Il ministro degli interni, Pisanu, è un democristiano. Oltre a ciò, è un razzista, colpevole del reato di “diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico”. Mercoledì 21 luglio, dopo aver risposto alle domande dei deputati, si è messo a chiacchierare con i giornalisti, allo scopo di fornire loro il titolo per il giornale dell’indomani. E ha detto: “Due milioni di poveracci aspettano, sulle coste della Libia, di partire per l’Europa”. I giornalisti, felici di poter sparare in prima pagina un bel numero grosso, due milioni, hanno eseguito.
Pisanu aveva così comunicato due “fatti”. Il primo, che la popolazione libica, circa 5 milioni e mezzo, è di colpo aumentata di quasi il 40 per cento. Secondo, e soprattutto, che quei due milioni sono dei “poveracci”, termine del quale un buon vocabolario italiano dice: “Quasi sempre figurato, esprimendo compassione, spesso [almeno nella forma] un po’ rude, peggiorativo”. Siccome in quel momento Pisanu era impegnato a dimostrare che i 37 naufraghi della Cap Anamur non avevavo il diritto a richiedere asilo e andavano immediatamente espulsi, doveva prendere le distanze: non profughi, ma “poveracci”. Infatti sono stati imbarcati a forza su un aereo.
Questo episodio illustra efficacemente quale sia l’attitudine dei politici occidentali, di fronte alla necessità di gestire gli effetti della globalizzazione sull’Africa, e che genere di giudizi sommari i media veicolino. Secondo lo stereotipo, l’Africa è un continente in preda al caos, alle guerre, ai genocidi, alle epidemie di Aids, malaria e altre terribili malattie, governato da pazzi sanguinari e talvolta cannibali, che dilapida le sue straordinarie risorse naturali e, in conclusione, rovescia su di “noi” le sue masse di “poveracci”. Da questa descrizione si distinguono l’estremità meridionale del continente, il Sudafrica, che, dopo la fine dell’”apartheid” per legge, e nonostante la durissima “apartheid” sociale, viene giudicata comunemente un pezzo di Europa in trasferta, e l’estremità settentrionale, i cui regimi, non importa quanto feroci, sono trincee contro l’orda “islamica”, anche se talvolta, come la Libia, un po’ troppo infiltrabili dai “poveracci”.
Qualche giorno prima delle rivelazioni di Pisanu, era venuto a trovarci padre Daniele Moschetti, missionario comboniano, che occupa il posto che è stato di Alex Zanotelli: Korogocho, “slum” di Nairobi, Kenia. Daniele ci ha raccontato una storia molto più complessa. E i molti viaggiatori, analisti ed esperti i cui articoli pubblichiamo in questo Almanacco sono concordi. L’Africa è un paradigma di questa globalizzazione, i cui poteri - dove le società civili sono più deboli, divise, costrette in stati nazionali inventati dai colonialisti e governate da funzionari del Fondo monetario internazionale e dai governi occidentali - hanno potuto dispiegare quel che intendono per “sviluppo”. Le molte guerre sono causate dalle dispute attorno alle materie prime, dal coltan dei telefonini al petrolio; l’Aids è provocato dalla mancanza di farmaci a buon mercato; la fame, dalla distruzione dell’agricoltura tradizionale in nome della dittatura dell’export e delle monoculture ad uso delle multinazionali.
Ma l’Africa è viva, la sua gente pensa, opera, diffonde le sue culture, e sopravvive inventando una società solidale dopo lo “sviluppo”. Anche solo gettando un’occhiata ripulita dagli stereotipi razzisti, si vede facilmente che “noi” abbiamo un debito, nei confronti dell’Africa. In senso letterale, perché l’abbiamo depredata per secoli e ancora oggi con il meccanismo infernale del debito. E in un senso molto più profondo. Se è un paradigma di questa globalizzazione, l’Africa può diventarlo della globalizzazione che invece vorremmo: le sue culture, i suoi modi di vivere, la sua storia affascinante, la sua stessa natura di luogo di nascita dell’umanità, ne fanno qualcosa di molto più importante di un luogo abitato da “poveracci” da “aiutare”. L’Africa è la nostra madre, se ne avremo cura salveremo noi stessi.