“Dobbiamo prepararci alla terza generazione
delle organizzazioni internazionali,
dopo la Lega delle Nazioni e l’ONU”
Boutros Boutros-Ghali
ex-Segretario Generale
delle Nazioni Unite
Premessa
E’ una domanda da tempo implicita nella situazione mondiale, ma che in questi primi anni del XXI secolo si è certamente fatta strada nella mente di molti, anche se pochi osano formularla in maniera esplicita: “l’Organizzazione delle Nazioni Unite è giunta ormai al capolinea?”. Tale domanda è il punto di partenza di queste pagine. Con l’ulteriore specificazione che chi scrive è propenso a rispondere affermativamente. Nel senso, almeno, di una convinzione ormai maturata circa il sostanziale esaurimento della funzione storica dell’ONU così come Franklin Delano Roosevelt l’aveva concepita e promossa in piena seconda guerra mondiale e come noi l’abbiamo conosciuta negli ultimi sessant’anni. E poi nel senso della necessità ormai urgente di dar vita a un nuovo e diverso assetto istituzionale del mondo. Una constatazione è inevitabile: l’organizzazione guidata da Kofi Annan è di fatto ridotta, oggi, all’alternativa fra la vera e propria assenza dai principali teatri internazionali di crisi e un ruolo sostanzialmente ancillare rispetto ai “fatti compiuti” prodotti dalla superpotenza solitaria (l’ONU “vivandiera”, secondo un’azzeccata definizione di Eugenio Scalfari). La seconda guerra irachena fornisce un esempio quanto mai eloquente di tale poco esaltante alternativa.
Quello che comunque l’ONU ha perduto è il ruolo a essa proprio di cornice istituzionale comune, e comunemente riconosciuta, dei rapporti internazionali. Tutt’al più si agisce, o si esorta ad agire, “insieme all’ONU”. Quasi si trattasse di uno dei tanti soggetti operanti sulla scena mondiale: di un “pari grado” rispetto ai singoli Stati o ad organismi di portata settoriale o regionale. Esemplare in tal senso il celebre “quartetto” autore della non meno celebre, e sfortunata, road map per il Medio Oriente: l’ONU ne ha fatto parte alla pari con Russia, Stati Uniti, Unione Europea. E sembra che a nessuno sia venuto in mente di far rilevare l’incongruità di una tale equiparazione. Del resto, si ponga mente a un fatto. Sotto l’incalzare drammatico degli eventi prevalgono in modo sempre più esclusivo, in materia di intervento delle Nazioni Unite, due posizione estreme e fra loro inconciliabili. La prima, che potrebbe essere definita “attesa messianica”, è quella che vede nell’ONU la sola possibile apportatrice di soluzioni accettabili per i problemi più scottanti: arginare la deriva bellica nei confronti dell’Iraq, risolvere a cose fatte il caos prodotto dalla guerra, e simili. La seconda posizione, cui ben si attaglierebbe il nome di “scetticismo liquidatorio”, vede viceversa nella stessa ONU un costoso, inutile, anacronistico baraccone, un soggetto pateticamente impotente, uno specioso paravento dell’antiamericanismo strisciante che va diffondendosi nel mondo sotto le mentite spoglie di un irenismo irresponsabile.
Ora, un punto, pur nella loro radicale contrapposizione, le due posizioni estreme hanno in comune: la considerazione del Palazzo di Vetro come un soggetto “terzo” rispetto agli altri attori della scena internazionale. Quasi, insomma, si trattasse in sostanza di uno Stato sovrano. Una concezione, questa, che di fatto nessuno fa propria in modo esplicito. Che anzi chiunque, interpellato in materia, si affretta a escludere. Ma che, per quanto fuorviante e illusoria, sembra comunque vivere per così dire sottopelle. Contribuendo, anche al di là della volontà consapevole di chi ne subisce il fascino accidioso, a mettere ulteriormente in luce la crisi delle stesse Nazioni Unite. Sembra, in sostanza, che nei confronti dell’ONU ci si sia cacciati tutti insieme in un vicolo cieco. Un po’ come quell’innamorato che non riesce a far altro se non ripetere con il poeta antico: “nec tecum, nec sine te vivere possum”. E non riesce a intravedere una via d’uscita. Ma si tratta di un impasse superare il quale è ben altrimenti necessario e urgente, dal momento che qui non è in gioco la felicità sentimentale di un singolo, per quanto simpatetico col suo possa essere il nostro sentire; ma l’avvenire dell’intera umanità.
Forse, per venire a capo di una matassa che il tumulto degli eventi e il contrasto vistoso delle posizioni in campo sembrano rendere disperatamente intricata, è opportuno estraniarsi per un po’ dalla contingenza presente e ragionare volutamente in astratto: per mettersi così in grado di tracciare, se non già una soluzione, almeno un paradigma cui possano riferirsi con una qualche utilità, di là dai rapporti immediati fra gli interessi e le forze in campo, i soggetti che hanno in mano le chiavi di ogni soluzione concretamente praticabile.
1. Una “costituzione dei vincitori” ormai esaurita
Fra l’estate del 1989 e il dicembre del 1991, con la disgregazione dell’impero sovietico e, in rapidissima sequenza, il dissolvimento della stessa URSS, si estingue definitivamente l’assetto internazionale tracciato al termine della seconda guerra mondiale. La crisi di quel sistema di potere, che aveva nell’Unione Sovietica il secondo dei suoi cardini insieme agli USA, investe il complesso delle principali istituzioni internazionali: in primo luogo l’ONU; ma parallelamente, benché in modo meno immediato ed evidente, anche l’Unione Europea, posta di fronte al vuoto geopolitico clamorosamente apertosi sul suo versante orientale, vuoto che essa non è in grado di riempire assumendo appieno il ruolo di soggetto politico globale; e l’Alleanza Atlantica, improvvisamente precipitata nella parte pirandelliana di “personaggio in cerca d’autore”, visto il venir meno del tradizionale “nemico” al cui contrasto essa era storicamente deputata. Per indossare magari i panni di organizzazione deputata alla sicurezza mondiale: senza che però a tale “autopromozione” nessuna autorità universalmente riconosciuta l’abbia mai legittimata. E non poi tanto differente è la sorte delle istituzioni che nella seconda metà del secolo XX avevano regolato i rapporti commerciali e finanziari internazionali: dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario Internazionale alla Organizzazione Mondiale per il Commercio.
Se le cose stanno così, se cioè la crisi ormai palesemente riconoscibile dell’impalcatura istituzionale messa in piedi nel secondo dopoguerra è il portato del venir meno di un complessivo assetto di potere, è ragionevole riconoscere, allora, che ogni sforzo di costruzione di un assetto nuovo, all’altezza delle esigenze poste dall’odierna situazione di crisi, debba avere fra i suoi scopi qualificanti (e per così dire fra le cartine di tornasole della sua validità ed efficacia) l’avvio di un contesto istituzionale compiutamente rinnovato, che possa essere comunemente riconosciuto, nella nuova situazione post-bipolare, come quadro di riferimento e terreno di pacifica regolazione dei rapporti internazionali. E’ ragionevole riconoscere, in altre parole, che una conduzione razionale dei rapporti di potere fra i soggetti operanti a livello mondiale, e in primo luogo l’iniziativa di quanti fra di essi vogliano farsi diretti interpreti di una tale esigenza di razionalità, debbano avere di mira appunto l’inaugurazione di un tale nuovo quadro istituzionale.
Al cuore di un tale assetto istituzionale nuovo dovrà trovarsi qualcosa che possa definirsi quale una “terza istituzione planetaria”, vale a dire una terza forma di organizzazione mondiale dopo la Società delle Nazioni e l’Organizzazione delle Nazioni Unite(1) . Ed essa dovrà differenziarsi dall’attuale Organizzazione in misura non minore di quanto quest’ultima si è differenziata dalla velleitaria Società nata nel primo dopoguerra: poiché certo non minore è la differenza tra la situazione odierna e quella del 1945 rispetto a quella fra lo stesso ’45 e il 1919. Quella che ha esaurito la sua funzione storica con la fine del “secolo breve”(2) è una vera e propria “costituzione del mondo”. Essa andrà sostituita con una costituzione tutta nuova, adeguata all’epoca globale che il mondo ha cominciato ad attraversare col nuovo secolo: secolo di cui finora ci è oscura la prospettiva, ma già ampiamente sperimentiamo potenzialità e asprezze.
Per evitare, nella misura del possibile data anche l’estrema difficoltà del compito, i rischi di fallimento, i massimi responsabili degli affari mondiali dovrebbero tener presenti i caratteri propri della costituzione testé esauritasi: caratteri in cui risiede a un tempo il segreto della sua storica efficacia e la causa della sua odierna, irreversibile crisi. Ad avviso di chi scrive, i punti da tener presenti, e in cui quei caratteri sostanzialmente si riassumono, sono essenzialmente i seguenti.
1) Quella promossa nel 1945 era stata una costituzione mondiale “da dopoguerra”. Ciò non solo nel senso banale della sua collocazione temporale, ma, in termini ben altrimenti significativi, perché fondata sul risultato sostanzialmente univoco della seconda guerra mondiale. Risultato la cui univocità risulterà più evidente se lo si paragonerà a quello della prima guerra mondiale: dai cui frutti uno dei protagonisti (gli Stati Uniti di Woodrow Wilson) sarà sostanzialmente escluso, mentre l’altra radicale novità storica (quella generata dalla doppia rivoluzione russa del 1917) subirà un drastico tentativo di soppressione/emarginazione dal quadro della politica internazionale. Viceversa, la costituzione mondiale del 1945 avrà come protagonista il principale dei vincitori (gli USA di Roosevelt) in partnership anzitutto con quell’URSS che aveva conquistato a Stalingrado la propria legittimazione al ruolo di seconda superpotenza.
2) Si era trattato di una costituzione sostanzialmente (benché non dichiaratamente (3) ) “a termine”. Se certo, infatti, nello statuto delle Nazioni Unite sono enunciati numerosi e importanti principi di carattere generale e di valore non transeunte (4), tuttavia l’orizzonte programmatico (quindi, implicitamente, anche temporale) della costituzione mondiale riassunta in quel medesimo statuto era, benché d’ampio respiro, comunque determinato. Sarebbe difficile smentire, in sostanza, che tale orizzonte fosse essenzialmente quello della decolonizzazione come portato dell’esaurimento dell’egemonia mondiale europea. Un processo, quello della decolonizzazione, che effettivamente si svolgerà, in un contesto di sostanziale salvaguardia della pacifica convivenza (da intendersi come non-ricorso allo strumento bellico per quanto concerne l’Europa, e come limitazione dei conflitti alla dimensione puramente locale per quanto concerne i paesi protagonisti della decolonizzazione), nell’arco temporale di un trentennio: dalla seconda metà degli anni ’40 (indipendenza di India e Indonesia, rivoluzione cinese) alla metà degli anni ’70 (conclusione della guerra vietnamita, fine dell’ultimo impero coloniale, quello portoghese).
3) Ciò che aveva consentito l’efficacia della costituzione mondiale del 1945, se non altro in relazione a quello che si è definito il suo orizzonte programmatico (decolonizzazione in un quadro di salvaguardia della pace mondiale), era stato il suo essere una costituzione “tutta geopolitica”: vale a dire (non facciano velo, anche qui, le pur importanti affermazioni di principio contenute nella Carta delle Nazioni Unite (5)) espressione sia pur mediata degli interessi e delle volontà dei vincitori, e fra di essi in primo luogo dei due principali, da tutti riconosciuti, volenti o nolenti, come “superpotenze”. E’ ancora una volta istruttivo, in proposito, il paragone con la Società delle Nazioni: l’ONU, a differenza di quest’ultima, si reggerà sul “direttorio a cinque” dei membri di diritto del Consiglio di Sicurezza, la cui obbligatoria unanimità conferirà a ciascuno di essi il famoso “diritto di veto”. Direttorio formato appunto dalle cinque potenze riconosciute come vincitrici della guerra contro l’Asse. Viceversa, la conduzione franco-inglese del primo dopoguerra (a partire dai trattati di Versailles, formulati in stile smaccatamente anti-wilsoniano) aveva portato all’autoesclusione di Washington dalla Società delle Nazioni: un’assenza, questa, che contribuirà non poco a decretarne il fallimento.
4) L’assetto geopolitico del secondo dopoguerra (1945-91) si fondava sulla suddivisione di fatto delle nazioni del mondo in quattro categorie disposte in ordine gerarchico:
5) La composizione del “direttorio a cinque” in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite esprime sia la gerarchia ora enunciata fra gli Stati e i popoli (assenza da esso degli “sconfitti”), sia l’orizzonte programmatico dell’Organizzazione (presenza della Cina a doppio titolo: principale paese soggetto a una condizione semi-coloniale, quindi ideale rappresentante dei “decolonizzandi”; e contemporaneamente riconosciuta come una delle potenze vincitrici), sia infine il voluto coinvolgimento dell’Europa (rappresentata dalle due maggiori potenze coloniali) nella gestione della nuova costituzione mondiale e della stessa decolonizzazione.
2. Quale nuova costituzione mondiale
La “terza costituzione mondiale” (dopo quella, contraddittoria e inconsistente, incentrata sulla Società delle Nazioni; e quella, più solida perché “tutta geopolitica”, ma “a termine”, imperniata sull’ONU e sul suo “direttorio a cinque”) non potrà ripetere lo schema della costituzione “da dopoguerra”, o “dei vincitori”. Infatti, malgrado l’enfasi posta da tutta una pubblicistica sulla conclusione della guerra fredda come “trionfo dell’Occidente”, la nuova situazione del mondo non consegue a una guerra, né tanto meno a un conflitto dagli esiti sostanzialmente univoci, quale era stata invece la seconda guerra mondiale. Dalla fine del condominio sovietico-americano in seno alla cinquina dei paesi con diritto di veto in Consiglio di Sicurezza esce piuttosto un quadro disordinato e contraddittorio, le cui componenti geopolitiche sono sommariamente descrivibili nei termini seguenti:
Il quadro presenta, rispetto a quello del 1945, differenze così profonde, estese e significative da motivare con la semplice evidenza dei fatti la necessità di aggiornare non superficialmente un assetto istituzionale che era stato concepito e attuato in relazione ad altri tempi. Basti, in proposito, riandare alla divisione e gerarchia dei paesi che si è tracciata poco sopra a proposito dello scenario postbellico. Il quadro attuale, inoltre, non è esaurito dalla considerazione “per aree” ora abbozzata. Occorre infatti tener conto di almeno altri tre fattori, di tipo diverso, emersi in questi ultimi anni:
Infine, nessun discorso sensato è possibile senza considerare i due principali elementi “di sfondo” che caratterizzano oggi la situazione del pianeta:
La “terza costituzione mondiale” dovrà tener conto di tutti questi fattori. Essa dovrà dunque:
Quali caratteri, in base a queste considerazioni, dovrà dunque avere la “costituzione mondiale” del XXI secolo? In prima approssimazione, sembra di poter dire che essa dovrà possedere queste caratteristiche, definibili “per differenza” rispetto alla costituzione del 1945:
Tutto ciò non significa che la nuova costituzione possa nascere tenendo fuori dalla porta la geopolitica: che cioè, detta in estrema sintesi, si possa dare una “rivincita di Wilson” e del suo astratto democraticismo, rispetto al fallimento del 1919, senza incorporare la dura lezione di Roosevelt. Non dovrà trattarsi, insomma, di una costituzione “disarmata”. Condizione prima di ogni sua possibile prospettiva d’attuazione sarà invece il consenso attivo dei soggetti statuali più potenti: in primo luogo, ovviamente, proprio quello degli Stati Uniti d’America.
Sotto questo profilo, la nuova costituzione mondiale dovrà dimostrarsi capace di ricondurre l’unica superpotenza sopravvissuta alla fine della guerra fredda al rispetto di un quadro istituzionale riconosciuto da tutti: fra i quali “tutti” non potrà assolutamente mancare la massima potenza mondiale. Pena, altrimenti, condannare in partenza il nuovo assetto istituzionale a un fallimento analogo a quello tragicamente sperimentato dalla Società delle Nazioni, con le conseguenze a tutti note. L’ingenua contrapposizione fra l’ONU e gli Stati Uniti, così frequente nella pubblicistica attuale, dimostra la diffusa ignoranza, anzitutto tra i fautori dell’intervento dell’ONU, di quest’ultima considerazione. Per altro verso il diffondersi di tale contrapposizione, anche in ambienti non del tutto sprovveduti, contribuisce a evidenziare ulteriormente la crisi profonda attraversata oggi dall’assetto istituzionale mondiale e, di conseguenza, la necessità ormai non procrastinabile di dar vita a un assetto nuovo e più adeguato.
3. La “terza ONU”
In seno alla costituzione mondiale del XXI secolo un ruolo primario dovrà essere svolto, naturalmente, dall’organismo istituzionale mondiale: la “terza generazione” delle istituzioni internazionali, come l’ha definita l’ex Segretario generale Boutros Ghali dell’ONU(13). E’ presumibile che il nuovo organismo, se non si tarderà troppo nell’avviare la necessaria trasformazione delle istituzioni mondiali, non dovrà necessariamente sorgere ex novo come invece sorse l’Organizzazione voluta da Roosevelt. Questa, infatti dovette essere fondata sulle ceneri della Società delle Nazioni e sulle rovine prodotte dalla guerra immane che quella si era rivelata impotente a evitare. Fortunatamente la situazione d’inizio secolo, contrariamente a quella del 1945 e benché non poche nubi oscure si addensino oggi all’orizzonte, non presenta tali caratteri.
Ai fini del presente ragionamento, decisiva appare la circostanza che, qualunque siano gli attriti fra la Casa Bianca e il Palazzo di Vetro, l’America continua tuttavia a occupare il suo seggio in seno al Consiglio di Sicurezza. E, qualunque sia la nonchalance che la stessa America ostenta nei confronti dell’autorità delle Nazioni Unite, ciò nondimeno a esse continua comunque a riferirsi, vuoi per cercare di estorcerne il consenso preventivo alle sue decisioni autocratiche, vuoi per invocarne il soccorso a cose (catastroficamente) fatte. L’ONU, insomma, ha pur sempre sede a New York. Si tratterà, allora, di riformare l’istituzione newyorchese in modo tale che Washington torni nuovamente a sentirla, nelle circostanze radicalmente nuove che nell’arco di un sessantennio l’ONU, e soprattutto la stessa America, hanno in così grande misura contribuito a determinare, come “sua”.
Se si saprà, insomma, fermarsi sull’orlo del baratro e por mano alle iniziative che il momento storico reclama, il nuovo organismo potrà essere semplicemente una Organizzazione delle Nazioni Unite adeguatamente riformata: o, se si preferisce, “rifondata”, ma dall’interno (14). La domanda a cui rispondere concerne dunque in primo luogo la riforma dell’ONU: che cosa, e come, va riformato dell’Organizzazione nata nel 1945? Una riforma adeguata deve affrontare, ad avviso di chi scrive, tre aspetti tutti parimenti cruciali: 1) i criteri di rappresentanza; 2) i meccanismi di decisione; 3) la stessa finalità costitutiva (la cosiddetta “missione”) dell’Organizzazione.
1)I criteri di rappresentanza tuttora in vigore al Palazzo di Vetro rispondono evidentemente a quello che più sopra si è messo in luce come l’orizzonte programmatico originario dell’Organizzazione. In effetti, essendo tale orizzonte programmatico quello della decolonizzazione, vale a dire la promozione dei popoli fino allora soggetti al dominio coloniale al rango di Stati indipendenti, era del tutto sensato che una tale promozione trovasse riscontro ed evidenza nell’assegnazione a ciascuno di essi di un seggio e un voto nell’Assemblea generale dell’ONU: vale a dire nel consesso istituzionale deputato a sancire la pari dignità di tutti i popoli del mondo. In tal modo, ad esempio, la Somalia verrà a disporre di una condizione di piena parità giuridica e istituzionale rispetto al suo vecchio “padrone” italiano, l’Indonesia rispetto all’Olanda, il Congo rispetto al Belgio, il Mozambico rispetto al Portogallo. Nell’immagine variopinta dell’Assemblea newyorchese, giunta alfine quasi a quadruplicare, rispetto alla composizione originaria, il numero dei suoi membri, si è man mano espressa nel modo più evidente quella fine dell’egemonia dell’Europa sul mondo che le due guerre europee, e poi mondiali, della prima metà del novecento avevano tragicamente segnato. E al cui “dopo” l’ONU intendeva offrire (e ha effettivamente offerto) il primo alveo istituzionale.
Assolto in sostanza il suo compito, quel criterio di rappresentanza rivela oggi i suoi limiti e le sue insanabili contraddizioni. Nell’augusto consesso, infatti, un posto e un voto sono stati attribuiti, in base appunto a quel criterio, non solo all’India, gigante asiatico e già “perla della corona” di Sua Maestà Imperiale, ma anche al Bhutan, staterello himalayano. Così come del resto, in base al medesimo criterio, fra gli europei il colosso tedesco siede in Assemblea a pari titolo e con pari poteri del minuscolo Lussemburgo(15). A ciò andrebbero poi aggiunte alcune ulteriori considerazioni relative al fatto che la rappresentanza è assegnata ai soli Stati indipendenti, trascurando in tal modo la complessa situazione di alcune aree, culture, etnie non costituite in Stati o non riconosciute come tali, cui quindi tocca in sorte o di non essere rappresentate affatto, ovvero d’essere rappresentate da poteri governativi non liberamente da esse scelti o accettati. Quando non apertamente ostili e oppressivi (16).
Il criterio di rappresentanza tuttora vigente all’ONU contraddice dunque, in primo luogo, proprio quel principio del voto capitario che è la base prima della democrazia. E lo contraddice doppiamente. Da un lato in quanto la rappresentanza “per Stati” (17) attribuisce di fatto una disparità di peso relativo (disparità in alcuni casi, come quelli citati, particolarmente vistosa) ai singoli cittadini nel determinare la stessa rappresentanza. E dall’altro in quanto quella forma di rappresentanza esclude realtà etniche o culturali minoritarie (18) e, in alcuni casi, veri e propri popoli o nazioni (si pensi per esempio ai Curdi), in quanto non costituiti in Stati sovrani. Per non parlare del fatto che lo stesso meccanismo della rappresentanza democratica, se si esprime a livello di istituzioni internazionali per il tramite esclusivi degli Stati, finisce con l’affidarsi di fatto ai governi, quindi alle maggioranze pro tempore di cui questi sono espressione. E non sempre per via di meccanismi limpidamente democratici. Non a caso si viene diffondendo la consapevolezza dell’opportunità di una rappresentanza adeguata delle minoranze e, estendendo il concetto, delle diverse componenti della dialettica sociale interna ai diversi paesi.
Si tratta, a ben vedere, di aspetti del più generale processo di assunzione della democrazia a criterio almeno virtualmente universale: uno dei lasciti positivi di maggiore portata, fra l’altro, proprio dell’epoca segnata dalla presenza dell’ONU e dalla “costituzione mondiale” incentrata su di essa(19). Cosicché le incongruenze e le contraddizioni che si sono evidenziate come risultanti dal criterio di rappresentanza per Stati rischiano di condurre, alla lunga, a un calo progressivo di interesse, nei confronti dell’ONU, proprio da parte di quei paesi di maggior peso, da cui viceversa l’istituzione mondiale dovrebbe ricevere l’impulso più efficace. Cosa già oggi ben visibile nel caso degli USA, ma che si può esser certi non tarderebbe a manifestarsi anche in altri casi, qualora (com’è del resto in sé auspicabile) l’attenzione all’ONU non fosse più sollecitata dalla solitudine della superpotenza superstite e dalla sua tendenza a comportamenti arbitrari.
Il permanere di quel criterio di rappresentanza piattamente egalitario(20), insomma, rischia di costituire un fattore di ulteriore svalutazione dell’autorità della massima istituzione internazionale. Quindi di incoraggiare ulteriormente la tendenza già in atto, da parte delle potenze “che possono” (a partire ovviamente dagli Stati Uniti), a percorrere vie extra-ONU di soluzione delle questioni più scottanti. Di favorire, in sostanza, l’ulteriore accrescimento del tasso d’arbitrio e di caos nei rapporti internazionali: cosa di cui davvero non si avverte il bisogno. Appare poi opportuno introdurre un’ulteriore considerazione. L’ONU “rifondata” non potrà più contare, come si è visto, su uno stabile sostrato di poteri geopolitici: non ci sarà alcun “club dei vincitori” (innervato per di più dalla pur conflittuale intesa di fondo fra le due superpotenze) a fornirle una solida ossatura. Appare francamente velleitaria, in proposito, l’ipotesi qua e là affiorante di modellare una nuova ossatura di tal genere nei termini di un inedito “club delle democrazie”. Vedi in proposito le considerazioni svolte alla nota 5). La “terza ONU”, piuttosto, dovrà essere essa stessa parte integrante della struttura geopolitica e geoeconomica del pianeta: sarà questa la condizione prima della sua utilità e della sua efficacia.
Ancora una volta, per chiarire il senso di un discorso inevitabilmente tanto sintetico da rischiare d’essere oscuro, faremo ricorso al paragone con le esperienze precedenti.
La Società delle Nazioni, creatura di Wilson a cui il paese di Wilson finì col non partecipare, fu una mera sede di discussione, priva di qualsivoglia efficacia operativa: in essa il Negus d’Etiopia poteva levare il grido di dolore della sua terra aggredita dall’Italia fascista; e poteva anche ottenere la soddisfazione di veder sanzionato l’invasore; ma l’effetto pratico delle “inique sanzioni” era destinato a risolversi in un sostanziale consolidamento del regime mussoliniano e nel favorire il saldarsi della nefasta alleanza fra l’Italia stessa e la Germania nazista. Più in generale, la Società delle Nazioni finì con l’essere di fatto un mero foro di discussione senza alcuna possibile efficacia operativa: espressione coerente, e inutilmente verbosa, della crisi irrisolta, del vuoto di sistema che caratterizzò il primo dopoguerra europeo e mondiale. Essa non rifletteva quindi, a livello istituzionale, uno stabile assetto di potere, né era in alcun modo in grado di contribuire a costruirne uno nuovo e più adeguato.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha basato invece la propria sia pur limitata e parziale efficacia sul fatto di essere, per così esprimerci, una sovrastruttura istituzionale del nuovo assetto di potere nato dall’esito della seconda guerra mondiale. Il che ha significato, ovviamente, che la sua funzionalità è stata direttamente proporzionale al grado di concordia reciproca raggiunto dalle potenze che componevano tale assetto di potere: in particolare, ovviamente, dalle due superpotenze. Così come il suo programma di fondo, quello della decolonizzazione, si è venuto attuando con tanto maggiore efficacia nella misura in cui fra USA e URSS si realizzasse un’attiva convergenza in materia: nel caso, ad esempio, in cui fosse necessario (l’episodio più clamoroso fu costituito dalla spedizione franco-inglese a Suez nel 1956) rintuzzare i rigurgiti colonialisti delle vecchie potenze europee.
Viceversa, i più acuti contrasti fra le massime potenze hanno prodotto battute d’arresto o addirittura bruschi ritorni all’indietro di quel medesimo “programma”: episodi di cui magari le stesse superpotenze, come nel caso vietnamita e poi in quello afgano, si sono rese di volta in volta protagoniste. Oggi, scomparsa dalla scena una delle due superpotenze, non meraviglia che l’ONU si afflosci come un corpo disossato. Infatti, mentre la crisi della Società delle Nazioni aveva avuto un valore puramente simbolico (così come puramente simbolica era stata la sua inconcludente esistenza), la crisi attuale dell’ONU va intesa come epifenomeno dell’estinguersi di quell’assetto dei poteri planetari su cui essa si era sostenuta.
L’ONU rifondata dovrà inevitabilmente avere un rapporto radicalmente nuovo, del tutto inedito rispetto a quanto sperimentato nel corso del secolo XX, con l’assetto di potere a livello planetario. Essa infatti non potrà essere sovrastruttura di un assetto di potere che ne preceda l’intervento, come è stato invece nel caso dell’Organizzazione fondata nel 1945: oggi non c’è, e non ci sarà nel futuro prevedibile, alcuna ossatura paragonabile a quella posta in atto dalla conclusione della seconda guerra mondiale da rivestire di forme istituzionali. Tale non è, per le sue stesse caratteristiche, l’“impero senza impero” della superpotenza solitaria. Né si vede all’orizzonte il profilarsi di alcuna stabile entente fra gli USA e altri soggetti di pari grado al di fuori della cornice delle istituzioni internazionali (21). Del resto, un’intesa di tal fatta che escluda Washington non potrebbe esprimere alcuna credibile efficacia come base per una qualche forma di governo del pianeta: sarebbe solo un ulteriore fattore di contrasto, quindi di rischio per la pacifica convivenza.
La “rifondazione” delle Nazioni Unite dovrà quindi essere al tempo stesso il terreno d’incontro delle maggiori potenze del pianeta e il punto di partenza per la costruzione di un durevole, e insieme duttile e dinamico, nuovo assetto di potere. Per origine e per caratteristiche intrinseche, a sua volta, tale assetto non avrà la possibilità di fungere da sostrato geopolitico della nuova formula istituzionale: questa viceversa, nata con esso a un parto, ne sarà parte costitutiva e intrinseca. In altre parole, il nuovo assetto di potere del mondo dovrà reggersi in misura decisiva proprio sulla nuova configurazione istituzionale dei rapporti fra i popoli e gli Stati: non vi sarà, in linea di massima, un “altrove” dei rapporti di potere rispetto alla loro collocazione entro la cornice delle istituzioni.
E ciò dovrà conseguire ai modi e agli indirizzi secondo cui sarà impostata la rifondazione di queste ultime. La dimensione istituzionale dovrà cessare, infatti, di costituire in qualche modo un optional per gli Stati: un’istanza cui far ricorso solo nel caso in cui risulti impossibile risolvere altrimenti le questioni. La stessa dimensione istituzionale dovrà esser tale, infatti, da possedere caratteri di intrinseca necessità per lo svolgersi delle relazioni internazionali nei loro principali aspetti: ne dovrà costituire il canale ordinario d’espressione e di gestione.
In che modo ciò diventerà possibile? Attraverso le profonde innovazioni che è necessario introdurre nel funzionamento delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Innovazioni che dovranno investire in primo luogo, come qui si sta argomentando, i criteri, le forme, i canali della rappresentanza. Obiettivo primario di tali innovazioni dovrà essere il coinvolgimento vincolante dei soggetti statuali aderenti all’Organizzazione: ciascuno di loro dovrà sentirsi effettivamente rappresentato in modo tale da preferire d’ordinario passare attraverso l’Organizzazione per la gestione dei propri interessi e la soluzione delle questioni via via insorgenti. L’Organizzazione dovrà rappresentare, per i suoi associati, un fattore di ottimizzazione nell’uso delle risorse (un “valore aggiunto” o quanto meno un fattore di “risparmio”), piuttosto che un costo aggiuntivo.
Il che, come vedremo meglio più avanti, comporterà inevitabilmente una compiuta riformulazione della “missione” delle stesse Nazioni Unite. Ma contribuirà anche a definire i modi della rappresentanza, di cui qui precisamente ci stiamo occupando. Come, e soprattutto “che cosa”, è necessario che venga rappresentato nell’ONU rifondata? Le nazioni e i rispettivi Stati in primo luogo: questo è un aspetto della vecchia ONU che va senz’altro mantenuto. Si tratta infatti dell’aspetto per dir così confederale dell’Organizzazione, la quale non deve (né comunque potrebbe) aspirare a trasformarsi in una sorta di super-Stato nazionale i cui istituti rappresentino direttamente i cittadini. Ogni Stato sovrano deve godere come tale di un proprio voto in Assemblea, esattamente come avviene già oggi.
Occorrerà però che, a differenza di quanto avvenuto finora, anche i cittadini come tali siano in qualche modo rappresentati. A tal fine sarà necessario introdurre altri e diversi criteri di rappresentanza. In primo luogo per quanto concerne il peso di ciascun Paese in seno all’Assemblea generale. Il primo punto da considerare è, in proposito, quello demografico. Ogni paese dovrà pesare anche per la sua popolazione numericamente considerata (22). In secondo luogo la dimensione demografica andrebbe integrata con la rappresentazione di altre componenti del “peso” di ciascun paese. Due in particolare: il potenziale economico (23) e il contributo effettivamente apportato al funzionamento dell’Organizzazione.