di per sé noto”, come il “fondamento” puro e indubitabile “di ogni dire”.

Ora cercheremo di dimostrare come ciò che nell’ontologia viene presentato come assolutamente semplice e immediato – “l’essere non è il non essere”, “il positivo non è il negativo”, cosa mai può esservi di più ovvio? – si rivela invece, a un’analisi più adeguata («se non si chiudono gli occhi ma si tengono bene aperti», secondo Scaravelli) tutt’altro che evidente e indubitabile. Nella presupposizione dell’essere – come identico alla negazione del non-essere e al logos che ne è “l’originaria manifestazione” – è presupposto di necessità tutto ciò che si pretende di dedurne discorsivamente. E infatti quando il logos, manifestando la verità originaria dell’essere, enuncia l’essere, non dice semplicemente “essere”, ma nell’atto stesso lo dice identico alla negazione del nulla e identico al suo stesso dirlo. Ora la singolarità di questa situazione è che da un lato “pensiero” e “negazione-del-non-essere” sono detti nell’originario come identici all’essere (sono l’essere stesso), tali per cui non vi è differenza neppure dileguantesi (né qualitativa, né quantitativa, né temporale) tra essi e la purezza dell’essere. E tuttavia, perché si abbia una qualche forma di argomentazione del presupposto originario (perché insomma questo originario essere possa esser detto e dar così luogo al sorgere stesso della filosofia, ossia alla manifestazione originaria dell’essere stesso), il pensiero – identico all’essere – deve pur “significare” come pensiero e non come essere; e quel nulla, che viene negato e la cui negazione è, ancora, identica all’essere, deve pure in qualche modo “significare” come nulla.

Il presupposto ontologico, allora, è inevitabilmente in sé molteplice e perciò contraddice la sua pretesa semplicità; è un presupporre l’identità di tre momenti: essere, pensiero, negazione-del-nulla. Ma o questi tre momenti sono realmente identici, e allora non sono più tre ma uno, e il presupposto ontologico non è più dicibile, essendo davvero ridotto suo malgrado al tronco di aristotelica memoria: oppure essere, pensiero e negazione-del-nulla significano realmente ciascuno in modo diverso, e in questo caso ciò che appariva nella sua formulazione immediata come un presupposto semplice e autoevidente – l’essere è e non è nulla –contiene ben cinque distinti presupposti, per giunta tra loro escludentisi: l’essere, il pensiero, la negazione del nulla, la loro identità e insieme il loro positivo autonomo significare. Come si anticipava sopra, la presupposizione dell’essere deve originariamente contenere, come egualmente presupposto, tutto ciò che si pretende dedurne mediante l’argomentazione. Eppure - sostiene il difensore del presupposto ontologico e dell’identità originaria – colui che voglia realmente negare l’evidenza dell’identità e della necessità dell’essere come opposto al nulla, non può riuscire a costituire nessun pensiero: «un tale, in quanto tale, sarebbe già simile a un tronco». In questo ridurre l’avversario della “verità dell’essere” a un tronco si nasconde tuttavia, a parer nostro, una sottile rete di “ricatto”.

Si tratta allora di non cedere al ricatto, di svelarlo - per dirlo col linguaggio dei giocatori di poker - come il bluff che in realtà è, e insomma di andare a “vedere” che cosa propriamente significa “essere simile a un tronco”. Si tratta di compiere un’analisi “razionale” proprio di questo “essere simili a una pianta”, che da Aristotele a Severino ha sempre preteso di rappresentare il termine non ultra quem dell’indagine razionale, ciò di fronte a cui si è costretti a tornare indietro e a concedere udienza alle ragioni di chi enuncia la “verità dell’essere”; con l’ovvia conseguenza che quel che appare come una concessione minima – non rifiutarsi di dire, e così sfuggire alla minaccia di essere “materia bruta” – è in realtà un concedere tutto, perché è un riconoscere di fatto l’identità come fondamento ultimo e incontrovertibile. Se invece provassimo per un momento a prendere in esame questo assoluto annullamento della identità, per vedere dove una tale operazione ci conduca? Essere simili a una pianta, per Aristotele, è l’immagine di chi «non dice nulla», di chi, «in quanto non ragiona, non ha ragioni di nulla», di chi insomma non pensa. Ora, generalmente, una tale situazione, il trovarsi cioè di fronte a un confutatore che nella sua radicalità rifiuti semplicemente di articolare qualsiasi pensiero, è stata sempre respinta con una certa qual sufficienza, come qualcosa di abnorme e di così evidente insensatezza da non meritare seria considerazione. E invece è proprio qui, è proprio nel porre a problema l’assurdità del non pensare, che ci è possibile pervenire a quello che riteniamo il vero “cominciamento” della filosofia.

A veder bene sarebbe possibile “essere ridotti a un tronco” solo nell’ipotesi che fosse realmente concepibile la negazione del pensare. Ma il pensare – lo si è già detto, eppure qui occorre ripeterlo – non si può negare, perché un tale negare (come del resto ogni negare) che cos’è a sua volta se non un pensare? E’ infatti impossibile impedire al pensare di darsi come pensare, ed è questo il presupposto da cui non si può non partire. Ora, a differenza del presupposto ontologico, che abbiamo visto suddividersi e moltiplicarsi in più presupposti, tutti necessari e insieme tra loro contraddittori, il presupposto logico (l’intrascendibilità del pensare) si ribadisce semplice ed evidente anche di fronte a un eventuale confutatore che pretendesse negarlo. Per negare il pensare, l’avversario del presupposto logico dovrebbe comunque pensare e dunque dovrebbe nell’atto stesso pensare che il pensare si dà necessariamente. Anzi, lo stesso negatore del presupposto si dà come un pensare. Né il confutatore può autoridursi “a tronco”, può rifiutarsi cioè di pensare, perché anche questa operazione si svela essere una (impossibile) negazione del pensare, ma deve da sempre essere un tronco, e cioè assenza di pensiero, ma dunque da sempre non può confutare alcunchè. Infatti o il confutatore del presupposto logico semplicemente non si dà, e allora il darsi del pensare di fatto non è sottoposto a confutazione; oppure, una volta sorto, il confutatore non può più “autoridursi a tronco”, dal momento che un’operazione di questo genere non comporta semplicemente, da parte sua, un rifiuto del confronto (e dunque un cedere le armi di fronte all’avversario), ma il rifiuto – assolutamente impossibile – di pensare: rifiutarsi di pensare è ancora una volta un atto di pensiero. Una volta comparso il confutatore “provvisto di ragioni”, la negazione del pensare non può che confermarsi come pensare.

E qui vediamo come quella difficoltà di identificare – in sede ontologica – il pensare e l’essere, viene a cadere: non solo non vi è identità tra essere e pensiero che quell’essere pensa, ma al contrario il pensare si pone come fondamento-presupposto di ogni discorso sull’essere. E del resto, cos’è mai il presupporre se non, ancora una volta, un pensare? Se di originario allora vogliamo pur continuare a parlare – anche se fuori di ogni pretesa di autofondazione – dobbiamo dire che il vero originario della filosofia è il darsi stesso del pensare non come ciò che necessariamente è, ma come ciò che necessariamente si dà come pensare. In questa prospettiva non è possibile che l’avversario della “verità dell’essere” sia simile a una pianta: ciò gli è vietato radicalmente dal suo non potersi negare come pensare. Non è così la “verità dell’essere” che si afferma per semplice “cessione delle armi”, quanto piuttosto è il darsi del pensare che risulta necessariamente intrascendibile. La confutazione, nel caso del presupposto “logico”, mostra come il pensare sia in grado di togliere la propria negazione ribadendo al tempo stesso la sua semplicità di pensare.

Da questa riflessione sulla legittimità della confutazione e sui suoi risultati, si può trarre una prima conseguenza, che investe il problema della validità del principio di contraddizione. Nella evidenza (e semplicità) dell’impossibilità di negare il pensare – intesa rigorosamente come evidenza logica e non ontologica – o meglio, nel ribadimento del pensare da parte della sua negazione, il principio di contraddizione (ossia l’impossibilità della coesistenza dei contraddittori) riceve, ci sembra, un suo spazio di pensabilità. Nella prospettiva ontologica- si ricorderà – l’impossibilità a costituirsi degli opposti contraddittori sanciva a un tempo l’impossibilità di costituirsi anche del principio di contraddizione: l’essere, nel suo porsi originario, deve negare un nulla (o il nulla, che è lo stesso), il quale per poter essere negato deve a sua volta “ontologizzarsi”, deve essere e non esser nulla, con la conseguenza che la vera opposizione di essere e nulla non si riesce mai a stringere. Nella prospettiva “logica”, invece, la negazione del pensare non ha bisogno, per istituirsi, di un “oggetto” diverso da sé (e dunque, sia pure per un istante logico-temporale, di un altro o di un opposto), perché tra pensare e negazione del pensare non passa, a questo livello di riflessione, alcuna differenza: negare il pensare è pur sempre un pensare. E quindi, nell’ambito del presupposto logico del filosofare, la contraddizione si rivela realmente impossibile, certo proprio perché gli opposti contraddittori non riescono a istituirsi, senza che ciò comporti tuttavia la ineffabilità del presupposto stesso: in altre parole, la contraddizione non può darsi, in quanto necessariamente si dà solo il pensare. Ma sul tema della contraddizione e della sua impossiblità avremo modo di tornare ancora.

Segue Paola Rodano (pp.31-42)

La discorsività

Riprendendo ora il filo del nostro ragionamento: in quanto incontrovertibilità non trascendibile, il pensare non può essere concepito come un essere, ossia come un pensare “che è”, ma soltanto come il darsi necessario, non suscettibile di negazione, dell’operare logico in generale. Se del pensare si può dire in generale che è un operare logico, è chiaro che esso non può essre espressione di una sola categoria logica, e che non vi sarà quindi categoria logica in grado di esprimerne, da sola, la costituzione. E anche per questa via si vede come sia assurdo parlare di identità di pensare e essere. Del resto, abbiamo visto anche che il pensare, in quanto consiste tutto nell’operare mediante concetti, in quanto si risolve cioè senza residui in questa attività, non può distinguersi ontologicamente da tale operazione; e in questo senso si ribadisce la ragione per cui piuttosto che di “pensiero” si parla qui di “pensare”. Ora il pensare, se è propriamente un puro operare logico, è innanzitutto relazione tra concetti o di concetti: si ha da pensare, in senso proprio, in quanto si “discorre” da un concetto a un altro. Abbiamo visto infatti come ogni concetto, considerato nel suo astratto isolamento da ogni altro concetto (persino l’identità espressa dalla formula A = A), finisca per determinare la non pensabilità del pensare (proprio ciò che qui si è dimostrato impossibile): ciascun concetto è pensabile solo se è posto in una relazione discorsiva e solo così può darsi il pensare. Se dunque si tiene ferma la incontrovertibilità del darsi del pensare come operare logico, quest’ultimo, per non dare luogo ad esiti aporetici e impensabili, dovrà essere inteso come discorsività. Non nel senso tuttavia che i concetti siano ontologicamente distinguibili da un soggetto-pensare che li ponga in relazione tra loro, o che trascorra dall’uno all’altro di essi – in questo caso i concetti “sarebbero” per sé sussistenti di fronte al pensare e prescinderebbero da esso – ma in quello invece che il loro stesso darsi come concetti coincide totalmente con la relazione discorsiva degli uni agli altri, in ciò costituendo propriamente quel che intendiamo con il termine “pensare”.

Il pensare si dà (né può non darsi) come relazione discorsiva di concetti e a loro volta questi si possono dare solo nella loro reciprocità di relazione logico-discorsiva. Qui sembra per la verità ricostituirsi in qualche modo quell’impossibilità di pensare il pensare, che già ci si è presentato come il carattere specifico della prospettiva ontologica: sembra cioè riproporsi un vero e proprio circolo vizioso: da una parte il pensare è pensabile solo come relazione di concetti, dall’altra questa stessa relazione, che il pensare è, è insieme istitutiva di quei concetti della cui interrelazione è costituita. Insomma, a rigore, né la relazione discorsiva può precedere i concetti – in quanto di cosa mai sarebbe relazione? – né i concetti possono precedere la relazione discorsiva, poiché appunto nessun concetto è pensabile a sua volta “fuori” o “prima” della relazione discorsiva stessa. Per affrontare questo problema che prima facie appare senz’altro irresolubile, e per poter quindi andare oltre nella nostra riflessione, dobbiamo richiamare alla nostra attenzione quello che poco sopra ci è apparso come un punto fermo, un risultato positivo, al di là delle difficoltà che esso comunque comporti (e che certo dovranno essere affrontate): il presupposto, evidente, semplice e innegabile, della riflessione filosofica è il darsi intrascendibile del pensare, è l’impossibilità di negare il pensare, in quanto tale negazione coincide con il ribadimento del pensare discorsivo stesso. In conclusione è incontrovertibile che il pensare non può non darsi, e che questo darsi è necessariamente discorsivo. Si tratta ora di vedere che cosa, su un simile assunto, è possibile costruire.

E’ anzitutto da esaminare che cosa significhi propriamente discorsività, e come sia pensabile quell’operare logico, quella relazione di concetti, in cui abbiamo individuato la costituzione essenziale ed elementare del pensare stesso, dal cui darsi appunto è impossibile prescindere. Dopo la critica al concetto di identità così come viene visto e argomentato in una prospettiva ontologica, dopo che l’identità ci si è rivelata un concetto anch’esso relativo e discorsivo, dobbiamo ora domandarci se e come si giustifica, rendendosi razionalmente dicibile, una discorsività che neghi di principio la pensabilità dell’identità assoluta. Occorre cioè indagare su che riposa la necessità della relazione tra concetti, come condizione del darsi dei concetti stessi, ossia del pensare in quanto tale. E la difficoltà, come si ricorderà, sta nel fatto che a nessuna delle categorie che qui vengono fatte intervenire (necessità, relazione, pensare, ecc.) si può assegnare un carattere di preminenza “ontologica”, con il che saremmo inevitabilmente ricondotti in quella prospettiva di pensiero da cui, faticosamente, stiamo cercando di trarci fuori.

Un tale compito appare tanto arduo quanto ineludibile. Presupposta come assolutamente imprescindibile per ogni riflessione la necessità del darsi del pensare, e tenuta ferma al tempo stesso la critica della prospettiva ontologica, abbiamo visto che ogni concetto risulta pensabile solo nella sua relazione a un altro concetto. Una tale relazione logico-discorsiva tra concetti implica il darsi, il passare o il discorrere appunto da A a B (o da A ad A, che come si è visto è lo stesso) di una molteplicità relata di concetti. Se concepire l’identico in una rigorosa accezione ontologica conduce inevitabilmente alla sua impensabilità e alla negazione dello stesso pensare; e se, per altro verso, l’impensabilità del pensare è di fatto e di necessità veramente impossibile, il darsi intrascendibile del pensare come discorsività implica un’originaria coincidenza del darsi del pensare con la diversità-molteplicità dei concetti. Solo che diversità e molteplicità (i termini possono ancora essere assunti qui come sinonimi) non debbono essere concepite come temporalmente e cioè ontologicamente precedenti il pensare discorsivo stesso: è infatti fin troppo chiaro che ove la diversità fosse posta a fondamento ontologico del pensare, non potrebbe non rivelarsi – come si diceva nelle pagine precedenti – identica all’identità, facendoci ricadere in pieno nelle aporie insuperabili della riflessione ontologica.

E allora forse non sarà inutile ripetere ancora una volta che quella di cui qui stiamo discutendo e di cui cercheremo di verificare la pensabilità è l’evidenza logica del pensare discorsivo, assunto come presupposto intrascendibile di ogni riflessione. Se il pensare è logicamente insuperabile e se il pensare è la discorsività – altrimenti è l’impossibile non-pensare –, molteplicità e diversità discorsive dei concetti non possono non darsi, ed essere pensate, come caratteri ineliminabili ed elementari del pensiero stesso. Infatti ogni concetto – del resto lo si è già detto – è dicibile propriamente solo nella sua relazione discorsiva a un altro concetto, e la sua identità con sé (che è diversità dall’altro) deve trovare, nel darsi stesso della discorsività del pensare, un principio di costituzione e di individuazione. Perché si possa parlare di un discorrere di A per il tramite di B, e di B per il tramite di A, che sia propriamente insieme il costituirsi del pensare come tale, è necessario che ciascun concetto trovi un momento di relazione a sé. Insomma, sia pure in una prospettiva profondamente diversa, ci troviamo di fronte al problema del costituirsi del nesso elementare di identità e diversità. Se A non è identico a sé e diverso da B, che a sua volta è a sé identico e diverso da A, quando mai potremmo parlare di relazione discorsiva e dunque di pensare?

La relazione tra indistinti e indistinguibili è di per sé una non-relazione, è un ricadere nell’identità indicibile e impensabile. Se di pensare vogliamo continuare a parlare – e di necessità dobbiamo farlo, per le ragioni che si sono addotte – dovremo trovare allora un momento di costituzione dell’identità e insieme della molteplicità dei concetti, come elementare giustificazione di quel darsi che peraltro è impossibile revocare in dubbio. Né è più sufficiente, a questo punto, rovesciare circolarmente il problema, affermando, ad esempio, che poiché il pensare non può essere revocato in dubbio, e pensare è discorsività di concetti, dunque identità e diversità – anche se non riusciamo a scorgerne razionalmente l’atto di origine – non possono non darsi a loro volta necessariamente. Questo è per un certo aspetto profondamente vero, in quanto il presupposto logico è – come si è visto – realmente intrascendibile; e tuttavia una risposta di questo genere, oltre che inevitabilmente viziosa nel suo andamento logico, ha tutto l’aspetto di una giustificazione di fatto e non di diritto: in altre parole quel presupposto di cui abbiamo cercato di dimostrare per confutazione la semplicità (l’evidenza logica del pensare), viene a sua volta mostrandosi, al pari del presupposto ontologico, tutt’altro che semplice.

Ma dal circolo vizioso che qui sembra configurarsi, è possibile forse positivamente uscire. La relazione discorsiva (che il pensare costitutivamente non può non essere) sembra, come si è visto, insufficiente a dare autonomamente ragione e spiegazione di sé: discorsività, molteplicità di concetti e pensare costituiscono effettivamente la stessa realtà logica, nascono e si strutturano insieme, e quindi, sottoposti a un’indagine analitica, ciascuno di essi rinvia all’altro senza che si apra la possibilità di interrompere in un punto qualsivoglia questa catena di rinvii. Ma allora cercare di rinvenire nell’ambito puramente logico di un simile circolo la spiegazione razionale del costituirsi del pensare, e cioè della relazione discorsiva identità-diversità, non sarebbe altro che andare alla ricerca di quell’autofondazione, di cui sopra abbiamo visto l’impossibilità di principio. Se discorsività, molteplicità di concetti e pensare sono rigorosamente, come non possono non essere, la stessa realtà logica (una realtà il cui darsi indubitabile è il presupposto stesso di ogni riflessione filosofica), la legittimità razionale del costituirsi di una simile realtà dovrà essere ricercata “fuori” di essa.

La relazione. Discussione dell’autofondazione riflessiva

Il discorso qui sembra assumere di nuovo un andamento paradossale: cosa può voler dire, infatti, che la spiegazione razionale della possibilità del pensare si costituisce “fuori” della razionalità e del pensare? Posta in questi termini, la situazione appare immediatamente contraddittoria e quindi assurda. E tuttavia dobbiamo cercare di dipanare la questione senza lasciarci spaventare dai fantasmi della contraddizione che un habitus – come direbbe Hume – logico-ontologico subito ci suscita dinnanzi. Ora il nodo da sciogliere può essere formulato così: è impossibile dar conto razionalmente della discorsività restando interamente nell’ambito della pura dimensione logica? Perché la relazione discorsiva non può essere pensata se non uscendo dal suo stesso terreno? Affronteremo il problema ponendo al centro della nostra analisi il concetto stesso di relazione e cercheremo di pensarlo nella sua totale autosufficienza, per il momento prescindendo dalla natura dei termini che lo costituiscono. Una relazione qualsivoglia per essere concepita come totale svolgimento di sé nel suo stesso ambito, non può essere pensata che come riflessività, ossia come quel circolo autofondantesi di cui il soggetto (l’in sé, se volessimo qui usare la terminologia hegeliana) si allontana da sé, per poi ricomporsi e ricostituirsi come l’intero. Ora, al di là della suggestione che la dialettica della riflessività ha esercitato su tante generazioni di pensatori, un tale movimento va indagato con attenzione, innanzitutto per vedere se di movimento effettivamente si tratti.

In primo luogo si può dire che il circolo riflessivo, perché sia effettivamente pensabile, deve ipotizzare una qualche forma di alterazione del soggetto del movimento (in questo caso – ricordiamolo – la relazione), che appunto deve allontanarsi da sé (o profondarsi in sé), e poi un ulteriore “alterarsi” di questo soggetto “alterato”, che appunto così possa ricomporsi in eguaglianza con sé: un’eguaglianza con sé, però, che essendo un risultato e non più un’immediatezza, sarebbe fondata, e avendo inoltre ottenuto un tale risultato senza uscir fuori del proprio stesso orizzonte, e senza riferirsi ad altro da sé, sarebbe per ciò stesso autofondata. Come si può vedere, il circolo della riflessività articola il suo svolgimento tra due “situazioni” concettuali solo apparentemente chiare e lineari: da un lato un soggetto (che chiameremo A) a sé identico, inconsapevole e infondato, appunto perché immediato; dall’altro l’eguaglianza autoconsapevole e autofondata, e dunque mediata, di A con sé alla fine del processo riflessivo. Ora, posto il soggetto iniziale, A-in-sé, come assoluta assenza di consapevolezza, come un semplice immediato o dato, da dove scaturirà e come si produrrà quell’ ”alterazione” capace di condurlo alla consapevolezza?

Se l’immediatezza di A è veramente tale, non vi è nulla che in A consenta il passaggio ad altra situazione, e dunque neppure alla consapevolezza di sé mediante un simile passaggio. In tanto è pensabile il passaggio da A ad A, in quanto il primo è capace di alterarsi per potersi poi ricomporre. Ma da dove mai A, che come si è detto è originaria immediatezza, che è mero dato, trarrà questa potenza di auto-alterazione? Una tale potenza si presenterà piuttosto come l’opera, indedotta e indeducibile, di una sorta di deus ex machina, una “coscienza” ad esempio, in grado di dare il via a un movimento che senza un simile “buffetto” non potrebbe mai avviarsi; una coscienza, però, che invece di risultare dal processo riflessivo gli è con tutta evidenza contrapposta. E allora l’esito vizioso di un’ipotesi simile appare in tutta la sua evidenza: ciò che è ultimo non può non essere al contempo il primo; il risultato del processo ne è insieme l’inizio e il movimento riflessivo si rivela immediatamente immobile. Insomma, per l’istituirsi di una relazione qualsivoglia, ossia perché si abbia nesso reciproco fra i termini che stringono la relazione, non è sufficiente pensare la relazione stessa attraverso la categoria della riflessività e cioè come un ritornare dell’identico soggetto presso di sé, attraverso la propria alterazione e il toglimento di essa. Se discorsività è molteplicità di concetti tra loro connessi in una reciprocità di rinvio e di fondazione, non si capisce, per via riflessiva, dove si costituiscono le condizioni del movimento.

Si potrebbe tuttavia obiettare che non abbiamo con ciò esplorato l’intero ambito delle possibilità. La legittimità del costituirsi del pensare, e cioè della relazione discorsiva identità-diversità, potrebbe rinvenirsi infatti all’interno dello stesso pensare, ipotizzando una sorta di originario “dualismo logico”, ossia un darsi fattuale e immediato della molteplicità dei concetti che preceda logicamente il darsi della loro relazione e che perciò ne costituisca il fondamento legittimante. Entro una simile ipotesi, la relazione discorsiva si istituirebbe sul presupposto di un dualismo originario, i cui termini tuttavia sarebbero interni al pensare, parteciperebbero tutti e due dello stesso ambito logico. Si tratta ora di vedere se una simile ipotesi sia effettivamente sostenibile, se cioè sia possibile argomentare razionalmente il dualismo di un pensare e di un “altro”, il quale, pur non coincidendo tout court con il pensare, ne condivida tuttavia la stessa natura logica. L’ipotesi a parer nostro presenta due possibilità di svolgimento.

La prima possibilità consiste nel concepire questo dualismo logico come effettivamente originario, tale per cui tra il pensare e la sua supposta alterità “logica” non vi sia un rapporto di dipendenza, tutti e due essendo davvero originariamente posti (o dati) “prima” della relazione e indipendentemente da essa (il che significa in senso proprio “prima” del darsi della discorsività). Ora, a parte la difficoltà preliminare – ma nondimeno importante – di concepire il pensare prima della discorsività, ossia prima di se stesso, se è vero che non può darsi pensare se non per il tramire della relazione discorsiva di concetti; a parte ciò – dicevamo – cerchiamo di indagare in se stessa l’ipotesi che è stata avanzata. In realtà quale mai può essere la costituzione di un dualismo “logico” i cui termini siano per ipotesi omogenei? Una siffatta omogenità di natura è realmente pensabile? A veder bene le difficoltà si fanno subito acute, perché nell’ambito della dimensione logica, che per ipotesi li contiene entrambi, non sarà in alcun modo possibile distinguere il logico (pensare) dal logico (altro dal pensare), se non ricorrendo anche qui a un movimento riflessivo del logico in se stesso, capace cioè di alterarsi e ricomporsi per virtù interna.

Ma di una simile riflessività abbiamo già verificato l’impotenza a consistere con sé senza avvolgersi in aporie irresolubili. E se in questo presupposto dualismo originario non riusciamo a distinguere e a tener fermi nella loro autonomia e distinzione i termini, allora pensare e alterità – come momenti di una stessa realtà logica – non possono non rivelarsi un’identità che, impensabile in se stessa, comunque non potrà rendere ragione del darsi del pensare come discorsività. La seconda possibilità consiste nel concepire il dualismo “logico” come non assolutamnte originario. In altre parole l’altro del pensare, pur logico nella sua natura, lo sarebbe non in quanto presupposto insieme al pensare, co-originario ad esso, ma in quanto da esso prodotto.

E’ fin troppo facile osservare, però, che anche questa si rivela una via impercorribile. Nell’ambito di questa seconda ipotesi, infatti, il pensare dovrebbe essere concepito come dotato di un potere creatore, in grado cioè di produrre spontaneamente i concetti che nella loro interrelazione lo costituiscono come discorsività. Sarebbe così il pensare a produrre il suo altro (di natura logica), attraverso cui si articolerebbe nel nesso discorsivo di identità-diversità. Ma sappiamo che non è possibile, a questo livello di analisi, distinguere nel pensare un soggetto e un oggetto, non abbiamo cioè un pensare che pensi concetti da sé separati e distinti; e dunque come potrebbe mai un tale pensare – prima di darsi come discorsività di concetti, e cioè più semplicemente prima di darsi – creare ciò che gli consentirebbe di costituirsi proprio come pensare? Il darsi del pensare è già, nell’atto intrascendibile del suo darsi, articolazione discorsiva di concetti, e dunque, accantonata l’ipotesi autofondativa della riflessività, nemmeno sarà possibile trovare all’interno del pensare discorsivo stesso la legittimazione razionale e dicibile del suo darsi come nesso discorsivo di concetti. Restando concettualmente all’interno dell’ambito logico, la molteplicità di concetti, per il cui solo tramite il pensare si dà e può darsi, appare fenomenlogicamente indubitabile ma non razionalmente argomentabile.

La necessità della relazione pensare-altro. Una fondazione “fenomenologica”.

In conclusione allora, una qualsiasi relazione intesa solo come ripiegamento in sé, come automovimento, non è più né relazione né movimento: è assoluta, immobile e impensabile identità. La relazione non può essere pura relazione a sé, così come un movimento che non abbia punti di riferimento rispetto a cui muoversi (spaziali o temporali, ma comunque “altri” dal movimento stesso) non è movimento ma assoluta quiete. Per altro aspetto si è pure visto come l’ipotesi di un dualismo “logico”, originario o prodotto dal pensare stesso, non sia cammino migliore per giungere all’alterità del pensare. La relazione discorsiva quindi non potrà trovare la sua spiegazione legittimante nell’ambito della pura dimensione logica, perché un simile percorso concettuale conduce inevitabilmente alla negazione della relazione discorsiva stessa, e cioè alla negazione del pensare. Se il pensare è, come non può non essere, discorsività e relazione, se cioè non può essere concepito come una struttura distinta dalla relazione discorsiva stessa, allora il pensare, proprio in quanto relazione discorsiva, è relazione ad altro. Il darsi indubitabile del pensare, insomma, non solo è di necessità discorsivo, ma la discorsività implica, ancora di necessità, per essere pensabile e dicibile, il suo istituirsi nella relazione a ciò che pensare non è, a ciò che non si dà nella forma del pensare, ossia a ciò che è altro dal pensare stesso. La natura, fenomenologicamente necessaria nel suo darsi, del pensare, e cioè dei concetti che nella loro reciproca relazione lo costituiscono, riposa sulla concepibilità – come condizione trascendentale – dell’altro dal pensare.

La discorsività dell’operare logico fonda allora la sua possibilità e la sua legittimazione razionale sul suo essere relazione trascendentale con un diverso dalla dimensione logica stessa. Come non è possibile l’identità se non nella relazione con il diverso, così il logos si costituisce e si fa pensabile solo nella relazione a ciò che trascendentalmente è a-logico. Ogni operazione del pensare, come abbiamo visto, rinvia per la sua pensabilità alla relazione trascendentale del pensare ad altro, per cui l’evidenza logica dell’operare discorsivo non può non riposare sull’evidenza trascendentale dell’alterità. Il pensare discorsivo è dunque sempre un pensare “relaivo a…”, e cioè un pensare non spontaneo, non creatore dei giudizi che formula e dei concetti con cui li formula, e ciò a prescindere dal contenuto dei giudizi stessi. E infatti ci sembra di aver mostrato con sufficiente chiarezza come proprio il darsi necessario del pensare discorsivo nella sua forma più elementare e insieme indispensabile, il giudizio di identità, coincida con la relazione trascendentale pensare-altro, mediante la quale la discorsività stessa si istituisce, si fa pensabile e insieme si riconosce come operatività logica.

Ogni giudizio, quindi, per quanto astratto e formale possa apparire il suo contenuto, per quanto sembri risolversi, a una prima analisi, in un’operazione tutta racchiusa nell’esclusivo ambito logico, si fa veramente pensabile e dunque legittimo solo se viene ricondotto alla ragione tracendentale del darsi stesso del pensare. Può sembrare singolare, se non addirittura contraddittorio, che si parli qui di un’alterità a-logica posta come condizione trascendentale del darsi del pensare. Si può obiettare: la pensabilità del pensare come necessaria discorsività di concetti implica che il suo istituirsi sia in relazione a ciò che pensare non è, a ciò che è stato detto appunto altro dal pensare; ma questo non vuol forse dire che pensare il pensare comporta nell’atto stesso un pensare il non-pensare, ciò che è stato dichiarato impossibile? L’alterità insomma, concepita come a-logicità, non diviene una delle impossibili forme di negazione del pensare? Il non pensare allora si rivelerebbe non solo possibile, ma addirittura necessario in quanto condizione trascendentale del pensare stesso.

L’aporia sarebbe evidente e alla fine riproducente la stessa difficoltà dell’ “ontologizzazione” del nulla, che si è dimostrata così dirompente in sede ontologica. L’alterità a-logica – e cioè il non pensare – esclusa in sede di “fondazione” del pensare, viene reinclusa nell’atto stesso come condizione necessaria del suo darsi. A questo punto le ipotesi soo due: o l’alterità è effettivamente pura esistenza a-logica, e allora il circolo vizioso esclusione-inclusione si mostra insuperabile, al pari del nulla della prospettiva ontologica; oppure, concepita come esistenza trascendentale per la relazione al pensare, essa viene ripresa, attraverso la relazione in cui il trascendentale appunto consiste, nel circolo del pensare. In questo secondo caso, essa si presenta come un altro dal pensare, ma nell’ambito dello stesso pensare: l’a-logico è a-logico del e nel logico. Ma ciò significa, in fondo, fare dell’altro un semplice pensato, e ci ritroveremmo con ciò all’interno di quel dualismo logico che sopra si è mostrato improponibile.

Per rispondere a una tale obiezione occorre innanzitutto riprendere e approfondire quel concetto di evidenza logica, decisivo per l’individuazione del pensare come “presupposto intrascendibile e necessario” di ogni filosofia. Abbiamo definito “evidente” il darsi del pensare in quanto ci è apparso innegabile di fatto: pensare il non pensare è pur sempre un pensare, il non pensare è fenomenologicamente impossibile. L’innegabilità del pensare non ha, né può avere, ora l’andamento di “esclusione-inclusione” proprio della prospettiva ontologica. L’esito ontologizzante della negazione del nulla da parte dell’essere deriva dal fatto che, presupposta l’identità di essere e pensiero, è inevitabile che quest’ultimo, come una sorta di re Mida, trasformi in essere (e dunque in qualcosa di identico a sé) tutto ciò che pensa, o, per essere più precisi, riconosca come identico a sé l’oggetto stesso della sua negazione, ossia il nulla. Abbiamo richiamato qui i termini della impossibile negazione del nulla, per poter meglio cogliere le differenze di quella che abbiamo chiamato l’impossibile negazione del pensare o l’evidenza logica del darsi del pensare.

L’impossibilità per il nulla di essere negato dall’essere senza nell’atto stesso risolversi nell’essere dà luogo – come si è più volte detto – alla impensabilità dell’essere e dello stesso pensare che con esso è supposto identificarsi, in quanto appunto l’intera argomentazione non può che esibire una impensabile e indicibile identità. Ora però questo “impensabile” che deriva dal “percorso” ontologico è in realtà – oltre che in sé aporetico – fenomenologicamente impossibile: ossia, come si diceva sopra, non si riesce a non pensare, o ancora il non-pensare si svela fenomenologicamente un pensare, un atto di pensiero. Ed è proprio in questo senso che il darsi del pensare è intrascendibile e innegabile.

Il non-pensare, inteso come assoluta assenza di pensiero, è dunque una impossibilità “fenomenologica”, un fatto che ribadisce l’intrascendibile e necessario darsi del pensare. Il senso di questa necessità “fenomenologica” è esprimibile solo come fattualità indiscutibile della quale non si può non prendere atto, anche se non può dar conto di sé, non può esibire cioè le proprie ragioni. Ciò ribadisce che il nostro muovere dal pensare è muovere da un presupposto. E tuttavia non da un presupposto qualsivoglia, perché si è lasciata alle spalle ogni pretesa di autofondazione, perché insomma il nostro presupposto deriva in realtà dalla critica dell’ontologia e dei suoi esiti aporetici. Se, infatti, partire da un presupposto non è frutto di scelta ma di necessità (e si è visto che anche l’ontologia procede in realtà da un presupposto), il nostro muovere dal darsi del pensare certamente muove da un presupposto indimostrato e indimostrabile, ma costituisce insieme l’assunzione di una realtà fenomenologicamente connotata come certa, a partire dalla quale si può e si deve argomentare.

Si comprende allora il valore peculiare che assegnamo al termine “fenomenologico”, al di là dell’usura terminologica. Fenomenologia non viene qui intesa in rapporto a una struttura permanente della realtà di cui costituisca la manifestazione estrinseca e “superficiale”; non è un darsi nel tempo del sapere, diverso dal sapere assoluto e incontrovertibile che ne costituisce il fondamento veritativo. Poiché la via dell’incontrovertibilità, vanamente perseguita dall’ontologia, è una via impecorribile, poiché ogni pretesa di autofondazione muove in realtà da un presupposto, la cui natura è insieme molteplice e autocontraddittoria, la filosofia non può che prendere le mosse dall’ “alcunchè”, ossia da ciò le cui ragioni non è dato conoscere, ma di cui non è possibile negare il “darsi”. La partenza è cioè fenomenologica, ma fenomenologia non significa più un sapere “debole” rispetto a uno “forte”, bensì rappresenta tutta la certezza di cui siamo capaci: fenomenologia ha qui lo stesso valore di “fondazione”. Il darsi del pensare in quanto fenomenologicamente intrascendibile non rinvia che a se stesso, e ogni volta ribadisce se stesso come darsi del pensare la cui certezza è appunto esclusivamente fenomenologica. Insomma, fenomenologico significa ciò che non può non darsi nella forma del pensare, che si presenta come in sé necessitato (anche se le ragioni di tale necessità sfuggono ad ogni indagine filosofica) e anzi come ciò che si dà secondo strutture logiche necessarie. E’ solo a partire da questo fatto fenomenologicamente accertato e necssitato – il darsi del pensare – che abbiamo visto sorgere il problema dell’alterità come condizione trascendentale di pensabilità del pensare discorsivo. L’altro cioè non costituisce, né come negato né come affermato, il fondamento del darsi del pensare, il cui unico “fondamento” è, come siamo venuti spiegando, il fatto innegabile, fenomenologicamente accertato, del suo stesso darsi. L’altro è invece condizione trascendentale di pensabilità di un darsi che non può e non deve esibire altra giustificazione e altro fondamento.

Ora, il fatto stesso che l’assoluta assenza di pensiero sia fenomenologicamente impossibile non comporta in nessun modo che il darsi del pensare sia un assoluto. Come nelle pagine precedenti abbiamo discusso e negato il carattere spontaneo del pensare, ossia la sua assolutezza, così ora ciò che fenomenologicamente viene escluso è il non-pensare come puro opposto del pensare, ossia come l’assoluto non-pensare (al modo dell’ enantion platonico). Ma, una volta criticata la prospettiva ontologica, l’impossibilità dell’assoluto non-pensare comporta il necessario ribadimento fenomenologico del darsi del pensare discorsivo. Ed è proprio tale natura discorsiva del pensare che implica necessariamente la sua relazione a un’alterità trascendentale. Un’alterità allora che dovrà essere intesa semplicemente come uno éteron, un diverso, il cui carattere a-logico – come vedremo meglio in seguito – non è quello della pura opposizione al pensare, in quanto invece costituisce la condizione trascendentale di quel darsi del pensare che è risultato fenomenologicamente indubitabile. Dalla necessità fenomenologica del darsi del pensare come discorsività, si inferisce con altrettanta necessità “logica” una dualità originaria i cui termini, pensare e alterità, non sono concepibili l’uno indipendentemente dall’altro, anche se, da un punto di vista analitico, l’alterità è inferita dal darsi del pensare. Sulla natura e sulle implicazoni della dualità originaria avremo modo di tornare con maggiore ampiezza a conclusione di queste pagine, ma ci è parso qui indispensabile anticiparne alcuni motivi, per rispondere alle possibili obiezioni sulla a-logicità della condizione trascendentale del darsi del pensare. Superato, come ci sembra, questo scoglio, possiamo riprendere il filo della nostra argomentazione.

Segue Paola Rodano (pp.42-49)

Irreversibilità e principio di contraddizione

Dall’evidenza fenomenologica del darsi “necessario” (ossia non negabile) del pensare, siamo pervenuti a negare la possibilità razionale che il pensare possa venire inteso come “fonte” spontanea di concetti e quindi di giudizi; e ciò non tanto, o non solo, riguardo alla “materia” o al “contenuto” dei giudizi stessi, quanto piuttosto alla loro stessa “pura forma logica”. Ora una tale preminenza – per così esprimerci – del momento trascendentale (e cioè la relazionalità ad altro e la non spontaneità del pensare) comporta conseguenze di rilievo e anzi è decisiva allo scopo di definire più precisamente le caratteristiche proprie del pensare. Sulla base di una simile impostazione, un primo carattere importante del pensare incontriamo nella irreversibilità, e ciò sebbene il senso comune e la comune esperienza sembrino attestare la possibilità di compiere operazioni logiche inverse, per cui apparentemente ogni giudizio formulato dal pensare sembra appunto reversibile o annullabile. L’impossibilità di concepire un qualsiasi concetto se non in relazione discorsiva a un altro, e, a sua volta, l’impossibilità di tutto ciò fuori della relazione trascendentale ad altro dal pensare stesso, ci ha portati, come abbiamo visto, ad affermare che il pensare non è spontaneo.

Solo a queste condizioni allora (discorsività, relazione trascendentale e non spontaneità, che sono poi aspetti diversi di un’unica e medesima condizione) il pensare, la cui evidenza fenomenologica è indubitabile, si fa pensabile. Ma se questo è vero, il pensare discorsivo non sarà in grado di revocare o di annullare in senso proprio alcuna delle relazioni logico-trascendentali attraverso cui appunto si costituisce e che, pena il non darsi impossibile del pensare stesso, non può di continuo non istituire. E’ evidente infatti che solo un intelletto assolutamente spontaneo, in grado cioè di produrre del tutto autonomamente concetti o giudizi puri, potrebbe (con un atto del resto non meno misterioso di quello del Dio leibniziano che può creare e annichilire “d’un colpo” le monadi) annullare queste sue “creature”. Solo la capacità assoluta, e cioè irrelata, di produrre alcunchè può essere in grado di produrne anche l’annichilimento. Se invece ci si trova di fronte, come nel nostro caso, a un operare logico che per darsi – come di necessità non può non fare – ha bisogno di entrare in relazione, sia pure trascendentale, con altro da sé, nessun atto, proprio in quanto non è mai esclusivamente puro, potrà essere revocato o annullato. Ogni operazione logica è relativa a ciò che è a-logico, è cioè determinata e, in quanto tale, in sé irreversibile.

Che cosa dire allora di quella reversibilità, di quel poter tornare a ri-pensare i nostri giudizi, di quel poterli contraddire affermandone con ciò la “nullità”, di cui il senso comune (ma spesso anche la riflessione filosofica) sembra far fede? Per rispondere a questa domanda occorre preliminarmente avanzare qualche precisazione sul significato che si può attribuire al termine reversibile. E innanzitutto distingueremo un senso “forte” da uno “debole” e di ciascuno di essi discuteremo la pensabilità, sulla base delle premesse che siamo venuti costruendo sin qui. L’ipotesi “forte” o massima di reversibilità (quella che poco sopra abbiamo escluso) è la capacità del pensare di rendere nullo, e cioè non pensato e non pensabile, un proprio giudizio: in altre parole, si potrebbe dire che l’ipotesi massima di reversibilità del pensare è la contraddizione, quel giudizio insomma che si esprime nella forma “A è non-A” o “l’essere è non-essere” o infine, per susare la formula severiniana, “ciò che è non è”. Ora in che senso si dirà che la contraddizione può essere intesa come una forma di reversibilità? E perché mai questa forma di reversibilità si presenta come la pretesa di annullamento di un giudizio?

Per affrontare una tale questione proviamo ad analizzare un giudizio contraddittorio, ad esempio “l’essere non è”. Un simile giudizio, a veder bene, sarebbe in sé contraddittorio solo in quanto il predicato “non è” fosse assolutamente incompatibile con il soggetto “essere”; e dunque, per non risolversi in un puro gioco di segni linguistici, il giudizio presuppone di necessità un altro giudizio, “l’essere è”, che esprime la corretta esposizione della natura del soggetto. Non solo; si deve aggiungere che il primo giudizio acquista realmente valore autocontraddittorio, cioè negativo annullante assurdo, solo se è appunto messo in relazione con il suo opposto, insomma se è preceduto o affiancato (e si badi che qui non si fa questione di tempo o di spazio) dal giudizio che afferma il “vero” significato del suo soggetto, ossia se è preceduto o affiancato dal giudizio che afferma che “l’essere è”. Ma non basta: la vera contraddizione (l’assurdo, quel nulla che risulterebbe dal pensare) si ha solo tramite un terzo giudizio, che esprima la natura della relazione he lega il primo al secondo , un giudizio appunto che affermi che “i due giudizi sono identici”, o meglio che dica: “ ‘l’essere è’ e ‘l’essere non è’ sono lo stesso giudizio”. Solo così avremo effetivamente la contraddizione, e cioè riferire lo stesso predicato a due soggetti opposti, affermare che “l’essere è” e che “l’essere non è”. E tuttavia si badi bene che possiamo dire di trovarci di fronte a un giudizio autocontraddittorio solo se, ancora una volta, lo poniamo in relazione a un giudizio, ad esso opposto, che esprima la vera natura del soggetto e così via all’indefinito, o finchè non si pervenga a quel giudizio assolutamente identico capace di riposare su se stesso: ma questo, da quanto siamo venuti dicendo, possiamo affermare che è impossibile e anzi comporta, alla fine, la negazione (impensabile) del pensare.

In conclusione la contraddizione è soggettivamente solo un giudizio di identità che riposa di necessità su altri giudizi di identità. Ma un tale giudizio soggettivamente identico si spezza – come abbiamo visto – al suo interno e si moltiplica in una serie concatenata e indefinita di giudizi di identità; l’identità insomma si fa “una e molteplice” rivelando anche per questa via l’impossibilità di essere pensata. E infatti l’identità che rinvia ad un’ “altra” identità, e questa ancora ad un’altra e così via, è un’identità ben singolare, è appunto un’identità che riposa sulla diversità: due, tre identità, o non sono identità o non sono due e tre. Non vi è dubbio, però, che tutti i giudizi di cui qui sopra si è discusso (“l’essere è essere”, come pure “l’essere è non-essere”, ecc.) appaiono, “soggettivamente”, come giudizi di identità: tutti sono riassumibili nella stessa formula, “x = y”. Da un punto di vista “soggettivo”, allora, ma forse dovremmo dire formale, la loro contraddittorietà, la loro opposizione annullante, non potrà mai istituirsi appunto perché formalmente sono identici. Sotto l’aspetto formale non passa differenza – e tanto meno opposizione – tra identità e contraddizione. E allora, perché alla fine si abbia contraddizione, sarà giocoforza ricorrere alla specificazione del significato che in questi giudizi di identità viene rispettivamente assegnato a “x” e ad “y”. Ma di nuovo ciò non sarà possibile senza formulare dei giudizi che siano “soggettivamente” (formalmente) dei giudizi di identità: così ancora all’infinito e l’identità e la contraddizione continuano a sfuggirci.

Ma allora, se la contraddizione (e del resto l’identità che la sottende) continua in realtà a sfuggirci, perché mai ci serviamo continuamente, nella vita di tutti i giorni come nella speculazione teoretica o nella ricerca scientifica, di un principio che la vieta e che anzi la dichiara impossibile? Se la contraddizione non può realizzarsi, come mai è tato possibile formulare un principio che, enunciandone l’impossibilità, la vieta? Una prima risposta a queste domande può scaturire dalla constatazione, empirica e fattuale, che la contraddizione, pur impossibile – come si è visto – nel suo fondamento, tuttavia si dà almeno nel senso che che di continuo la si dice. Si dice, ad esempio, che “l’essere diviene”, “è nel tempo”; e Severino – giustamente nella sua prospettiva ontologica – afferma che si tratta di contraddizione bella e buona, in quanto equivale a dire che ciò che è, l’essere, in quanto è detto nascere e morire, venire dal nulla e tornare nel nulla, non era e non sarà, ma dunque prima di essere non è, e dopo che è stato non è. Questo dire la contraddizione è in realtà possibile solo sul piano dell’astrazione, solo da parte di un pensiero, cioè, che ponga tra parentesi o sospenda la propria natura discorsiva (con tutto ciò che essa comporta) e rifletta sui concetti da esso stesso istituiti in relazione trascendentale ad altro, come se fossero invece irrelati e assoluti.

E, ironia della sorte, nel momento stesso in cui riflette sulla contraddizione che enuncia, ne svela la impossibilità logico-ontologica a costituirsi, dando così un’ulteriore prova che il terreno dell’astrazione non riesce mai ad acquisire fino in fondo consistenza ontologica e che quindi i concetti sono impossibilitati a diventare esseri assoluti. Sul terreno invece del pensare, così come in relazione trascendentale ad altro si dà, l’impossibilità della contraddizione, e dunque il principio di non contraddizione, è il semplice riconoscimento del darsi discorsivo irreversibile del pensare, per cui ogni prodotto in cui il pensare si dà, ogni concetto come ogni giudizio, non può essere né identico né contraddittorio rispetto a un altro, ma, per il fatto stesso che viene posto in un rapporto di confronto, è sempre diverso da ogni altro. Insomma, ogni giudizio in cui il pensare si dà è, per la natura discorsivo-trascendentale del pensare stesso, sempre diverso, per cui può giustapporsi, aggiungersi (ed essere confrontato), ma non può né identificarsi con un altro giudizio, né opporvisi contraddittoriamente: e qui di necessità si rivela la natura irreversibile del darsi discorsivo-trascendentale del pensare.

L’astrazione. Una prima ricognizione del tema e un approfondimento dell’irreversibilità

Enunciare la contraddizione, allora, e insieme il suo divieto nel principio di non contraddizione, sono due atti del pensare essenziali e a un tempo complementari. La contraddizione infatti, impossibile nel darsi reale del pensare, in tanto può esser detta e posta a problema, in quanto il pensare stesso che la dice è in grado – e si tratterà certo di vedere come e perché – di porre a confronto i concetti o meglio i giudizi, per cui il tramite si istituisce e si articola discorsivamente, facendo proprio astrazione dalla sua natura discorsivo-trascendentale, e quindi di considerarli da un punto di vista “soggettivo” o formale. Questa capacità di astrazione, come è chiaro, se è in grado di mettere tra parentesi e, in questo senso, di “arrestare” il darsi trascendentale discorsivo irreversibile del pensiero stesso, non può (per ragioni che ormai dovrebbero essere ovvie) realmente conferire sostanza ontologica a ciò che, nonostante tutto, è soggettivo e formale, e cioè ancora una volta “solo” pensare. L’astrazione, intesa qui come soggettivo arresto della discorsività irreversibile, consente però di analizzare gli elementi costitutivi del pensare, i concetti e i giudizi, fuori della relazione discorsivo-trascendentale da cui scaturiscono, e di metterli in relazione tra loro come se fossero esseri; di qui la enunciabilità della contraddizione e dunque la reversibilità del pensare, però “debole”.

Ora, l’atto logico di astrazione, in quanto pretende di arrestare il darsi irreversibile che il pensare è – ma, lo ripetiamo, dobbiamo ancora vedere come ciò sia pensabile, ossia spiegabile razionalmente – pone le condizioni di un “confronto” tra concetti e giudizi resi immobili e tra loro irrelati, e quindi pone le condizioni perché la contraddizione si istituisca come reversibilità “debole”. E infatti: “A è non-A” è dicibile finchè, come si è visto sopra, rimane una formula e cioè un’astrazione, ma diviene impensabile non appena soggetto e predicato vengano svolti e cioè riempiti di “significato”. E’ a questo punto che, sempre restando nell’ambito dell’astrazione ma caricandola di valore assoluto e quindi ontologico, quella stessa contraddizione che è stato possibile enunciare non si istituisce più, aporeticamente si dichiara impossibile ciò che tuttavia si enuncia, e inevitabilmente si svela il carattere discorsivo irreversibile del pensare. Di qui l’esigenza di porre il principio di non contraddizione che consente l’uso corretto dell’astrazione in quanto sottintende e per così dire mantiene presente, pur nell’astrazione, la “reale” natura del pensare come darsi discorsivo-trascendentale sempre nuovo. Il principio di non contraddizione, insomma, è principio logico per eccellenza in quanto consente all’astrazione logica di operare senza naufragare nell’aporia, ma trae origine e legittimità dalla natura trascendentale del darsi del pensare. E si spiega così, allora, perché un tale principio abbia costituito la vera croce della riflessione ontologica, che ha sempre preteso di dimostrarlo – senza per altro mai riuscirvi – restando sul terreno della pura astrazione logica (che per ciò stesso diveniva ontologica), mentre aveva a che fare con un concetto che “logico” in senso stretto non era; e una traccia di ciò – a veder bene – è data dal fatto che il principio di non contraddizione, almeno nella sua formulazione classica o aristotelica, evocava il tempo, una dimensione che non aveva però alcun diritto di cittadinanza nella terra in cui la contraddizione e la sua impossibilità avrebbero dovuto istituirsi, nel mondo identico e immobile della logica dell’essere. In conclusione, se di reversibilità del pensare si può parlare, così come appunto è attestata dalla esperienza comune, si tratta però di una reversibilità “soggettiva” o “formale”, e in questo senso l’abbiamo definita “debole”.

E’ chiaro che di una funzione così importante (e al momento ancora per la verità ambigua) come la possibilità di astrazione del pensare, va data una giustificazione ben più articolata e solida di quanto non si sia fatto sin qui. Ma per affrontarla – cosa che ci riserviamo senz’altro di fare – occorrerà prima tornare a discutere con cura la natura irreversibile del pensare discorsivo. La discorsività, come natura costitutiva del pensare, può essere concepita solo – se è giusto quanto siamo venuti dicendo sin qui – come irreversibilità, incapacità appunto di produrre contraddizione e dunque di annullare le relazioni logico-trascendentali attraverso cui lo stesso pensare discorsivo si dà necessariamente e, in questo senso, attraverso cui si istituisce. Ora si può anche dire – e la cosa è già stata anticipata, ma va ulteriormente chiarita – che irreversibilità significa anche, di necessità, irrepetibilità. In linea di principio, infatti, si potrebbe pure ipotizzare la discorsività come semplice fluire irreversibile nel senso di unidirezionale, un “movimento” insomma che si svolga in una sola direzione senza la possibilità di ritornare sui propri passi, ma al tempo stesso caratterizzato da un fluire ripetitivo di atti identici. Per fare un esempio (che va preso, come tutti gli esempi, con molta prudenza) si potrebbe immaginare una simile discorsività come una retta il cui svolgersi nello spazio è dato dal susseguirsi di un numero infinito di punti identici e indistinguibili fra loro, tali che ciascuno è la perfetta ripetizione di ogni altro e per cui, come appunto succede per la retta, interrompendola in uno qualsiasi dei punti che la costituiscono, ci si trovi sempre di fronte lo stesso risultato. Applicando al pensare discorsivo questa immagine, si avrebbe che ogni “punto” (o momento) del fluire sarebbe identico ad ogni altro, onde il fluire stesso si immobilizzerebbe, dando luogo a una figura lineare che è certo “irreversibile”, nel senso cioè che nessuno dei suoi punti è capace di annullarne un altro, ma i cui punti o momenti (fatta astrazione, come è ovvio, dalla posizione che occupano nello spazio o nel tempo) non sono più distinguibili l’uno dall’altro.

Ora è facile osservare, e lo vedremo subito, che un simile concetto di ripetitività è per un verso rigorosamente impensabile (infatti è autocontraddittorio) e, per altro verso, è comunque incompatibile con la natura discorsivo-irreversibile del pensare, così come finora ci si è venuta rivelando. Per il primo aspetto si può notare innanzitutto che un fluire irreversibile di identici non può costituirsi poiché per il tramite dell’identico non è possibile in alcun modo pensare il fluire stesso, e cioè più in generale il movimento. Secondo una tale ipotesi, il ripetersi di momenti (o punti) identici dovrebbe infatti presentarsi come lo svolgersi dell’identità, scandito dall’accrescersi meramente quantitativo dell’identità su se stessa mediante se stessa. Ma, come sapeva bene Hegel, la quantità che abbia tolto da sé ogni differenza qualitativa non riesce propriamente neppure a essere quantità: la stessa scienza della quantità, la matematica, per costruire il calcolo più elementare ha bisogno di distinguere qualitativamente (cioè diversificare) il suo oggetto, ossia il numero. E infatti, se è vero che il numero due corrisponde al ripetersi della stessa quantità elementare, uno, è pur vero però che per avere il due è indispensabile far intervenire il concetto di somma di uno più uno, perché il semplice trascorrere l’una accanto all’altra delle stesse quantità (uno, uno, uno…), ove pure fosse possibile senza astrarre dalla loro posizione in un ipotetico spazio che le contenga, non dà luogo alla numerazione e non consente calcolo.

Per cui, ancora una volta, è solo per astrazione che possiamo parlare di un accrescersi quantitativo di identici, in quanto altrimenti come si distinguerà l’identico dall’identico, e come sarà possibile parlare di accrescimento (e dunque di fluire irreversibile) se non facendo intervenire una differenza tra gli elementi che danno luogo alla somma, da una parte, e la somma stessa dall’altra? Ma - come si è già anticipato – l’ipotesi di un fluire come ripetitività di identici è per altro verso incompatibile con ogni concetto di discorsività e cioè con quello di pensare così come lo siamo venuti argomentando sin qui. E infatti nel regno della pura ripetizione identica – ammettendo per un attimo che fosse in sé pensabile – la relazione di identità-diversità (che abbiamo visto essere la condizione logica ineliminabile del darsi stesso del pensare) diverrebbe assolutamente impensabile, per cui concepire l’irreversibilità del pensare come un accrescersi indifferenziato di identici condurrebbe di necessità alla negazione di quel pensare discorsivo che è invece – né bisogna stancarsi di ripeterlo – un’evidenza fenomenologia e un presupposto indubitabile di ogni riflessione. La ripetibilità è dunque, così come la reversibilità, un’operazione logica concepibile solo come frutto del potere di astrazione del pensare, non riesce a costituirsi realmente (sul terreno cioè del “reale” darsi discorsivo del pensare) se non al prezzo di negare il pensare stesso, il che però, come si è visto, è impossibile.

Segue Paola Rodano (pp.49-56)

La novità-storicità del pensare

Tenendo ora per acquisite l’irreversibilità e l’irripetibilità del darsi discorsivo del pensare, è chiaro che ogni atto del pensare è operazione, sotto un certo aspetto, “nuova”, ossia è un giudizio che, per quanto si è detto sin qui, non può identificarsi con nessun altro giudizio. Nello stesso tempo poi, in quanto, come pure si è visto, il non darsi del pensare si è svelato come un’assoluta impossibilità, è chiaro che la discorsività irreversibile e irripetibile che il pensare è può esser concepita solo come “infinita” (nel senso che non è concepibile la sua fine). Una volta che il pensare si dia, come non può non darsi, questo suo darsi è concepibile solo come un fluire il cui arresto (la fine) non è pensabile. Il pensare dunque è concepibile solamente come discorsività irreversibile, irripetibile e infinita. Ora però, se il pensare è effettivamente, come sopra ci è apparso, un fluire (un discorrere appunto) che non tollera propriamente arresto, è chiaro che si apre una grave questione: se infatti qui ci troviamo di fronte a un fluire ininterrotto e infinito, che non consente in alcun modo momenti di sosta, il rischio che subito ci si para dinanzi è che ci troviamo, in realtà, di fronte a una assoluta immobilità.

Ci è già capitato di dire che un movimento, un puro movimento, se non ha una struttura (uno spazio) immobile nella quale muoversi o rispetto alla quale istituire i punti di riferimento della sua azione, non è più un movimento e si svela quieto. Il fluire allora, lo “scorrere” discorsivo e irreversibile che il pensare è, è uno scorrere – si domanderà – rispetto a che? In che senso cioè si può parlare di scorrere (di fluire) se non si ipotizza (ma come, dove?) una struttura che non scorre e nel confronto con la quale si possa concepire lo scorrere del pensare? Se una tale questione non venisse positivamente chiarita e superata, in nessun modo l’irreversibilità (e irripetibilità) del pensare discorsivo potrebbe essere mantenuta: di che irreversibilità si può mai trattare se il fluire discorsivo perde la sua capacità di movimento, se, in altre parole, il “nuovo” che l’operare logico dovrebbe produrre si schiaccia identicamente sul vecchio o, più semplicemente, non perviene affatto alla vita (del pensare)? E’ vero infatti che il pensare è innegabile e quindi, come abbiamo cercato di dimostrare, è innegabile anche la sua natura di discorsività irreversibile e irripetibile. Ma è anche vero che, se si risolve senza residui in una pura irreversibilità e irripetibilità, un tale pensare finisce per essere contraddittoriamente un’identità (ancora una volta impensabile e indicibile) immota, e dunque il risultato di tutta la nostra argomentazione sarebbe non meno assurdo di tutte le aporie che in queste pagine abbiamo cercato di combattere.

Il diverso, il nuovo, in altre parole, ha bisogno del movimento (del fluire irreversibile) per venire alla luce ma ha, al tempo stesso, altrettanto bisogno dello stare (del permanere) per poter essere confrontato e per potersi rivelare appunto come diverso (e come nuovo). Non vi è produzione di “nuovo” se non rispetto a un “vecchio” che si tenga fermo e che non venga quindi travolto esso stesso nel movimento che, per così esprimerci, dà vita al nuovo. Ora, va chiarito preliminarmente che, così come è stato per il fluire, anche il permanere dovrà essere individuato nella natura del pensare e che dunque non potremo in alcun modo far scaturire la struttura della permanenza al di fuori di quella stessa discorsività irreversibile che è chiamata a rendere concepibile: e ciò innanzitutto perché se una tale struttura non appartenesse al pensare, non ne costituisse una propria specifica funzione, non si vede come mai potremmo parlarne, dal momento che, come si è visto finora, il darsi del pensare è ciò di cui solo possiamo legittimamente parlare; in secondo luogo, poi, se la permanenza non fosse essa stessa costitutiva del pensare, in quale modo mai potrebbe agire su di esso, potrebbe cioè renderlo pensabile? Ma – lo abbiamo ripetuto ormai innumerevoli volte – il pensare ci si è svelato come un fluire irreversibile: la permanenza dunque dovrà mostrarsi come un carattere, una funzione dello stesso fluire discorsivo, o meglio essa si istituirà nell’ambito del fluire irripetibile del pensare.

Si è detto che la natura irripetibile del fluire discorsivo significa che ogni atto del pensare è produzione del diverso e cioè del nuovo. Questa produzione del nuovo avviene, anche questo lo si è detto, a due condizioni che, per brevità, chiameremo logica e trascendentale. La prima è quella per cui il pensare ci si è rivelato come discorsività: per concepire il darsi del pensare, che non può in alcun modo esser negato, il nesso logico di identità-diversità-relazione non può non istituirsi. La seconda (che in realtà, come si è visto nelle pagine precedenti, è condizione indispensabile per concepire razionalmente la stessa discorsività) è l’inferenza trascendentale dell’altro dal pensare o “a-logicità”; e cioè è la condizione per cui il pensare non riesce ad essere pensato se non come relazione discorsiva a un altro-da-sé trascendentale, ossia come un pensare sintetico e non spontaneo. Riassumendo: se il pensare si dà, e non può non darsi, le categorie si istituiscono solo mediante la relazione trascendentale ad altro, ma – proprio in questa relazione – non possono non prodursi.

Tentiamo a questo punto di riordinare gli spunti che fino ad ora sono venuti emergendo da queste riflessioni. Abbiamo detto innanzitutto che, in quanto fluire irreversibile e irripetibile, il pensare è produzione indefinita di diversità e cioè del nuovo. Ciò implica che nessun atto del pensare, ossia nessun giudizio, può andare perduto, nel senso forte di annullarsi, nello scorrere del fluire irreversibile. In caso contrario, infatti, si avrebbero due conseguenze, ambedue impossibili: il pensare non potrebbe essere produzione del diverso (se ciò che il pensare produce si annulla, rispetto a che il diverso può essere diverso?) e quindi il pensare risulterebbe un’identità immobile. Ma ciò, lo si è dimostrato sopra, è impossibile perché comporterebbe il togliersi, il negarsi (impensabile) del pensare stesso. Il pensare allora può essere definito propriamente storico, perché ogni suo atto, ogni suo prodotto (e cioè ogni suo giudizio) si dà come diversità-novità che si istituisce come diversità-novità proprio nel confronto con ciò che il pensare stesso ha già istituito nella sua necessaria relazione trascendentale ad altro.

E’ chiaro infatti che se il pensare è realmente –come si è cercato di dimostrare – irreversibile e cioè incapace di annullare alcunché, ogni suo atto, in quanto non può che aggiungersi, insiste su tutti i suoi atti o prodotti. E anzi, proprio perché il pensare è incapace di rendere nullo alcun suo giudizio, tutti i suoi giudizi costituiscono la premessa e la pietra di paragone rispetto a cui il suo atto di pensare, il suo giudizio in atto, si confronta e si rivela diverso e nuovo. E qui si riaffaccia in forma diversa lo stesso problema, che abbiamo sopra avanzato, della struttura permanente del pensare: cosa consente, o meglio presiede, il confronto fra giudizi; ossia in che modo ciò che nell’atto del pensare si aggiunge e si sovrappone a tutti i giudizi o prodotti del pensare, può stabilire una relazione di confronto attraverso la quale appunto rivelarsi “diverso” e “nuovo”?

Per rispondere a queste domande bisogna tenere ben presente alla nostra attenzione il carattere discorsivo proprio del pensare e analizzarlo di nuovo. Si è visto, infatti, che il darsi del pensare come fluire irreversibile e cioè come relazione ad altro – che potremmo qui considerare come una sorta di atto originario, oltre che sempre indispensabile, del pensare stesso – deriva la sua necessità dalla natura di per sé discorsiva che è propria del pensare. Se non si vuol negare il pensare – operazione peraltro impossibile – esso non può non essere discorsività, e cioè istituzione delle categorie fondamentali: identità-diversità-relazione. E allora, sia dal punto di vista fenomenologico che da quello logico, il darsi necessario del pensare e l’istituirsi altrettanto necessario delle categorie fondamentali costituiscono, sono, il medesimo atto che qui viene disarticolato solo per esigenze di analisi. Ora il darsi del pensare e insieme dell’istituirsi delle categorie, è un atto costante e in questo senso permanente: per il fatto stesso che il pensare si dà, e non può non darsi, come fluire irreversibile, si danno, e non possono non darsi, le sue categorie fondamentali.

Le categorie fondamentali del pensare e la ripresa della funzione astrattiva nell’uso formale e trascendentale

Nonostante l’originaria – e qui il termine non va inteso ovviamente in senso temporale – istituzione delle categorie fondamentali sia necessariamente trascendentale, perché il loro prodursi, che è il prodursi originario del pensare stesso, non può prescindere dalla relazione di questo ad altro da sé, le categorie fondamentali (identità, diversità, relazione), in quanto garanti della discorsività del pensare, ne costituiscono la forma permanente. In questo senso allora le categorie, per la loro “origine” trascendentale, sono senza dubbio le prime fondamentali “conoscenze”, ma in quanto forma necessaria della discorsività del pensare sono insieme strumento di ogni ulteriore conoscenza o pensiero. Dunque identità-diversità-relazione vanno intese in realtà come un’unica categoria, un vero e proprio organon del pensare; dal momento poi che parlare dell’una è già nell’atto stesso parlare delle altre, costituiscono la forma elementare – e quindi in tal senso a priori anche se non spontanea – del darsi del pensare come relazione discorsiva a un altro trascendentale. Ma il nesso identità-diversità si rivela come la condizione logica, a priori e non spontanea, del darsi del pensare discorsivo – così come l’altro ne costituisce la condizione trascendentale – e se il darsi del pensare non può essere negato nel suo necessario darsi, ecco che possiamo individuare proprio nel pensare discorsivo che “scorre” irreversibile e irripetibile un momento di permanenza rispetto a cui un tale scorrere necessariamente scorre e per il cui tramite insieme si fa pensabile: la permanenza è proprio la forma originaria ed elementare dell’atto di pensare-giudicare che è appunto il nesso identità-diversità, o, come si è detto sopra, organon del pensare.

A più riprese, ci è capitato di rilevare la presenza di una funzione astrattiva del pensare distinta, sotto un certo aspetto e cioè da un punto di vista analitico, dal darsi del pensare come relazione trascendentale ad altro; cerchiamo ora, ancora una volta, di indagarne più da vicino la natura. Come si è visto, il risultato di una tale funzione astrattiva si presenta proprio come sospensione o messa tra parentesi di quella relazione trascendentale ad altro che il pensare nella sua radice originaria non può non essere. Se questo è vero, la funzione astrattiva opera proprio su quella natura irreversibile-irripetibile del pensare che abbiamo dovuto riconoscere, una volta che la relazione trascendentale ad altro ci è apparsa come costitutiva del pensare stesso. Ora cercheremo di dimostrare che la funzione astrattiva del pensare da un lato è un fatto e dall’altra è una necessità; per fare ciò, nell’ambito della nostra impostazione generale, occorre compiere uno sforzo di vero e proprio rovesciamento circa il tradizionale modo di concepire e argomentare il rapporto tra permanenza e tempo. E innanzitutto, per essere coerenti con la nostra prospettiva, bisognerà dire: questi due concetti, permanenza e tempo, in quanto appunto concetti, debbono essere ricondotti entrambi alla loro “origine” o “radice” trascendentale, che, come abbiamo visto, costituisce il fondamento di qualsivoglia concetto.

Se provassimo a considerare, in sede analitica, il pensare esclusivamente in tale sua funzione trascendentale, mettendo cioè tra parentesi per un momento la sua pur necessaria natura logico-discorsiva, esso ci si rivelerebbe – al di là della difficoltà di concepire una simile situazione – come pura attività sintetica in atto, assolutamente presente, in relazione ad una alterità trascendentale. I caratteri di tale attività sono, per quanto si è detto sopra, l’irreversibilità e l’irripetibilità; si ricorderà infatti che, a fondamento logico della irreversibilità del pensare, e cioè della impossibilità di annullare qualsivoglia sua operazione, avevamo appunto posto il suo carattere non spontaneo e cioè relativo a un altro da sé trascendentale. Ed è propriamente questo che con termine inevitabilmente impreciso abbiamo chiamato la natura trascendentalmente “storica” del pensare. L’imprecisione deriva dal fatto che una tale storicità, analiticamente separata qui dalla funzione logico-discorsiva dello stesso pensare, è ancora assolutamente atemporale, è un puro operare sintetico sempre presente in quanto propriamente privo di tempo, il cui carattere “storico” è quindi desumibile solo dalla impossibilità di pensare, in quell’atto analiticamente isolato di sintesi trascendentale, sia il nulla che l’identico - ossia dal suo essere produzione in atto sempre nuova.

E difatti se il pensare, nella purezza della sua relazione trascendentale ad altro nella quale propriamente si istituisce, è davvero irreversibile e irripetibile, è cioè operatività in sé sempre diversa e nuova, il suo essere assoluta presenzialità è dato dal fatto che, considerata analiticamente la natura del pensare come semplice relazione trascendentale ad altro da sé, il pensare non può propriamente essere distinto dal suo stesso operare sintetico, e dunque il suo agire può essere concepito solo come pura relazione ad altro. Se restiamo allora a questo livello di analisi, non potremmo propriamente, come è del resto ovvio, neanche parlare del pensare come di un fluire, e ciò nonostante si debbano continuare a tener fermi i suoi caratteri di irreversibilità e irripetibilità; ed è per questo che poco sopra sottolineavamo la particolarità dell’uso del termine “storico” in questa sede.

Abbiamo fin qui analiticamente considerato, tuttavia, un solo aspetto della fondante relazione ad altro in cui il pensare si dà. Sappiamo infatti che ogni atto del pensare, pur sintetico e operativo nella sua radice trascendentale, si dà come concetto, anzi meglio come giudizio, è cioè anche istituzione delle categorie fondamentali: identità-diversità-relazione. E sappiamo inoltre che questa istituzione, pur ripetendosi di necessità in ogni atto del pensare, non può essere una sua operazione spontanea (o creativa), ma riposa anche essa sulla radice trascendentale della relazione ad altro. E allora, nonostante le abbiamo qui per necessità di analisi distinte fra loro, sia la “storicità” dell’operare in relazione ad altro, sia l’istituzione delle categorie fondamentali costituiscono in realtà nel loro “reale” darsi, lo stesso unico atto sempre presente e atemporale del pensare. Ora, una situazione siffatta, di assoluta atemporalità dell’atto di darsi del pensare, appare immediatamente in- componibile con l’irreversibilità che deve invece caratterizzare il pensare stesso come relazione ad un altro da sé trascendentale.

E’ chiaro infatti che è quanto meno singolare parlare di “operatività sempre nuova” in una situazione che esplicitamente esclude la dimensione temporale: di che “novità” può mai trattarsi se non vi è un tempo (e cioè un “passato” collegato con un “presente”) in cui ciò che è divenuto “vecchio” si tenga come tale e in cui quindi il “nuovo” possa confrontarsi con esso per essere appunto detto “nuovo”? E tuttavia sappiamo, per altro verso, che non possiamo rinunciare al carattere irreversibile (e appunto sempre nuovo) del darsi del pensare, perché ciò conduce di necessità a dover concepire la pura identità che – come si è cercato di mostrare nelle pagine precedenti – coincide con la negazione (impossibile) del pensare stesso. Se la situazione concettuale è allora quella che qui abbiamo descritto e definito – se cioè non possiamo rinunciare alla irreversibilità del darsi del pensare e tuttavia insieme non possiamo semplicemente presupporre la presenza del tempo come ambito della operatività trascendentale – questa situazione sembra senz’altro priva di sbocco positivo. Eppure un tentativo di soluzione può a parer nostro essere esperito.

Da un punto di vista trascendentale – intendendo qui, analiticamente, il termine trascendentale in modo rigoroso, e cioè “prima” di ogni intervento logico-discorsivo – il pensare, in quanto semplicemente sia considerato nel suo darsi come relazione ad altro da sé, è assoluta presenzialità, o per usare un termine che escluda appunto ogni distensione temporale, è attimalità. Dicevamo poco sopra che l’attimalità del pensare apre un problema rispetto alla concepibilità della sua natura irreversibile o “storica” – come pure l’abbiamo definita – in quanto impedisce il costituirsi di un “vecchio” con cui confrontare la produzione del “nuovo”.

Ciò sembra indubbiamente vero a una considerazione immediata. Eppure, a veder bene, l’argomento può con tutta facilità essere appunto rovesciato in modo speculare: proprio in quanto è attimalità che per definizione esclude ogni rapporto con il passato (e con il futuro, insomma con il tempo) si confermano la sua irreversibilità e la sua irripetibilità; in questo suo darsi attimale in relazione ad altro, infatti, il pensare non ha, né può avere, propriamente nulla da poter negare e nulla da poter ripetere. In questo senso allora, l’obiezione, mentre pone effettivamente un problema, non è in grado però di negare in radice la natura che abbiamo detto “storica” del pensare come relazione trascendentale ad altro da sé. E’ chiaro che quest’ultimo argomento in nessun modo risolve la difficoltà più acuta di fronte a cui ci troviamo, che è precisamente quella della possibilità – che appunto sembra sfuggirci – per il pensare di istituire, senza presupporre il tempo e all’interno quindi dell’attimalità della relazione trascendentale ad altro, un confronto tra i suoi prodotti, ma prima ancora la molteplicità stessa dei suoi prodotti, e insomma di concepire la sua natura “storica”.

Segue Paola Rodano (pp.56-63)

L’attimo e il tempo

Riprendiamo ora il filo del discorso. Abbiamo detto che un aspetto necessario del darsi del pensare come relazione ad un altro trascendentale è l’attimalità extratemporale di questa stessa relazione. . Ma sappiamo, per quanto siamo venuti dicendo nelle pagine precedenti, che il darsi attimale del pensare come relazione ad altro coincide, per altro verso, con l’istituzione delle categorie fondamentali, identità-diversità-relazione, senza le quali il darsi stesso del pensare diviene impensabile. Mantenendoci allora su di un piano di riflessione analitica, possiamo dire che da una parte – quella trascendentale – il pensare sta tutto ed esprime tutta la sua potenzialità nella attimale relazione trascendentale con l’alterità, che ne è la radice stessa e in questo senso il fondamento. Considerando la in estensione temporale dell’attimo in cui si raccoglie il pensare nel suo darsi come sintesi trascendentale, ossia come immediata operatività in relazione ad altro, l’atto del pensare assorbe infatti, nell’attimo atemporale, tutta intera la capacità operativo-sintetica del pensare stesso.

Dall’altra parte, però, noi sappiamo che la forma in cui questa attività si esprime – ma dunque ancora una volta l’atto stesso del pensare, perché come è ovvio la distinzione tra “forma” e “materia” può essere avanzata qui solo da un punto di vista analitico – è di necessità discorsiva, comporta cioè la relazione di concetti tra loro distinti (identità, diversità, relazione) e insomma – come si diceva nelle pagine precedenti – comporta una molteplicità di concetti. La singolare situazione concettuale in cui ci veniamo a trovare è allora questa: l’attimalità atemporale che caratterizza la relazione trascendentale del pensare e dell’alterità (cioè, non dobbiamo dimenticarlo, la radice stessa del darsi innegabile del pensare) è come impossibilitata a mantenersi tale in quanto è il luogo stesso di istituzione della discorsività e cioè della molteplicità concettuale. Si tratta però di vedere come sia possibile questa uscita dalla attimalità o atemporalità della radice trascendentale del pensare.

In quanto l’atto del pensare è di per sé privo di estensione temporale, la categoria che in esso si istituisce, o meglio che coincide con l’atto medesimo del darsi del pensare in relazione ad altro, non può non esaurire interamente l’atto del pensare come attimalità trascendentale. La natura dell’attimo è infatti atemporale (e aspaziale) proprio come lo è la categoria, la cui dimensione è difatti puramente logica. Non potendosi quindi istituire confronti quantitativi (fuori dello spazio e del tempo la quantità non ha senso) tra l’attimo trascendentale e la categoria, fra essi non può che esservi totale coincidenza di estensione: proprio per il fatto che ambedue sono privi di qualità estensive. Potremmo quindi dire chela relazione sintetica del pensare e dell’altro sonno un certo aspetto si riassume tutta nella istituzione-formulazione di una categoria, o anche che radice trascendentale e radice logica sono lo stesso, proprio perché non è possibile distinguerle sulla base di una differenza temporale (o spaziale) in quanto la dimensione stessa del tempo (e dello spazio) qui non si dà.

E tuttavia, come si è detto nelle pagine precedenti, nessuna categoria è pensabile se non in relazione discorsiva con le altre: ciascuna presa da sola è impensabile e la sua assolutizzazione è impossibile perché comporterebbe la negazione dello stesso pensare. Ecco allora che l’istituzione, come abbiamo visto imprescindibile, di una qualsivoglia categoria nell’attimo atemporale che il pensare è come relazione trascendentale ad altro, comporta l’uscita logico-discorsiva del pensare stesso dalla sua presenzialità attimale, ossia l’istituirsi della dimensione tempo: ogni categoria, proprio perché è di per sé relazione discorsiva alle altre categorie, getta, per così esprimerci, un ponte oltre l’attimalità trascendentale senza tempo della semplice, immediata relazione pensare-altro. In quanto astrattamente isolata dalle altre, ogni categoria è priva di estensione temporale e può quindi essere pensata come coincidente con l’attimalità della relazione trascendentale, ma un tale isolamento è possibile appunto solo analiticamente, perché in realtà sappiamo che ogni categoria è in sé necessariamente relazione discorsiva alle altre categorie e in quanto tale comporta una distensione dell’attimo trascendentale nel fluire logico-formale della discorsività. Il presente attimale della relazione trascendentale ad altro, nella quale soltanto il pensare può darsi, viene allora, per il tramite della necessaria istituzione delle categorie, dispiegato in una molteplicità di attimi logici, uno per ciascuna delle categorie che nell’attimo non possono non venir chiamate in causa insieme.

La necessaria istituzione delle categorie porta allora alla dilatazione logico-temporale dell’attimo che in quanto àmbito trascendentale di istituzione della discorsività e cioè del pensare stesso, deve moltiplicarsi in una successione di attimi o fluire temporale in cui identità, diversità e relazione possano reciprocamente e discorsivamente implicarsi. Ora una simile moltiplicazione di attimi- che assunta da un punto di vista realistico apparirebbe una contraddizione in termini – può essere solo logico-formale (anche se questo non vuol dire che non sia, come abbiamo cercato di dimostrare, altrettanto necessaria): altrimenti, come potrebbe moltiplicarsi ciò che, essendo trascendentale, on ha dimensioni né spaziali né temporali? Ogni attimo è in quanto tale esaurito, nella sua presenzialità trascendentale senza limiti spazio-temporali, da un solo atto del pensare e cioè dalla sua operatività come tale, che del resto coincide con la totalità della sua relazione trascendentale ad altro; ma la categoria che in quell’attimo aspaziale e atemporale si istituisce (e non può non istituirsi) è di per sé relazione discorsiva alle altre categorie, ossia è in sé molteplicità logico-discorsiva di categorie. Ed è così che la puntualità attimale della relazione trascendentale diviene un fluire temporale-logico.discorsivo, un susseguirsi di attimi tra loro collegati per il tramite delle categorie.

Se è vero quanto siamo venuti dicendo poco sopra, se cioè il tempo come scorrere o susseguirsi di momenti è pensabile solo come risultato della natura discorsiva delle categorie, allora il tempo non appare più come un semplice presupposto, come qualcosa cioè che in qualche modo non possiamo non premettere alla riflessione sul darsi necessario del pensare. Anche se, come è ovvio, questo è vero solo avendo analiticamente distinto e separato nel darsi indubitabile ma unitario del pensare la radice trascendentale della relazione ad altro della discorsività intrinseca alle categorie, due momenti o due aspetti dello stesso pensare che, fuori del terreno analitico, non possono più essere distinti, in quanto abbiamo visto che relazione sintetica ad altro e discorsività costituiscono in realtà l’unico darsi attuale del pensare. Nonostante ciò resta vero che sia la radice trascendentale che la discorsività categoriale, indistinguibili de facto nell’attualità del darsi del pensare, ne costituiscono tuttavia due ineliminabili condizioni, ambedue egualmente ineliminabili.

Ma torniamo alla questione del tempo. Si diceva poco sopra che la temporalità intesa come successione o fluire di momenti, non è di natura trascendentale ma “formale”, riposa sulla discorsività, ossia sul necessario istituirsi delle categorie logiche: essa è infatti dilatazione-moltiplicazione della attimalità che caratterizza l’atto del pensare come relazione trascendentale ad altro. E in questo senso, il tempo in quanto tale non può essere considerato dimensione reale o assoluta, che sottenda il darsi del pensare, e neppure kantianamente “forma pura” a priori, bensì risultato (e solo in questo senso può esser detto condizione formale del pensare) della natura discorsiva delle categorie. In quanto relazione trascendentale il pensare è assoluta presenzialità atemporale, ma in quanto discorsività il pensare è “riduzione” temporale, “temporalizzazione” della stessa relazione trascendentale ad altro. Ciò significa che, per mezzo della istituzione necessaria delle categorie, il pensare struttura secondo la successione temporale l’irreversibilità e l’irripetibilità che il pensare stesso è come relazione trascendentale ad altro – e cioè articola temporalmente ciò che sopra abbiamo chiamato la sua natura “storica”, la quale solo così diviene dicibile e pensabile.

E infatti sulla base della irreversibilità e irripetibilità del suo operare in relazione ad altro, avevamo definito “storica” la natura del pensare, ma tale “storicità”diviene realmente pensabile solo in quanto il pensare, attraverso la necessaria istituzione della discorsività nelle categorie, temporalizza il suo stesso “storico” esser presente. Il tempo, allora, dovrà esser considerato in qualche modo il versante astratto o logico (e perciò misurabile secondo quantità discrete e tra loro distinguibili, istanti, secondi, ore…ma più in generale passato, presente, futuro) della “storicità” trascendentale del pensare. Ma sotto un altro aspetto, è solo sulla base della sua radice trascendentale – e cioè della sua natura di storicità irreversibile-attimale – che il pensare può costruire la dimensione-categoria stessa del tempo e misurare, secondo gli eventi cui la viene applicando, matematicamente, fisicamente, psicologicamente, storicamente, ecc.

In altre parole: data l’irreversibilità e cioè la “storicità” del pensare nella sua radice trascendentale, il “nuovo” non può non prodursi per il fatto stesso – come si è ripetuto numerose volte – che il pensare on può non pensare; ma il “nuovo” si rivela come tale al pensare solo attraverso l’azione astraente di quest’ultimo. Questa azione infatti scandisce a trasforma la ovità in atto che il pensare è in un fluire vero e proprio secondo le forme “discorsive” di passato presente e futuro e cioè secondo il tempo. A partire da un’impostazione di questo tipo, allora, il tempo – articolato, secondo la classica tripartizione, in passato presente e futuro – si rivela, come abbiamo visto per le categorie fondamentali, non una forma spontanea e absoluta del darsi del pensare, ma invece frutto dell’astrazione necessaria e intrinseca che il pensare stesso mette in opera attraverso la discorsività categoriale sul fondamento della sua radice trascendentale “storica”. Banalizzando, allora, si dovrà dire non che la natura del pensare è storica perché c’è il tempo, ma all’inverso che il tempo è pensabile solo come forma traente della essenza intrinsecamente storica del pensare.

Sulla base di quanto siamo venuti dicendo, si può affermare che sia la natura trascendentale (e cioè di attimalità irreversibile in relazione ad altro da sé) sia quella discorsivo-astraente sono condizioni, del resto vicendevolmente implicatisi, indispensabili entrambi per concepire il darsi necessario del pensare. Se il pensare non possedesse la capacità di astrarre –a cui possibilità ci sembra peraltro dimostrata dalla necessaria istituzione della discorsività categoriale-temporale – il suo darsi coinciderebbe immediatamente e totalmente con l’atto di produrre il nuovo in relazione ad altro; ma entro una tale immediatezza, il pensare sarebbe impossibilitato a operare qualsivoglia confronto (perché il confronto esige l’istituzione di forme e cioè di categorie e di tempo) e non riuscirebbe a dirsi e a pensarsi come fluire irreversibile e cioè come “storicità”, pur essendo questo il fondamento di ogni parola e di ogni pensiero. L’immediatezza cioè del darsi del pensare come attimalità irreversibile diverrebbe ancora una volta negazione – impossibile – del pensare stesso. In questo senso allora ogni pensiero è di per sé opera di astrazione “relativa” (ossia non spontanea) al darsi del pensare come immediata e irreversibile relazione trascendentale ad altro.

L’aporia del tempo nella prospettiva ontologica. L’istante in Platone.

Se L’istituzione necessaria delle categorie è insieme – come si è detto – istituzione logico-formale del tempo, in quanto distensione discorsiva e necessitata dell’attimalità della relazione trascendentale pensare-altro, allora anche quella che abbiamo chiamato la “storicità” del pensare, il suo essere cioè sintesi operativa irreversibile e irripetibile, si fa finalmente pensabile, perché viene per così dire articolata e strutturata dalla forma discorsivo-categoriale che il pensare stesso, per un altro suo aspetto, è. E tuttavia ciò non può significare che, nella sua natura trascendentale di relazione ad altro, il pensare possa effettivamente, o meglio “realmente”, spezzare il suo darsi attimale nelle tre classiche dimensioni del tempo, e cioè passato presente futuro. Il darsi attimale si “dilata” temporalmente soltanto nell’ambito – pur, come si è visto, assolutamente necessario – dell’astrazione logico-discorsiva, in ciò quindi non mutando il carattere assolutamente atemporale del darsi del pensare come relazione trascendentale ad altro. Se ciò non fosse, infatti, per pensare il fluire temporale si dovrebbe ipotizzare l’attimo trascendentale come un presente che “passa” nel passato e che “proviene” dal futuro, cosa che l’intera storia della filosofia da Platone in poi ha ripetutamente quanto vanamente tentato di concepire.

E’ subito evidente infatti il circolo vizioso che una simile situazione mette in opera. Nella celebre trattazione dell’ “istante” (Parm., 156 a -157 d) Platone prende le mosse dal problema del «nascere» o del «venire all’essere» dell’uno, e osserva dapprima che per poter partecipare dell’essere e insieme non parteciparvi, l’uno potrà farlo soltanto in «tempi diversi»; ma, si domanda Platone, vi sarà «anche il tempo in cui l’uno viene a prendere parte all’essere e il tempo in cui lo sta abbandonando»? Si introduce così propriamente il tema del «mutare» dell’essere e del «fluire del tempo». Ma procediamo per ordine. Qualsivoglia stato dell’uno, il suo partecipare all’essere e il suo non parteciparvi, il suo esser uno e il suo esser molti, il suo essere in moto e il suo esser quieto, deve, per così esprimerci, “occupare” un momento del tempo e ogni momento del tempo è occupato da un modo di essere dell’uno: ad esempio l’uno o è fermo o è in moto, per cui – dice Platone - «non vi è nessun tempo in cui sia possibile che qualche cosa né si muova né stia ferma» (e potremmo aggiungere qualsivoglia coppia di condizioni diverse od opposte). E tuttavia, se – come pure è giocoforza ammettere – nel tempo l’uno o è in quiete o è in movimento, il «mutamento», ossia il passaggio dall’essere quieto all’essere in movimento e viceversa, non potrà «avvenire nel tempo», poiché – come è ovvio – nessuna cosa «muta senza mutare», e dunque «quando muterà»?

«Non quando è fermo, non quando è in moto» e quindi, per quel che si è detto sopra, non in um momento del tempo, poiché non vi è nessun tempo in cui qualcosa né si muova né stia fermo. Eppure, prosegue Platone, il mutamento non può certo avere inizio «dalla quiete ancora immobile», poiché in quel momento del tempo «occupato» dall’uno quieto, si ha la quiete appunto, e non il mutare della quiete in moto; come pure il mutamento non può iniziare dal movimento ancora in moto, poiché nel momento del tempo in cui l’uno è in moto non vi è «spazio» per l’arrestarsi del movimento. Insomma, per pensare gli stati opposti dell’uno senza incorrere nell’assurdo di un essere che è fermo proprio mentre si muove (o meglio che è fermo in moto e che si muove quieto), Platone afferma che sembra inevitabile presupporre il tempo: «l’uno – dice – partecipa e non partecipa dell’essere [o della quiete, o del moto, ecc.] in tempi diversi; è questo il solo modo per cui possa partecipare e insieme non partecipare di una medesima cosa». Platone sa bene però – e l’analisi dialettica dell’axaìfnes vuol condurci proprio qui – che questa solo apparentemente è una soluzione, perché in realtà la difficoltà è stata solo dislocata dall’essere al tempo.

Così come non si riesce a spiegare, senza contraddizione, il passare dell’essere da uno stato all’altro, allo stesso modo non si riesce a pensare il fluire del tempo da un suo momento al successivo, posto che ogni momento del tempo è concepito come una discontinuità di momenti separati. Del resto, se i momenti del tempo on fossero discreti dovrebbero coincidere, con la conseguenza che passato presente e futuro, ossia i momenti del tempo, sarebbero contemporanei e il tempo non coinciderebbe con sé, se il suo «sé» è propriamente quello di essere tripartito in presente passato e futuro. E tuttavia, pur nella discontinuità dei suoi momenti, il tempo non può rinunciare al suo carattere fluente e cioè di continuità, perché semplicemente senza continuità non si ha più tempo: il tempo non si dà senza discontinuità dei suoi momenti, ma questi a loro volta debbono esser momenti di un continuo per esser momenti del tempo. L’aporia del tempo si presenta dunque nella forma di una struttura che deve essere insieme discreta e continua, un’aporia come si vede simmetrica e connessa a quella del «mutamento» dell’essere.

E’ nel cuore di un tale intreccio apiretico che si colloca l’ipotesi platonica di quella «cosa assurda» che è l’istante. «Pare che “istante” significhi qualche cosa di simile: ciò da cui qualche cosa muove verso l’una o l’altra delle due condizioni opposte […], ma questa natura dell’istante è qualche cosa di assurdo che giace tra la quiete e il moto, al di fuori del tempo, e così verso l’istante e dall’istante ciò che si muove si muta nello stare e ciò che sta si muta nel muoversi. […] E mutando muta istantaneamente e mentre muta non è in nessun tempo, non si muoverà allora, né starà». L’istante, in quanto «cosa» intemporale posta tra due momenti contigui del tempo, ciascuno dei quali coincidente con una «condizione» dell’essere, si identifica semplicemente con il non-essere, che diviene l’assurdo fondamento dell’essere: il tempo – si dovrebbe concludere con Platone - «quando» scorre non è tempo, così come l’essere «quando» muta non è essere, con la conseguenza che presupporre il tempo per spiegare il mutamento conduce a negare insieme all’essere anche il tempo che si è presupposto.

Si deve notare a questo punto che, nella prospettiva ontologica, la presupposizione del tempo si rivela in realtà impossibile perché di fatto non introduce una dimensione ulteriore e diversa rispetto all’essere – il che, del resto, per le stesse ferree leggi dell’ontologia, sarebbe impossibile – ma più semplicemente comporta una duplicazione di quest’ultimo, assolutamente equivalente, e che quindi ripropone di necessità tutte le difficoltà proprie dell’essere. La piena coincidenza dei «momenti» del tempo con gli «stati opposti» dell’essere esibisce un tempo statico e non fluente (e dunque non il tempo ma l’essere), per ciò stesso non solo impossibilitato a garantire il passaggio dell’essere da uno stato al suo opposto, ma incapace esso stesso di scorrere e dunque di essere tempo. Metabolè (mutamento) allora si avrà fuori del tempo e fuori dell’essere (ammesso che dire ciò conservi ancora un senso), in quella «cosa assurda», come giustamente la definisce Platone, che posta tra due momenti del tempo o tra due stati dell’essere, non è tempo e non è essere.

Quella che dovrebbe essere la caratteristica propria della temporalità – il fluire dei momenti – fluisce «istantaneamente» e cioè fuori del tempo, in modo atemporale. Di qui il circolo vizioso – messo in chiara evidenza da Platone nell’analisi dell’exaìfnes – che vuole il tempo come fondamento dell’istante e insieme l’istante come fondamento del tempo (e l’intero circolo come fondamento del «mutare» dell’essere) senza peraltro che si riesca a vedere come sia possibile passare dall’istante intemporale al tempo e viceversa, se non ipotizzando un ulteriore tramite fra i due, poi ancora un altro, e così via all’infinito, inseguendo un «passare» che non si riesce mai a stringere concettualmente. E infatti ci troviamo di fronte a un salto vero e proprio, assolutamente inspiegabile, o dal tempo all’istante o dall’istante al tempo. Torniamo ora, dopo questa parentesi platonica, alla nostra ipotesi e cerchiamo brevemente di richiamare i termini del problema.

Abbiamo visto nelle pagine precedenti che il pensare, inteso analiticamente nella sua relazione trascendentale ad altro, è attimalità atemporale, mentre il tempo, concepito secondo la classica tripartizione dei suoi momenti in passato presente e futuro, ci si è mostrato nella sua natura logico-discorsiva. Ciò significa, propriamente, che del pensare in quanto relazione trascendentale ad altro non si può dire che «è passato» (0 che «passa»), né che «non è ancora» (o che «sarà»), perché di esso si può dire solo che «si dà», sicchè questo suo darsi è attuale-attimale, né è possibile ravvisarvi alcuna connotazione temporale. A rigore, del pensare nel suo «versante»trascendentale non può dirsi neppure che è «presente», almeno in quanto l’esser presente implichi una dimensione propriamente temporale, se non altro perché è logicamente connesso ai concetti di futuro e di passato. Anche il presente in questo senso è frutto, insieme al passato e al futuro, di astrazione logico-discorsiva, il suo concetto – come qualunque altro – essendo pensabile solo in relazione discorsiva ad altri concetti, il passato e il futuro appunto e più in generale il tempo stesso.

Segue Paola Rodano (pp.64-68)

La temporalità come operazione logico-discorsiva su base trascendentale

L’attualità del nesso pensare-altro, proprio per la sua natura trascendentale e quindi (analiticamente) a-discorsiva, deve essere concepita come pre-temporale o a-temporale, e ci si passi qui il ricorso a prefissi (“pre”, “a”) che proprio mentre dovrebbero servire ad escludere il tempo , sembrano in realtà reimplicarlo. Ciò del resto è inevitabile, solo se si considera che, per quanto detto sin qui, ogni argomentazione, e dunque anche quella che ha per oggetto la natura trascendentale del nesso pensare-altro, è articolazione di concetti, discorsività appunto, e dunque intervento logico categoriale della temporalità. Questo non toglie tuttavia che – come abbiamo cercato di dimostrare nelle pagine precedenti – condizione trascendentale del necessario istituirsi delle categorie (e cioè del darsi innegabile del pensare come discorsività) è proprio il nesso tra la dimensione logica del pensare e quella propriamente a-logica dell’alterità. E allora il nesso pensare-altro, ossia la condizione trascendentale della discorsività e dell’istituirsi del tempo, dovrà essere a-temporale, anche se la riflessione che analiticamente ne indaga la natura, in quanto è essa stessa – come ogni altra riflessione – istituzione logico-formale di temporalità, non può evitare l’uso di concetti che di temporalità sono necessariamente contesti e dunque portatori.

Per il pensare discorsivo il non-tempo può essere pensato ovviamente solo per via negativa, in quanto la vera a-temporalità è puramente trascendentale e non discorsiva; ma il ‘puramente trascendentale’ può essere pensato e detto solo in sede analitica e per il tramite della discorsività categoriale-temporale. Può sorgere a questo punto spontanea l’obiezione che, in realtà, anche in questa nostra ipotesi si proponga una fondazione a-temporale del tempo, che per ciò stesso non può non avvolgersi in quelle aporie che sopra, con Platone, abbiamo rilevato. Ma la situazione concettuale in cui ora ci troviamo è, a parer nostro, molto diversa. E infatti qui non è il tempo che per essere, o meglio per scorrere ed essere tempo, deve trapassare dal futuro nel presente e poi nel passato. Il tempo in quanto tale non ha consistenza né ontologica né trascendentale, ché l’unica realtà trascendentale è il nesso atemporale di pensare e altro, e propriamente abbiamo escluso ogni dimensione ontologica. Non avendo dunque consistenza ontologica né trascendentale, non ci troviamo di fronte a un tempo continuo che debba frazionarsi nelle tre classiche dimensioni del tempo discreto e tanto meno che debba passare dall’una all’altra; dunque non deve annientare il suo esser presente nel non-essere che, rispetto ad esso, sarebbero passato e futuro.

Né la natura del tempo è quella di una kantiana forma pura, perché anche in questo caso, come forma “indipendente e assoluta”, il tempo incontrerebbe la difficoltà, già platonico-agostiniana, di dover comporre la sua natura per un verso fluente e per altro verso permanente. Nella nostra ipotesi, invece, la puntualità attimale del pensare, come sintesi operativa in relazione trascendentale ad altro, è assoluta atemporalità che diviene concepibile come fluire solo in quanto la discorsività delle categorie – cui necessariamente tale relazione fa da referente trascendentale e in cui è insieme pensata e si fa dicibile – istituisce la temporalità come relazione logico-discorsiva di momenti discreti e cioè di passato-presente-futuro, su di un piano dunque che è esclusivamente logico-discorsivo e non più trascendentale. Se il tempo, inteso ora come la dimensione stessa dello scorrere di momenti discreti, esaurisce la sua natura e la sua funzione sul terreno che abbiamo detto dell’astrazione logico-discorsiva, è chiaro che le sue tradizionali dimensioni, passato presente e futuro, dovranno essere ripensate. Dal momento che la prospettiva ontologica è stata infatti esclusa, non si potrà più parlare del passato come del “non essere più” del presente, e del futuro come “non essere ancora” con tutti i problemi che si aprono non appena si provi a pensare rigorosamente il non-essere e il passaggio dell’essere nel (o dal) non-essere .

Per quanto siamo venuti dicendo in queste ultime pagine, in realtà l’attualità attimale del darsi del pensare come relazione ad altro e i momenti propriamente temporali del passato del presente e del futuro, non possono essere pensati in un nesso di reciproco e circolare rinvio fondativo, perché appartengono a due dimensioni analiticamente diverse dal pensare: la prima coincide infatti con la sua relazione trascendentale ad altro, mentre i secondi sono il “prodotto” (o l’espressione) della sua funzione logico-discorsiva-astrattiva. In nessun modo quindi si potrà parlare di un presente che diventa passato o che proviene dal futuro, poiché effettivamente (come era già apparso a Platone e ad Agostino) tra attimalità-atemporale da un lato e presente passato e futuro dall’altro non vi è omogeneità di terreno che consenta appunto il passare. Solo che questa radicale disomogeneità non può essere intesa come una separazione di carattere ontologico; ossia non è l’originaria negazione che l’essere è del non-essere ad impedire che si abbia il passaggio dell’attimo nella temporalità (del non-tempo nel tempo o del non-essere nell’essere).

Si dovrà dire allora che l’istante non è un che di atemporale posto tra i momenti del tempo, ma è invece condizione-supporto trascendentale della temporalizzazione, la quale essendo – come si è visto – espressione logico-discorsiva a partire dal trascendentale, si dà nell’atto stesso come “lettura”, mediante le categorie, dello stesso trascendentale: solo così è possibile pensare il tempo, e lo vedremo meglio tra poco, insieme come continuo e come discreto. Sia chiaro, però, che la lettura o categorizzazione del trascendentale non significa propriamente che questo si costituisca come un contenuto, come l’oggetto di lettura della discorsività del pensare, perché a rigore il trascendentale potrebbe essere “letto” solo trascendentalmente (anche se onestamente non sapremmo dire cosa mai ciò potrebbe significare). Ora invece “leggere”, ossia pensare, si può – come si è cercato di dimostrare – solo discorsivamente, e dunque istituendo la temporalità, ma insieme si può “pensare” e “leggere” solo a partire dalla condizine del nesso trascendentale pensare-altro.

Sulla base di quanto appena detto, si può cercar di ripensare il classico tema, legato intimamente a quello del tempo, del rapporto continuo-discreto. In breve, il ragionamento potrebbe essere svolto così: il darsi del pensare non può essere negato (ché negare il darsi del pensare in realtà lo ribadisce); condizione trascendentale di tale darsi è la relazione pensare-altro; poiché è impossibile che il pensare non si dia, la sua condizione trascendentale non può non darsi assolutamente: il che significa a rigore che la relazione pnsare-altro è di per sé sottratta al dominio del discreto, è cioè continua, o, come anche si è detto, è atemporale-attimale. Ma il darsi del pensare è insieme di necessità discorsivo, e discorsività implica temporalizzazione mediante categorie; e cioè qualsivoglia pensiero, anche quello che pretenda analiticamente di avere come proprio oggetto l’attimalità trascendentale, è istituzione di temporalità come successione di unità di tempo tra loro discrete (passato, presente, futuro). In conclusione, la relazione trascendentale pensare-altro fa da supporto alla capacità logico-discorsiva del pensare senza per questo costituire in senso forte oggetto di temporalizzazione; o meglio si potrebbe anche dire che, mentre costituisce l’oggetto su cui si esercita la funzione temporalizzatrice delle categorie (consentendo così che tale funzione si eserciti), il trascendentale in nessun modo viene mutando la sua specifica natura attuale-attimale, che permane invece come ineliminabile fondamento trascendentale del darsi innegabile e dunque inarrestabile della discorsività.

Se teniamo analiticamente distinta la natura trascendentale del pensare da quella logico-discorsiva, nella prima si può propriamente rilevare un’attimalità atemporale e nella seconda invece una distensione temporale e cioè l’articolazione categoriale di passato presente e futuro, senza che in nessun modo si possa ipotizzare un rapporto di derivazione ontologica del presente dal futuro o di un suo trascorrere nel passato. In realtà presente passato e futuro costituiscono propriamente le articolazioni logico-discorsive del tempo, inteso come funzione astrattiva del pensare sulla base della sua condizione “storico”-trascendentale. E infatti, se provassimo a ricondurre il passato e il futuro al fondamento trascendentale che li sottende di necessità in quanto articolazioni logiche, vedremmo che anch’essi, come qualsivoglia altro “pensiero”, sono concepibili solo come attuali-atemporali (per il presente la cosa è anche troppo ovvia, basti pensare all’ exsaifes platonico o alla determinazione del presente in Agostino). E in questo senso, è allora vero che futuro e passato “non sono” (ossia non sono passato e futuro e quindi non sono momenti del tempo), perché nel suo fondamento trascendentale ogni pensare (ogni concetto) è attualità atemporale; essi non rappresentano tuttavia un “non essere” rispetto ad un presunto “essere” del presente, perché – come si è visto – tra dimensione logico-discorsiva e dimensione trascendentale non è ipotizzabile un rapporto metafisico di partecipazione o di negazione, mentre sono ambedue condizioni necessarie di pensabilità di ciò che abbiamo definito un’evidenza logico-fenomenologica: il darsi innegabile del pensiero stesso.

Se passato e futuro debbono essere concepiti come articolazioni logiche del pensare discorsivo, allora la discorsività comporta due funzioni specifiche: quella della memoria e quella dell’anticipazione. Il passato infatti, pur coincidendo, da un punto di vista trascendentale, con l’attimalità atemporale del darsi del pensare (come qualunque altro concetto), dovrà essere concepito, dal punto di vista della necessaria funzione logico-astrattiva del pensare stesso, come contenuto della memoria, e cioè sempre di quel pensare che, irreversibile e irripetibile, insiste nel suo darsi attuale con tutto ciò che lo costituisce (e dunque anche con ciò che, per necessaria astrazione discorsiva, abbiamo chiamato “passato”). Allo stesso modo, in quanto “storicità” irreversibile, il pensare dovrà anche essere considerato dalla riflessione discorsiva “anticipazione”, un andar cioè continuamente oltre se stesso, oltre il suo attuale pensare: operazione trascendentalmente impensabile ma discorsivamente inevitabile. E questo apparirà più chiaro solo se si ponga attenzione al fatto che comunque il pensare non può concepire il proprio non darsi e che dunque quel suo fluire irreversibile (ossia la sua attuale “storicità”) è un proiettarsi oltre se stesso, oltre cioè il suo attuale pensare (“futuro”). Ciò che viene anticipato (ossia pensato come futuro) non è altro che il darsi del pensare stesso, secondo le sue necessarie condizioni: relazione trascendentale ad altro e discorsività temporalizzatrice. Il tema, come è ovvio, meriterebbe ben altro svolgimento, ma i limiti che abbiamo assegnato a questo scritto impongono di arrestarci a questo punto.

Segue Paola Rodano (pp.68-71)

L’alterità strutturata o l’ ”evento”

Abbiamo detto che condizione trascendentale del darsi discorsivo-temporale del pensare è il suo rapportarsi ad altro, a ciò che è diverso dal pensare e in questo senso a un “non” del pensare inteso, platonicamente, come uno éteron. Ora però va chiarito preliminarmente, per rispondere a possibili e anche facili obiezioni, che, se è vero che così viene a riproporsi una sorta di dualismo tra pensiero e ciò che pensiero non è, insomma tra pensiero e “cose”, il problema di come sia possibile – nel senso della legittimità – l’incontro fra due termini per definizione “eterogenei” non può essere avanzato: essi non possono non incontrarsi – si tratta ovviamente di vedere secondo quali modalità e con quali “effetti” – dal momento che, appunto, lo éteron del pensare ci è apparso come condizione necessaria e imprescindibile della pensabilità stessa della discorsività e dunque di ciò che abbiamo dimostrato fenomenologicamente innegabile e autoevidente. In questo senso allora il nesso pensare-altro si presenta come un semplice fatto: non possiamo indagare perché ciò avvenga, pur riconoscendone, al tempo stesso, l’assoluta necessità, in quanto su di esso riposa la possibilità stessa di ciò che non si può negare, il darsi del pensare discorsivo. In realtà in nessun momento, per quanto si voglia scandire analiticamente la complessa natura del pensare, si può togliere l’evidenza del suo darsi, che è fondamento fenomenologico sia della discorsività sia dell’alterità.

Ci troviamo in realtà di fronte a una situazione concettuale estremamente singolare e sulla quale sarà bene non lasciare margini di ambiguità: mentre il pensare non può non riconoscere – pena il suo stesso impossibile negarsi – la dualità trascendentale del pensare e dell’altro come suo irriducibile vincolo, al tempo stesso ciò mediante cui il pensare istituisce la propria discorsività (e cioè la relazione con un’alterità) è noto esclusivamente per inferenza logica. La dualità, in altre parole, è dimensione rigorosamente trascendentale e non si risolve mai – né potrebbe – in una sintesi. Ogni ipotesi di sintesi, infatti, dovrebbe presupporre un’originaria identità dei termini che la sintesi alla fine compone, altrimenti il processo di riunificazione e di fusione non potrà non nascondere al suo interno un momento indedotto e indeducibile che lo mina nel punto più delicato di fondazione. E, per fare un solo esempio, ma obbligato e classicissimo, si pensi a quell’ «arte nascosta nel fondo dell’anima» cui Kant è costretto a ricorrere nello schematismo trascendentale per “spiegare” in qualche modo la “deduzione” del “giudizio sintetico a priori”.

Il darsi dell’altro, nel suo nesso col pensare, costituisce allora anch’esso – proprio nella sua natura trascendentale – un’ evidenza logica, in quanto appunto è condizione necessaria del necessario darsi del pensare. Ma cos’altro possiamo dire di esso? E’ chiaro infatti che, se l’alterità costituisce la condizione trascendentale del pensare, di essa dobbiamo in ogni modo tener ferma la eterogeneità rispetto alla dimensione logico-discorsiva del pensare. E questa eterogeneità significa anzitutto indipendenza e autonomia, ma non nel senso che l’alterità possa non darsi nella relazione al pensare, possa cioè non entrare in tale relazione, perché questo comporterebbe il non darsi del pensare stesso, che è – come si è ripetuto tante volte – inconcepibile; né d’altra parte, com’è ovvio, si comprende in che modo indipendenza e autonomia dell’eterogeneo potrebbero essere apprese – ma dunque essere per noi – fuori del pensare. L’altro invece si dà necessariamente, ossia, per esprimerci metaforicamente, cade nell’orizzonte del pensare – che solo per il tramite di questo “accadimento” può articolarsi discorsivamente e cioè può a sua volta darsi – ma secondo modalità sue proprie, che quindi diremo metalogiche o alogiche.

E ciò significa che il darsi di un simile “accadimento” deve in qualche modo essere già in sé strutturato: il pensare non ha a che fare con una condizione trascendentale assolutamente informe, i cui effetti, kantianamente, unifichi mediante le proprie forme e categorie. La “materia” del pensare fa tutt’uno con le sue forme e la stessa distinzione tra materia e forma non è che un’astrazione. L’altro allora, in quanto accade nell’orizzonte del pensare, vi accade in quel determinato modo (metalogico o alogico) e secondo una sua propria virtù che è assolutamente indipendente dal suo essere condizione trascendentale della discorsività del pensare. Non sarà mai possibile ridurre attualisticamente l’altro a contenuto-prodotto del pensare: ciò toglierebbe l’eterogeneità dell’altro e – per tutto quello che si è detto sin qui – toglierebbe tout court il pensare. L’altro, insomma, non solo si dà in piena autonomia, come termine della relazione già in sé strutturato, e dunque come “evento” che ogni volta accade così e non altrimenti in virtù di una potenza che gli è propria e che in nessun modo può dipendere né dalla virtù logica del pensare né dalla sua relazione con esso.

E’ proprio la sua necessaria funzione trascendentale nei confronti del pensare che fa dell’altro una realtà assolutamente autonoma: se lo éteron non viene concepito come ciò che è innanzitutto in sé metalogico, la stessa dimensione logica – che è discorsività e quindi relazione – diventa impensabile, e ciò – come si è visto – costituisce una reale impossibilità. Se l’altro non fosse strutturato secondo sue proprie forme – che perciò abbiamo detto metalogiche – dovrebbe essere concepito come una realtà informe, assolutamente indeterminata in sé, e dunque si rapporterebbe al pensare come pura, elementare alterità, priva di articolazione, costituente in sé un’identità. In tal caso però il pensare, pur entrando in relazione con altro da sé, non potrebbe in alcun modo articolarsi discorsivamente e cioè darsi come quella temporalità che abbiamo visto essere il suo carattere specifico e ineliminabile.

La semplice alterità, una sorta cioè di pura alogicità priva di qualsivoglia caratterizzazione ulteriore, che potremmo qui assimilare alla pura materia aristotelica, non è in grado infatti di svolgere quella funzione trascendentale che il darsi del pensare discorsivo invece esige: la relazione tra pensare e altro sarebbe infatti incontro di un identico (il pensare puro, che per articolarsi e determinarsi discorsivamente ha appunto bisogno di altro) con un identico (l’altro, che – secondo l’ipotesi in esame – è privo di ogni qualità specifica oltre il suo semplice essere metalogico). Ora una relazione siffatta si costituisce secondo un ritmo vizioso di assoluta reciprocità priva di sviluppo: il pensare, come pura identità con sé, nega l’altro da sé, come suo semplice “non”, e l’altro nell’atto stesso e con pari forza nega il pensare come il suo altro, di nuovo come semplice “non”. Questa è – come si può vedere – una relazione simmetrica di identici e dunque propriamente una non-relazione. Ci troviamo di fronte a uno speculare reciproco negare che non riesce a istituire una vera relazione in quanto non consente a nessuno dei due poli di differenziarsi e quindi consistere con sé attraverso il riferimento all’altro.

E’ chiaro infatti che un incontro siffatto, tra due “realtà” cioè che, prive di articolazioni qualitative, si distinguano solo per un segno di negazione (A e non –A), a rigore deve risolversi nella pura identità (e più che un “risolversi” sarà un rivelarsi o un essersi da sempre rivelato dell’identità, come l’identità dell’essere e del nulla indeterminati della prima triade hegeliana); insomma, se l’altro fosse indeterminata e semplice alterità, non avremmo più a che fare con un reale “diverso” dal pensare (un nulla “relativo”, uno éteron per dirla con Platone), ma con il suo assolutamente altro, il suo non-essere (énantìon) che, come abbiamo visto all’inizio di questo scritto, si rivela perciò stesso identico al suo presunto opposto. Perché allora da una relazione siffatta possa scaturire un “risultato”, almeno uno dei due termini che la stringono dovrebbe essere in sé strutturato e possedere un potere “creatore” o demiurgico, capace cioè di forgiare l’altro trasferendovi le proprie forme. Ma lo stesso pensare, si ricordi, fuori dalla relazione è in sé un’identità indeterminata in quanto le sue forme, pur necessarie, non sono in grado di articolarsi in modo “spontaneo”, e dunque in che modo potrebbe mai plasmare questo generico altro privo di qualità?

Ritroviamo qui (nell’ipotesi cioè di un’alterità indeterminata al modo della “cosa in sé” kantiana) la difficoltà di alcune forme almeno dell’idealismo, che avendo posto l’alterità – la materia – come un neutro sostrato, privo di strutture proprie, insomma come pura condizione dell’attività dello spirito, è poi costretto a risolvere l’alterità con un atto di semplice toglimento, che riconduce e insieme riduce alle leggi del pensare la stessa materia. La quale allora è posta dal pensiero solo per essere tolta e consentire così un’apparenza di dinamicità: la relazione del pensiero con un’alterità totalmente destrutturata si è rivelata infatti una relazione tra identici che in nessun modo è in grado di far scaturire il diverso né una reale dinamicità. E non è un caso allora che l’idealismo abbia finito per ridurre ogni forma del sapere all’unica forma del sapere filosofico-scientifico e che al tempo stesso non sia stato in grado di dare una spiegazione convincente del darsi nella storia di diversi sistemi e teorie scientifiche, se non ricorrendo a momenti di un processo necessario al cui culmine il pensiero o lo spirito ha (da sempre) tutto risolto in sé. In realtà, movendo da una relazione tra identici, il presunto movimento dialettico dell’idealismo non può non risolversi in quella identità di pensiero ed essere nella quale o tutto è da sempre dato e cioè presupposto, o dalla quale comunque nulla può scaturire.

Segue e termina Paola Rodano (pp.71-79)

La dualità originaria

Ma ripigliamo il filo della nostra discussione. Dell’altro si parla e dell’altro si pensa come condizione trascendentale a partire dal fatto che, altrimenti, il pensiero diviene impensabile. Sotto questo aspetto, allora, l’alterità è espressa anch’essa nella forma di un pensiero, ma questa sua pensabilità coincide con l’inferenza che il pensare fa dell’altro come condizione trascendentale indispensabile del suo stesso darsi, e cioè come vincolo “alogico” grazie al quale la logica stessa si istituisce. In conseguenza di ciò, le determinazioni alogiche dell’alterità, in quanto necessariamente inferite dal darsi intrascendibile della discorsività (ossia della molteplicità categoriale), stringono la relazione col pensare (e diremmo allora che entrano nel suo “rivelativo orizzonte”) come un fatto, che è, al pari della “natura” per Galilei, «nulla curante che alla nostra capacità siano esposte le sue ragioni e [che] i suoi modi di operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini». In quanto alogiche, le determinazioni si pongono “accanto” al pensare e non sono poste da esso, anche se l’inferenza del loro darsi trascendentale riposa sulla imprescindibilità del pensare stesso. A questo punto risulta forse chiaro in che senso parliamo di dualità e non di dualismo.

Pensare e altro costituiscono due “mondi” realmente eterogenei, la cui sintesi o reductio ad unum è perciò stesso improponibile, ma al tempo stesso è proprio questa eterogeneità o dualità di radice che garantisce la necessità della loro relazione trascendentale, costituendo in ciò la condizione del darsi discorsivo-temporale del pensare. E’ per questo che non abbiamo parlato di un “intelletto spontaneo”, capace cioè, kantianamente, di pensare per sua intrinseca virtù ed energia. Tolto alla sua dualità di radice, l’intelletto non è semplicemente “vuoto” di contenuto conoscitivo, non può neppure istituirsi come semplice discorsività: è la pura – impensabile e dunque impossibile – negazione di sé. E così la dualità trascendentale di pensare e altro comporta – cosa peraltro già rilevata – che il rapporto kantiano di logica formale e logica trascendentale, tale per cui la prima - ferma restando la spontaneità dell’intelletto – appare quale condizione o premessa dell’istituirsi della seconda, va profondamente riveduto. Il pensare non è in grado di trovare dentro di sé un principio sufficiente della propria discorsività, in quanto è vincolato trascendentalmente ad altro da sé e dunque la sua stessa attività – peraltro innegabile – sarà tale a partire dalla relazione trascendentale (che rinvia alla dualità di radice) mediante la quale il pensare stesso si rende pensabile e cioè si istituisce come discorsività e tempo.

La logica formale allora, intesa come attività “pura” dell’intelletto che ordina pensieri tramite pensieri, non può non rinviare, per la sua stessa pensabilità, a un “momento” trascendentale. Perché qualsivoglia pensare si dia “vuoto” o “pieno”, formale o conoscitivo, analitico o sintetico, occorre un quid di alogico, di non-pensiero. La logica formale non è il pensare originariamente spontaneo, la cui applicazione a un contenuto vada dedotta, perché un pensare “originariamente puro” ci si è rivelato come negazione – assurda – di ogni pensare. Insomma, per dirla con Spaventa, «o si pensa e allora il pensiero non è vuoto; o il pensiero è vuoto, e allora non si pensa»; ma la seconda ipotesi è fenomenologicamente e logicamente impossibile. La dualità fondamentale di pensare e altro non è suscettibile di “ulteriore” fondazione. Il pensare fuori della relazione è pensabile solo come non-pensare, il che è assurdo; l’altro a sua volta, in tanto si può dire che si dà in quanto è inferito come condizione trascendentale del pensare stesso, altrimenti sarebbe indicibile; o meglio, sotto il profilo dell’ultimo fondamento razionale di cui siamo capaci – e cioè l’intrascendibilità del pensare -, non sarebbe affatto. I due termini della relazione fondamentale allora, pensare e altro, non sono concepibili (e dunque non si danno) l’uno indipendentemente dall’altro, ma si costituiscono come dualità solo per la relazione e nella relazione, la quale è garantita nella sua fondazione dall’impossibilità di negare uno dei due termini che la compongono.

Ambedue i membri non sono pensabili “fuori” o “prima” della relazione stessa, in ciò costituendo una vera e propria dualità, anche se possiamo rilevare una specie di preminenza, o di priorità, “logico-fenomenologica” di uno dei due. Se infatti, per così esprimerci, si parte dall’alterità, nulla vieta di metterla cartesianamente in dubbio e di negarla, mentre al contrario muovendo, come non si può non fare, dal pensare, è impossibile concepire che il pensare non si dia. Tuttavia, da un punto di vista trascendentale, non ha senso domandarsi quale sia la natura di ciascun termine fuori della relazione: la relazione stessa è infatti il loro reciproco insuperabile fondamento. Tenendo ora fermo il primato trascendentale della dualità, si deve ribadire il carattere non spontaneo del pensare. Ciò non significa tuttavia che il pensare debba essere inteso come una facoltà passiva o recettiva, ché invece esso è attività e discorsività, proprio in quanto si costituisce né prima né dopo, ma nella relazione trascendentale; e infatti il pensare si articola nelle sue funzioni logico-formali necessarie proprio mediante il vincolo trascendentale ad altro. L’originaria istituzione delle categorie, che il pensare elabora nella sua relazione ad altro, è nell’atto stesso istituzione dell’uso “conoscitivo” delle categorie. Lo strumento formale, in altre parole, si determina mediante l’uso stesso cui è adibito.

La relazione originaria coincide con il sorgere delle categorie fondamentali: l’identità del pensare con sé che è la sua diversità dall’altro, il quale è pensato identico a sé in quanto diverso dal pensare; l’intrascendibile dualità di pensare e altro e quindi la connessione categoriale di identità e diversità; il non-essere-relativo del pensare rispetto all’alterità e viceversa. E’ chiaro poi che la logica formale, e cioè – come abbiamo visto – le categorie che il pensiero istituisce necessariamente nel suo darsi come discorsività vincolata e non spontanea, presiede a tutto il processo costruttivo del sapere, il quale anzi coincide con il darsi stesso del pensare. Costituendosi non prima né fuori ma nella relazione, il pensare si risolve tutto nell’istituzione formale delle categorie (e cioè, come si sa, della temporalità), le quali però, vincolate trascendentalmente, sono per ciò stesso produttive di conoscenza. Ogni operazione conoscitiva è infatti operazione logica, in quanto si esprime di necessità come discorsività di concetti. E, reciprocamente, la logica formale “comanda” ogni atto del pensare, pur non costituendosi come spontaneità irrelata e immediata. Si può allora anche parlare di apriorità delle categorie logiche fondamentali. Identità, diversità, relazione (e principio di non contraddizione), pur nella loro “origine” metaformale, in quanto cioè vincolate alla relazione trascendentale, si rivelano infatti strutture originarie e perenni di ogni pensare, perché riproducono e riflettono – come abbiamo visto sopra – il fondamento stesso della relazione trascendentale: la dualità di pensare e altro. In questo senso, poiché in esse si riflette la struttura stessa del nesso originario, le categorie logiche sono funzioni di ogni forma del pensare dato e possibile, in quanto questo a sua volta – e dobbiamo ripeterlo ancora – non è pensabile fuori della relazione ad altro.

Chiarita l’origine trascendentale della logica formale, si tratta ora di vedere meglio come un tale strumento, che coincide con l’attività stessa del pensare discorsivo, diventi ordinatore del “mondo” e cioè propriamente costruisca sapere. Per far ciò occorre tornare a indagare la “struttura” dell’alterità. Abbiamo visto che il pensare si dà articolandosi come discorsività logica e che ciò è possibile solo mediante la relazione a un’alterità a sua volta articolata. La molteplicità categoriale è pensabile solo in relazione a una molteplicità metalogica, sul presupposto (o sull’inferenza logica) quindi di quella che abbiamo chiamato la dualità trascendentale. Si è anche visto poi che nella relazione – data la eterogeneità di principio dei due termini che la relazione stringono – né il pensare può imporre le sue determinazioni logiche all’altro, né a sua volta l’altro può trasferire le sue determinazioni alogiche al pensare, poichè nulla garantisce che l’altro, nella sua irriducibile alterità, si lasci plasmare o che il metalogico abbia strumenti per “trasferirsi” nel logico, e nello stesso tempo sappiamo che il pensare si costruisce come discorsività categoriale e temporalità solo nella relazione. Quindi nell’incontro con l’altro il pensare non può semplicemente accogliere ed elaborare le articolazioni dell’altro – che sono alogiche – in quanto la sua attività è, per definizione, logica; né per altro verso può trasferirvi ciò che nel darsi della relazione non è già dato ma viene costituendosi, sia pure necessariamente. Le determinazioni dell’altro insomma – indispensabili perché il pensare possa darsi come discorsività-temporalità, e cioè come pensare – rappresentano il vincolo trascendentale delle articolazioni logiche e dunque, in quanto trascendentali, non strutturano l’essenza puramente logica delle determinazioni del pensare, né per converso queste in alcun modo possono entrare nella costituzione delle determinazioni alogiche in cui l’altro si articola.

Da quanto detto qui sopra emerge pienamente la singolarità del nesso trascendentale di pensare e altro. E infatti in questo loro necessario esser connessi, pensare e alterità non possono essere considerati semplicemente come un soggetto attivo e una materia passiva, come oggetto l’una dell’attività dell’altro. Sappiamo che il pensare non è spontaneo neppure nell’istituire le più astratte e semplici categorie: è l’attimalità atemporale della relazione trascendentale che costituisce infatti la condizione del darsi (peraltro necessario) della discorsività temporalizzatrice. Dunque il pensare non è spontaneo e l’alterità non è in sé, come direbbe Kant, categorizzabile e cioè pensabile. Una tale situazione sembra configurarsi come aporeticamente insolubile. Eppure del darsi del pensare non si può dubitare, e neppure della sua condizione trascendentale: non si può dubitare cioè della dualità originaria di pensare e altro tra loro distinti e insieme connessi. Dobbiamo allora cercare di penetrare più a fondo la peculiare natura di questa relazione. Se il pensare è concepibile solo come attività sintetico-discorsiva, che costruisce le proprie funzioni categoriali attraverso l’operare in relazione ad altro da sé, un’alterità per giunta in sé necessariamente strutturata, allora il nesso pensare-altro può essere pensato solamente come un cadere dell’altro nell’orizzonte del pensare, e cioè come un “evento”.

Ora questo “venire” dell’alterità nell’orizzonte del pensare (questo suo “mettere in moto” le potenzialità sintetico-discorsive del pensare che, si badi bene, è attestato dal fatto che pensare si dia), in quanto costituisce il cuore stesso della condizione trascendentale del pensare, non può essere discorsivamente indagato nella sua natura, ma può e deve essere inferito a partire dalla innegabilità del darsi del pensare e dalle condizioni di questa evidenza fenomenologica. Proprio l’evento, ossia quel che abbiamo chiamato il cadere dell’altro, con le sue determinazioni, nell’orizzonte relativo del pensare, consente a quest’ultimo di istituirsi determinandosi mediante le categorie e la temporalità e, nell’atto stesso, di costruire un reticolo di “segni” logici con cui pensa ciò che è invece determinato in sé in modo alogico. L’alterità tuttavia si offre nell’orizzonte rivelativo del pensare come molteplicità di determinazioni alogiche e cioè come molteplicità di dati tra loro in qualche modo connessi “per propria insondabile virtù”, ed è solo il pensare che porta a logica, dicibile unificazione questa molteplicità nella forma dell’”evento”. Affinché tale molteplicità alogica non rimanga una pura rapsodicità insignificante e impensabile – con la conseguenza, distruttiva quanto impossibile, di impedire allo stesso pensare di pensare – si deve consentire al pensare di istituire, sulla base trascendentale di quei dati, le sue categorie fondamentali (identità, diversità e tempo); deve cioè offrirsi in modo che il pensare possa individuare elementi fondamentali e semplici, come il darsi di eventi contrassegnati da “costanza” e “mutamento”. Naturalmente, l’insieme di determinazioni o dati che l’alterità esibisce al pensare nella relazione trascendentale non è, in quanto tale e cioè in sé, né costante né mutevole, poiché, come sappiamo, la relazione è atemporale e non discorsivo-temporale e dunque non può presentare caratteri che, come la costanza e il mutamento, presuppongono discorsività e tempo. Se allora le determinazioni dell’altro non possono in quanto tali esser dette costanti e mutevoli, debbono tuttavia esibirsi al pensare secondo connessioni suscettibili di essere pensate come costanti e mutevoli. Insomma parliamo qui di una disponibilità o meglio di una predisposizione dell’altro a esser pensato come evento.

Le determinazioni dell’altro si presentano nell’orizzonte del pensare – attraverso la relazione originaria – secondo proprie forme, ma queste forme sono predisposte alla lettura che il pensare mette in opera nell’atto di istituirsi come discorsività e temporalità. Il presentarsi, nell’orizzonte relativo del pensare, di determinazioni alogiche tra loro connesse secondo proprie, inconoscibili e indicibili regole, è condizione ineliminabile per lo stesso darsi del pensare, ma è anche il vincolo rispetto a cui il pensare appunto pensa. Un tale vincolo o “dato”, mentre sfugge al dominio del pensare nella ragione ultima del suo darsi, è insieme il supporto trascendentale di ogni operazione logica. Il “dato”, in quanto esibirsi delle determinazioni alogiche dell’altro, accade in modo “nulla curante”, per sua propria virtù; ma questo darsi, la cui necessità si fonda sull’innegabilità del pensare, è in sé assolutamente privo di senso – e non solo “per noi”, come diceva Kant della “cosa in sé” – se non è accolto nell’orizzonte del pensare, se non è un “pensare il suo accadere”, se il suo accadere cioè non coincide immediatamente con l’atto attraverso cui il pensare pensa l’accadere dell’evento in una struttura logica (categorie e tempo, ossia identità-diversità e passato-presente-futuro). Ad esempio, un insieme di determinazioni dell’alterità consente di esser pensato come l’evento “sole”, di cui il pensare, attraverso la necessaria istituzione delle categorie e del tempo, può definire carattere e leggi. Ma quel che cade nell’orizzonte rivelativo del pensare come un medesimo evento-sole (costanza e mutamento), è pensabile e significabile in diversi modi che, obbedendo tutti a leggi fondamentali del pensare, danno luogo a eventi “diversi”: il sole di Tolomeo è indubbiamente, come “dato” trascendentale, lo stesso di Copernico e di Einstein, e anche lo stesso di cui apprezziamo il calore sulla spiaggia o il fascino al tramonto. Questa “medesimezza”, per così esprimerci, è proprio il “dato” trascendentale che, nella relazione pensare-altro, cade nell’orizzonte logico secondo sue regole; la lettura che esso si dà, mediante le regole del pensare, è invece il “mondo” che questo di continuo viene costruendo.

E qui potremmo avanzare qualche suggestione sul progresso delle scienze e sulle cosiddette “rivoluzioni scientifiche”. Il darsi secondo sue regole dell’altro nella relazione trascendentale consente, come abbiamo visto, l’istituzione delle categorie e del tempo da parte del pensare, che così rende logica, e cioè pensabile e dicibile, la struttura alogica (strutturata-destrutturata) dell’altro. Il dato dell’alterità, trasformato dal pensare in “evento” o “fenomeno”, è collocato cioè in uno schema discorsivo-temporale (in cui, come si è visto, è presente attualmente tutto il passato e il futuro del pensare) dove assume significato e ruolo. Il medesimo dato (che il pensare riconosce come tale sia perché l’altro è in sé determinato, sia perché proprio in forza di ciò ha potuto contraddistinguerlo mediante uno “schema” logico-temporale) può però entrare, o meglio essere collocato, in uno schema di lettura differente, con ruolo e posizioni diversi. Il dato offerto dall’alterità infatti, pur restando in se stesso il medesimo (ossia con le medesime determinazioni predisposte ad esser pensate come costanti e mutevoli), può assumere un significato di volta in volta diverso a seconda delle connessioni logico-discorsivo-temporali con cui il pensare lo contraddistingue; a seconda insomma del modo in cui il pensare struttura e organizza, mediante le sue funzioni logico-discorsivo-temporali, i “dati” (costanza e mutamento), e cioè gli “eventi” che si offrono al suo orizzonte rivelativi. Ora lo schema discorsivo-temporale risulterà tanto più “vero” quanti più sono i “dati” che riesce a tenere insieme e di cui riesce a dar conto; così come, invece, uno schema viene a cadere allorché un dato offerto dall’alterità nella sua relazione al pensare (la quale relazione, lo ricordiamo, si mantiene come “storicità” irreversibile e infinita a fondamento trascendentale del darsi innegabile e perciò infinito del pensare) è costruito e pensato come un evento che – costante o mutevole – non è spiegabile, ossia non è riconducibile nell’ambito dello schema logico in questione.

Brevi conclusioni

Torniamo ora, a mo’ di conclusione, ai termini più generali della nostra ipotesi: non si può non affermare l’altro perché non si può non pensare, e l’altro dunque, in quanto lo si affermi, è anch’esso un pensiero, e per questo non si esce mai dall’orizzonte discorsivo del pensare; tuttavia, nel medesimo tempo, l’alterità non è in alcun modo riducibile ad oggetto posto dal pensare proprio perché ne costituisce la condizione trascendentale. In questo senso allora, la relazione tra il pensare e l’alterità (intesa quest’ultima – lo abbiamo visto – come molteplicità di determinazioni alogiche) non può non porre un problema di incontro, di sintesi tra eterogenei, tra due strutture che, come la sensibilità e l’intelletto kantiani, “tirano in direzioni opposte”. In realtà, la relazione è tutta racchiusa nell’orizzonte logico del pensare: anche “prendere atto” della condizione trascendentale, e cioè della dualità di pensare e altro – che in nessun modo è un “porre” idealistico – è un’operazione interna a tale orizzonte. La deduzione dell’impossibilità di prescindere dalla condizione trascendentale, infatti, riposa a sua volta, dal lato della dimostrazione che se ne può dare, sulla condizione di possibilità del pensare stesso, che – come si è detto infinite volte – non può essere negato. E’ difficile, a questo punto, trarre delle vere e proprie “conclusioni”. Mentre si propongono in questo scritto alcune vie di soluzione a problemi anche acuti, altri certamente, e di non meno decisivi, se ne lasciano aperti o se ne aprono. Su di essi abbiamo volutamente taciuto per non rendere ingovernabile una materia già di difficile controllo e, per questa sede, di estensione non trascurabile.

Ci sembra giusto, tuttavia, rendere esplicite alcune questioni che già ci appaiono chiare nella loro rilevanza e anche, in parte, nella loro possibile soluzione. Richiamando quella che sopra abbiamo definito la funzione ordinatrice del mondo da parte del pensare, si dovrebbe affrontare il tema – solo accennato in questo scritto – del mutamento, che caratterizza il rapporto fondamentale del pensare-altro. Tale relazione, infatti, ci si è mostrata a un tempo permanente e dinamica. Quali direzioni di ricerca si aprono a partire da un simile assunto? Limitandoci qui a semplici suggestioni, diremo che l’indagine dovrebbe svolgersi intorno a quella che ci appare la struttura “dialettica” del rapporto pensare-altro, salvo ovviamente a ridefinire, nel nuovo quadro di riferimento, la natura stessa di una tale categoria. Più in particolare, inoltrandoci ancora un po’, si dovrebbe considerare come, a partire da un’alterità in sé determinata, si ponga il problema della relazione che il pensiero stabilisce non solo con una struttura “altra da sé”, ma con strutture qualitativamente diverse, tali cioè da determinare peculiari relazioni con il pensare stesso. Si consideri ad esempio la possibilità che il pensare stringa una relazione di alterità con qualcosa che è già in sé attraversato dal pensare, che sia cioè, almeno in parte, una sorta di oggettivazione e di cristallizzazione del pensare stesso. Come si configura di qui il rapporto tra le forme del sapere? Ci siamo mossi in questo scritto, attraverso la individuazione di categorie fondamentali del pensare, piuttosto dal lato dell’unità del sapere, implicitamente polemizzando con distinzioni troppo rigide che consegnano alcune scienze alla “natura”, altre allo “spirito”. Ma anche le distinzioni più ingenue (legate alla semplice differenza degli “oggetti” di cui le scienze si occupano) mantengono e, meglio ancora, possono riacquistare una radice di verità.

La questione è certo molto complessa, né può essere affrontata qui; ma su un punto almeno vogliamo brevemente soffermarci. Muovendo dalla critica all’ontologia, siamo giunti a riconoscere, entro un contesto particolare-generale, l’intrinseca “storicità” del pensare. Il problema che ora si apre è quello della distinzione e insieme del nesso tra ciò che in queste pagine è stata detta la “storicità” del pensare e la storicità nell’accezione comune e forte del termine. Un simile passaggio non sarà né semplice né diretto, si richiederanno complesse mediazioni; eppure, sulla base del quadro critico e positivo che abbiamo cercato di costruire, si delinea una prima generalissima ipotesi.

Per dirla proprio in una battuta: o tutto è storia o niente è storia. Ciò significa in primo luogo che laddove il concetto di fluire storico (come nelle sue espressioni classico-moderne) voglia riposare su un fondamento ontologico per costruire la propria struttura e cioè la propria pensabilità, è condannato allo scacco; e di ciò la cultura moderna fornisce fin troppe testimonianze. Quando invece, per altro verso, si pretende di spogliare il divenire di ogni struttura e si tenta di pensarlo come un puro scorrere, si perviene, magari inconsapevolmente e con venature di nostalgico rimpianto, nel cuore delle stesse aporie dell’ontologia. Il problema allora, a somiglianza di ciò che si è fatto sul piano più strettamente teoretico, sarà quello di riuscire a pensare e a dire la storia nel segno di strutture intrinsecamente dinamiche, fuori cioè da presupposti ontologici espliciti o impliciti così come da ciò che all’ontologia voglia semplicemente opporsi. Il problema della verità – ci pare di poter dire – si decide su questo già difficile terreno.

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