Torna alla sezione >>

Introduzione...

Riportiamo l’editoriale del fascicolo di “Carta” anno VI, n.30, 29 luglio – 26 agosto 2004. Vi si criticano il comportamento del governo italiano in occasione del naufragio della “Cap Anamur” e l’atteggiamento del ministro Pisanu di fronte all’addensarsi, in Libia, di milioni di profughi e comunque di aspiranti a una vita migliore, provenienti da vari Paesi africani.    Il fascicolo, interamente dedicato all’Africa, è di grande interesse. Molto belle le foto, particolarmente quelle dei quattro reportage-racconti (sull’Angola, sulla nave “Cap Anamur”, sugli immigrati abitanti nel magazzini della stazione FS “Tiburtina” di Roma, sul carnavale multietnico di piazza Vittorio, pure a Roma). Il primo di questi reportage si apre con la foto di una nave inclinata su un fianco, arenatasi su una spiaggia dell’Angola con bagnanti e ormai ridotta a un rottame. Sulla poppa si vede ancora la scritta col nome della nave: “Karl Marx – Luanda”. Significativa testimonianza della fine di un’epoca – la lotta di liberazione e i primi anni dell’indipendenza – che tanti entusiasmi aveva suscitato nei diretti interessati e nei loro amici “bianchi”. Va detto però che alcune conquiste fatte in quel periodo sono rimaste: la fierezza della propria identità, la volontà di uno sviluppo autonomo e solidale, la dignità della donna e l’apertura a un suo nuovo ruolo sociale.

“POVERACCI”

Il ministro degli interni, Pisanu, è un democristiano. Oltre a ciò, è un razzista, colpevole del reato di “diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico”. Mercoledì 21 luglio, dopo aver risposto alle domande dei deputati, si è messo a chiacchierare con i giornalisti, allo scopo di fornire loro il titolo per il giornale dell’indomani. E ha detto: “Due milioni di poveracci aspettano, sulle coste della Libia, di partire per l’Europa”. I giornalisti, felici di poter sparare in prima pagina un bel numero grosso, due milioni, hanno eseguito.

   Pisanu aveva così comunicato due “fatti”. Il primo, che la popolazione libica, circa 5 milioni e mezzo, è di colpo aumentata di quasi il 40 per cento. Secondo, e soprattutto, che quei due milioni sono dei “poveracci”, termine del quale un buon vocabolario italiano dice: “Quasi sempre figurato, esprimendo compassione, spesso [almeno nella forma] un po’ rude, peggiorativo”. Siccome in quel momento Pisanu era impegnato a dimostrare che i 37 naufraghi della Cap Anamur non avevavo il diritto a richiedere asilo e andavano immediatamente espulsi, doveva prendere le distanze: non profughi, ma “poveracci”. Infatti sono stati imbarcati a forza su un aereo.

Questo episodio illustra efficacemente quale sia l’attitudine dei politici occidentali, di fronte alla necessità di gestire gli effetti della globalizzazione sull’Africa, e che genere di giudizi sommari i media veicolino. Secondo lo stereotipo, l’Africa è un continente in preda al caos, alle guerre, ai genocidi, alle epidemie di Aids, malaria e altre terribili malattie, governato da pazzi sanguinari e talvolta cannibali, che dilapida le sue straordinarie risorse naturali e, in conclusione, rovescia su di “noi” le sue masse di “poveracci”. Da questa descrizione si distinguono l’estremità meridionale del continente, il Sudafrica, che, dopo la fine dell’”apartheid” per legge, e nonostante la durissima “apartheid” sociale, viene giudicata comunemente un pezzo di Europa in trasferta, e l’estremità settentrionale, i cui regimi, non importa quanto feroci, sono trincee contro l’orda “islamica”, anche se talvolta, come la Libia, un po’ troppo infiltrabili dai “poveracci”.

Qualche giorno prima delle rivelazioni di Pisanu, era venuto a trovarci padre Daniele Moschetti, missionario comboniano, che occupa il posto che è stato di Alex Zanotelli: Korogocho, “slum” di Nairobi, Kenia. Daniele ci ha raccontato una storia molto più complessa. E i molti viaggiatori, analisti ed esperti i cui articoli pubblichiamo in questo Almanacco sono concordi. L’Africa è un paradigma di questa globalizzazione, i cui poteri - dove le società civili sono più deboli, divise, costrette in stati nazionali inventati dai colonialisti e governate da funzionari del Fondo monetario internazionale e dai governi occidentali - hanno potuto dispiegare quel che intendono per “sviluppo”. Le molte guerre sono causate dalle dispute attorno alle materie prime, dal coltan dei telefonini al petrolio; l’Aids è provocato dalla mancanza di farmaci a buon mercato; la fame, dalla distruzione dell’agricoltura tradizionale in nome della dittatura dell’export e delle monoculture ad uso delle multinazionali. 

Ma l’Africa è viva, la sua gente pensa, opera, diffonde le sue culture, e sopravvive inventando una società solidale dopo lo “sviluppo”. Anche solo gettando un’occhiata ripulita dagli stereotipi razzisti, si vede facilmente che “noi” abbiamo un debito, nei confronti dell’Africa. In senso letterale, perché l’abbiamo depredata per secoli e ancora oggi con il meccanismo infernale del debito. E in un senso molto più profondo. Se è un paradigma di questa globalizzazione, l’Africa può diventarlo della globalizzazione che invece vorremmo: le sue culture, i suoi modi di vivere, la sua storia affascinante, la sua stessa natura di luogo di nascita dell’umanità, ne fanno qualcosa di molto più importante di un luogo abitato da “poveracci” da “aiutare”. L’Africa è la nostra madre, se ne avremo cura salveremo noi stessi.

Torna alla sezione >>