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Introduzione...

IQualche volta l’uso di una parola della lingua inglese, da parte di chi inglese non è, potrebbe far pensare che si voglia mettere una foglia fico sulla realtà delle cose. Leverage, ad esempio, secondo il mio vocabolario significa «azione di una leva, modo di applicare una leva, sistema di leve, poten-za di una leva» e quindi «(fig.) potere, influenza». E’ appunto, evidentemente, rifacendosi a questo senso figurato che Enzo Rullani, nello studio che qui riportiamo, scrive leverage per sfruttamento. Eppure anche in inglese c’è exploitation (“to exploit the working class”, trovo nello stesso vocabo-lario); identica parola in francese (“exploiter les travailleurs”). Rullani, però, non vuol nascondere nulla. Dice infatti che le imprese dell’assetto capitalistico contemporaneo «adottano forme di di-stribuzione del reddito prodotto che consentono agli interessi più “forti” di far leva sugli altri per ampliare il proprio margine di profitto». Solo che nel “capitalismo post-fordista” tra gli interessi più deboli, oltre al lavoro dipendente, se ne annoverano diversi altri, indicati dall’Autore: e questo spiega il suo ricorso al citato termine inglese. C’è da aggiungere che l’economista Rullani non mo-stra affatto di disinteressarsi – come vari suoi colleghi – delle conseguenze sociali e umane dello sfruttamento, o leverage che dir si voglia. Che sia tutto il contrario risulta anche da questo suo scritto, in cui sottolinea e definisce le nette diversità tra le vecchie regole adeguate al compromesso para-keynesiano di qualche decennio fa e quelle che a suo avviso sarebbero necessarie per le sue nuove tendenze globalizzanti e “smaterializzate”. Gli sta infatti a cuore vedere come sia possibile, oggi, «riformare il capitalismo dandogli un assetto ordinato, comprensibile, equo», anche se si tratta di una «missione impossibile», dice con una iperbole per significare che presenta molte diffi-coltà. Enzo Rullani è docente di Economia della conoscenza e strategie d’impresa all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. E’ autore di numerosi libri e saggi. Tra i più recenti “Dove va il Nordest”, Marsilio 2006, “Piccole imprese crescono” (con Aldo Bonomi), EGEA 2005, “La fabbrica dell’immateriale”, Carocci 2004, “Mondializzazione e intercultura” (con Renata Livraghi e Stefa-nia Gandolfi), Ist. Rezzara 2002, “Il nuovo lavoro nell’economia post-fordista” in Quaderni di Rassegna sindacale n.1/2001, “Città e cultura nell’economia delle reti” (con Stefano Miceli, Eleo-nora Di Maria), Il Mulino2000.

IMPRESA GLOBALE E IMPRESA-RETE:
Le due facce del postfordismo
Enzo Rullani

Premessa

“Il cavallo non beve”: questa metafora, così spesso ripetuta nella nostra storia recente, riassume be-nissimo la missione impossibile di chi si propone di riformare il capitalismo, dandogli un assetto ordinato, comprensibile, equo. Se per fare bere il cavallo si tagliano i lacci e laccioli che riducono il suo spazio di libertà, gli ani-mal spirits delle imprese e degli “affari” andranno ad esplorare tutte le direzioni possibili e anche oltre, andando alla ricerca della convenienza economica. In questa ricerca, i confini tra lecito ed il-lecito, tra fisiologico e patologico possono essere scritti sulla carta, ma non sono quasi mai presi-diabili effettivamente senza pesanti bardature di controllo, che limiterebbero di molto l’energia in movimento. Eppoi, è difficile, post factum, tirare le briglie e mettere di nuovo il cavallo alla stanga. I “danni collaterali”, in altre parole, fanno parte del gioco. Naturalmente fino a che si tratta di danni limitati, che non tolgono ai giocatori più direttamente coinvolti la voglia di giocare. La cronaca degli ultimi anni – come ha ricorda Alfredo Reichlin, in questo stesso numero - ha alli-neato una campionario impressionante di “effetti collaterali”. Non è solo il risultato del generale al-lentamento delle regole dovuto alle riforme neo-liberiste post Reagan e post Thatcher. Né è solo il contraccolpo – brutale ma temporaneo - della crisi congiunturale che, mettendo al ribasso le borse, ha fatto emergere magagne latenti. Anche quelle che, in tempi normali, non sarebbero forse mai ve-nute alla luce.

La questione, come cercheremo di dire, è più profonda e più difficile da curare: il capitalismo di oggi è meno regolato e meno regolabile che in passato per una doppia ragione, che molti, nella di-scussione in atto, tardano a mettere a fuoco: 1) non funzionano più le vecchie regole, perché le dinamiche messe in moto dal fordismo eccedono – dagli anni settanta in poi – le capacità pratiche di previsione e controllo di cui le tecnostrutture dispongono; 2) emergono nuove tendenze – come la globalizzazione e la materializzazione – che avreb-bero bisogno di nuove regole e che non trovano, nell’armamentario istituzionale eredita-to dal fordismo, una base adeguata. Prima di tutto, l’ordine esistente è diventato instabile perché la concentrazione di potere creata dalle grandi imprese e dai capitalismi nazionali, in epoca fordista, ha generato – dopo il primo periodo di assestamento – contropoteri uguali e contrari che hanno finito per neutralizzare le capacità di go-vernance del sistema. Nella dialettica tra potere e contropotere, non solo è saltato l’ordine interno dei diversi paesi, ma si è anche avuta una complessiva destabilizzazione dell’ordine internazionale. Se tutti si trovano, anarchicamente, a contrattare/configgere con tutti, non c’è tavolo di concertazio-ne che tenga: dopo un po’ prevarranno diritti di veto e instabilità.

Ma non è stata solo la scommessa perduta sul terreno del potere a determinare l’eclissi dell’ordine fordista. Sono anche emersi, come abbiamo detto, fenomeni nuovi come la globalizzazione e la smaterializzazione, ambedue connessi alle caratteristiche di fondo della nuova risorsa produttiva che, dopo il declino del fordismo, circola senza grandi controlli da una persona all’altra, da un’impresa all’altra, da un paese all’altro, facendo saltare diritti di proprietà e posizioni di vantaggio consolidate. Il nuovo che sfugge alle regole: globalizzazione e smaterializzazione. La globalizzazione è prima di tutto globalizzazione cognitiva : nella società contemporanea sono globali la scienza, i saperi codificati, i mass media, l’arte e moltissimi circuiti di intrattenimento. L’apertura dei commerci, la libera circolazione dei capitali, l’allineamento delle normative e dei ca-richi fiscali, l’attrazione dei flussi migratori da un capo all’altro del pianeta sono processi trainati, prima di tutto, dalla circolazione trans-nazionale delle conoscenze, che hanno la brutta abitudine di non fermarsi alla dogana o ai cancelli della fabbrica, irrompendo in modo poco regolato nel gioco competitivo.

Non solo i mass media hanno creato un circuito di conoscenze, significati, esperienze che ha natura direttamente trans-nazionale, ma la circolazione non regolata (o poco regolata) della conoscenza ha creato fenomeni macroscopici come la nuova concorrenza cinese, le correnti migra-torie, la moltiplicazione delle attività di copia, imitazione, apprendimento dell’esperienza altrui at-traverso cui la conoscenza si propaga senza pagare dazio e senza aspettare i brevetti. Il capitale, il lavoro, i prodotti “inseguono” nel villaggio globale le conoscenze che fanno da battistrada nell’abbattimento delle distanze e nel corto circuito delle differenze. I vecchi regolatori – gli Stati nazionali e gli attori che li popolano – si trovano anch’essi ad inseguire processi che, in massima parte, sfuggono di mano, avendo una propria logica: e che è difficile anche solo ritardare o regolare ex post. Accanto alla globalizzazione, l’altra forza destabilizzatrice è la smaterializzazione della produzione, dei prodotti e dei fattori produttivi. Smaterializzazione significa non solo che si produce valore im-piegando una risorsa immateriale come la conoscenza – variamente “incorporata” nel lavoro, nel capitale, nell’ecosistema urbano e ambientale – ma anche che il consumo diventa sempre più con-sumo di significati, emozioni, esperienze (immateriali), invece che consumo di oggetti materiali. In questo passaggio, cambia radicalmente il regime proprietario delle forze produttive. Per una sempli-ce ragione: al contrario dei beni e dei fattori materiali, la conoscenza non si consuma con l’uso. Una conoscenza, dunque, può essere condivisa con molti utilizzatori senza che il produttore-proprietario ne rimanga privo.

Il valore della conoscenza, ossia il valore dei cespiti industriali a cui si appoggia la produzione con-temporanea di valore, non può dunque appoggiarsi al costo di produzione – che non ha alcun ruolo nel processo di propagazione/ condivisione – ma dipende unicamente dalle circostanze di fatto o di diritto che ne restringono l’uso. Circostanze che solo in parte fanno riferimento ai (deboli) istituti della proprietà intellettuale (brevetti, copyright, marchi commerciali), e che spesso rinviano invece a: - situazioni di fatto, come la velocità di propagazione di un’innovazione (che rende impossibile o non conveniente l’imitazione); - asimmetrie di potere, che mantengono il controllo degli usi fatti nella filiera nelle mani del leader, il quale è anche spesso il produttore originario delle conoscenze impiegate; - processi di auto-regolazione (reti) tra i diretti interessati che possono governare di mutuo accordo l’impiego delle conoscenze messe a disposizione e la loro propaga-zione. E’ facile capire che, se il valore dei cespiti industriali e finanziari dipende da questo tipo di circo-stanze, la possibilità di fondare le valutazioni di borsa su qualcosa di oggettivo – o per lo meno di solido, incontrovertibile – sono alquanto ridotte. Il valore dei cespiti dipende infatti, nel corso del tempo, non tanto da condizioni giuridiche ed economiche predeterminate, ma dal concreto svilup-parsi dei comportamenti di fatto degli attori che si trovano a trattare, interattivamente, la conoscenza e la sua condivisione. Globalizzazione e smaterializzazione hanno l’effetto di aumentare la complessità del mondo eco-nomico e sociale, ma non possono essere ricondotte entro le vecchie regole perché la loro presenza cambia irreversibilmente il modo di funzionare del capitalismo industriale, rispetto al modello ere-ditato dal fordismo.

Riforma del capitalismo: de-costruire per ri-costruire

Il problema della “riforma del capitalismo”, a cui ci richiama Reichlin, non può quindi risol-versi nel dilemma più regole/meno regole: un dilemma che non pone in discussione il contenuto delle regole, nel la loro congruenza storica con i modi di produrre e di vivere. In realtà, oggi si trat-ta: - da un lato, di de-costruire le regole della vecchia organizzazione fordista, che im-brigliano le forze produttive senza riuscire a governare la complessità dei poteri, a disciplinare i comportamenti nell’economia globale e a stabilire regole utili per va-lorizzare le risorse immateriali; - dall’altro, usare gli spazi de-regolati per costruire una nuova regolazione, adatta al contesto e ai problemi del postfordismo (complessità, globalità, economia immate-riale). L’alternativa tra liberismo e dirigismo non coglie questo doppio compito riformatore, che da un lato deve liberare il sistema da regole obsolete e dall’altro deve ri-regolare per rendere governa-bili fenomeni nuovi come la complessità, la globalizzazione e la smaterializzazione.

Impresa, lavoro, mercato vanno pensati come parte di questa transizione da un ordine che è diventato obsoleto, e che dunque non può essere difeso ad oltranza, ad un nuovo ordine che non ha ancora preso forma e che – essendo ricco di incognite e di rischi – viene continuamente rinviato a qualche improbabile domani. Invece, l’unico modo di venire a capo dell’attuale instabilità del sistema, è di definire la cifra di questo passaggio, dal vecchio a nuovo ordine. Una cifra che deve cominciare a prendere le distanze dall’ordine che fa parte della nostra storia e della nostra cultura e che è ancora dominante nelle istituzioni, anche se non nei comporta-menti pratici, quotidiani, delle persone.

Il solco tra vecchio e nuovo: il determinismo diventa complessità

Il fordismo è stato il punto più alto di una visione deterministica della modernità. Una visio-ne che ha identificato ragione e interesse collettivo con la potenza della tecnica, l’oggettività del mercato, la neutralità del calcolo mezzi-fini. Questa visione ha delegato ragione e interesse colletti-vo ad automatismi (tecnica, mercati, calcoli) e a tecnostrutture (management, sistemi esperti, pub-blica amministrazione) supposte sapienti e potenti, ma neutrali: consegnate alla religione della veri-tà e del pubblico interesse, al di sopra delle parti. Nel fordismo maturo, questo impianto è stato ce-mentato e legittimato della politica, che ha imparato ad organizzare i grandi interessi presenti nella società e a negoziare con le tecnostrutture i benefici da attribuire alle varie categorie di interesse. In questa forma di automatismo ben temperato (dalla politica) la prima modernità è riuscita a portare avanti il suo impianto deterministico, facendolo diventare criterio di organizzazione e di regolazione dei comportamenti individuali, e degli interessi parziali. Non è mai stato un risultato acquisito una volta per tutte, ma si può certamente dire che lo “Stato Keynesiano” ha rappresentato un esempio valido di sviluppo regolato, ricco di possibilità di crescita e povero di devianze indesi-derate. Il cavallo, nei due decenni postbellici, ha bevuto ed è rimasto disciplinatamente alla stanga.

Ma oggi? Dagli anni settanta in poi, il mondo non risponde più ad alcun automatismo ben temperato. Va avanti, alternando pulsioni in avanti a rapidi (e tragici) arretramenti, procedendo sempre in un percorso segnato, qua e là, da una serie di eccessi e sregolatezze. Di qui la sottile no-stalgia per l’epoca del fordismo trionfante, quando c’era lo sviluppo regolato e ciascuno poteva immaginare un suo posto nella crescita sociale. Come ha notato acutamente Bruno Trentin , la no-stalgia di quella stagione è più forte e sentita proprio da parte di coloro che, all’epoca, ne furono i critici più pronti a sottolinearne il carattere limitato e vincolante. Allora quell’automatismo ben re-golato, era nientemeno che il “piano del capitale”. Oggi rischiamo, dunque, di sentirci orfani di un’epoca mitologica che, quando era reale e viva, veniva respinta come il peggiore dei mondi pos-sibile.

Ma tant’è. Si vede che, da allora, quello che era il peggiore dei mondi possibili è diventato uno dei traguardi verso cui tendere. Dal capitalismo di Stato, iper-negoziato e iper-regolato siamo passati a mercato senza negoziazioni e senza regole, e ora di proponiamo di tornare a negoziare e regolare. Come prima e più di prima, oscillando da un estremo all’altro di un campo dato, dove niente si crea e niente si distrugge. Per fortuna la realtà ha già preso un’altra strada e ci impedisce di entrare in questo gorgo dell’eterno ritorno, in cui tornano sempre d’attualità le stesse cose che erano state messe da parte qualche anno prima, quasi che non si potesse mai immaginare e creare qualcosa di nuovo. Oggi qualcosa si nuovo non solo è necessario, ma si impone come una necessità che sarebbe assur-do ignorare. Non solo perché le vecchie regole – anche dove sono sopravvissute - non funzionano più: lo vediamo nella crisi di tutti i modelli di sviluppo ereditati dalla stagione fordista. E lo vedia-mo negli “incidenti di percorso” che costellano la marcia di un’economia diventata postfordista senza saperlo e senza una guida appropriata per il nuovo cammino intrapreso.

L’ordine emergente: economia della conoscenza, con le sue (inquietanti) proprietà Bisogna, inoltre, ridefinire le nostre identità e i nostri modi di regolazione tenendo conto dell’esigenza – assolutamente vitale per l’economia contemporanea – di alimentare la produzione e propagazione della conoscenza. In un’economia che l’Unione Europea, a Lisbona, a cominciato a definire come knowledge-based economy , il lavoro (buona parte del lavoro) diventa lavoro cogni-tivo, salvo limitate eccezioni; il capitale (buona parte del capitale) si traduce in investimenti imma-teriali (ricerca, software, progetti, conoscenze ecc.), l’impresa diventa una knowledge company, che fonda i suoi vantaggi competitivi sulla propria capacità di elaborare conoscenze originali, di sfrutta-re conoscenze acquisite dagli altri (outsourcing) e di propagare al massimo le conoscenze possedute negli usi, lungo filiere che tendono a diventare sempre più estese e ramificate.

Ora, la centralità della conoscenza nella produzione del valore economico non è un semplice dato descrittivo, ma cambia la sostanza della questione, perchè la conoscenza non è soltanto un mezzo che possa essere usato a piacimento di soggetti razionali, alla pari di tutti gli altri mezzi. La cono-scenza, infatti, è il filo con cui i soggetti intessono il loro rapporto col mondo: in questo senso non definisce soltanto il mondo esterno, ma anche l’identità che soggetto che lo abita e le sue possibilità di rapporto col mondo descritto dagli schemi cognitivi adottati . L’esperienza conoscitiva genera i fini; non si limita, nel modo più assoluto, a calcolare i mezzi per fini predeterminati. Dunque, al conoscenza non è un oggetto, che possa essere separato dalla soggettività e confinato in un luogo e in un ambito di uso proprietario, determinato a priori nel suo comportamento. La cono-scenza nasce, invece, da un processo vitale che coinvolge il soggetto e il suo mondo: un processo di scoperta, esplorazione, condivisione a rischio di nuove possibilità. Per quanto si possa forzare i concetti impiegati, riducendo la conoscenza a qualcosa di meno e dando al capitale qualche intelli-genza in più, il processo vitale del conoscere non è riconducibile sic et simpliciter alle leggi di com-portamento del capitale, sia esso inteso come macchina (capitale industriale) o somma di denaro (capitale finanziario).

La conoscenza è più del capitale. Ed è qualcosa di diverso, che richiede anche un approccio diffe-rente per essere valorizzato. Ad esempio, la conoscenza – al contrario di quando accade al capitale-mezzo - è vincolata alla verità prima che all’utilità. Una conoscenza che semplicemente obbedisca ad un criterio di utilità, dando sempre ragione a chi comanda o fornendo dati rassicuranti ma infon-dati, non porta alcun valore aggiunto alla produzione ed è anzi dannosa. Una conoscenza che sia confinata nel segreto e ostacolata nell’accesso sociale al suo uso non produce valore, o produce un valore infinitamente minore di una conoscenza che possa propagarsi ed essere condivisa in circuito sociali ampi e aperti. Una conoscenza che, per conformismo, non si rigenera negando le sue prece-denti forme per esplorare nuove possibilità rinuncia ad una parte importante del suo valore poten-ziale. E così via. La conoscenza non può, insomma, essere privata della sua autonomia e differenza rispetto al capita-le, in quanto tale: la prima modernità, con la sua ossessione deterministica, oggettivizzante, ha im-pedito che tra capitale e conoscenza si formasse quella distanza che è necessaria ad alimentare l’autonomia e la differenza specifica della conoscenza come risorsa produttiva.

Crisi del fordismo e destabilizzazione

Se oggi ci troviamo a fare i conti con un’economia della conoscenza che cerca strade nuove, non ancora battute, è perché il disegno della modernità deterministica, dopo aver trovato la sua massima espressione nel fordismo, è fallito: l’ideale fordista del controllo totale – che permette di centraliz-zare e programmare in anticipo l’evoluzione delle cose, eventualmente negoziandola con tutti colo-ro che hanno un po’ di potere - si è rivelato nei fatti irrealizzabile. Al suo posto, abbiamo assistito a:
• la progressiva perdita di controllo sugli sviluppi della concorrenza tra imprese e tra paesi, con l’avvento continuo di newcomers che hanno fatto saltare ogni possibilità di controllo sul ciclo di vita del prodotto, sulle “regole” sociali e fiscali della produzione, sulla standardizzazione delle varianti;
• alla deregolazione della vita delle persone, che hanno perso – insieme alle regole, imposte o ne-goziate dall’alto - anche le tutele precedentemente assicurate;
• all’emergere di bolle speculative nella finanza, che cerca di “quotare” il futuro, oscillando dispe-ratamente tra pessimismo e ottimismo, per il semplice fatto che, col declino del determinismo, nessuno sa quale sia davvero il futuro che ci attende.

In questo nuovo contesto, non si avverte solo la perdita di efficacia delle vecchie istituzioni fordiste, ma anche l’esigenza di andare oltre, liberandoci di quello che non funziona o non morde più, e tro-vando nuove vie regolative, adeguate alla costruzione di un mondo dove la conoscenza possa essere proficuamente condivisa e messa socialmente in valore. Per evitare la sensazione di disease che sta investendo mercati finanziari, politiche nazionali e cul-tura di impresa, serve la capacità di prefigurare un paradigma postfordista che costituisca un ragio-nevole – e condivisibile – punto di approdo per la ri-regolazione dei comportamenti e un banco di prova per la politica di “riforma” attuale. Non servono, invece, restaurazioni. affrettate e moralistiche, delle vecchie regole, che non potranno funzionare nel nuovo contesto, così come non riuscivano a funzionare nel vecchio (e per questo so-no state allentate o eliminate). Ripercorrere all’indietro la strada delle liberalizzazioni e delle priva-tizzazioni, alla ricerca dell’ordine perduto può funzionare al massimo come argomento polemico, nel dibattito politico: non può funzionare nella realtà delle cose. Che non sono più quelle della gol-den age del fordismo e che non potranno tornarci.

Anche se animate da buone intenzioni, politiche che cerchino di restaurare invece di innovare, ri-schiano, dunque, di fare più danni di quelli che cercano di curare: bisogna, invece, guardare avanti e por mano alla comprensione e progettazione del nuovo. Come abbiamo detto, non servono più rego-le, ma nuove regole. Le regole fordiste, che erano anche troppe e spesso corporative, sono diventate un impaccio, per muoversi in un mondo diventato sempre più globale/immateriale e destinato a rimanere tale qualun-que siano le regole che ci diamo. Rimettere al centro del mondo tecnostrutture potenti e neutrali, cui vengono delegate decisioni da prendere nell’interesse di tutti, non è una risposta alla complessità dei problemi con cui abbiamo oggi a che fare e che ci accompagneranno nei prossimi anni.

Globalizzazione e materializzazione accrescono il rischio, e perciò stesso la volatilità dei valori e-conomici. Globalizzazione e materializzazione disattivano i presidi di regolazione che rimangono attestati negli Stati nazionali e nella politica, anche per la grande lentezza con cui questa accetta di ridefinirsi a scala sopranazionale e globale. D’altra parte, globalizzazione e materializzazione, pro-prio perché fanno intravedere grandi potenziali di produttività e di profitto (a rischio), per il futuro, sono due “miniere d’oro” in termini di valore potenziale, spendibile già oggi sui mercati finanziari. Fino a che il mondo è rimasto deterministico – o è stato immaginato tale – si poteva affrontare il ri-schio pensando di eliminarlo attraverso la previsione scientifica dei fenomeni, la programmazione calcolata dei comportamenti e la negoziazione politica delle scelte da tenere sotto controllo. Ma og-gi che tali metodi hanno mostrato la corda, il rischio ha riacquistato la sua libertà di azione e di se-duzione: per un verso fa paura, per un altro promette grandi e facili arricchimenti. Il rischio non si elimina più, si quota in borsa; e si trova il modo di trasformarlo in fonte di ricchezza finanziaria. E’ una scelta a due facce: nella fase dei guadagni facili, il rischio, la borsa, la finanza diventano po-polari. Passando il cerino dall’uno all’altro, in un crescendo di aspettative, molti si arricchiscono, dando credito al meccanismo finanziario del “denaro che produce denaro”. Hanno voglia i guru del-la finanza a dire che le cash cows – le macchine per fare soldi – non esistono. Ciascuno può pensare di essere più furbo o più veloce degli altri. Poi, ad un certo punto, il rischio mostra la sua faccia: il ciclo del cerino si arresta e qualcuno, o molti, si scottano le dita. Allora si scopre il fascino delle re-gole e del buon tempo andato, quando i dividendi erano bassi, ma quasi garantiti, e quando l’affidabilità era tutto, per muoversi sui mercati finanziari. Ma erano altri tempi.

Si rimane confusi non solo per quello che di volta in volta succede, sorprendendo operatori ed e-sperti, ma soprattutto per la mancanza di modelli validi di riferimento. Anche in Italia, se si deve prevenire i casi dolorosi e sconvolgenti di cui abbiamo fatto esperienza – da Cirio a Parmalat – a quale modello dei regolazione dobbiamo guardare? A quello anglosassone dell’autoregolazione fatta dagli attori stessi che, con l’ausilio di società di certificazione e di rating, creano un meccanismo affidabile di valutazione da presentare al mercato dei risparmiatori? O quello continentale, in cui lo Stato interviene in prima persona trasformando la common law in norma universale e obbligatoria, sempre in vista della trasparenza da creare per i ri-sparmiatori che devono conferire la materia prima al mercato finanziario? Non ci sono ormai più ricette facili: il modello americano ha mostrato crepe che lo rendono meno paradigmatico per il nostro processo di ri-regolazione. D’altra parte, i modelli concorrenti sono for-se anche meno convincenti, in questo momento. Cosicché, nella grande transizione, è venuto forse il momento di guardare avanti e di prendere le distanze dalle varianti che provengono da nostro passa-to, ossia dalle sopravvivenze di un fordismo in declino.

Vita, morte e miracoli del “modello americano”

Casi come quelli della Enron gettano oggi un velo di inaffidabilità su quello che era il modello di impresa più celebrato dei nostri tempi, quello della public company, espressione massima della lo-gica organizzativa del fordismo, in cui il management ha tutto il potere, anche sugli azionisti, ma lo esercita in nome della razionalità e della responsabilità sociale. Il cavallo fordista ha bevuto per tan-ti anni e ha tirato il carretto egregiamente: ma, quando si verifica qualche importante “danno colla-terale”, come nella Enron, si scopre che quel management non era affatto un meta-potere tecnico e neutrale, capace di mediare i conflitti nell’interesse superiore dell’impresa, ma era un potere come tutti gli altri: avido, egoista, irresponsabile. Che fa pagare i costi dei suoi “affari” al pubblico degli azionisti, ai creditori, ai dipendenti e ai loro fondi pensioni ed al sistema generale entro cui la gran-de impresa opera. Si scopre allora che le regole preesistenti, che inducevano il cavallo della public company a bere, avevano importanti – e certo non casuali - smagliature. Come ha ricordato Silvano Andriani , l’impresa direttoriale che, nel sistema anglosassone, fa i grandi investimenti richiesti dalla produ-zione fordista, è un realtà un sistema basato sul comando del management sulla piramide dei lavori e dei compiti. Ossia è un sistema autoritario, dove il vertice può accrescere i suo spazi di libertà, nella ricerca del massimo profitto, sottraendosi al controllo di altri poteri e anche dei controllori (che nomina esso stesso, o fa guadagnare il qualche altro modo).

Ma si può davvero correggere i difetti della public company direttoriale tornano al mercato, ossia al-lo shareholder value, che mira a contenere il potere del manager autocratico aumentando la conten-dibilità del potere manageriale nella corporation (favorendo, ad esempio, l’alternanza e la concor-renza tra potenziali gruppi dirigenti)? Chi ci spera, immagina di poter mobilitare allo scopo la forza equilibratrice di una active owner-ship , che ristabilisca la divisione dei compiti che era propria del capitalismo liberale, nei primi – ed eroici – tempi, in cui il management professionale era espressione diretta della proprietà imprendi-trice e in cui questa prendeva parte alla vita dell’azienda, giudicava il management e assumeva con-sapevolmente i rischi. Tutto ciò, ovviamente,prima di diventare – con l’avvento del fordismo – pro-prietà assenteista, e strutturalmente minoritaria, ridotta ad un ruolo puramente finanziario. Un migliore equilibrio tra interessi della proprietà azionaria e del management – anche per mezzo di una maggiore trasparenza imposta alla vita societaria delle imprese e alle transazioni finanziarie – consentirebbe di gestire il rischio, affidandolo all’auto-valutazione dei mercati. In altre parole, i soggetti più direttamente interessati si controllerebbero a vicenda, presidiando il sottile discrimine che separa le convenienze affaristiche dalle convenienze di mercato.

Ma il pubblico degli azionisti è davvero in grado di presidiare questo confine, facendo prevalere la fisiologia sulle (eventuali) deviazioni patologiche? C’è da avere qualche dubbio al riguardo. Per assolvere questo ruolo, infatti, bisognerebbe che lo shareholder fosse un solido “cassettista” che vuole pochi profitti, ma sicuri, facendo argine alle suggestioni dell’arricchimento facile e speculati-vo messe in scena da managers, finanzieri e “esperti” di pochi scrupoli. Ma – purtroppo - nemmeno gli “azionisti popolari” praticano oggi le virtù del risparmiatore “duro e puro”, votato all’austerità e vigile sul rispetto delle regole. Viviamo purtroppo un tempo postmoderno dove non ci sono più cer-tezze, pazienze e rassegnazioni: sarebbe sorprendente trovare un pubblico di borsa che non perse-gua, come tutto il resto della popolazione, sogni impossibili e brucianti emozioni. Lo shareholder popolare subisce, dunque, come il manager, come il banchiere d’affari, come il ca-pitalista di ventura la tentazione dell’arricchimento facile tramite le plusvalenze di borsa. Se il pic-colo azionista è prudente, all’inizio, è solo perché sa di essere meno attrezzato del manager o del fi-nanziere a praticare la speculazione: ma impara subito, non appena gliene viene data la possibilità. Quando la borsa decolla, creando la possibilità pratica di partecipare al rito dell’arricchimento col-lettivo, milioni di risparmiatori – gli stessi che erano una volta oculati e diffidenti - si mettono a comprare titoli di startups tecnologiche dalle mirabolanti prospettive, bonds argentini straconve-nienti e altra luccicante spazzatura, pur di poter partecipare con qualche possibilità alla grande corsa all’oro.

La fiammante parabola della new economy, con i suoi effetti distruttivi sul risparmio di tanti “azio-nisti popolari” che ci avevano creduto, ci dice che – quando scattano le grandi illusioni - lo share-holder non fa argine alle tendenze affaristiche del manager speculatore: infatti, il boom delle dot.com, e il successivo sboom, hanno fatto forse più vittime del caso Enron. L’instabilità dei valori finanziari non dipende infatti, necessariamente, da imbrogli e malversazioni che sconfinano nell’illecito. Basta, per questo, il gioco degli specchi di un valore che è sempre meno legato a ri-scontri oggettivi e che, dunque, si appoggia all’umore sociale: se si pensa che le cose vanno bene, si troverà sempre chi compra pensando di poter rivendere, poi, ad un prezzo maggiore. Se le cose vanno male, invece, questi compratori spariranno e chi ha in mano l’azione o il bond si troverà a po-ter contare solo sui profitti o gli interessi effettivamente pagati. Dunque, se il valore viene prodotto in modo complesso o difficilmente prevedibile in base a ele-menti oggettivi, il rischio non può essere aggirato spostando la sua valutazione dal management agli azionisti o viceversa. Un investimento effimero non diventa certo più solido solo perché anche gli azionisti sono associati alla caccia alla ricchezza facile: allargando la base del gioco, la speculazio-ne affaristica decolla su scala più larga e, quando il mito dell’arricchimento facile sfuma, lascia il terreno coperto di caduti. Forse si potrebbe rimediare a questa implicita instabilità del modello arruolando, a difesa della sta-bilità di lungo termine dei valori di borsa, gli investitori istituzionali: banche, fondi pensioni e altri grandi investitori che non hanno bisogno di guadagnare presto e bene, ma di rendere sicuri i rendi-menti di lungo periodo. Tuttavia, si tratta di una risposta fragile: quando la borsa corre, i risparmia-tori corrono via dai circuiti che non partecipano alla corsa all’oro e finiscono per depotenziale il pe-so politico e organizzativo degli eventuali anticorpi.

L’auto-regolazione del circuito shareholders/manager ha dunque importanti smagliature, che ogni tanto emergono, a confortare il pessimismo degli scettici sulle intrinseche virtù del capitalismo an-glosassone e dell’impresa manageriale, corretta o meno in versione “popolare”. D’altra parte, però, non ci sono alternative facili e rassicuranti. Da questo punto di vista, altri modelli non stanno certa-mente meglio. Il capitalismo corporativo, di marca giapponese e tedesca, che era sulla cresta dell’onda negli anni ottanta è oggi in panne: dal almeno dieci anni ha perso forza propulsiva. Il suo cavallo non vuol più saperne di bere. Non si sa se il male di questi sistemi stia negli intrecci finanziari banche/imprese (proprietà poco contendibile, chiusura rispetto a nuove iniziative o e interessi esterni) o nel conser-vatorismo di un sistema concertativo che rende lente e inefficaci le decisioni. Ma non importa: di fatto, oggi è difficile prendere ad esempio questo tipo di modelli. Rimane il capitalismo familiare all’italiana, che ha dato buona prova di sé – soprattutto nelle picco-le e medie imprese – dieci, venti anni fa.

Ma oggi anche questo modello ha il fiatone: i casi Cirio, Parmalat e altri mettono sotto gli occhi di tutti i limiti dell’azienda padronale di grande dimensione che unisce l’informalità dell’agire familiare con la concentrazione di grandi capitali e di grandi po-teri nel vertice. Fino a che l’azienda familiare rimane piccola, infatti, l’informalità dei rapporti con-sente un certo equilibrio tra le persone, perché ciascuno è in grado di capire e condizionare – attra-verso l’interazione diretta tra persone – ciò che accade intorno a lui. Ma le cose cambiano radical-mente quando le dimensioni aziendali crescono, vanificando ogni possibilità di controllo “a vista” e per interazione diretta. Allora, il proprietario si trova sciolto da ogni controllo: la natura personale e bonaria dello stile di gestione rende informali i rapporti con banche, creditori, clienti, fornitori, la-voratori, amministratori pubblici, i quali “si fidano” del patron e gli delegano le scelte di un sistema diventato tanto complesso da risultare invisibile (e comunque incomprensibile) a chi lo osserva da una angolatura parziale. La ristretta élite formata dalla proprietà e dai “finti controllori” coinvolti nel gioco può usare la fiducia di cui gode come schermo per i controlli formali, che vengono pro-gressivamente disattivati. Fino al disastro finale: perché, come si dice nel gergo del capitalismo fa-miliare: “l’appetito vien mangiando”.

Nessun “modello nazionale” è immune da questo degradare della fisiologica ricerca del massimo profitto in comportamenti illeciti, irresponsabili e, dunque, patologici. Del resto, non poteva essere altrimenti: tutte le varianti esaminate sono varianti di un paradigma fordista che non rispecchia più le esigenze e le prospettive del nostro tempo. Per andare avanti, bi-sogna imparare dal passato, ma non fermarsi ad esso. Bisogna imparare a gestire il rischio con armi e regole nuove. Su questo terreno l’esperienza passata non ci consegna ricette da applicare, ma certo una lezione da imparare: quella che, nel volgere di alcuni decenni ha sconfitto l’endemica tendenza alla crisi, che caratterizzava il capitalismo finanziario di fine ottocento, portando ad un capitalismo manageriale che, con le parole di Keynes, era in grado di garantire tassi di interesse bassi e rischi contenuti, tanto da proporsi addirittura l’obiettivo dell’eutanasia del rentier. Che cosa succede dall’inizio del secolo fino agli anni trenta, quando, a fordismo assestato, si co-mincia a parlare di controllo manageriale e di “proprietà assente” , cambiando completamente regi-stro rispetto ai primi anni del secolo, quando invece i temi dominanti erano quelli del capitalismo finanziario, delle speculazioni affaristiche, delle grandi crisi ricorrenti?

Capitalismo finanziario: c’era una volta Hilferding

Nel passaggio di secolo, tra l’ottocento e il novecento, poche cose avevano il crisma della verità provata dai fatti come l’irresistibile conversione del capitalismo industriale in capitalismo finanzia-rio. Una tendenza già preconizzata da K. Marx con l’idea del “denaro che produce denaro”, e siste-matizzato da R. Hilferding nel suo “Il capitale finanziario”. Il passaggio teorico era anche troppo chiaro: gli schemi astratti della finanza, che rappresentando il circuito economico sotto forma di denaro che si auto-accumula, perdono contatto con le forze pro-duttive industriali, che invece fanno dipendere la crescita e l’accumulazione dalla fatica del lavoro (concreto) degli uomini e dall’impiego (concreto) delle macchine e delle conoscenze tecnologiche, nelle fabbriche. La distanza che si crea tra finanza e industria, ossia tra astratto e concreto, è poten-zialmente la matrice di crisi che rendono instabili i valori attribuiti alle azioni e che, dall’altra parte, rendono insicuri i finanziamenti agli investimenti industriali. Per uscire dalla crisi non c’è che un’alternativa:
- o la finanza impone il suo potere all’industria, plasmandola a sua immagine e so-miglianza;
- o, viceversa, l’industria domina la finanza, mettendola al servizio degli investimenti industriali.

La prima soluzione è quella prodotta dall’astrazione tecnologica e di mercato, che trasforma il la-voro concreto in lavoro astratto e questo in merce universale, equivalente ad un certo ammontare di denaro. Utilizzando questo denaro, diventa possibile fa partire un ulteriore ciclo di produzione. Il denaro, trasformato nuovamente in forza produttiva, diventa dunque capace di moltiplicarsi, gene-rando altro denaro (il surplus). Questa conversione delle qualità in quantità, del lavoro concreto in denaro astratto, non avviene senza inconvenienti. Il “denaro che produce denaro” è un automatismo che non ha coscienza di tutti i passaggi e di tutte le complessità che devono essere superate perché un valore aggiuntivo sia con-cretamente prodotto. Tutto questo viene affidato agli automatismi della tecnica, del mercato o del calcolo di convenienza, ma questi automatismi – come abbiamo visto – sono raramente in grado di governare la complessità del processo che trasforma le forze produttive (concrete) in valori (astrat-ti), visibili sulla scena del capitalismo finanziario.

In effetti, molti e rilevanti inconvenienti inceppano il funzionamento del ciclo finanziario del “dena-ro che produce denaro”, ma la loro genesi e i loro sviluppi vanno oltre la capacità di comprensione e di gestione dell’epoca. Al capitale finanziario sono infatti attribuiti molti dei problemi che la cresci-ta economica incontrava/provocava in corrispondenza del passaggio dei due secoli (dall’ottocento al novecento). Al capitalismo finanziario venivano imputati tutta una serie di problemi difficilmente risolvibili, come:
1) l’instabilità fondamentale del ciclo denaro-lavoro-denaro, dovuta agli squilibri e/o contraddizioni con cui – in mancanza di un circuito di controllo - l’automatismo accumulativo va avanti (sottoconsumo, sopraproduzione ecc.);
2) la crisi ricorrente di alcuni settori, rigidi nell’adattamento temporale tra domanda e offerta (acciaio, energia, edilizia ecc.), che trascina invariabilmente con sé la cri-si del sistema bancario collegato;
3) la spinta espansiva verso l’esterno del sistema (gli spazi non presidiati) che prende il nome di imperialismo;
4) l’interesse pagato al capitale finanziario “espropria”il capitale industriale di una quota crescente del surplus, spostando anche il baricentro del potere e dell’accumulazione dalle mani dei produttori a quelle dei rentiers;
5) la perdita complessiva di senso (e di controllo) su un sistema che mobilita uomini in carne ed ossa per alimentare processi autoreferenti (il denaro che produce dena-ro) dettati da automatismi come la tecnica e il mercato restano estranei alla perce-zione e all’apprezzamento soggettivo delle persone. In particolare gli ultimi due punti sono sottolineati da T. Veblen , che contrappone la leisure class, popolata da inoperosi redditieri, dediti all’investimento finanziaria, all’operoso ruolo della business enterprise, ancora fedele al ruolo imprenditoriale e innovativo che aveva caratterizzato il capitali-smo nella sua fase iniziale.

La business enterprise, scriveva Veblen giusto cento anni fa, è destinata ad un inesorabile decadimento, di fronte all’avidità affaristica della classe agiata, che essa stessa ha prodotto, ma che ormai si muove in un’altra prospettiva (quella del “denaro che produce denaro”). La Parmalat non esisteva ancora, ma tutto (o quasi) era già successo più di un secolo fa. In quell’epoca sembrava che il destino del capitalismo industriale – ossia dell’imprenditore che in-veste il suo capitale in mezzi di produzione e che produce merci utili – fosse segnato. Così come il lavoro era inizialmente diventato un appendice del capitale industriale, ora toccava a questo la stes-sa sorte: diventare l’appendice utile, ma priva di peso, di un potere di ordine superiore: il rentier, capitalista finanziario che non svolgendo alcun ruolo produttivo (nemmeno come offerente di un ri-sparmio), ha però il potere di sfruttare a suo vantaggio sia il lavoro che l’investimento industriale.

La riscossa del capitalismo industriale: il nuovo ordine fordista

Passa qualche anno e, come abbiamo detto, tutto cambia. Nella impresa manageriale di Taylor e di Ford il capitale finanziario ha un ruolo subordinato. Ford non voleva tra i piedi nemmeno le banche e puntava tutto sull’autofinanziamento (da profitti). Anche quando in seguito, per crescere, ha dovu-to cedere su questo punto, non ha mai rinnegato la sua fede di fondo: il primato del capitale indu-striale su quello finanziario. A completamento dell’opera, arriva la politica keynesiana della regolazione della domanda effetti-va, che mira a non far mai mancare il finanziamento necessario agli investimenti industriali che gli imprenditori ritengano di dover fare. La politica keynesiana, che rende sovrabbondante il risparmio e privilegia l’investimento, rompe il circuito del “denaro che produce denaro”. Il denaro che non en-tra nel circuito dell’investimento industriale è un danno: non solo una risorsa sterile, che non produ-ce nulla, ma un salasso che riduce la domanda effettiva e dunque scoraggia l’investimento, vero motore della crescita. Di qui un vero e proprio rovesciamento – che dura durante tutta la stagione fordista - nei rapporti tra capitale finanziario e capitale industriale. Adesso è questo secondo che detta le sue regole al primo, ridotto a fornire risparmio mal remunerato (in banca) o azioni di minoranza che non incidono sul potere, ma puntano su un flusso stabile di dividendi, concesso dai nuovi potenti (i managers insedia-ti al vertice delle grandi organizzazioni industriali). L’eutanasia del rentier è un programma e una metafora che sancisce questo cambiamento dei ruoli che è già avvenuto di fatto nelle pratiche dei mercati. Viene da domandarsi che cosa sia successo perché la storia abbia virato così repentinamente, pas-sando il potere dal capitale finanziario a quello industriale. E’ una lezione che ha molto da dirci an-che sui problemi dell’oggi.

Come abbiamo visto, l’imprenditore schumpeteriano che popolava il capitalismo liberale ha perso il suo potere, nei confronti del denaro, man mano che la tecnica, il mercato, il calcolo hanno reso a-stratta – e dunque sostituibile – la sua funzione. Se un’impresa può essere condotta da chiunque, perché si tratta di mettere al lavoro macchine, mercati e calcoli che non differiscono molto da per-sona a persona, allora l’impresa si riduce ad un algoritmo che non ha niente di unico, di differente, da tutte le altre imprese. Il lavoro, in essa è perfettamente sostituibile, in quanto lavoro astratto. Ma anche il capitale industriale – nella figura dell’imprenditore che investe e dei direttori che organiz-zano – diventa, in questo modo, perfettamente sostituibile. L’unica differenza importante, in un contesto del genere, diventa quella legata alla disponibilità di denaro e alla capacità di assumere ri-schi: due qualità che sono proprie del capitalista finanziario, e che costituiscono le due scarsità rile-vanti del capitalismo di fine secolo. Il capitalista finanziario esercita una vera discrezionalità e un vero potere nel momento in cui decide, in forza del suo denaro, quale capitale industriale “compra-re” e in che modo specularci su.

Nel fordismo le cose cambiano perché il capitalista industriale cessa di obbedire ad un algoritmo a-stratto di razionalità (tecnica, mercati, calcolo) e diventa invece costruttore della sua organizzazio-ne, In quel preciso momento, egli produce una risorsa unica, non standard, e dunque non sostituibi-le. Infatti, il management industriale è un’arte, non una scienza: il profitto differenziale che dà l’impresa A rispetto all’impresa B è qualcosa che non può essere generato dal “denaro”, ma che so-lo l’intelligenza costruttiva del capitale industriale è in grado di concepire e realizzare. La fonte della ricchezza addizionale generata dalle tecniche fordiste, di conseguenza, sfugge dalle mani dei capitalisti finanziari che possono apportare solo “denaro”, e resta invece a disposizione dei capitalisti industriali che impegnano le loro capacità organizzative e strategiche nell’impresa. Poco importa che si tratti di redivivi imprenditori schumpeteriani, che innovano, di managers che eserci-tano la delega ricevuta dalle banche e dal pubblico degli azionisti, o di capitalisti familiari che con-crescono insieme all’azienda. Quello che conta è che i profitti dell’innovazione non sono più appro-priabili semplicemente facendo leva sulla disponibilità di denaro, e sull’assunzione di rischio, ma richiedono che il denaro sia impiegato in modo intelligente e innovativo: cosa che il capitalista fi-nanziario non può fare senza l’apporto determinante del capitalista industriale.

Privati del profitto derivante dalle innovazioni fordiste, i capitalisti finanziari diventano essi stessi sostituibili. Ciò che ancora li differenzia e lascia loro un potere contrattuale è la diversa disponibili-tà a sostenere dei rischi e il diverso giudizio che ciascuno di essi dà dei singoli investimenti a cui i capitali sono destinati. Per rompere anche questa residua rendita, l’impresa fordista intraprende fin dall’inizio una strada ben precisa: ridurre il rischio, ogni volta che si può, mediante la tecnica (lo studio scientifico dei problemi), il controllo, la negoziazione. E laddove il rischio non è eliminabile, rende automatica la valutazione mediante processi di rating, certificazione, frazionamento. Attraverso questo trattamen-to, il “denaro” viene separato dal “rischio” che si accompagna al suo investimento. Il primo viene assegnato al circuito finanziario generale, diventando una commodity per cui ci si può proporre di ridurre al minimo il tasso di interesse; e il secondo viene compensato da una serie di algoritmi di va-lutazione e controllo che rendono praticamente sostituibili tutti gli investimenti, a prescindere dal loro merito. Riducendo il peso delle differenze che derivano dalla disponibilità di denaro e aumentando quelle che derivano invece dalla diversa capacità di investimento industriale, la bilancia del potere, nella corporation fordista, si rovescia: è il capitalista industriale a prendere a prestito capitali-commodities (sostituibili) da un circuito finanziario fatto da offerenti privi di potere specifico. Sa-ranno i risparmiatori, le banche e i fondi pensioni ad affollare gli sportelli delle imprese per offrire i loro capitali, investiti dal capitalista industriale in modo sicuro e conveniente.

Capitalismo finanziario, atto secondo: la vendetta

L’egemonia del capitalismo industriale continua fino a che il rischio dell’investimento industriale e, di conseguenza, il rischio assunto dai finanziatori dell’impresa fordista, viene effettivamente messo sotto controllo: è questa, infatti, la condizione necessaria perchè il capitale finanziario sia ridotto ad una commodity, priva di potere. Dagli anni settanta in poi, come abbiamo detto, questa condizione viene però meno. Il rischio indu-striale emerge in tutta la sua grandezza negli anni settanta, a causa della perdita di controllo e della complessità conseguente, che le imprese industriali fanno fatica a fronteggiare, avendo strutture ri-gide e poco veloci nell’adattamento. Il rischio si conferma poi durante gli anni ottanta e novanta, in qui assume anche connotazioni positive, emergendo possibilità di investimento che in precedenza non c’erano (nei mercati finanziari internazionali, nelle micro-aziende dei distretti, nella new eco-nomy, ecc.). I tassi di profitto delle imprese si differenziano e ancor più si differenziano quelli attesi per il futuro. Il capitale industriale – di grandi o di piccole dimensioni – non è più in grado di esentare i finanzia-tori dall’assunzione di una quota rilevante di rischio.

E questo, naturalmente, porta ad un nuovo giro di boa: per avere credito o azioni, a rischio, bisogna offrire contropartite importanti, o in termini di plusvalore atteso (in borsa), o in termini di potere (in azienda). In qualche caso, la nuova simbiosi tra capitale finanziario e capitale industriale si fa coinvolgendo nell’affare il vertice manageriale, al-cuni finanziatori eccellenti, e i controllori che servono per portare avanti il business prefigurato: na-scono in questo modo i casi, in cui la catena dei controlli salta e si comincia spericolatamente a camminare in equilibrio instabile, su un filo teso. Finché, prima o poi, il filo si spezza e tutto viene, ex post, alla luce. Ma la prevalenza del capitale finanziario su quello industriale significa anche un pesante ostacolo alla crescita. Non solo perchè, coprire il maggiore rischio, aumenta il tasso dell’interesse (finanzia-rio) a scapito del tasso di profitto (industriale), ma anche perchè il potere aziendale tende a slittare, poco a poco, dalle persone che sanno fare innovazioni industriali promettenti a persone che sanno invece allocare denaro e gestire rischi finanziari. Nel secondo round, iniziato da qualche anno, dun-que, il capitalismo finanziario ottiene la sua rivincita: chiunque voglia ottenere capitale, addossan-dogli dei rischi, deve necessariamente trattare con chi quei rischi è disposto ad assumere. E la tratta-tiva sposta l’asse del potere. Più ci sono scandali, più aumenta la diffidenza dei risparmiatori, e più il salasso pagato ai rentier, in termini di potere e di interesse, sarà alto. Nessun rafforzamento della catena dei controlli potrà mutare gran che, nei rapporti tra capitale fi-nanziario e capitale industriale, fino a che non si affronta la questione chiave del rischio.

C’è un altro modo di affrontare il rischio industriale?

La lezione da trarre dalla storia che abbiamo appena tracciato è evidente: se vogliamo che lo svilup-po non si incagli nell’avidità affaristica di pochi noti, o non soccomba sotto il peso della rendita fi-nanziaria, bisogna trovare il modo di metabolizzare in modo fisiologico e non troppo costoso il ri-schio industriale che la crisi fordista ci ha lasciato in eredità. Ossia bisogna che il rischio industriale sia affrontato e fatto proprio da investitori industriali, che agiscono sulle innovazioni e che operano come forza produttiva, in modo che il rischio riversato sui finanziatori esterni (che si limitano a for-nire il denaro) sia minimo, e tale da ricondurre il denaro alla condizione di commodity fornita dai ri-sparmiatori e non associata al potere. Come fare? Per metabolizzare il rischio industriale, che scaturisce dalla complessità postfordista, e che eccede i mezzi di controllo di cui l’economia dispone, ci sono in sostanza soltanto due metodi:

1) attraverso l’impresa globale, che neutralizza i rischi dei suoi specifici campi di at-tività facendo la scelta strategica della mobilità, per cui si accettano con le perso-ne, le altre imprese della filiera e i territori di svolgimento delle attività solo lega-mi facilmente reversibili, separando il proprio rischio dal loro. La strategia della mobilità che consente all’impresa globale di liberarsi dalle persone, dai settori e dai luoghi che risultano di volta in volta “perdenti”, spostando rapidamente il pro-prio centro di attività in favore delle persone, dei settori e dei luoghi che, invece, appaiono “vincenti”. Il rischio, per l’impresa globale, rimane contenuto perchè sono ridotti al minimo i sunk costs che la immobilizzano su uno specifico sentiero di investimento, mentre sono privilegiati gli investimenti reversibili, non vincola-ti, che possono essere abbandonati senza danno. Ovviamente, i rischi che l’impresa globale non assume si riversano sulle persone, sulle altre imprese e sui territori che, nella filiera, lavorano per lei. Saranno questi soggetti a “concentrare” i rischi che l’impresa globale evita, con la mobilità, investendo sulla mobilità.

2) attraverso l’impresa-rete, ossia una filiera produttiva che distribuisce il rischio in-dustriale tra un numero crescente di persone, di business units e di territori, con-nessi da scambi reciproci e da conoscenze condivise. Nella filiera dell’impresa-rete, ciascuna persona, business unit e territorio, assumendo una frazione del ri-schio complessivo, rivendica una quota altrettanto importante di autonomia e di intelligenza per rispondere al rischio in modo pro-attivo, ossia non solo con l’adattamento passivo, ma con invenzioni, proposte, innovazioni che mirano a ca-nalizzare il corso degli eventi. Inoltre, nel rispondere attivamente al rischio, per-sone, business units e territori possono scoprire i vantaggi del coordinamento dei comportamenti e della condivisione delle conoscenze, dando forma e vitalità ad un’organizzazione che nasce dal basso. Questa organizzazione si sviluppa sulla base della divisione del lavoro tra unità interdipendenti che si riconoscono reci-procamente e si attrezzano per lavorare insieme, sostenendo sunk costs specifici, che riducono lo spazio di possibile mobilità e di possibile reversibilità disponibile per il futuro. In altre parole, le diverse unità della rete accettano di gestire un ri-schio condiviso, e di governare – legandosi reciprocamente – la condizione di in-terdipendenza che ne deriva. Per questo, l’impresa-rete è, per sua natura, dialogi-ca, dovendo governare la condizione di interdipendenza tra le sue unità con un continuo lavoro di condivisione interattiva e di costruzione di identità condivise, anche quando i materiali e le culture di partenza sono eterogenei o divergenti.

Il nuovo capitalismo postfordista: imprese globali e imprese-rete

Impresa globale (basato sulla reciproca indipendenza) e impresa reticolare (basato sulla governance dialogica dell’interdipendenza) sono due risposte nuove al dilemma tradizionale che oppone capita-le finanziario a capitale industriale. Nell’impresa globale, il capitale industriale evolve fino a diven-tare un principio astratto – molto simile al denaro – capace di avviare attività reversibili, e dunque facilmente sostituibili, in qualunque parte del mondo e con qualunque tipo di partners. L’impresa globale è, in questo senso, l’erede prima del capitale finanziario vecchia maniera: non si tratta più di attivare e controllare investimenti industriali all’interno della stessa impresa, ma una se-rie di persone, imprese e territori che stanno nella filiera e che, essendo facilmente sostituibili, la-sciano un ruolo chiave al capitale globale che li usa. L’impresa-rete, invece, è l’erede del capitalismo industriale di un tempo. Solo che adesso l’investimento che genera profitto differenziale non si fa più in una sola impresa, ma interessa un’intera filiera, comprendente persone, imprese e territori differenti. Mantenendo fisso questo schema di fondo, l’impresa-rete che connette la filiera può assumere molte forme, anche in corri-spondenza delle diverse storie che ciascuno si porta dietro.

L’impresa-rete, in questo senso, è attiva in almeno quattro varianti, tutte presenti nel nostro paese, ma diffuse anche all’estero:
a) l’impresa estesa, ossia una grande impresa che usa molte catene di outsourcing esterno;
b) la catena di fornitura che collega una o più imprese leader ad una costellazione di su-bfornitori o terzisti;
c) il distretto industriale, che concentra un settore composto di molte micro-imprese in un ristretto territorio (un comune o un insieme di comuni);
d) la filiere diffuse di micro-impresa che hanno imparato a stabilire rapporti stabili tra loro, anche a prescindere dalla loro appartenenza ad un distretto ad una catena di fornitura. E’ impresa-rete, tanto per cominciare, la grande impresa “riformata”, che ha abbandonato i canoni del fordismo, sostituendo l’outsourcing dalla rete all’integrazione verticale di un tempo, la specia-lizzazione in uno specifico (e limitato) core business alla diversificazione a macchia d’olio della vecchia corporation, il decentramento organizzativo che rende strategicamente autonome le diverse business units, ad un’organizzazione gerarchica e centralizzava che tutto portava e gestiva al centro del sistema.

E’ impresa-rete anche la filiera formata da un’impresa leader e da una catena di subfornitura che ha imparato a lavorare e a condividere conoscenze con l’impresa leader ed, eventualmente, con altri specialisti del settore. Oggi che la filiera tende ad allargarsi anche a paesi esteri (in Romania o in Cina), la costellazione delle imprese che fanno parte della rete diventa più complessa ed eterogenea: ma ha sempre bisogno di un forte investimento network specific, che rende le diverse unità della re-te interdipendenti tra loro. Anche il distretto industriale può essere riletto come luogo elettivo che concentra numerose impre-se-rete appartenenti allo stesso settore. Un distretto è una rete di reti: esso contiene, infatti, molte reti localizzate in un luogo specifico, che, grazie alla prossimità fisica, hanno molti anelli di con-giunzione tra loro. La relazione entro le singole reti (filiere) e entro la rete delle reti è basata su dia-loghi diretti, interpersonali, che facilitano scambi, condivisioni e odi entro circuiti ristretti. Oggi i distretti si stanno aprendo e i loro circuiti relazionali stanno diventando più ampi e aperti di un tem-po, venendo a sovrapporsi, in molti casi, alle forme precedenti (impresa estesa, sistema di subforni-tura).

Infine, possiamo considerare impresa-rete anche una filiera formata da numerose micro-imprese o imprese individuali (artigiani, lavoratori autonomi, partite Iva ecc.) che si dividono il lavoro tra lo-ro, allacciando rapporti diretti interpersonali. Si tratta di una forma imprenditorialità diffusa che ca-ratterizza il nostro paese e che può stare da sola, in certi segmenti di mercato, o può permeare gli in-terstizi presenti nella filiera dell’impresa estesa, nelle catene di subfornitura, nei distretti industriali. In ogni caso, ciò che tiene insieme l’impresa rete non è – come accadeva alla corporation fordista – il comando manageriale, ma un tessuto fitto e avvolgente di dialoghi e di impegni, che collegano e intersecano i rischi individualmente assunti dalle singole persone, imprese e aree. Il mondo contemporaneo vede, oltre alla sopravvivenza dei modelli “nazionali” precedenti, l’emergere prepotente di questi due modelli trans-nazionali (l’impresa globale e l’impresa-rete): il rischio industriale viene distribuito tra le diverse soluzioni.

La distanza che esisteva un tempo tra capitale finanziario e capitale industriale all’interno della stessa impresa si riproduce oggi nella di-stanza che oppone la logica dell’impresa globale a quella dell’impresa rete:
- la prima minimizza i rischi industriali che assume per sé, e concentra la propria at-tenzione sui rischi finanziari, adeguando flessibilmente il proprio portafoglio titoli ai movimenti attesi dei mercati finanziari;
- la seconda, invece, fa la scelta opposta. Assumendo su di sé il rischio, che distribui-sce alle molte unità interne, induce persone, imprese e luoghi a mobilitare il proprio risparmio per coprire fabbisogni di capitale che, per ciascuna unità, sono comun-que ridotti dal frazionamento dei compiti e degli investimenti da fare. Per liberarsi della tutela del capitale finanziario, tuttavia, occorre che il rischio relativo a ciascun singolo investimento diventi trascurabile, in modo da poter ridurre il capitale finan-ziario richiesto ad una commodity. Un tale esito, tuttavia, è ostacolato dalle difficol-tà di rating e dalla scarsa trasparenza amministrativa e gestionale che le micro-unità tendono ad avere, rispetto a finanziatori esterni che non conoscono il contesto e le persone coinvolte.

Classi sociali e leverage

Impresa globale e impresa-rete non solo distribuiscono il rischio al proprio interno, ma adottano an-che forme di distribuzione del reddito prodotto che consentono agli interessi più “forti” – perchè meno sostituibili – di fare leva sugli altri, per ampliare il proprio margine di profitto o ridurre i pro-pri rischi. Nell’impresa marxiana, del primo capitalismo, il leverage fondamentale da cui nascevano i diffe-renziali di reddito era quello tra capitale e lavoro dipendente. Nel fordismo, questa leva era stata affiancata da una seconda: quella tra capitale industriale e capita-le finanziario: ogni lira di investimento frutta infatti, al capitale industriale, un ROI che può essere superiore o inferiore al tasso di interesse pagato al capitale finanziario. Se il ROI supera il costo del capitale finanziario, la differenza alimenta il profitto industriale; se, invece, il ROI è inferiore al co-sto del capitale, la differenza decurta il tasso di profitto industriale. Nel capitalismo postfordista, il leverage si è trasferito alle relazioni esistenti tra le frazioni di capita-le apportate in ciascuna unità della rete. Se c’è un’unità più “forte” delle altre, questa concentrerà anche parte dei profitti prodotti dalle altre.

L’artigiano di una filiera in cui riceve soltanto il reddito necessario per sopravvivere nella sua funzione, è costretto a “cedere” la sua quota di surplus al committente, che la concentra a suo vantaggio. Se si pensa che molte imprese leader di media di-mensione acquistano dall’esterno qualcosa come il 70-80% del fatturato – sotto forma di materie prime, lavorazioni dei terzisti, semilavorati, servizi – è facile capire come il profitto di un’impresa del genere si faccia attraverso i differenziali di prezzo che possono concentrare nell’impresa leader i margini generati dall’intera catena di subfornitura. Dietro questa sgranatura del capitale investito, del rischio e del profitto conseguito, c’è la nuova ge-ografia postfordista delle classi sociali. Accanto alla demarcazione classica tra capitale e lavoro, emergono nuovi interessi e nuove fonti di leverage: il management e le tecnostrutture emerse nel fordismo; le varie categorie di risparmiatori/investitori che sono state collocate a ranghi diversi dall’impresa fordista; i subfornitori e terzisti delle imprese leader, che lavorano in rete col commit-tente, ma che da esso dipendono, anche per il livello dei profitti conseguito; i lavoratori autonomi che hanno fatto una scelta di investimento professionale e che “oliano” – con le loro flessibilità e le loro competenze – il funzionamento della catena ai vari livelli. E così via.

In Italia, abbiamo poche imprese globali e molte imprese-rete. Un po’ perchè poche delle nostre grandi imprese sono riuscite a trasformarsi in vere imprese globali, puntando sulla mobilità, invece che sul radicamento locale/nazionale. E un po’ perchè le imprese globali estere hanno scarsa pro-pensione a localizzare attività consistenti nel nostro paese, temendo forse metodologie di relazione e di normazione non proprio trasparenti. In questo senso, l’Italia appare un paese vecchio, perchè le nuove forme dell’impresa globale tarda-no a manifestarsi. Ma non bisogna pensare che quello che abbiamo, in alternativa, sia estraneo al nuovo che si comincia ad intravedere sui mercati. Il nostro capitalismo industriale ha, infatti, assun-to da tempo la configurazione corrispondente ad imprese-rete, che, in Italia, sono soprattutto impre-se personali, ossia micro-imprese (talvolta composte da una sola persona) che hanno al centro il contributo personale dell’imprenditore. L’imprenditore è un capitalista personale se, investendo su se stesso, apporta all’impresa le sue energie operative, le sue reti di relazione, il suo capitale perso-nale, talvolta integrato dal capitale della famiglia e di amici.

L’impresa-rete italiana, che – assieme a qualche unità media o grande - mette insieme tanti capitali-sti personali, è certamente una forma che ereditiamo dal passato, ma che ha un futuro. In effetti, come abbiamo visto, il capitalismo personale è una delle nuove forme di capitalismo industriale at-traverso cui si manifesta l’impresa-rete. Altrove, potremmo avere molte imprese estese e qualche catena di subfornitura. Da noi, invece, lo sviluppo delle imprese-rete si appoggia alle imprese lea-der di cui disponiamo, ai distretti industriali e alle catene diffuse di micro-impresa. Comunque sia, la presenza di numerose imprese-rete – nelle forme sopra richiamate – ha consentito al nostro paese di organizzare in modo originale la delicata dialettica tra capitale industriale e capi-tale finanziario. Il capitalismo personale è un modo di gestire il rischio industriale, metabolizzando-lo senza arrendersi ad esso. Prima di tutto, il rischio, come abbiamo detto, viene frazionato tra tante unità. Poi viene auto-governato e auto-valutato dagli stessi capitalisti personali che scommettono sulle proprie idee e sui propri progetti. Infine, viene controllato dalla reciproca conoscenza e traspa-renza, in relazioni dialogiche che siano non troppo cariche di potere.

Nelle reti, le persone e le imprese si conoscono attraverso i dialoghi che intrecciano, gli impegni che prendono e le esperienze che condividono. In questo modo il capitale che attirano e che riescono ad impiegare, è, in modo prevalente, capitale personale, familiare e locale. Ossia capitale che può valutare il rischio assunto partendo dalla valu-tazione della persona e dal legame che ha con essa. Poiché è difficile, se non impossibile, fare valu-tazioni di rating serie per imprese che hanno sei o sette addetti (media italiana della manifattura), è importante partire dal fatto che il capitale a questo tipo di aziende può affluire solo in due forme: - come capitale personale, risultante dal reinvestimento dei profitti o da finanzia-menti fatti in base alle qualità personali riconosciute all’imprenditore. Come accade quando il finanziatore lega il finanziamento e la valutazione del rischio al fatto di conoscere la persona e il contesto specifico (ad esempio un familiare, un socio o una banca locale che finanziano un business tipico del distretto); - come capitale di credito privo di rischio (o quasi), quando intervengono banche che frazionano il rischio il mille rivoli o finanziamenti assistiti da garanzie reali e/o fideiussioni personali.

Il capitale personale viene fornito, nell’impresa-rete, in base a qualità personali e del business che non risultano da valutazioni isolate di questo o quel finanziatore, ma dall’incrocio di informazioni, sensazioni, dialoghi intrecciati nella filiera tra diverse unità e persone, tutte abbastanza prive di po-tere da dipendere dagli altri. E dunque attentissime a quello che succede o può succedere alle con-troparti del rapporto. Ma chi può fare, in pratica queste valutazioni, che dipendono moltissimo dalla conoscenza diretta, capillare e personale, del contesto in cui si muovono i diversi interlocutori? Pensiamo davvero che un compito di rating sul rischio/valore delle micro-unità dell’impresa rete (e di certificazione sulla loro natura e consistenza) possa essere affidato a osservatori neutrali, appena sbarcati, da Marte, nel micro-contesto locale? Togliamocelo dalla testa: il costo di una valutazione/certificazione seria del rischio assunto da cia-scuna micro-unità – al limite da ciascuna persona – è superiore al valore dei crediti o degli investi-menti che ad esso dovrebbero, teoricamente appoggiarsi. Non è un caso se esperienze di capital venturing o di merchant banking non scendono comunque sotto una certa soglia dimensionale.

Dunque, l’unico valutatore che potrà apprezzare il rischio micronizzato nella rete delle molte unità autonome è un operatore che già conosce il contesto e le persone per altre esperienze, fatte in prece-denza. O che intende focalizzare la sua attività su un contesto nuovo, cui deve però dedicare la sua attenzione futura, ricostruendo legami personali, differenze specifiche, dinamiche collettive che ca-ratterizzano le reti a rischio distribuito. Chi può essere un operatore del genere? Ci sono tre esempi importanti, che possono essere seguiti:
- la banca locale, intesa non come banca piccola, confinata ad un solo territorio, ma come banca rete che assegna grande autonomia valutativa e di assunzione di rischio alla propria unità locale. La banca locale deve già, per suo conto, valutare i rischi delle microunità e delle persone con cui ha a che fare. Il suo rating non dipende tanto dalle procedure previste per Basilea 2, ma dalla disponibilità pratica a condi-videre una parte del rischio (di credito o di investimento diretto) in una o più mi-crounità della rete. Nell’universo simbolico del capitalismo personale, quello che conta è l’esempio, non il certificato. La banca certifica il merito del credito, facen-do credito, e la convenienza ad investire a rischio in un’azienda facendolo essa stessa, prima degli altri;

- i consorzi fidi e tutte le forme di auto-organizzazione dal basso (come i bond di di-stretto), anche in rapporto alle associazioni imprenditoriali che organizzano la do-manda di credito in sede locale. Queste forme di auto-organizzazione hanno propri criteri e metodi mutualistici – talvolta anche esigenti – nella valutazione reciproca del rischio e consentono, in questo modo, al pulviscolo delle molte microimprese di condividere e di co-gestire rischi comuni o simili;
- altre persone, tra i manager, i dipendenti, i clienti, i fornitori, i concorrenti, che co-noscono un’azienda per averne fatto esperienza diretta, e che possono diventare so-ci, condividendo una parte del rischio. La partecipazione di nuove persone al ri-schio e alla responsabilità aziendale può essere relativa a nuove iniziative, varate in joint venture, o riferirsi al capitale dell’impresa preesistente, allargando la compa-gine sociale iniziale con nuove presenze personali. La frontiera della pluri-personalizzazione, che mette accanto all’imprenditore-fondatore una serie di altre persone chiamate a condividerne rischio e potere, è un passaggio decisivo nell’evoluzione delle imprese rete attuali, che sono ancora in gran parte composte si microunità monopersonali, centrate su un unico uomo al comando.

Banche locali, consorzi fidi e pluripersonalizzazione delle aziende: tre vie per gestire il rischio del-le microunità della rete facendo perno su conoscenze dirette, e preesistenti, in modo da sfuggire al vincolo delle diseconomie di scala nella valutazione e assunzione di microrischi che devono essere considerati uno per uno. Nella valutazione e assunzione di rischio conta ovviamente moltissimo la trasparenza, intesa non in senso formale (certificati e altro), ma in senso dialogico: le persone diret-tamente coinvolte nelle relazioni con altre hanno l’impegno di spiegare il proprio comportamento e di convincere gli altri della fondatezza delle proprio visioni del mondo e delle cose da fare. In una rete, ciascuno dipende, in qualche misura, da altri che lo valutano; e che egli deve, allo stesso tem-po, valutare. E’ questo atteggiamento dialogico e questo principio di reciprocità, proprio del capitalismo persona-le, che invece si rompe quando una piccola impresa cresce e diventa una grande corporation auto-cratica, in mano dall’imprenditore e alla sua famiglia, invece che al management professionale. In questi casi, il principio dialogico e di reciprocità, proprio delle reti, viene meno: l’azienda mantiene l’opacità che aveva quando era una piccola unità, basata su processi informali, e accentra tutte le decisioni che contano in mano all’imprenditore-fondatore. Ce n’è quanto basta per sconfinare fuori del seminato, creando una zona grave di incertezza per finanziatori e operatori che lavorano con un’azienda del genere.

Conclusioni

Per quanto detto, le istituzioni postfordiste che servono per ripristinare un rapporto fisiologico tra capitale industriale e capitale finanziario non riguardano principalmente le regole del mercato fi-nanziario, anche se un lavoro di de-costruzione delle vecchie regole e di ricostruzione di nuove re-gole è senz’altro necessario. Piuttosto, le istituzioni da costruire devono riguardare due temi fondamentali ancora trascurati:
- la mobilità/reversibilità dei legami tra persone, imprese e luoghi, ossia le regole di comportamento dell’impresa globale, che essere in grado di assumere obblighi con-trattuali credibili e certi con le sue controparti;
- l’interazione dialogica attraverso cui il rischio viene valutato e co-gestito, tra diver-se persone, imprese e luoghi nelle filiere delle imprese-rete. Questa interazione è ancora troppo poco trasparente e organizzata per essere affidabile anche per interlo-cutori che non hanno una lunga esperienza comune alle spalle. Che cosa accade ai rischi delle persone, delle imprese e dei territori quando un legame si crea e quando un legame si scioglie? Se ci deve essere indipendenza reciproca, bisogna costruire le istitu-zioni che consentano di recuperare gli esclusi che la mobilità lascia ai margini del gioco e che ob-bliga i giocatori più forti a rispettare regole minime di comportamento e garanzia nei confronti di chi subisce la loro mobilità.

L’altro punto focale di azione è dato dalle reti e dalle loro relazioni interne. Attualmente queste re-lazioni non sono giuridicamente riconosciute come tali (come appartenenti ad un sistema di rischio unitario o per lo meno collegato: la filiera, la rete) e non ci sono regole che obblighino le parti ad una trasparenza dei conti e del comportamento. Se si condivide un rischio, per quanto limitato, un certo diritto alla trasparenza e al riconoscimento giuridico deve esistere. Se un subfornitore investe il proprio capitale in un macchinario che serve soltanto per uno specifico committente e se questi, senza motivo, gli nega successivamente gli ordini necessari a recuperare quell’investimento, ci si trova in un’area di rischio condiviso che dovrebbe dare al subfornitore almeno un diritto all’informazione e al dialogo su quanto è successo. La trasparenza, anche verso l’esterno dell’impresa, implica il controllo reciproco sul rispetto delle regole vigenti e sulle reali ragioni dei differenziali di profitto e di valutazione del capitale. Molti passi in avanti potrebbero essere fatti in questa direzione. Forse non è la “riforma del capitalismo”, e nemmeno il suo inizio. L’oscillazione periodica tra capi-talismo finanziario e capitalismo industriale è destinata – per quanto detto - a rimanere un dato di fatto, difficilmente controllabile. Le regole saranno anch’esse a geometria variabile: a seconda degli umori e delle congiunture, potranno essere strette o allentate. In quello che stiamo per fare non c’è, dunque, niente di definitivo, che possa assomigliare ad una “riforma”.

Ma, in un percorso di apprendimento evolutivo, molti piccoli passi nella direzione giusta possono fare la differenza tra chi guarda avanti e chi resta fermo, a coltivare nostalgie del bel tempo andato. Il mondo della tecnologia, delle concorrenza, dell’immaginazione e delle speranze non si ferma da-vanti a problemi difficili che sembrano fermare la storia in dilemmi irrisolvibili, che pretendono – a torto – di esaurire lo spazio del possibile e di precludere sperimentazioni diverse. Invece, il tempo cambia la qualità e il senso dei problemi. Se usiamo ancora categorie di Marx (il denaro che produce denaro), di Hilferding (il capitale finanziario), di Keyes (l’eutanasia del rentier) non è perchè tutto sia rimasto come allora, ma perchè stiamo cercando di consolidare una distanza tra ora ed allora, tra il passato che continua e il futuro che potrebbe cambiarlo. Ogni stagione ha la sua pena e ogni nuovo problema ha diritto di cercare la sua (limitata) risposta, entro il coacervo del-le cose che rimangono senza controllo o senza soluzione. Per ora, sarebbe importante, in Italia, accettare i dilemmi irrisolti che la storia ci consegna – e quello tra capitale finanziario e capitale industriale è certamente uno di quelli – senza illudersi di poter tro-vare soluzioni definitive. Ma accanto a questa scelta riduttiva, di contenimento flessibile dei pro-blemi emergenti da un dilemma che non abbiamo la possibilità pratica di sciogliere, occorre dar mano ad altro. La riforma deve essere fatta, prima di tutto, dalle cose riformabili, su cui si possa credibilmente sperimentare, progettare, esplorare il nuovo e il possibile.

Da questo punto di vista non è poca cosa la riforma che consiste nel comprendere e metabolizzare – adattando quello che de-ve essere adattato - le due grosse novità che sono intervenute dopo la crisi del fordismo: - la raggiunta mobilità globale di alcune imprese, in genere le maggiori;
- presenza sempre più fitta e pervasiva del capitalismo personale nelle reti di cui di-sponiamo.
La contrapposizione tra capitale industriale e capitale finanziario si manifesta anche nell’impresa globale e nell’impresa-rete, ma assume connotazioni diverse dalla versione classica che ancora ci portiamo dietro. In ambedue queste nuove forme di impresa, la distanza tra finanza e industria si ri-duce: l’impresa globale tende a sviluppare una logica da capitale industriale mobile, che assomiglia da vicino alla logica del capitale finanziario, pur non essendo riducibile alla metafora del denaro che produce denaro; l’impresa-rete, invece, frammentando i rischi in molte micro-unità parzialmente autonome, “immobilizza” il capitale finanziario in una maglia fitta di differenze e di unicità, legan-dolo a persone e contesti unici. In questo, lo rende molto simile al capitalismo industriale, senza es-sere soltanto questo. Quella che era una volta una dialettica tra capitale finanziario e capitale industriale, tende oggi a manifestarsi come dialettica tra imprese globali (mobili) e imprese-rete (radicate in molte micro-situazioni). E’ più facile, in questa forma, pensare alla loro opposizione di principio, ma anche alla loro complementarità pratica: quello che serve, in una filiera, è un equilibrio tra le due presenze (mobilità globale, radicamento reticolare). Soprattutto serve consolidare – con nuove regole – le possibilità di scambio tra le due modalità di fare impresa che si fanno avanti: la divisione del lavoro tra chi cerca di essere mobile e chi cerca di essere pluri-radicato non è oggi presidiata da modelli, linguaggi e norme adeguate, che facilitino la coesistenza e l’integrazione dei due poli.

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