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Premessa...

Quarta e ultima puntata del documento predisposto da Alessandro Montebugnoli per il seminario svoltosi a Firenze, il 25 settembre 2009, in occasione del ventesimo anniversario dell’AUSER. Tale quarta puntata comprende tutta la “Parte seconda” del testo, più l’elenco degli scritti utilizzati.


Alessandro Montebugnoli.
STILI DI VITA
Economia, filosofia, democrazia

PARTE SECONDA

1. “L’arte di associarsi nella vita ordinaria”

Iniziamo il discorso sulle associazioni di promozione sociale con la segnalazione di una circostanza che, per così dire, deve impressionare: il loro modello di specializzazione produttiva coincide esattamente con alcuni più importanti settori di espansione del capitalismo. Attività culturali, ricreative, turistiche, sportive, di socializzazione: queste, notoriamente, le principali aree di intervento della promozione sociale; ma queste, anche, alcune delle le principali linee di sviluppo delle attività d’impresa, come risulta dalla discussione delle idee di Reich circa il futuro dei posti di lavoro. Le quali, se non altro, hanno il merito di evitare un certo riflesso ‘industrialista’ che a volte sembra ancora presente nel dibattito, quasi che il carattere (relativamente) immateriale delle ‘cose’ di cui si tratta debba essere motivo di perplessità. Ormai, i bisogni cosiddetti ‘materiali’ possono essere soddisfatti con l’impiego di una parte molto limitata delle forze produttive disponibili, sicché, del tutto ragionevolmente, le imprese cercano occasioni di profitto in altre direzioni, per nulla imbarazzate dal fatto di non produrre ‘oggetti’, dotati di un volume e di un peso. A patto, naturalmente, che possano assumere forma di merce.
La capacità ‘espansiva’ di quest’ultima è fuori discussione; anzi, proprio il salto dal ‘materiale’ all’‘immateriale’, se così si vuol dire, ne conferma l’attitudine ad attrarre nella propria orbita bisogni di tutti i generi, la perenne tendenza a investire nuove ‘aree della vita’ via via che quelle già coltivate risultano sature di beni e di servizi (sature, si ricorderà, rispetto alle dimensioni del capitale in cerca di valorizzazione). Ma nella fattispecie, come abbiamo visto, i risultati lasciano moltissimo a desiderare; e il problema, a quanto pare, è legato proprio al contenuto dei bisogni venuti in discussione. Moltissimi dei beni e dei servizi prodotti dal capitalismo, per esempio, sono serviti e servono a far risparmiare tempo e fatica fisica: se ne potranno criticare le esternalità negative, ma il senso di un aumento del benessere resta robusto, non controvertibile. Di contro, quando l’utile lascia il posto al simbolico, gli esiti sono quelli che sappiano: come sempre, aumenta a dismisura la quantità delle alternative disponibili, ma la concorrenza, paradossalmente, gioca al ribasso, determina uno scadimento dei prodotti, sul metro di qualsiasi ragionevole criterio di decency.
A questo punto, allora, si intravvede qualcosa circa le ragioni della coincidenza da cui siamo partiti e, soprattutto, circa il significato che può assumere. Precisamente, nell’associazionismo di promozione sociale si può leggere la volontà – espressa da tanti individui – di riappropriarsi o di mantenere il controllo di esperienze importanti e delicate come quelle culturali, ricreative, di socializzazione, per salvaguardarne profili di autonomia e anche, in un certo senso, di autenticità. Beninteso, la necessità di merci resta sempre in discussione: non si tratta affatto di ‘separarsi’ dal mercato, rinunciando a quello che può dare. Ma esiste un’enorme differenza se i beni e servizi forniti dal mercato sono utilizzati nel quadro di attività progettate e gestite in forma autonoma o, viceversa, plasmano le attività del caso, definendone il contenuto essenziale e il carattere. Da questo punto di vista, il senso della coincidenza non deve essere frainteso. Effettivamente le ‘aree della vita’ sono le stesse, ma i modi di soddisfare i bisogni che vi prendono forma – e anche il modo di intenderli – sono radicalmente diversi, anzi proprio opposti: basti pensare al mutamento che subisce il rapporto con il mondo dell’arte e del sapere quando assume la forma del ‘consumo culturale’.
Ancora, è importante rilevare il carattere specificamente ‘moderno’ del fenomeno. Associarsi, appunto, è un' arte, con tutto ciò che il termine comporta di intenzionale e di ‘ragionato’. In questo, si distingue nettamente sia dalle relazioni di mondo vitale, sia da qualsiasi forma di tradizionalismo, da qualsiasi rapporto stabilito in base a vincoli indipendenti dalla volontà consapevole dei partecipanti. Già Tocqueville, del resto, ne rileva l’importanza in relazione ai problemi che sorgono in condizioni di eguaglianza dispiegate, e il rapporto, però, è duplice: se da un lato l’arte di associarsi diventa sempre più necessaria “man mano che gli individui diventano uguali e l’individualismo più temibile”(69), dall’altro l’eguaglianza e la libertà degli individui costituiscono positivamente le sue condizioni di possibilità, e definiscono il carattere – appunto libero, volontario – del nesso sociale che viene a stabilirsi. Nella moderna forma associativa, insomma, le ragioni della socialità si ritrovano dopo aver percorso l’intero tragitto segnato dalla rottura dei legami ascritti, risultandone modificate nella loro stessa configurazione. E tanto, in effetti, è necessario affinché siano all’altezza di un confronto con la sfera dei rapporti mercantili.

Il senso di quello che precede è abbastanza impegnativo. La recente evoluzione merceologica del capitalismo implica che il ragionamento intorno alla promozione sociale faccia un salto di qualità: se finora è stata concepita come una realtà importante, certo, ma tutto sommato ‘minore’, adesso si tratta appunto di considerarla una forma dell’agire sociale potenzialmente appropriata alla qualità di alcune delle principali questioni connesse all’evolu-zione storica dei bisogni, già riflessa nelle dinamiche del mercato (che sono sempre un buon indicatore). E però, da un ruolo definito in modo tanto impegnativo, discendono conseguenze tutt’altro che scontate, riguardanti la misura in cui le attuali realtà associative sono attrezzate a svolgerlo.
Per l’essenziale, il problema è che la forma associativa, di per sé, non costituisce affatto una garanzia che i processi di soddisfazione dei bisogni si realizzino in modo ‘partecipato’, facendo leva sulle capacità dei soci, ovvero consentendo loro di coltivarle e di esprimerle. In realtà, molti casi testimoniano come le associazioni di promozione sociale possano diventare organizzazioni con la quali si intrattengono rapporti non tanto diversi da quelli che intercorrono con qualsiasi fornitore di beni e di servizi, ovvero che gli iscritti vengano a trovarsi in una posizione analoga a quella dei clienti di un’impresa: fruitori di prestazioni rese da una struttura ‘dedicata’, sulla quale in effetti esercitano pochissimo controllo. Con la conseguenza, tra l’altro, che la socializzazione tende a disgiungersi dalla solidarietà (quasi fosse appannaggio esclusivo del volontariato). Ora, ci permettiamo di dire che questo non va bene. Non tanto perché, spostandosi su un versante ‘prestazionale’, la promozione sociale scelga di fare cose intrinsecamente sbagliate: dopotutto, fornire delle buone prestazioni (ammesso che lo siano) è comunque una buona cosa; e si può perfino sostenere che lo rimane anche se prescinde da obiettivi di solidarietà. Il problema, piuttosto, sta in quello che la promozione sociale, spostandosi su un versante prestazionale, manca di fare. Manca, appunto, di dar vita a processi di soddisfazione dei bisogni che rechino il segno di quanti vi partecipano; manca di offrire spazi nei quali gli individui abbiano modo di impiegare risorse e competenze proprie, al fine di coltivare insieme ad altri interessi comuni (nonché forme ordinarie di solidarietà). E questo, a sua volta, non va bene non soltanto perché di tali spazi vi è bisogno, ma anche perché le associazioni di promozione sociale sono una delle poche realtà su cui si può contare al fine di renderli presenti, sicché, se vengono meno al compito, si crea un vuoto difficile da colmare. Insomma: partecipazione e coinvolgimento (e solidarietà) sono principi iscritti nel loro ‘concetto’; se li fanno rifluire in uno schema al fondo ‘consumistico’, di prestazioni domandate e offerte, non soltanto li disattendono, ma lasciano scoperto un intero versante di ‘iniziativa sociale’ che ha urgente bisogno di presidio e un limitato numero di interpreti.
Da questo punto di vista, ci sentiamo di aggiungere, la promozione sociale ha molto da imparare dall’esperienza dei gruppi di ‘aiuto reciproco’ (sostituiamo così le espressioni correnti di ‘auto’ e ‘mutuo’ aiuto), che in effetti costituiscono una delle forme più evolute e consapevoli dell’arte di associarsi. Qui non ci riferiamo alle loro specifiche modalità di funzionamento e tanto meno al tratto distintivo di costituirsi attorno a una situazione di disagio; bensì all’ idea-forza esplicitamente posta a fondamento della ‘formula’: le risorse di un gruppo sono le risorse dei suoi membri – sono le idee, le esperienze, le capacità che essi ‘portano’ nel gruppo, in modo che ognuno possa avvalersi di quelle degli altri. Dunque contesti di interazione diffusa, ‘orizzontale’; e pratica, soprattutto nella forma dell’agire verbale. Senza dubbio, la circostanza di affrontare problemi ‘urgenti’ facilita dinamiche di questo tipo. Ma sta di fatto che i gruppi di aiuto reciproco affermano le idee di partecipazione e di coinvolgimento (e di solidarietà) in modo particolarmente limpido, coerente e anche produttivo. Così, rammentano incisivamente il principio di incentrare le attività sui partecipanti e offrono abbondante materia di riflessione a chi voglia studiarne l’applicazione in altri ambiti – dall’educazione degli adulti, per dire, al turismo sociale. Alla fine, naturalmente, i modi saranno diversissimi, ma il segno può essere il medesimo.

Per altro verso, le associazioni di promozione sociale possono giocare ‘di sponda’ con le politiche di welfare – e viceversa.
Fin dall’inizio, con questo modo di esprimerci, vogliamo segnalare che si tratta di una prospettiva esplicitamente contrapposta all’idea che la forma associativa possa prendere il posto delle politiche di offerta pubblica, ovvero che debba intervenire proprio sul terreno dei servizi offerti dalle istituzioni pubbliche, come un modo alternativo di procurarseli. Finora, in concreto, non si sono fatti molti passi avanti in questa direzione, che tuttavia corrisponde a una strategia proposta con enfasi, con un ampio spiegamento di mezzi culturali, in genere sotto il titolo di ‘sussidiarietà’. In più, l’idea è ben presente negli orientamenti di politica sociale dell’attuale governo, almeno nella misura in cui abbia senso prendere sul serio le indicazioni contenute nel recente Libro Bianco. Perciò, se non si guarda all’oggi, ma a quello che può succedere, vale la pena di discuterne.
Per dire, appunto, che la nostra prospettiva è di tutt’altro tenore. La ragione è semplice: la scelta di procurarsi in forma associativa i servizi professionali già offerti dalle istituzioni pubbliche implica tra l’altro, ma per un aspetto essenziale, l’impiego di risorse finanziarie (proprio come conseguenza del fatto che si tratta di servizi, forniti su basi professionali) – e però darà luogo a servizi migliori o peggiori, abbondanti o scarsi, in base alla quantità delle risorse finanziarie disponibili. Qui nessuna enfasi sulla ‘bellezza’ dei concetti di autonomia, responsabilità, ecc., e della stessa arte di associarsi, riesce a nascondere il fatto che la ‘società civile’ è fatta di aree forti e aree deboli, con tutte le conseguenze che è lecito immaginare sul piano dei modi in cui può ‘organizzarsi’ quando molto dipenda dal livello del reddito. Certamente, non è difficile immaginare che un insieme sufficientemente numeroso di famiglie ricche e culturalmente attrezzate dia vita a un’associazione in grado di offrire ai propri membri soluzioni all’avanguardia nel campo dei servizi legati, poniamo, alla non autosufficienza; ma le politiche sociali hanno piuttosto il compito di ottenere che la disponibilità di determinati servizi, ben rappresentati da quelli legati alla non autosufficienza, sia largamente indipendente dalle diseguaglianze economiche di base (quelle culturali dovrebbero proprio esserne un bersaglio). Uno dei principali sostenitori dell’idea in questione, Pierpaolo Donati, nel sottolinearne il carattere “plurale”, precisa che esso “si riferisce alla pluralità delle istituzioni di benessere che servono gruppi sociali differenti” identificati appunto secondo “qualche criterio legittimo, che può essere culturale, territoriale, professionale o altro ancora”(70). Prendiamo atto; ma come non vedere che cultura, territorio e appartenenza professionale sono fattori che segnano profondissime linee di frattura della realtà sociale, tanto più in ragione delle attuali tendenze del capitalismo? Né vale obiettare che i gruppi sociali svantaggiati potrebbero pur sempre essere aiutati a ‘organizzarsi’: per acquistare respiro, il modello che viene proposto ha bisogno di consistenti riduzioni del prelievo fiscale, soprattutto a beneficio dei redditi più elevati, che lascerebbero ben poco spazio a operazioni di carattere redistributivo, comunque concepite. In breve, se le famiglie ricche si ‘sfilano’ dai doveri di solidarietà allargata sanciti dai sistemi di welfare, per coltivare forme di solidarietà ristretta, ‘tra di loro’, inevitabilmente le politiche sociali diventano più povere.
D’altra parte, tutto questo può essere detto senza dimenticare che i servizi professionali di competenza delle istituzioni pubbliche – che tali, per quanto ci riguarda, devono restare – sono soltanto ‘metà’ del necessario. Qui, appunto, va ripreso il tema delle risorse di tipo reale, materialmente riferibili ai problemi da affrontare, possedute dai destinatari delle politiche sociali, e della loro importanza in quanto fattori di benessere intimamente legati ai contesti con i quali esse vengono a contatto, perciò radicalmente non sostituibili. E però, a tenerne conto, si intravvede altro spazio per l’arte di associarsi (del resto anche sulla base di esperienze già realizzate). Appunto: un’associazione di promozione sociale può anche essere la forma in cui i destinatari di un programma di welfare si organizzano per interagire con le istituzioni che lo gestiscono, apportando al suo sviluppo fattori originali, non altrimenti reperibili. Sicché è tanto vero che in questo modo la promozione sociale trova un terreno d’iniziativa ancora largamente inesplorato, quanto che le politiche di welfare trovano nella promozione sociale la sponda, come si diceva, di un cambiamento possibile, nel segno di un rapporto più produttivo con quelli ai quali si rivolgono.
Solo per fissare le idee, riprendiamo l’esempio precedente e immaginiamo quindi un’associazione formata dai familiari di un certo numero di anziani non autosufficienti (che nella fattispecie dovrebbe operare proprio come un gruppo di aiuto reciproco). Già in essa, come in una molecola, possiamo vedere molti degli elementi che ci interessano. Innanzi tutto, il semplice fatto di verificare che altri vivono problemi analoghi ai propri costituisce di per sé un fondamentale fattore di ‘benessere’, che chiaramente non può essere messo in campo dai servizi. In secondo luogo, in un contesto associativo, i partecipanti possono condividere quelle che abbiamo già definito conoscenze ordinarie, contestuali, ‘laiche’, derivanti dall’esperienza quotidiana dei problemi da risolvere (che i servizi, di nuovo, non possiedono); nonché scambiarsi informazioni, confrontare comportamenti, sostenersi nelle incombenze quotidiane (un po’ sul modello delle banche del tempo) o anche sviluppare vere e proprie soluzioni collettive (ad esempio, nella fattispecie, per soddisfare le esigenze di socializzazione degli anziani). In terzo luogo, insieme, possono avere (o rivendicare di avere) voce in capitolo nelle scelte di organizzazione dei servizi (ad esempio, sembra del tutto evidente che un regime di assistenza domiciliare dovrebbe essere progettato con le famiglie, visto appunto che entra nelle loro case e che in tanto prende corpo in quanto esse mettono in gioco risorse proprie, del tipo che sappiamo). In quarto luogo, anche come effetto del punto precedente, saranno in grado di gestire al meglio l’intreccio tra le competenze di cura che possono e vogliono esercitare in prima persona e i compiti ‘delegati’ alle strutture professionali con le quali entrano in contatto. Così, a tirare le somme, gli assetti di soddisfazione dei bisogni possono davvero diventare l’espressione di un equilibrio avanzato tra (i) le capacità di agency dei diretti interessati e (ii) le responsabilità delle istituzioni preposte ad affrontarli. Per riprendere un punto già accennato, bisogna aggiungere che tutto ciò non è affatto privo di difficoltà. Quale equilibrio convenga realizzare è argomento esposto a moltissime influenze (dalla percezione storica dei doveri allo stato delle tecnologie) e, anche per questo, non sarà mai questione decidibile in via definitiva. Soprattutto, la complementarità delle risorse professionali e ordinarie non va confusa con un rapporto naturalmente ‘conciliato’: la tensione che esiste tra i due poli, già implicita nella loro configurazione, è destinata a presentarsi di continuo, l’individuazione dei punti di assestamento avverrà sempre in modo contingente e rivedibile, il “gioco dei punti di vista” (Sclavi) potrà sempre generare conflitti e la capacità di gestirli forma parte integrante del quadro che viene a delinearsi. Ma anche questi aspetti non mancano di ‘produttività’, o almeno sono intrinsecamente connessi al meglio che possiamo sperare di realizzare: dopotutto, ammesso che regga, la giustificazione della prospettiva che proponiamo sta fatto che consente di guardare la frontiera delle possibilità di soddisfazione dei bisogni.
Quella che abbiamo portato a esempio è soltanto una delle possibili ipotesi di lavoro. Si tatti degli abitanti di un quartiere, dei genitori degli alunni di una scuola o di un asilo nido, dei portatori di una certa patologia, dei frequentatori di un centro-giovani o di un centro-anziani, ecc., l’‘accoppiamento’ tra istituzioni pubbliche e associazioni formate dai destinatari degli interventi sembra costituire uno standard del quale vale la pena di esplorare sistematicamente le potenzialità. Una cosa, comunque, non si può sostenere: che i cittadini ‘non ci stanno’. Tutte le volte che la possibilità di assumere un ruolo di parte attiva è stata loro offerta in modo onesto e convincente, la risposta è stata largamente positiva.

Una precisazione finale. Da diverso tempo è in corso un vivace dibattito in materia di ‘democrazia deliberativa’, accompagnato da molte iniziative orientate alla messa in opera del concetto. Per l’essenziale, si tratta della creazione di contesti ‘discorsivi’ nei quali i cittadini hanno la possibilità di intervenire direttamente nel merito delle politiche pubbliche, integrando le forme consolidate della democrazia rappresentativa, che in effetti hanno finito per generare processi decisionali quasi del tutto impenetrabili. Il bilancio partecipato di Porto Alegre costituisce il paradigma e l’emblema di questa possibilità, che tuttavia trova espressione in moltissime altre esperienze e in varie formule organizzative. Al riguardo, allora, conviene osservare che, per quanto alcune affinità con la prospettiva che abbiamo delineato siano evidenti, l’ordine delle questioni è tuttavia diverso. Grosso modo, sebbene gli ambiti non possono dividersi con il coltello, si può dire che la democrazia deliberativa riguarda la formazione delle politiche pubbliche nel suo momento (logicamente) iniziale, quello delle scelte allocative (tra diversi impieghi e diversi soggetti), mentre la prospettiva che abbiamo delineato riguarda i due momenti (logicamente) successivi: (i) l’implementa-zione delle scelte allocative nel disegno delle attività da svolgere (per fissare le idee, chiamiamola ‘progettazione condivisa’) e nondimeno (ii) l’effettivo svolgimento delle attività di soddisfazione dei bisogni (qui potremmo parlare di ‘processi integrati’). A mettere insieme le tre cose, ci sembra che l’intero ciclo delle politiche pubbliche possa essere ripensato con un apprezzabile grado di coerenza – in un modo o nell’altro si tratta sempre di ragionare sui livelli di ‘delega’ alle istituzioni – ma altrettanto importante ci sembra la distinzione degli ambiti, dalla quale, soltanto, si può ricavare compiutamente il senso ‘materiale’ delle trasformazioni necessarie e possibili.

2. L’‘eccedenza’ del volontariato

Se la connessione tra l’associazionismo di promozione sociale e le politiche di welfare presenta qualche profilo di novità, quella tra politiche di welfare e volontariato appartiene agli standard più consolidati del dibattito corrente. Anche in questo caso, però, l’argomento tende a disporsi nei termini di una sostituzione delle amministrazioni pubbliche, specie quelle locali, in aree di intervento sempre più estese e più importanti; sicché, anche in questo caso, dobbiamo cominciare con una conferma delle loro responsabilità di offerta.
Per essere più persuasivi, ci affidiamo all’autorità di Sen, che proprio in un intervento sul Terzo settore, dopo aver sottolineato il valore della sua presenza, non ha mancato di aggiungere quanto segue: “le obbligazioni imperfette in capo al Terzo settore, sia pure così importanti, non dovrebbero portare a indebolire l’impegno e il sostegno nei confronti delle obbligazioni perfette in capo allo Stato sociale, che si deve occupare di assistenza sanitaria, dei sistemi di sicurezza e previdenza sociale. Non bisogna dunque vedere il Terzo settore come un modo per evadere l’impegno pubblico nel campo sociale: questo a volte è avvenuto […], ma è un errore che va evitato a ogni costo, pur ricordando il ruolo importante del Terzo settore”(71). Le obbligazioni imperfette sono appunto impegni volontari, che le persone assumono liberamente, perché in un modo o nell’altro sentono che le proprie vite ne risultano arricchite; si definiscono imperfette perché – proprio in quanto libere, autonome e volontarie – nessuno può garantire la misura in cui saranno assunte. Per le obbligazioni perfette, naturalmente, vale il contrario: sono impegni che coincidono con il rispetto di un vincolo giuridico e, pertanto, possono essere rese operanti secondo una misura stabilita per legge. Si capisce, allora, perché Sen sostenga che le prime non bastano. Se lo Stato sociale ha il compito di assicurare il diritto a certe prestazioni, deve anche assicurare le risorse necessarie a finanziarle, nonché la presenza di strutture positivamente obbligate a fornirle: ovvero, in parole povere, ne deve alimentare l’offerta per mezzo del prelievo fiscale.
Questo non toglie che possa avvalersi di disponibilità che liberamente si manifestino nel seno della società civile. Ma bisogna sapere che su base volontaria, anche nel migliore dei casi, si può mobilitare una frazione molto piccola delle risorse necessarie a uno Stato sociale ‘degno di questo nome’. Nel paese che più di ogni altro ha puntato sui trasferimenti volontari (donazioni, lasciti e simili), e dove questi, in effetti, raggiungono il livello più elevato di tutto l’occidente, cioè negli Stati Uniti, la loro entità non raggiunge neppure il 2% del Prodotto interno lordo(72). Sicché, intanto, il punto di Sen può considerarsi assodato sulla base di una consistente evidenza empirica: “diluire o disperdere”, come egli anche si esprime, le obbligazioni perfette in capo allo Stato sociale significa togliere la terra sotto i piedi alla realizzazione di operazioni redistributive e riallocative ispirate a criteri universalistici, ovvero, precisamente, mettere in discussione l’intera generazione di diritti che ha riempito di contenuto sociale l’idea di cittadinanza. Ma in realtà possiamo dire qualcosa anche circa le ragioni per cui le risorse che si spostano su base volontaria non superano i limitati livelli che di fatto si riscontrano.
La questione riguarda ancora il ‘senso’ del prelievo fiscale. Sappiamo già che esso è necessario al fine di realizzare un sistema di obbligazioni perfette, cioè di diritti esigibili. Ma così non si è detto tutto l’essenziale. Forse, che “le tasse sono una cosa bellissima” è stata un’affermazione imprudente, ma contiene una verità importante. Di per sé, il fatto che il prelievo fiscale riposi su un potere autoritativo non esclude che i cittadini vogliano contribuire alla costruzione di un sistema di protezione sociale, quasi che debbano essere costretti a farlo, perché altrimenti se ne guarderebbero bene. Piuttosto, almeno in linea di principio, si deve ammettere la possibilità che siano convinti della necessità che una parte dei loro redditi sia destinata a fini collettivi, ma pretendano che la regola valga per tutti – come dire che approvano il prelievo soltanto perché è generalizzato. Perciò, appunto, deve intervenire un potere autoritativo – l’unico in grado di stabilire un’obbligazione erga omnes – nel quale tuttavia, lungo questa linea di ragionamento, non si esprime tanto una costrizione esterna, quanto, per così dire, una clausola di reciprocità, che a sua volta riposa su una fondamentale esigenza di equità. Proprio in questo, allora, sta il ‘bello’ delle tasse: nella possibilità di dar forma a motivazioni autenticamente pro-sociali che tuttavia, senza il grado di affidamento reciproco garantito dalla legge, mancherebbero di una condizione necessaria alla loro manifestazione. Soltanto, appunto, che la ricostruzione concettuale appena proposta spiega anche perché su base puramente volontaria – cioè unilaterale – si spostino risorse tanto limitate quanto i dati ci dicono che accade, anche nel migliore dei casi.

Queste, dunque, le ragioni dell’intervento pubblico. Ma quello che soprattutto ci interessa, adesso, è che lo stesso volontariato ha molto da perdere se le obbligazioni perfette in capo allo Stato sociale “si diluiscono o si disperdono”. Alcune preoccupazioni, al riguardo, sono largamente presenti nel dibattito corrente: se le disponibilità all’impegno volontario vengono a sostituire risorse pubbliche che vengono a mancare, il loro pregio maggiore diventa quello di non costare nulla, che evidentemente è un modo molto povero di svolgere il tema della gratuità, ben altrimenti complesso e impegnativo; e sotto le stesse condizioni, anche il volontariato si vede consegnato a un ruolo prestazionale-erogativo, a un incardinamento fin troppo stabile nel ‘sistema dei servizi’, cui è facile si associ una visione ‘efficientista’ dei compiti e delle attività da svolgere. Ma queste stesse preoccupazioni, per non risultare preconcette, devono essere inquadrate in un discorso di diversa ampiezza.
Se, con felice intuizione, è stato scritto che “la politica della sicurezza sociale è uno dei luoghi privilegiati dove la società negozia con se stessa”(73), del volontariato, in un certo senso, si può dire che è un luogo privilegiato in cui la società eccede se medesima.
Che le politiche sociali siano un luogo in cui la società negozia con se stessa è implicito in quello che precede. Al suo interno, in generale, le scelte circa i diritti che devono essere resi esigibili e il conseguente livello del prelievo fiscale faranno registrare posizioni diverse, frutto di ideali e interessi contrastanti, tra i quali bisognerà giungere a un qualche ‘compromesso’. Tale, appunto, il compito del processo politico-amministrativo, che in un modo o nell’altro deve mettere capo a una scelta imputabile alla ‘società’, e però, in condizioni democratiche, deve farlo ‘derivando’ una preferenza collettiva da quelle di tutti i cittadini: alla fine, le scelte saranno imputabili alla società perché attorno a esse, in un modo o nell’altro, si è coagulato un consenso abbastanza ampio da ‘farle passare’.
Nulla del genere accade nel caso del volontariato. Il punto è colto bene da Beck nel libro che abbiamo già citato(74). “Tutta l’iniziativa è nelle mani di coloro che diventano attivi”. Le esperienze “continuano a esistere finché coloro che le hanno fatte nascere sono disposti a dedicare loro tempo ed energia e le considerano come una fonte di attività autonoma, di autoaffermazione e di autorealizzazione al servizio di terzi. […] L’unica molla che spinge ad agire è data da un problema concreto, dalla percezione di una situazione scandalosa e dall’impulso alla solidarietà. In questa forma, un gruppo, costituitosi più o meno spontaneamente […], può decidere di affrontare un problema che gli appare importante [cioè per il semplice fatto che gli sembra importante], individuando le modalità di intervento che ritiene più adeguate. Per fare ciò, […] non ha bisogno né di un mecenate, né di un diploma, né di una licenza, né di uno statuto, né di alcuna autorizzazione ufficiale”. Dunque, fondamentalmente, un dato di indipendenza. In effetti, nei termini del discorso che precede, chi intraprende un’attività di volontariato non ha alcun bisogno di ottenere un’approvazione di tipo propriamente collettivo; non deve raccogliere un consenso tanto ampio che i suoi progetti possano essere imputati alla ‘società’ nel suo complesso. E proprio in questo senso ci sembra possibile sostenere che il volontariato sia un luogo in cui la società eccede se medesima: da un lato, senza dubbio, è parte della società, dunque è pur sempre dal seno di quest’ultima che si esprimono le energie, le competenze e le intenzioni di cui è portatore, ma al tempo stesso si fa carico di obiettivi che vanno al di là delle convinzioni e delle disponibilità manifestate dai cittadini nel quadro del processo democratico, come tali depositate nelle scelte collettive, imputabili alla società nel suo complesso.
Naturalmente, il dato di realtà che sta dietro tutto il ragionamento è la gratuità delle prestazioni. E’ precisamente perché “coloro che diventano attivi” non pretendono di essere pagati che “tutta l’iniziativa è nelle [loro] mani”; è soltanto perché non vuole alcun corrispettivo che il volontariato può evitare di subordinare le proprie attività ai processi di formazione della volontà collettiva, che infatti, per un aspetto essenziale, sono una verifica della disponibilità a finanziare la produzione di questo o quel servizio. In genere, della gratuità, si mettono in evidenza le valenze ‘morali’, variamente connotate secondo le ascendenze culturali che ne costituiscono lo sfondo motivazionale. Qui mostra un profilo diverso, del resto tutt’altro che incompatibile con quello valoriale-motivazionale, rivelandosi, anche, una fonte di autonomia: in un certo senso, diremmo, un profilo più ‘strutturale’, sul quale richiamiamo l’attenzione perché ci sembra a sua volta dotato di un peculiare motivo di interesse. Per il modo stesso in cui prende forma, infatti, il dato dell’indipendenza, dell’autonomia, può essere letto come un giacimento di capacità innovative rispetto ai punti di equilibrio sui quali, via via, si assestano le preferenze della collettività. Per l’aspetto in questione, cioè, non è soltanto che il volontariato fa cose che altrimenti non si farebbero; il punto, soprattutto, è che può fare cose che spostano in avanti la frontiera della soddisfazione dei bisogni, additando questioni e possibilità ‘emergenti’, ancora disattese. Se si vuole, visto che abbiamo parlato di una frontiera, la sua funzione può essere descritta proprio nei termini di un’attività esplorativa, di scouting sociale, che ragionevolmente costituisce una ricchezza per ogni collettività che riesca a esprimerla. Di fatto, il volontariato può raccogliere, organizzare e mandare a effetto risorse che superano i mezzi resi disponibili dai cittadini nel quadro del processo democratico, e però viene a costituirne una sorta di ‘lievito’, o di ‘fermento’ – in breve, un luogo di sperimentazione, una riserva di creatività, che contiene, essa stessa, le condizioni della propria manifestazione(75).
Considerazioni analoghe, naturalmente, valgono rispetto al mercato, in ragione, questa volta, della possibilità di prescindere dal fatto che esista una domanda pagante. E soprattutto, più radicalmente, in ragione della possibilità di prescindere dal fatto che quanto si produce sia ‘vendibile’, che si presti ad assumere la forma di una merce. Insistiamo su questo punto: la gratuità consente al volontariato di produrre cose che per loro natura escludono la possibilità di essere offerte come merci, e che il mercato, pertanto, non sarà mai in grado fornire, qualunque sia l’ammontare dei redditi monetari in mano agli individui.

Due implicazioni di questa linea di ragionamento meritano di essere messe in evidenza.
La prima riguarda ancora il rischio della consegna a un ruolo di tipo prestazionale-erogativo, o meglio il modo in cui viene percepito e contrastato. Nel modo più immediato, viene percepito come un’indebita riduzione a compiti esecutivi, come una sostanziale esclusione dalla possibilità di partecipare al disegno delle politiche sociali. E la strategia di contrasto è appunto quella di rivendicare tale possibilità: per esempio, quella di essere presenti nelle sedi di ‘concertazione’ degli interventi. Ora, non c’è dubbio che tanto la denuncia quanto la rivendicazione siano del tutto giustificate. Ma il nostro approccio implica qualcosa di più – e lascia intravvedere un altro rischio. L’uscita da un ruolo prestazionale-erogativo non passa soltanto per la presenza nelle sedi di concertazione degli interventi, ma anche e soprattutto per i contenuti delle iniziative che si propongono, in quelle come in qualsiasi altra sede. Altrimenti, il rischio è quello di rivendicare ‘spazi’, che è un modo abbastanza povero di affermare la propria identità; e, più ancora, è quello che la richiesta di un riconoscimento ‘istituzionale’ finisca per spiazzare gli sforzi di innovazione in seno alla società, quasi che ‘entrare nella stanza dei bottoni’ possa essere un’accettabile fonte di legittimazione.
Non senza rapporto con quello che precede, la seconda implicazione è che la qualità delle iniziative conta di più della loro ampiezza. Naturalmente anche quest’ultima è un valore; ma se davvero il punto essenziale sta nella possibilità di battere strade nuove, ancora inesplorate, è evidente che la partita si gioca innanzi tutto sulla capacità di elaborare problemi e soluzioni, e solo secondariamente sulla ‘scala’ delle attività. Il che, per altro, non esclude la possibilità che il volontariato agisca nel quadro delle politiche sociali in modo ampio, pervasivo; soltanto, implica che questo profilo sia affidato soprattutto alle sue capacità di ‘influenza’, alle sollecitazioni che riesce a trasmettere agli altri attori presenti sulla scena del welfare (comprese le istituzioni pubbliche). Del resto, forse, è tempo di uscire da schemi troppo rigidi, come a suo tempo ha fatto la Corte costituzionale quando ha affermato che “il volontariato non costituisce una materia, ma un modo d’essere della persona nell’ambito dei rapporti sociali”, “uno schema generale d’azione nella vita di relazione, basato sui valori costituzionali primari della libertà individuale e della solidarietà sociale” (sent. N. 75 del 1992); e come ancor più invita a fare un autore importante come Lipari, quando giunge a sostenere la necessità di tematizzare la “doverosità dell’atto gratuito” e “la spontaneità dell’atto doveroso”(76). Certo, in questo modo c’è il pericolo di generare confusione, cosa che va assolutamente evitata; ma a parte il fatto che nulla di significativo può essere ottenuto senza pericoli, l’idea di un volontariato ‘propriamente detto’ che influenza i comportamenti di altri attori, fondata sull’ipotesi che questi possano comunque partecipare dei suoi valori, sembra appunto in grado di tenere ferme le necessarie distinzioni senza tuttavia irrigidirle oltre misura – e senza pregiudicare possibilità reali.

Adesso, per volgere il discorso esiti più determinati, abbiamo bisogno di un’altra premessa. “Nella teoria sociologica, le relazioni primarie vengono distinte dai sistemi di agire formalmente organizzati in quanto le attività che ne dipendono sono ritenute ‘funzionalmente diffuse’, in opposizione al carattere ‘funzionalmente specifico’ delle attività di imprese, amministrazioni, ecc. Questa distinzione è utile in quanto mette in luce una peculiare ‘regola di distribuzione dell’onere della prova’: nell’ambito delle relazioni primarie è il destinatario [di una richiesta] […] che deve fornire motivazioni nel caso decida di non soddisfarla, mentre altrove è l’attore che ha la responsabilità di indirizzare ‘esattamente’ le proprie richieste d’interazione”(77). In pratica, nell’ambito delle relazioni primarie – ovvero di ‘mondo vitale’, per come abbiamo definito il concetto – un individuo può rivolgere a un altro individuo qualsiasi richiesta, nei soli limiti della ragionevolezza e della buona educazione: entro questi ultimi, a un familiare, a un amico, anche a un vicino di casa, si può chiedere tutto quello che si vuole. La richiesta, naturalmente, può non essere corrisposta, ma non può essere considerata illegittima, cioè non pertinente al quadro della relazione entro il quale viene avanzata. Nel caso dei sistemi formalmente organizzati accade il contrario: sono legittime (pertinenti) soltanto alcune richieste, in quanto corrispondenti alla specializzazione funzionale del destinatario. Per utilizzare anche l’esempio degli autori citati, se uno entra in un ristorante e chiede a un cameriere di essere accompagnato alla stazione, è chiaro che ha sbagliato interlocutore (doveva rivolgersi a un taxista): lungi dal dover motivare alcunché, il cameriere avrà ragione di guardarlo come una persona disturbata. Viceversa, rivolta a un familiare, a un amico, o anche a un vicino di casa, la stessa richiesta risulta perfettamente sensata, del tutto indipendentemente dal fatto che venga o che non venga soddisfatta.
Naturalmente, siamo sempre alla differenza tra divisione professionale del lavoro e altre forme dell’agire sociale, che qui, con riferimento alle relazioni di mondo vitale, assume anche il seguente aspetto: nell’un caso, ogni fornitore guarda a un determinato bisogno avendo presenti tutte le persone potenzialmente interessate alla sua capacità di soddisfarlo; nell’altro, le persone sono determinate e i loro bisogni, però, sono tutti.
Ora, a noi sembra che il volontariato partecipi di questo carattere delle relazioni primarie, di mondo vitale, sebbene non ne faccia parte.
Non ne fa parte in quanto l’‘altro’ che compare nel suo orizzonte è generalizzato come ‘prossimo’: i volontari, se ci facciamo capire, si occupano di ‘estranei’; i bisogni che li impegnano sono una ragione sufficiente a mobilitare energie e risorse in ragione della pura e semplice umanità dei loro portatori. Perlopiù, la nozione di ‘altro generalizzato’ è riferita alla sfera delle relazioni giuridiche (l’altro generalizzato come portatore di diritti) o a quella delle transazioni mercantili (l’altro generalizzato come portatore di denaro), del resto ampiamente sovrapposte. Qui, appunto, si rivela suscettibile di un’interpretazione completamente diversa, che egualmente, però, segna una chiara differenza dall’ambito delle relazioni di mondo vitale, fondate, si ricorderà, sulle identità personali dei partecipanti: un individuo che aiuta un amico in difficoltà, o un figlio che assiste un anziano genitore, non è un ‘volontario’. Lo è, invece, un individuo che aiuti qualcuno che fino a quel momento gli era sconosciuto – e nel fatto che la relazione si fondi soltanto sulla comune umanità dei partecipanti sta anche, si capisce, la peculiare bellezza della cosa.
D’altra parte, questo stesso fondamento dà conto della circostanza che i rapporti non si restringono alla particolarità di un certo bisogno. Anche quando sia impegnato in una prestazione funzionalmente determinata (ad esempio un servizio di trasporto), un volontario non mancherà di ritenere legittimo che la persona che ha di fronte gli ponga problemi diversi da quello di cui si sta occupando, senza altri limiti, di nuovo, che non siano quelli della ragionevolezza e della buona educazione. Poi, naturalmente, farà quello che potrà, in base al tempo e alle energie che ha deciso di dedicare agli altri. Ma il fatto che la ‘regola del gioco’ preveda la possibilità di manifestare qualsiasi esigenza non manca di importanza e lascia intravvedere sviluppi importanti.
Intanto, in base a essa, ogni volontario, qualunque sia la ‘mansione’ nella quale eventualmente si è specializzato, diventa (potenzialmente) un ‘testimone privilegiato’ di tante situazioni e dunque una fonte di informazioni per affrontarle meglio. Per questo aspetto, al di là del fatto che non si fanno pagare, la collocazione ‘al limite’ (o ‘a cavallo’) delle relazioni primarie rende i volontari una risorsa pregiata, in grado di apportare un contributo originale ai sistemi di welfare, vincolati alle loro indispensabili specializzazioni funzionali: ovvero di farli ‘dialogare’ con la realtà delle persone in modi altrimenti non conseguibili.
Ma soprattutto la collocazione in questione consente al volontariato di ‘far presa’ sulla sfera delle relazioni primarie, di ‘lavorare’ sui mondi vitali di coloro con i quali viene a contatto, il cui impoverimento costituisce una questione dalla quale, comunque, non si può prescindere. Nel discorso precedente è implicito che le relazioni d’aiuto messe in pratica dal volontariato non possono sostituire quelle familiari, di amicizia, di gruppo, di prossimità, ecc.: il principio dell’‘altro generalizzato’, comunque inteso, mostra qui il proprio rovescio, incontra il limite iscritto nel suo medesimo concetto. E tuttavia, se non può sostituirle, può aiutarle a ‘reggere’ l’impatto dei processi di impoverimento e, qualche volta, proprio a rigenerarsi. La ‘figura’ che ne viene fuori è quella di un volontariato ‘catalizzatore’: cioè un volontariato che media, crea occasioni di incontro, stabilisce contatti tra le persone che aiuta, cerca di coinvolgerne altre, lavora sui contesti, punta a costruire ambienti solidali. Il tutto, appunto, al fine di restituire a chi si trova in difficoltà un quadro di normali relazioni interpersonali, un mondo della vita quotidiana che sia, esso stesso, fonte di sostegno.
E’ importante aggiungere che la strategia appena delineata va intesa come un’idea-guida – non come una ‘ricetta’. Anzi, va pur detto che in molte situazioni non c’è altro da fare che intervenire in forma immediata, fronteggiare l’urgenza dei bisogni fornendo, direttamente, le prestazioni che servono. Fin troppo spesso questo è l’unico modo di aiutare una persona in difficoltà, acquistando allora, tutto intero, lo speciale valore di rendere possibile la soluzione di problemi dei quali nessuno, altrimenti, si farebbe carico. Ma a sua volta la possibilità di irrobustire un tessuto relazionale, piuttosto che compensarne la debolezza, merita di essere esplorata sistematicamente e come ‘spiata’ in tutti i contesti nei quali si interviene. E ove se ne ravvisi l’esistenza, è bene perseguirla, facendone la cifra delle attività di aiuto, nella consapevolezza, ripetiamo, che dal livello delle relazioni primarie non si può prescindere perché le persone vi trovano conferme indispensabili, in nessun altro modo conseguibili.

Conclusione

Se ora, per concludere, dovessimo indicare il punto nevralgico del ragionamento, quello che produce gli effetti più importanti, insisteremmo ancora sulla irriducibile pluralità dei principi da rendere operanti. Il fatto è che ogni forma dell’agire sociale – le cure dei mondi vitali, il lavoro professionale, l’arte di associarsi e il volontariato, per stare a quelle che abbiamo preso in considerazione – è in grado di ‘criticare’ le altre. Così, ognuna è inevitabilmente consegnata alla parzialità del proprio codice, esprime un valore del quale è fin troppo facile mostrare il limite che intrinsecamente vi è connesso. La conseguenza, come abbiamo visto in vari casi particolari, è che l’intera questione viene a disporsi nei termini del loro ‘equilibrio’. Questo modo di esprimersi ricorda quello dell’economia, mentre nel contesto del nostro discorso va inteso diversamente. Anzi, nei confronti dell’economia, il cui ‘modello centrale’ prevede che ogni cosa possa scambiarsi con un'altra, solo che le proporzioni siano appropriate, si deve osservare che qui, viceversa, siamo in presenza di dimensioni incommensurabili, qualitativamente diverse, sicché il sacrificio di una non può mai davvero essere ‘compensato’ dai guadagni di un’altra. Il termine ‘equilibrio’ vuole appunto esprimere questa parità di fondo, sostanziale; e anche, certo, il fatto che nella vita di ogni individuo, alla fine, le varie dimensioni saranno presenti secondo determinati rapporti, relativamente stabili. Che appunto definiscono il suo ‘stile di vita’. Il contenuto della nozione, per come la intendiamo, è proprio questo: il modo in cui le diverse forme dell’agire sociale – le quali sono al tempo stesso diversi tipi di relazioni, di motivazioni, di impegni – si compongono nelle biografie personali, che ne ricevono tratti salienti, caratteristici.
Questo in termini generali. La maggior parte del nostro lavoro, però, è stata dedicata ad argomentare che la questione è giunta a un certo grado di maturità, ovvero che l’evoluzione storica dei bisogni e delle forze produttive ha ormai portato a una situazione nella quale i principi dell’agire sociale devono, ed effettivamente possono, trovare un quadro di ‘compabilità’ più rispettoso della loro pluralità, aumentando i gradi di libertà con i quali gli individui possono comporre i mosaici delle proprie vite. E che in questo, l’arte di associarsi e la gratuità dell’agire volontario contengono ragioni abbastanza importanti per acquistare un’evidenza diversa dal passato.

N O T E

(69) Tocqueville 1957, pp. 206-207.
(70) Donati 2002.
(71) Sen 1998.
(72) Come termine di paragone, si tenga presente che la sola spesa sanitaria, nel 2004, ne rappresentava il 15,3% (il dato italiano è dell’8,4).
(73) F. Ewald 1986, citato in Costa 2001.
(74) Beck 2000. Le citazioni che seguono nel testo sono a p. 242 e sgg.
(75) Torna alla mente quello che Enrico Berlinguer scrisse 22 anni fa a Mons. Luigi Bettazzi, allora vescovo di Ivrea: “Non ho […] difficoltà a riconoscere che, anche quando lo Stato riuscirà ad assicurare un livello quantitativo e qualitativo sempre più elevato di servizi sociali, dovrà essere garantito il libero apporto delle organizzazioni cristiane e delle istituzioni ecclesiastiche nei campi di attività rivolte a soddisfare nuove [corsivo nell’originale] esigenze per la costruzione di una società democratica, libera, più giusta, nuova” (lettera aperta pubblicata su ‘Rinascita’ il 14 ottobre 1977).
(76) Lipari 1998.
(77) Offe e Heinze 1997, pp. 91-92.

Elenco dei testi utilizzati

 

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