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Premessa...

Si tratta – come precisa l’Autrice – di un suo testo «nato da una personale interrogazione sulla “affidabilità” della fede cristiana per chi la scruti con sguardo “moderno”, un tentativo di “rendere ragione della propria fede” attraverso le voci di maestri e testimoni del nostro tempo».
Mi ritengo estremamente fortunato – permettendomi di parlare in prima persona – di godere di una calda, rispettosa, affettuosa amicizia nei suoi riguardi. Conosco la sincerità e il coraggio della sua fede e i suoi accurati studi su recenti e meno recenti difensori di essa da ogni opportunismo, viltà, ipocrita adorazione del “vitello d’oro”. Sono quindi onorato di mettere in rete su questo umile sito web uno scritto in cui apre la sua anima e i suoi pensieri, facendosi accompagnare da parole di alcune delle persone che sente più in sintonia con se stessa.
Vittorio M. Tranquilli


Mariangela Maraviglia:
NARRARE LA FEDE
Voci e frammenti di un percorso mite

«La persona che si sente in relazione con Dio non ha altra via davanti a sé se non quella che la chiama a partorire, donna o uomo che sia, un modo di esistere in cui tutto (i sentimenti, i bisogni, i desideri, la ragione, il corpo, il cuore, l'anima, la libertà, la vita) diventi consonante con l'amore generoso, fedele, misericordioso. Chi si apre a tale trasformazione sente in modo più profondo la questione di Dio. Non come idea. Come presenza invisibile ma affidabile. Il compito delle religioni sta nel porsi come ospitali comunità di gestazione di questo modo di esistere, rioffrendo a tutti l'amore divino senza appropriarsene».
Perchè queste riflessioni del filosofo Roberto Mancini (Avvenire, 25 novembre 2008) risuonano autentiche, capaci di toccare il cuore e la mente, di dire ancora una parola su Dio, il nome più difficile da pronunciare per molti uomini e donne di oggi?
Forse perché, insieme a quelle di Carlo Maria Martini nella sua recente intervista Conversazioni notturne a Gerusalemme (Mondadori 2008) e accanto a quelle di non numerosi altri interpreti del nostro tempo, sanno declinare la domanda su Dio, l’esperienza di Dio in termini affascinanti, appassionanti, credibili anche negli anni del dominio della scienza e della tecnica.
Nei multiformi incroci delle diverse culture di cui ognuno di noi è intessuto, la fede appare oggi declinata con voci e parole diverse, talvolta lontane. Le legittime aspirazioni a rendere ragione della propria fede si mischiano talvolta con opzioni identitarie assunte a difesa di scenari complessi e spaventevoli, si traducono talaltra in esigenze neopietistiche sposate in risposta alla durezza irriducibile del presente.
I tanti successi dei movimenti ecclesiali, le infinite risonanze negli scenari mediatici non possono nascondere quello che inchieste e rapporti di diversi istituti di ricerca impietosamente ma ripetutamente rivelano: il declino della fede come orizzonte di costruzione intima, personale e collettiva. «Tolta la parola Dio la nostra epoca si lascia comprendere benissimo, meno forse se togliamo la parola “denaro” o la parola “tecnica”», ha scritto non molto tempo fa Umberto Galimberti (D. La Repubblica delle donne, 20 dicembre 2008).
Di fronte a un’impasse oggettiva e ampiamente sperimentabile - basta frequentare una scuola italiana per capire quanto gli adolescenti, salvo elementi sparuti che si riconoscono in piccoli gruppi, rimangano sostanzialmente estranei alla fede cristiana -, le vie della testimonianza e non le vie della dimostrazione e del ragionamento appaiono a molti le più efficaci, le più capaci di suscitare il senso di Dio.
Questo non significa ridurre l’uomo di fede alla irragionevolezza, implica piuttosto da parte di chi crede il riconoscere la precarietà delle certezze della ragione, di tutte le ragioni che sostengono la propria dimensione di fede.
Ha scritto recentemente Piero Stefani (Koinonia, n. 1, Gennaio 2009): «[…] le motivazioni addotte da un credente per dar ragione della propria fede sono, ai suoi stessi occhi, troppo deboli per giustificare l’impegno di una vita». La rosa che fiorisce «senza perché» di Angelo Silesio appare allo studioso ferrarese metafora appropriata della fede, «gratia gratis data», speranza che abita il credente, «paragonabile a un ospite e non a una proprietà».
La fede è una speranza che nasce dall’ascolto dell’evangelo, dalla stoltezza, dalla “follia” di una predicazione che si contrappone ai segni chiesti dai giudei e alla sapienza ricercata dai greci (cfr. 1 Cor 1, 17-25): «Al centro di quell’annuncio c’è la croce di Cristo. Da qui nasce il paradosso del credente chiamato a dar ragione ad altri di una fede impossibile da ricondursi nell’ambito dei segni e del logos». A Stefani fa eco Daniele Garota, con il radicalismo messianico appreso da Sergio Quinzio: «Redenzione è novità assoluta che irrompe e sorprende contro ogni logica umana, contro ogni ragionevole sperare. Per questo a essa si va soltanto con quella speranza che è “contro ogni speranza”» (Koinonia, n. 1, Gennaio 2009).
Al di là di visioni apocalittiche, centrate sul riscatto escatologico di un’umanità dolorante e dominata dal male e dall’insensatezza, il credente può trovare forza e consolazione negli infiniti frammenti di bene presenti nella storia, anche nella sua storia personale, legittimamente interpretabili come autentici semina Verbi, indizi convincenti di una presenza ulteriore e Divina.
Allora Dio diventa una presenza che si avverte, come ricorda Carlo Maria Martini; «sentire Dio» nella natura, nelle stelle, nella musica, nelle letterature, si dà come possibilità per ogni uomo e donna viventi sulla terra. Purché, avverte il cardinale riecheggiando una virtù molto raccomandata da Simone Weil, si eserciti quell’«arte dell’attenzione», quel «guardare con attenzione» che di fronte alla bellezza e all’amore può generare stupore e gratitudine e rimando a un’Alterità.
La filosofa francese, nella sua indagine, giunge a escludere rapporti tra «misteri della fede» e intelligenza umana. I primi, scrive, «non appartengono all’ordine della verità, ma a un ordine superiore» e «l’unica parte dell’anima umana capace di un contatto reale con essi è la facoltà dell’amore soprannaturale» (Lettera e un religioso, Adelphi 2003).
Conclusioni estreme che non possiamo attribuire a Martini, il quale tuttavia, mostrando di preferire la via dell’esperienza rispetto alla via della dimostrazione, aggiunge più avanti altre parole eloquenti: «Con Dio possiamo anche lottare, come Giacobbe, dubitare e combattere, come Giobbe, piangere, come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche queste sono vie che conducono a Dio».
Senza voler esaurire le immense problematiche a cui gli autori qui evocati alludono, basti confessare la profonda sintonia con questi percorsi miti, avulsi dalla troppo spesso inevitabile “violenza della verità”, che accompagnano all’esperienza di Dio. Ben altro che orgoglioso insieme di verità incontrovertibili, la fede cristiana appare allora una grande meravigliosa narrazione - secondo le parole di molti, primi Enzo Bianchi e Giancarlo Bruni – e il «sentire Dio» una possibilità molto umana e molto concreta quando ci si avverta inseriti in un circuito virtuoso di relazione, accoglienza, affidamento.
Le parole del Vangelo in tale orizzonte diventano parole per la vita, e la fede, non più «questione di conoscenza intellettuale o di professione di un sapere su Dio», diviene – con le parole di padre Alessandro Cortesi – movimento «di chi si fida e si affida […] coinvolgimento dell'esistenza, condivisione di vita nell'entrare nell'esperienza di Gesù» (Commento alle letture, quarta domenica di Quaresima anno B, http://www.domenicanipistoia.it/ ).

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