Premessa...
Sono in corso celebrazioni di Augusto Del Noce in occasione del ventennale dalla sua morte. Poiché, come è noto, fra le persone con cui egli ebbe importanti e prolungati scambi d’idee vi fu Franco Rodano (del quale infatti si è parlato spesso nei convegni celebrativi intervenuti), pensiamo interesseranno alcuni documenti al riguardo. Cominciamo dal carteggio svoltosi tra i due negli anni ’60. Quasi tutte le lettere sono di Del Noce, conservate nell’archivio Rodano. Data però la loro mole complessiva (una quarantina), preferiamo trascriverne la sintesi redatta da Marcello Musté nel suo libro Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità (Il Mulino 1993, pp. 131-143). Più che una sintesi – per meglio dire – Musté ha condotto in quelle dodici pagine una ricostruzione intelligente del travagliato rapporto fra Rodano e Del Noce, nel loro progressivo accorgersi delle diversità ideali che li separavano. Seguiranno, in successivi aggiornamenti di questo sito, vari scritti di Rodano su Del Noce.
IL CARTEGGIO TRA AUGUSTO DEL NOCE E FRANCO RODANO (1960-1968)
- sintesi ragionata di Marcello Mustè –
[…] nel periodo segnato dalla nascita e dallo sviluppo della “Rivista Trimestrale”(a) , il dialogo di Rodano con Auguso Del Noce conosce, senza dubbio, il momento più intenso e significativo. Amici di vecchia data (e tali resteranno, pur nel crescente contrasto di posizioni(45)), Rodano e Del Noce avviano, specie fra il 1960 e il 1968, un ravvicinato confronto di idee, solo in minima parte documentato dal pur cospicuo carteggio(46), dato che si svolse, per lo più, a viva voce, negli incontri, rari ma intensi, che avvenivano a Roma o a Torino, quando l’uno riusciva a raggiungere l’altro: un confronto, come vedremo, sempre percorso da molteplici, e a volte sottili, ambiguità. Intrecciando i reciproci riferimenti “pubblici”, che, negli scritti editi, ricorrono, con le notazioni più personali, e non di rado “riservate”, contenute nel carteggio, emerge proprio questo carattere “ambiguo”, per cui non è sempre facile intendere dove sia il motivo dell’accordo e dove sia, invece, il disaccordo.
Certo è che, almeno negli anni sessanta, le lettere testimoniano l’incontro fra due temperamenti diversissimi, che manifestano, già solo nella disposizione psicologica, tendenze quasi opposte. Da un lato, osserviamo in Del Noce la foga passionale, nel lavoro come nella vita, con accenti che toccano le corde estreme del suo animo, dall’esaltazione allo sconforto, fino al senso di solitudine e a tratti di autentica disperazione. Da Torino, e poi da Trieste, comunica all’amico programmi scientifici poderosi, magari pensati in un attimo di inquietudine, che per lo più resteranno irrealizzati, e di continuo lamenta l’incomprensione, quasi l’ostracismo, specie da parte cattolica, verso la sua opera. Né mancano preoccupazioni accademiche, e notazioni aspre, a volte feroci, su singoli protagonisti di sfortunate vicende concorsuali. Del Noce avverte, in generale, il peso dell’età, la sproporzione fra il gran lavoro teorico svolto e la necessità, che giudica ormai improrogabile, di tradurlo in opere, in riconoscimenti, concentrandosi, in una solitudine presso che ermetica, per raccogliere i frutti di quanto ha via via seminato. Come ripete in diverse lettere, il giudizio di Rodano gli è prezioso, umanamente, e, nonostante lo spazio che li divide e gli incontri non frequentissimi, sente di potersi fidare di lui come di nessun altro. Nel loro tono confidenziale, schietto, a tratti esacerbato, le parole di Del Noce testimoniano una tensione nervosa spinta all’estremo, in cui, davvero, tra la “vita” e l’ “opera” (un’opera inquieta, verso la quale prevale una perenne insoddisfazione) viene a stabilirsi una drammatica identità.
D’altro lato, Rodano assume, nei confronti del più anziano interlocutore, un tono ispirato a saggia moderazione, spronandolo bensì al lavoro, e incoraggiandolo in ogni modo, ma anche rimproverandolo, di tanto in tanto, per certe asprezze. Le sue lettere non sono molte, se confrontate con la gran mole di pagine scritte da Del Noce: appare evidente, qui e altrove, come Rodano non ami il “genere” dei carteggi, e vi preferisca la conversazione, il dialogo vivace, dove le idee, oltre sentimenti e rancori, possono scorrere con più vigore. C’è in lui una curiosità profonda per l’opera di Del Noce, e forse la speranza di poterne mutare, in punti non marginali, il segno. Non per caso, fin dall’inizio, continuo è l’invito a collaborare alla “Rivista trimestrale”, di cui Del Noce è assiduo lettore, alla quale si abbona, ma per cui non troverà tempo e modo di produrre alcuno scritto originale.
Se questo è il registro, per così dire, “psicologico”, meno facile è stabilire gli oggettivi punti di affinità e di distinzione fra i due autori. Almeno fino al 1967, difatti, Rodano e Del Noce rinviano, nei loro scritti, l’uno all’altro, con particolare riguardo alla tematica della «società opulenta»(47). Seguendo il carteggio, il discorso può essere, tuttavia, approfondito e, almeno in parte, chiarito. Nel 1960, lavorando sul concetto di risorgimento, Del Noce incontra temi che Rodano non solo aveva ampiamente meditato, ma che costituivano, altresì, l’asse portante dei primi documenti per la “Rivista trimestrale”. Due motivi emergono dunque, nel carteggio, con nettezza: da un lato, l’interpretazione storica del Risorgimento italiano; dall’altro lato, il connesso concetto di «rivoluzione», specie nei suoi rapporti con la categoria delnociana di «risorgimento».
Riguardo al primo punto, che tornerà poi in maniera ricorrente, Del Noce sottolinea, nella lettera del 26 ottobre 1960, la presenza di un «disaccordo», che egli riconduce all’eccessivo credito dato da Rodano all’interpretazione di Omodeo e, più in generale, alla storiografia di scuola crociana:
«resta però un elemento di disaccordo che ancora non sono riuscito a definire bene nella sua forma e nella sua genesi. Spero proprio che dedicheremo a ciò una conversazione. Ne vale la pena. Rispetto a Gioberti il disaccordo non è tra noi, ma riguarda le idee di Omodeo di cui allora mi parlavi. Quel che scrivi sul Primato e sul Risorgimento può completamente mantenere il suo valore, inserito in un altro contesto interpretativo. Ma su questo punto credo che ci intenderemo facilmente. Sarebbe però una cosa importante».
Il secondo aspetto, quello relativo al concetto di «rivoluzione», viene evidenziato da Del Noce già nella successiva lettera del 2 novembre, ed è destinato ad acquistare, nel confronto teorico fra i due, un’importanza decisiva. Non per caso, quando Rodano deciderà di «fare i conti» (come egli scrive) con il pensiero dell’amico, assumerà questo elemento come leitmotiv, dando luogo alla serie di Note sul concetto di rivoluzione(48). Eppure, nel 1960, Del Noce ritiene ancora che si tratti di «diversità terminologiche», che presuppongono «l’affinità marcata dei nostri pensieri» e che dunque necessitano di una «ritraduzione dei linguaggi»:
«è chiaro, ad esempio, che usiamo la parola “rivoluzione” in sensi diversi, che sono entrambi legittimi, ma che non possono essere trasportati, il senso tuo e il mio, nel contesto dell’uno o dell’altro discorso. Dopo questo chiarimento si potrà vedere se i nostri discorsi si integrino fino a formarne, almeno sotto molti riguardi, uno solo».
E’ di particolare rilievo osservare come il confronto prenda avvio dalla questione del risorgimento, nel duplice aspetto storiografico e concettuale. E’ a partire da qui, insomma, che tutti i nodi cominciano, progressivamente, a venire al pettine. Una svolta nel dibattito, tuttavia, accade il 6 giugno 1961, quando Rodano invia a Del Noce il lungo dattiloscritto Appunti sulla linea di ricerca politica della Rivista, raccomandando di darne un giudizio «al più presto». «meglio se di viva voce». E comunque di fornirgli un «cenno, anche rapido, di riscontro». Il 12 giugno, avvertito a Bologna dalla moglie, e non avendo ancora potuto visionare il documento, che era stato spedito a Torino, Del Noce dà subito il non formale «riscontro», augurandosi una «stretta collaborazione» con Rodano e Napoleoni:
«ho sempre pensato alla possibilità di giungere a conclusioni simmetriche e complementari alle tue, partendo io da punti di riferimento diversi (ma non opposti, si intende!). Mi pare che certe tue considerazioni sulla natura umana nel marxismo convergano perfettamente con altre mie sulla negatività del finito in quella dottrina. Penso di scrivertene, o, più augurabilmente ancora, di parlartene. Un stretta collaborazione tra noi è necessaria, o almeno mi è necessaria; ma penso lo sia oggettivamente».
Tuttavia, tornato a Torino, Del Noce rimane impressionato dalla «complessità e difficoltà» degli Appunti, che lo colpiscono profondamente, e di cui decide di «leggere ogni giorno una ventina di pagine, e non di più», al fine di «decifrare il processo che c’è dietro ogni tuo rigo». Inoltre, proprio in quei giorni, comincia la stesura del difficile e importante saggio su Jules Lequier e il momento tragico della filosofia francese(49), le cui suggestioni, come si rende chiaro nelle lettere seguenti, si intrecciano con la lettura del documento rodaniano.
Queste due lettere, non datate ma certamente composte negli ultimi giorni del luglio ’61, assumono una particolare importanza, in quanto delineano il giudizio più articolato di Del Noce sui concetti-chiave della “Rivista trimestrale”. Esse segnano, per molti versi, un chiarimento risolutivo delle «differenze» teoriche ormai maturate, e gettano molta acqua sul fuoco degli entusiasmi di una stretta e imminente collaborazione, che pure Rodano continuerà, inutilmente, a sollecitare, almeno fino al 1967, quando la “Rivista trimestrale” pubblicherà l’intervento di Del Noce al convegno di Lucca della DC con un lungo commento di Rodano su La radice filosofica della crisi: risposta ad Augusto Del Noce(50). Non bisogna lasciarsi ingannare, dunque, dal gioco, a lungo giocato, dei reciproci rinvii a scritti e articoli: questi documenti mostrano, senza ombra di dubbio, la presenza di un dissenso di fondo, su questioni di capitale importanza. Tale dissenso spiega, in definitiva, anche la mancata collaborazione di Del Noce alla nuova rivista. Proviamo dunque a ricapitolare, in breve, le osservazioni formulate, in queste due dense lettere, al programma della “Trimestrale”.
Nella prima, lunga lettera, Del Noce svolge una critica al concetto rodaniano di «sistema signorile», che, nel documento, rimarrebbe confuso con la diversa nozione di «società cristiana». Per intendere il carattere della «modernità», anzi, occorre marcare questa distinzione, mostrando come il modello signorile sorga in antitesi con l’ideale cristiano del «servizio». A tale proposito, il ragionamento di Del Noce si articola lungo due direttrici: da un lato, la descrizione di «quattro tipi di società», individuabili a priori, che serbano natura eterna e metastorica; dall’altro lato, la riabilitazione, schiettamente anti-moderna, dell’ideale cristiano, inteso come morale e come politica. Infatti dopo l’apparire della novità cristiana, emergono, nel pensiero umano, quattro tipi: la società signorile, la società cristiana, la società borghese e il comunismo.
La «società signorile» - spiega Del Noce – possiede tratti peculiari, irriducibili all’ideale, eterno e come tale incorruttibile, di una «società cristiana». Il Signore trae origine dalla negazione pura e semplice della Provvidenza, della visione lineare del progresso, e concepisce il tempo, alla maniera di Nietzsche, come «eterno ritorno». Entro tale ideologia, all’uomo non sono date che due chances: o vincere con la sola forza della «virtù», spezzando il nesso che lega il suo agire alla «fortuna», agli accadimenti, alla storia, e divenendo così un eroe, un superuomo, un Signore; oppure abbassarsi al di sotto della «virtù», dando luogo alla figura animale del Servo. In questo modo, il «sistema signorile» nega alla radice il principio cristiano del «servizio», spezza l’uguaglianza naturale in due opposte «razze», rendendo impossibile praticare una «politica cristiana». Ciò che importa, dunque, è non confondere, per un verso, il modello del Signore con quello, opposto, della «società cristiana», e per altro verso non credere che il «sistema signorile» rappresenti una forma storica decaduta, superata, giacché, in quanto a priori, costituisce un tipo eterno, ineliminabile, ricorrente, «suscettibile di indefinite manifestazioni storiche».
Paradossalmente, proprio la meditazione dello scritto di Rodano sollecita in Del Noce il polarizzarsi di questa tematica: «personalmente – scrive -, prima di leggerti, ero incline ad accostare fortemente società signorile e società cristiana, e a vedere nelle affermazioni medioevali della società signorile una semplice protesta contro certe involuzioni clericali della società cristiana». Ma vi è di più. Poiché tale distinzione fra tipi ideali offre a Del Noce la chiave per intendere la storia contemporanea come storia filosofica: è a partire di qui, senza dubbio, che gli studi sul Seicento si connettono, in maniera vigorosa, con le vicende più recenti, e in modo particolare con la svolta delle due guerre mondiali, del fascismo e del nazismo, che sembra ormai a Del Noce un’assunzione forte, rigorosa fino alla ferocia, del modello signorile contro l’egemonia borghese. In un brano assai significativo, scrive:
«quel che per me è certo è che le due guerre mondiali sono state la lotta dell’idea della società signorile assunta dalla Germania contro la società borghese; sarebbe interessante vedere al proposito l’ideologia tedesca della prima guerra mondiale quale fu formulata da Sombart (eroi contro mercanti) e soprattutto da Scheler, lo studio della cui evoluzione dal cattolicesimo a un virtuale prenazismo avrebbe un’importanza decisiva per il passaggio a storia di un periodo ormai abbastanza lontano da noi, e di cui pure c’è soltanto cronaca. Nella prima guerra mondiale gli ideologi tedeschi cercarono un compromesso o quasi un’identificazione tra società cristiana e società signorile. Col nazismo e con la seconda guerra c’è invece la loro violenta dissociazione; si parla di razza dei signori e non a caso l’avversario maggiore viene ravvisato nella comune matrice ebraica di cristianesimo, borghesia e comunismo. Credo che non si possa fare storia contemporanea senza introdurre questo concetto di società signorile, come totalmente distinto e opposto da società cristiana e da società borghese».
La storia contemporanea si configura dunque, sempre più, come la dialettica e il conflitto tra le quattro forme tipiche, distinte e contrapposte, dell’ideologia post-cristiana. Rodano sbaglierebbe, allora, secondo Del Noce, nel considerare la «società cristiana» quale una pura e irrealizzabile «utopia», presto smarrita nel «compromesso» medioevale; poiché, al contrario, essa costituisce un ideale regolativo irrinunciabile, così come, nel mondo antico, appariva la Repubblica di Platone. La polemica, che appare esplicita e chiarissima già in tale apologia della «società» e della «politica» cristiane, si stringe, come è ovvio, a proposito del giudizio sul «mondo moderno», dove Del Noce riassume, in poche e incisive battute, il senso ultimo delle sue ricerche, che spaziano, seguendo un filo unitario, da Cartesio al primo Gentile. In sostanza – spiega l’autore – laddove la «politica cristiana» tenta di unificare la città terrena attraverso i valori dell’uguaglianza naturale e del «servizio», tutte le ideologie «moderne» hanno fallito nel tentativo di ristabilire, su nuove basi, «l’unità spirituale del medioevo». La «modernità», e con essa l’affermazione della borghesia, non è altro che la vicenda di questo scacco, di questo fallimento. Spiega Del Noce:
«la storia dell’età moderna è quella dei fallimenti dell’unificazione attraverso i valori: fallimento dell’offensiva protestante come ritorno al cristianesimo originale; della controffensiva cattolica, come alleanza della chiesa con l’Umanesimo e con la scienza moderna; della rivoluzione illuminista; del socialismo ecc.; la crescita della borghesia è correlativa a questi fallimenti. […]. E’ proprio in ragione dei limiti delle posizioni ideali che la borghesia estende il suo dominio: in questo senso dicevo prima che l’aspetto di realtà precede quello di ideale regolativo».
La critica anti-borghese si allarga, così, nella complessiva polemica con il mondo moderno, con quella linea razionalista che da Cartesio, attraverso il pensiero libertino, giunge per un verso a Marx e per altro verso a Gentile. La borghesia non appare, qui, come la forza motrice della modernità, ma come la beneficiaria dei fallimenti delle ideologie post-cristiane. Il dissenso con Rodano si rende, con ciò, del tutto chiaro, e altrettanto evidente appare, a questo punto, come la successiva, per certi versi comune, descrizione e critica della «società opulenta», conservi tale elemento non solo di «ambiguità», ma di schietta differenza teorica, che trova il suo epicentro nel giudizio sul mondo moderno, la cui essenza è criticamente (e laicamente) accolta dall’uno e respinta dall’altro. Lo stesso Del Noce, d’altra parte, nella sua lettera del luglio, si mostra ben consapevole della distanza che lo separa dalla forma mentis dell’amico:
«noi cerchiamo una convergenza a partire da certe opposte tendenze, tua al marxismo, mia al conservatorismo, e diciamo pure in qualche modo verso la società signorile. Queste diversità sono le condizioni necessarie perché il nostro dialogo sia proficuo; senza la tua influenza io rischierei di addormentarmi in quel conservatorismo che tu hai definito così bene nelle prime pagine; forse (o presumo troppo) la mia influenza può in qualche modo servirti per liberarti dal rischio del marxismo. A proposito, della tua devo ora dire che mi è servita oggi per liberarmi da ogni nostalgia romantica per la società signorile».
Senza alcun dubbio, la comune definizione della società contemporanea come sistema dell’«opulenza» dimostra che Del Noce – anche grazie all’influenza di Rodano – si era liberato da qualsiasi, eventuale, «nostalgia romantica per la società signorile». Ma proprio di qui, per altro verso, sorgevano tutti i motivi del disaccordo: perché, mentre in Rodano […] la critica del Signore significava la ricerca di una moderna, e quindi laica, fuoruscita dalla fase estrema del modello borghese, accadeva che Del Noce unificasse la critica dell’ideologia signorile con quella dello stesso pensiero, affidandosi, in ultimo, al tipo ideale della società e della politica cristiane, pervenendo a una negazione radicale del razionalismo.
La crisi – scriverà Del Noce nella seconda lettera del luglio ’61 – può essere sbloccata «soltanto da un nuovo sviluppo teologico». Ironizzando su quel «piano della laicità distinto dal laicismo», condannando la società borghese «rigorosamente volta alla distruzione del sacro», giudicando che «il cattolico non può collaborare con quelli che sono, consapevolmente o no, compagni di strada del comunismo», Del Noce approfondiva, senza dubbio, le ragioni del dissenso. Rodano intese perfettamente la radice del disaccordo, e cercò di farne motivo di fecondo e pubblico dialogo. Così, nel 1962, avviando la composizione delle Note sul concetto di rivoluzione, destinate a «fare i conti» con il pensiero dell’amico, dedicò accurate ricerche, e non certo per caso, agli studi su Cartesio e Pascal, al punto da lasciare indietro la lettura dei saggi su Marx e il marxismo. Scrive il 2 febbraio 1963:
«occupatissimo e anzi immerso come sono nella ricerca di definire esattamente il tuo pensiero in merito all’idea di rivoluzione, sono adesso impegnato a rileggere e a rimeditare altri tuoi saggi, e precisamente (anche se a prima vista può sembrar strano) quelli su Cartesio e l’ultimo, bellissimo, su Pascal. Ti comunico, del resto, che “per fare i conti” con te non mi basterà il prossimo numero, il quarto, della rivista (che uscirà, confido, alla fine di febbraio) e che dovrò continuare e ultimare la discussione sul quinto fascicolo. Come vedi, ti prendo molto sul serio, ma non certo per complicamento: solo perché lo meriti».
Certo, «a prima vista» strano, l’interesse particolare di Rodano per gli studi sul Seicento si spiega perfettamente, così come l’attenzione dedicata, nel 1965, al volume su Riforma cattolica e filosofia moderna(51), se teniamo fermo il nodo di fondo della discussione: «fare i conti» con Del Noce, in modo serio, toccando la radice del problema della «rivoluzione», significava ripercorrere la spiegazione che il filosofo aveva dato delle origini e del significato della «modernità». E Rodano aveva ben inteso che, per venire a capo del problema, non da Marx, ma da Cartesio, da Pascal, da Vico, occorreva prendere le mosse. Dopo le Note, sempre più chiaro diverrà il punto, e i «conti» con Del Noce proseguiranno, dapprima, nel 1967, con il commento al convegno di Lucca, e poi, fino al 1976, con qualche articolo pubblicato su Paese Sera [l’ultimo, però, è del 1980 – nostra avvertenza]. Da parte di Del Noce, invece, il problema-Rodano su ripresenterà più volte, come una specie di ricorrente autocoscienza, per trovare sistemazione nel volume del 1981 sul Cattolico-comunista: un libro, vale aggiungere, per nulla scontato, in cui la memoria di un’amicizia interviene, di tanto in tanto, nella trama del discorso, sapientemente costruito con distacco, con ricerche nuove e accurate. Come vent’anni prima aveva fatto Rodano con le Note, anche Del Noce considera il suo interlocutore come un autore difficile, impegnativo, da prendere sul serio, che non può essere aggirato con qualche battuta vuota.
La stima reciproca dava luogo a un dialogo a distanza, che andava oltre l’amicizia. Ciascuno non si limitava a conoscere l’altro, ma lo studiava, ne decifrava ogni rigo: ambedue sentivano che ne valeva la pena. Nella polemica, anche aspra, l’affetto e la reciproca considerazione rimasero intatte. Ci piace concludere con il brano di una lettera che Rodano inviò a Del Noce il 6 dicembre 1967, per questo verso esemplare, in risposta a uno sfogo amaro del filosofo. Leggendo questa lettera, non può non vedersi la traccia di un legame profondo, che nessun contrasto scientifico, per quanto grande, avrebbe potuto recidere:
«Carissimo Augusto, se ho tardato a risponderti, non è stato senza ragione. Per quanto tu richiedessi una risposta a volta di corriere, la tua lettera, infatti, era tale da comportare, e direi da esigere, una pausa, un intervallo, di pacato ripensamento: e ciò tanto per chi la riceveva quanto per chi l’aveva scritta. La mia opinione (ma in me è convinta certezza) è che – in questo tempo sconcertante e aspro, in cui troppe cose cadono, poiché senza dubbio sono ormai morte e mortificanti, e in cui però non si sa ancora come sostituirle vitalmente – non abbiamo diritto a crisi personali. Se ci accadono, se ci precipitiamo e ci sembra di esserne travolti, è perché ci siamo individualmente chiusi nella solitudine, e allora inevitabilmente ne patiamo l’angoscia, e peggio la disperazione, di questa fase storica di mutamento e di passaggio. Tu avverti dolorosamente – è vero – l’insopportabilità, ossia il carattere distruttivo e disumano, della solitudine dell’individuo; ma, mi sembra, continuamente cerchi di sfuggirvi in modo ancora individualistico perché mondano; e così ribadisci quelle catene di cui avverti, nonché con lo spirito, col cuore e i nervi, l’intollerabile peso. Misurare con il metro, quanto mai precario e in definitiva ridicolo, del successo sociale, il grado della propria appartenenza effettiva alla comunità degli uomini (e della propria condizione di grazia agli occhi di Dio) è calvinista e moderno, e non ha nulla a che fare con la fraternità, con il servizio, con la gioia di sentirsi figli del Padre. Per uscire dal calvinismo ed entrare nel cristianesimo, forse a te abbisogna di accettare la rivoluzione, e cioè, sul terreno razionale, quel gusto e quella passione del futuro, che ridimensiona e perciò rende fecondo il presente, e, sul terreno sovrannaturale, la speranza, che è la sola a farci abbandonare nella fiducia in Dio, e dunque a farci accettare, come veramente significante e come nostra, la situazione in cui ci accade di trovarci. Rompi la monade e apri finestre e porte: i C., i G.L. et similia sono irrilevanti, “passano con la scena di questo mondo”; e quello che non passa è l’uomo con il suo destino naturale e divino, storico ed eterno. E’ a questo livello che si deve temere il fallimento, ed è a questo livello, però, che si può non esserne ossessionati. Scusami il tono, ma sono cose in cui credo, e comunque il dirtele vuol essere soltanto rinnovata testimonianza dell’affetto e dell’amicizia di sempre».
Il dialogo con Augusto Del Noce configura, per molti versi, il quadro di una collaborazione mancata, di un dissidio che, pur nell’amicizia e nella grande stima reciproca, si manifesta subito, per divenire via via esplicito e pubblico, al punto da impedire una partecipazione organica del filosofo alla “Rivista trimestrale”. Non certo per caso, d’altronde, nella lettera del luglio ’61, dopo aver letto il documento programmatico della rivista, e dinanzi alle sollecitazioni di Rodano per una più diretta collaborazione, Del Noce afferma bensì che «l’idea della rivista mi trova perfettamente consenziente», ma aggiunge che «restano però ancora da definire con precisione i punti di consenso obbligati per i collaboratori, e corrispettivamente quella certa libertà che deve esser loro lasciata». Sintomo evidente, questo, di una passione per la nuova iniziativa editoriale che viene frenata dalla consapevolezza della distanza che ancora lo divide dall’impostazione di Rodano.
N O T E
(a) Il primo numero è datato marzo 1962, l’ultimo, giugno 1970.
(45) Cfr. la rievocazione dello stesso Del Noce in Il cattolico comunista [Rusconi 1981], pp. 52 ss. e passim.
Rodano e Del Noce si erano conosciuti nella primavera del 1942.
(46) Alcune lettere sono state sparsamente pubblicate, nel 1991, su riviste quali “Il Sabato” e “Il Regno”. Utilizzo qui il testo integrale manoscritto del carteggio, in gran parte inedito, almeno per quanto è conservato presso l’Archivio Rodano.
(47) Cfr. A. Del Noce, Appunti sull’irreligione occidentale, in Il problema dell’ateismo, Bologna, 1990, pp. 314, 318, 319; F. Rodano, Il pensiero cattolico di fronte alla “società opulenta”, in “Rivista trimestrale”, n.3, set. 1962, p. 434, nota 3.
(48) Le Note sul concetto di rivoluzione apparvero sulla “Rivista trimestrale” n. 5-6, mar.-giu. 1963, pp. 77-107; n. 7-8, set.-dic. 1963, pp. 430-71; n.9, mar. 1964, pp. 3-47. Nel n. 5-6 (p.305-34) venivano anche pubblicati sulla “Rivista trimestrale” alcuni brani di Del Noce sul marxismo, con il titolo Premessa al documento. “Marxismo e filosofia in un’analisi di Augusto Del Noce”. Altri testi di Del Noce saranno poi pubblicati dalla “Rivista trimestrale”, con premessa di Rodano, nel n. 13-14 (pp. 365-70) e nel n. 15-16 (pp. 634-51).
(49) E’ l’ Introduzione all’edizione italiana delle Opere di Lequier (Bologna, 1969).
(50) Cfr. Considerazioni sul convegno di Lucca della Democrazia cristiana, in “Rivista trimestrale”, n.21, 1967.
(51) A. Del Noce, Riforma cattolica e filosofia moderna. I. Cartesio, Bologna, 1965.