I N D I C E
Introduzione, 3
PARTE PRIMA
1. Quarant’anni di turbolenza globale, 5
Capitali e mercati, 7
Mercati e lavoro, 15
2. Argomenti critici, 20
Benessere percepito e reddito, 22
Il tempo del consumo, 26
Salute, cura e intrattenimento, 29
Il rinnovamento delle politiche di welfare, 33
3. L’idea di una società multiattiva, 35
4. L’ipotesi di un reddito sociale, 37
PARTE SECONDA
1. “L’arte di associarsi nella vita quotidiana”, 43
2. L’‘eccedenza’ del volontariato, 48
Conclusione, 55
Elenco dei testi utilizzati, 56
Il testo che viene qui presentato si avvale delle discussioni svolte nel corso di un seminario permanente presso il Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici della Facoltà di filosofia dell’Università ‘Sapienza’ di Roma, al quale hanno partecipato Giorgio Cesarale, Raffaele D’Agata, Giorgio Fazi, Alessandro Montebugnoli, Marcello Mustè, Stefano Petrucciani, Mario Reale, Paola Rodano, Vittorio Tranquilli, Duccio Zola
Introduzione
Ogni organizzazione si interroga su se stessa, o almeno è bene che lo faccia. Occasioni come quella all’origine di questo documento – il ventesimo anniversario della costituzione di Auser – sollecitano a farlo con particolare ampiezza, in una logica di medio-lungo periodo. Per quanto ci riguarda, poi, l’esigenza di ragionare in modo ampio, impegnativo, è stata abbastanza forte da determinare la scelta di interrogarci, innanzi tutto, su quello che accade intorno a noi. Certo, per poi ‘tornare’ alla realtà della nostra organizzazione, ma possibilmente con una consapevolezza diversa da quella iniziale, con una maggiore capacità di riferire quello che siamo e quello che facciamo ai problemi aperti nella società. Questo, in verità, dovrebbe valere per l’intero mondo del quale facciamo parte, il Terzo settore: ragionevolmente, il ‘ruolo’ che ha senso attribuire a quest’ultimo dipende da quanto è in grado di affrontare questioni di interesse comune, collettivo – che allora bisogna sapere quali sono, mettere a tema, discutere per come si presentano. Al contrario, da diverso tempo, l’impressione è che il ‘discorso’ del Terzo settore stia perdendo respiro: che i problemi interni abbiano avuto il sopravvento, che il compito di definire il proprio ruolo abbia finito per tradursi in una ricerca di ‘spazi’, legata a esigenze contingenti e, talvolta, proprio modeste.
L’impostazione che abbiamo scelto di adottare vuole anche essere un contributo a modificare questa tendenza. In ogni caso, è chiaramente riflessa nella struttura del documento. La prima parte contiene un tentativo di lettura dell’attuale situazione sociale ed economica, condotto nel modo largo, comprensivo, che in effetti ci sembra necessario. Il tentativo potrà sembrare fin troppo ambizioso. Ma qui, alle cose già dette, aggiungiamo che un quadro interpretativo della realtà sociale ed economica è comunque presente nelle nostre menti, e inevitabilmente riguarda i termini ‘generali’ delle questioni, la ‘natura’ dei problemi che abbiamo di fronte: tanto vale, allora, cercare di renderlo il più avvertito e argomentato possibile. La seconda parte viene alla materia della nostra attività quotidiana. Anche in questo caso, per altro, adottando un punto di vista non troppo ravvicinato, per lasciare spazio a una riflessione sulle caratteristiche ‘profonde’ delle aree nelle quali siamo impegnati – la promozione sociale e il volontariato – ovvero sulle potenzialità che vi sono iscritte. Risulterà che queste ultime possono ben essere messe in relazione ad alcune delle più importanti ‘domande’ che emergono dall’attuale situazione sociale ed economica, ricevendone un’evidenza maggiore di quella già presente nel dibattito. Ma anche che per mettersi all’altezza delle proprie potenzialità, le associazioni di promozione sociale e di volontariato devono fare consistenti passi avanti, soprattutto per quanto riguarda lo ‘spessore’ qualitativo delle iniziative. E questa volta interrogandosi proprio su se stesse, anche da un punto di vista organizzativo. Così, del resto, cerchiamo di operare.
Abbiamo cercato di dare alle nostre considerazioni una forma compiuta. Questo, però, non toglie che le riteniamo un ‘programma di ricerca’ – una direzione nella quale lavorare piuttosto che un insieme di risultati acquisiti. E proprio su questo – sul ‘senso’, più che sugli attuali punti di assestamento del discorso – ci interessa raccogliere giudizi e, se possibile, suggerimenti. In effetti, il carattere dell’esposizione è dettato, anche, dall’intenzione di offrire ai nostri interlocutori un quadro abbastanza chiaro da essere valutabile.
Un ultimo cenno alla lunghezza del documento, che in parte si spiega con quello che precede e, in parte, dipende dal fatto che l’occasione ci ha indotto a raccoglie riflessioni accumulate nel corso di un tempo non breve. Comunque, la conclusione – che invece è brevissima e nella quale, tra l’altro, precisiamo la nozione di ‘stili di vita’ – può essere letta subito, come chiave di tutto il resto.
PARTE PRIMA
Difficile, oggi, immaginare un discorso intorno a questioni di natura sociale ed economica che non prenda le mosse dalla crisi insorta giusto un anno fa, tuttora in corso. Diciamo subito che nell’ampio spettro delle valutazioni che ne sono state fornite ci collochiamo dal lato di quelle più severe. Crediamo infatti che quanto è successo, al di là delle cause prossime, legate al funzionamento dei mercati finanziari, abbia ragioni profonde, che riguardano quella stessa economia reale della quale, comprensibilmente, si auspica il ‘ritorno’. E’ fin troppo evidente che affermazioni come ‘dopo la crisi niente sarà più come prima’ o ‘la crisi può essere un’occasione per cambiare’ sono esposte al rischio di alimentare una retorica vacua, superficiale e anche (la prima) alquanto pretenziosa. Ma non è il caso di considerarle con sufficienza o con fastidio, perché in ogni caso sono un modo di alludere alla qualità dei problemi da affrontare, e di questa, in effetti, bisogna ragionare con molta serietà. Inoltre suggeriscono (soprattutto la seconda) che i cambiamenti da mettere in conto riguardino – debbano riguardare – anche gli ‘ideali’ di benessere iscritti nella dinamica sociale ed economica: altra questione della quale conviene ragionare molto seriamente.
Dunque la crisi in corso. Non per ricostruire in modo analitico i meccanismi che l’hanno generata, e tanto meno per discutere le possibilità di ripresa a breve o medio termine: piuttosto, il programma prevede un considerevole allargamento del quadro interpretativo, per collocarla in una prospettiva di tipo propriamente storico.
1. Quarant’anni di turbolenza globale
In sintesi, la nostra visione degli avvenimenti più recenti è che si tratti dell’ultimo episodio di quella che vari autori hanno definito “l’età della turbolenza globale”(1), iniziata molto tempo fa, con la fine del lungo e intenso ciclo di sviluppo del secondo dopoguerra – la golden age degli anni ’50 e ’60. Da allora sono successe moltissime cose, e molte di straordinaria importanza, che in parte avremo modo di citare. Ma è anche vero che da allora le economie occidentali non hanno più conosciuto una fase di sviluppo altrettanto ‘convincente’. Oggi, comprensibilmente, l’opinione pubblica è scossa dai valori negativi fatti registrare, dopo tanto tempo, dai tassi di variazione del Prodotto interno lordo. Ma non si dovrebbe dimenticare che negli ultimi quattro decenni le variazioni positive hanno superato di poco la metà di quel 4-5% che in precedenza aveva fatto parlare di ‘miracolo economico’(2). E naturalmente è appena il caso di ricordare che gli stessi quattro decenni sono stati costellati da ricorrenti collassi dei mercati finanziari(3), sconosciuti alla golden age, in vari casi non molto meno gravi di quello più recente.
Per la verità, c’è stato un momento in cui è sembrato che il miracolo potesse ripersi, si stesse ripetendo. E’ accaduto nei “ruggenti anni ’90”, soprattutto nella seconda metà, quando la new economy legata alle tecnologie digitali ha indotto molti a ritenere che il processo di crescita avesse trovato un nuovo giacimento da sfruttare, e che si trattasse di un giacimento ricco, in grado di alimentare il processo di crescita per molti anni a venire(4). Ma le cose, come sappiamo, stavano diversamente. Già nel marzo del 2000, lo spettacolare crollo della borsa di New York – il più grave fino a quel momento, a parte il ’29 – mostrava quanto la previsione di una lunga fase di sviluppo fosse fuori luogo, costringendo a rivedere il giudizio anche su quello che era accaduto negli anni precedenti: in realtà, come vedremo meglio, il ciclo della new economy si iscrive a pieno titolo nell’età della turbolenza globale, costituendone anzi un episodio altamente rappresentativo.
Si dirà che il capitalismo ha sempre funzionato in modo turbolento e che i suoi stessi eccessi – comprese le bolle speculative, come quelle esplose nel 2000 e nel 2008 – sono un portato più o meno inevitabile del suo fondamentale dinamismo, foriero di tanti benefici. C’è del vero, ma il discorso che vogliamo fare è molto più circostanziato. In ogni caso, il capitalismo dei nostri giorni è profondamente diverso da quello degli anni ’50 e ’60 – e noi vogliamo appunto ragionare dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo. Inoltre, che gli eccessi del capitalismo possano continuare all’infinito, e continuare a produrre benefici maggiori dei costi, è un’assunzione tanto poco pacifica quanto quella opposta, che verte piuttosto sui limiti del modo in cui funziona; e di nuovo, per quanto ci riguarda, la questione può ricevere un qualche chiarimento soltanto se posta all’altezza delle attuali condizioni di sviluppo sociale ed economico.
Recentemente, Paul Krugman si è espresso in termini diversi. Nel libro che ha dedicato alla crisi ricorrono molte affermazioni come le seguenti: “non tutti i grandi problemi sono strutturali – qualche volta quello di cui ha bisogno una macchina in panne è soltanto una bella spinta”; “la vulnerabilità nei confronti del ciclo economico può avere poco o nulla a che fare con i fondamentali: cose brutte possono capitare anche alle buone economie”(5). Ecco, a nostro avviso, è vero l’esatto opposto: la crisi in corso, insieme a quelle che l’hanno preceduta negli ultimi anni, rinvia a considerazioni che riguardano proprio i ‘fondamentali’ dell’economia, intesi anzi in modo particolarmente impegnativo, oltre il significato corrente. I provvedimenti di “spinta” che Krugman ha in mente si collocano nel solco della macroeconomia keynesiana, accentuandovi in particolare il ruolo degli strumenti di tipo monetario. Ma lo stesso Keynes, in varie occasioni, ha sollevato questioni ‘strutturali’, anzi proprio ‘radicali’, mettendo a tema la capacità dei mercati di impiegare le risorse disponibili per aspetti che superano di gran lunga le possibilità degli strumenti monetari, come pure fiscali, di spesa pubblica, ecc., che pure occupano tanta parte della sua opera. Circostanza che segnaliamo perché in effetti il nostro punto di vista non è diverso. Per quanto ci riguarda, l’età della turbolenza globale (inclusa la crisi in corso) può essere compresa soltanto se si ragiona della capacità dei mercati (dei beni e dei servizi) di ‘assorbire’ i capitali e le forze di lavoro disponibili – e se le capacità in questione sono misurate sul metro della loro evoluzione storica, di lungo periodo, piuttosto che su quello della sensibilità agli stimoli trasmessi dalle autorità di politica economica.
I due aspetti – quello dei capitali e quello del lavoro – sono ovviamente collegati, ma per ragioni espositive, nei limiti del possibile, li tratteremo separatamente. D’altra parte, la scelta ha anche una giustificazione sostanziale: nel capitalismo, manco a dirlo, è l’impiego del capitale che governa quello del lavoro, non il contrario; sicché dal primo conviene prendere le mosse.
Capitali e mercati
Verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso le imprese di tutti principali settori industriali cominciarono ad avvertire che i mercati stavano diventando ‘affollati’, nel senso che sempre più la crescita di alcune significava la crisi di altre: la concorrenza si stava trasformando in un gioco a somma zero, che metteva a dura prova la aspettative di ritorno sugli investimenti.
La possibilità che il processo di accumulazione porti a mercati affollati, e a ritorni sugli investimenti molto bassi, è stata presa in considerazione fin dalle origini del pensiero economico moderno. Smith, nella Ricchezza delle nazioni, ne parla in questi termini: “In un paese che disponesse di capitale […] impiegato in ogni singolo ramo del commercio [..] quanto la natura e l’ampiezza di quel commercio consentono […] la concorrenza sarebbe massima e, conseguentemente, il profitto ordinario il minimo possibile”(6). Nel caso che ci interessa, il problema si è manifestato a scala internazionale. Per tutti gli anni ’50 e ’60 i paesi europei e il Giappone, usciti sconfitti o comunque devastati dalla guerra, sono stati impegnati nella ricostruzione dei propri apparati industriali, in gran parte realizzata grazie all’importazione di capitali e tecnologie dagli Stati Uniti. Rispetto a questi ultimi, ne è risultato un processo di accumulazione particolarmente intenso e soprattutto, nel corso del tempo, un recupero dell’ampio divario di produttività esistente all’inizio del periodo. Tanto che a un certo punto le imprese europee (in particolare tedesche) e giapponesi hanno finito per diventare più competitive di quelle americane: in parte perché queste ultime si erano ormai ‘sedute’ su un assetto del mercato interno marcatamente oligopolistico, poco favorevole all’innovazione; in parte, per un aspetto anche più importante, perché in Europa e Giappone le tecnologie importate dagli Stati Uniti potevano combinarsi con una larga disponibilità di manodopera a basso costo. Così, verso la fine del periodo, “le imprese europee e giapponesi non solo avevano raggiunto quelle del paese guida ma erano scattate al comando, superandole in un mercato chiave dopo l’altro: tessile, acciaio, auto, macchine utensili, elettronica di consumo”(7). Insomma, “un’irruzione di merci a basso prezzo nei mercati di tutto il mondo, compreso quello americano”, a causa della quale nel 1970, per la prima volta dopo moltissimo tempo, la bilancia commerciale degli Stati uniti fa registrare un saldo negativo e il sistema delle imprese, tra il 1965 e il 1973, una riduzione dei ritorni sugli investimenti superiore al 40%.
Per motivi che diventeranno chiari, vale la pena di osservare che l’intero processo ha seguito abbastanza da vicino le tappe previste dal modello del ‘ciclo di vita del prodotto’, non a caso formalizzato a metà degli anni ‘60(8); e che il risultato complessivo può essere concepito come la formazione di una substantial excess capacity(9) (cioè, appunto, di una capacità produttiva maggiore di quella che il mercato è in grado di assorbire a un saggio del profitto ritenuto accettabile). E se il problema, all’inizio, era specificamente riferibile alle imprese statunitensi, ‘mature’ e meno competitive, rapidamente, poi, ha investito tutte le economie occidentali, per effetto dell’unilaterale denuncia degli accordi di Bretton Woods, e della conseguente svalutazione del dollaro, con cui gi Stati Uniti hanno risposto alla perdita di competitività del proprio apparato industriale(10). In effetti, questi ultimi eventi, occorsi nel 1971, possono essere considerati l’inizio ‘ufficiale’ dell’età della turbolenza globale.
Con questa ricostruzione della ‘crisi dei profitti’ non intendiamo negare l’importanza delle lotte operaie dei tardi anni ’60, né quella degli shock petroliferi del 1973 e del 1977. Tuttavia. (i) Per quanto riguarda le prime è importante evitare che il loro impatto, proprio perché tanto consistente, porti a trascurare i fattori di crisi che autonomamente operavano sui mercati: la ‘pressione verticale’ dovuta agli aumenti salariali si è appunto associata a una forte ‘pressione orizzontale’, determinata dalle mutate condizioni del confronto concorrenziale; e queste, al fondo, riflettevano uno squilibrio tra domanda e (capacità di) offerta. (ii) Per quanto riguarda i prezzi del petrolio, è bene ricordare che l’impennata del ’73, come quella del 1977, è in buona parte frutto della situazione di turbolenza che era insorta sui mercati per i motivi che si sono detti, visto lo stretto legame con la continua svalutazione del dollaro.
Nel nuovo contesto, le imprese adottarono strategie di vario genere. In parte ‘tennero duro’, accettando saggi del profitto più bassi per evitare perdite troppo gravi sul capitale fisso non ancora ammortizzato, e in parte, naturalmente, realizzarono investimenti orientati alla riduzione dei costi di produzione. In parte, ancora, cercarono di spostarsi in ‘nicchie’ di mercato meno affollate. Ma la strategia prevalente fu un’altra. “Minacciate dall’inasprirsi della concorrenza (specie nei settori a grande sviluppo commerciale, come è appunto quello manifatturiero) le aziende mature ad alti costi [ma poi, via via, anche le altre] hanno risposto al calo dei profitti indirizzando una quota crescente della disponibilità derivante dai ricavi verso la liquidità o impieghi finanziari, invece di investirla in merci e capitale fisso. […] Questo ricorso alla liquidità consente infatti alle aziende non solo di sottrarsi al ‘macello dei capitali’ che, prima o poi, è una conseguenza obbligata della sovraccumulazione di capitale […], ma anche di impadronirsi, a prezzi di realizzo, del capitale, dei clienti e dei fornitori di quelle aziende ‘irrazionalmente esuberanti’, ma anche meno accorte, che hanno continuato a investire le disponibilità derivanti dai loro ricavi in merci e capitale fisso”(11).
Due punti meritano allora di essere messi in evidenza. (a) Il processo di ‘finanziarizzazione’ dell’economia è un fenomeno molto meno recente di quanto in genere emerge dalla denuncia delle sue responsabilità nella crisi in corso: all’inizio degli anni ’70 aveva già cominciato a manifestarsi come una tendenza operante a scala di sistema. (b) Per l’essenziale, quanto ai protagonisti e alle motivazioni, si è trattato di un processo maturato sul terreno dell’economia reale: sono state le società non finanziarie che “hanno bruscamente incrementato i propri investimenti in prodotti finanziari rispetto a quelli in impianti e macchinario”, diventando sempre più dipendenti dalla quota di reddito e di profitti legata ai primi piuttosto che ai secondi. Anzi, “in questa tendenza verso la ‘finanziarizzazione’ dell’economia non finanziaria, non solo il settore manifatturiero è quantitativamente predominante, ma è stato addirittura alla guida del processo”(12).
D’altra parte, se il capitalismo dura da secoli è perché l’apertura di nuovi mercati ha sempre avuto ragione della riduzione dei rendimenti in quelli diventati affollati(13). Anche questo aspetto si rinviene nell’opera di Smith (dove“c’è già tutto”, come diceva Marshall): “L’impianto di una nuova manifattura, di un nuovo ramo commerciale o di una nuova pratica agricola è sempre una speculazione dalla quale il progettista si ripromette profitti straordinari”, che “non hanno alcun rapporto regolare con quelli degli altri antichi commerci dello stesso ambiente” e che effettivamente, se il progetto ha successo, sono “molto alti”(14). Ma naturalmente, qui, l’autore da citare è soprattutto Schumpeter(15), la cui rappresentazione del capitalismo è precisamente un susseguirsi di ‘ondate’ di innovazioni, riguardanti tanto i beni e i servizi finali quanto i modi di produrli(16). L’emergere di “combinazioni produttive” inedite, che spostano in avanti la frontiera delle attività d’impresa, “non solo è la più importante sorgente immediata di profitto, ma indirettamente, grazie ai processi che mette in moto, produce situazioni adatte al verificarsi di […] guadagni straordinari […], nelle quali anche le operazioni speculative acquistano un senso”(17). Insomma, nella visione di Schumpeter, che per questo aspetto accogliamo, il ‘capitalismo storico’ vive di innovazioni – e degli elevati saggi di profitto che si possono ottenere sui mercati di nuova generazione, fino a quando non diventano, a loro volta, troppo frequentati.
Anche da questo punto di vista, l’età della turbolenza globale offre riscontri cospicui e puntuali. Indubbiamente, per vari motivi, si è dovuto scontare un certo ritardo: tutti gli anni ’70 sono stati contrassegnati da una profondissima incertezza, quasi che davvero il capitalismo avesse smarrito la strada dell’innovazione. Ma già verso la metà del decennio successivo era chiaro che le attività produttive stavano guadagnando frontiere ancora inesplorate – e lungo direttrici tanto consistenti che di lì a poco si sarebbe cominciato a parlare di un nuovo ‘paradigma tecnico-economico’(18).
Naturalmente ci riferiamo innanzi tutto all’enorme impatto delle tecnologie digitali su ogni aspetto della vita economica e sociale: la struttura dei consumi, le attività produttive, la gestione dei processi collettivi, l’ampiezza geografica dei mercati rilevanti, ecc. In effetti, la new economy, incentrata sulle tecnologie dell’informazione e poi, soprattutto, della comunicazione, è stato quanto di più ‘schumpeteriano’ si possa immaginare: idee nuove, persone di talento pronte a sfruttarle, un proliferare di iniziative, profitti “spettacolosi”, imprese che in pochi mesi moltiplicano per decine di volte il valore iniziale, ecc. Con il risultato, anche, che rispetto al capitalismo oligopolistico della golden age, popolato soprattutto da grandi imprese simili a grandi ‘amministrazioni’, il nuovo paradigma tecnico-economico è sembrato a molti un ritorno al “romanzo” del capitalismo(19): una restituzione di spazio e di ruolo al ‘genio’ imprenditoriale, all’intraprendenza dei singoli individui, testimoniata da un flusso di innovazioni più sostenuto e continuo di quello del passato. In più, anche questa parte della storia sembra disporsi bene nel modello del ciclo di vita del prodotto, con l’epicentro dei processi di innovazione collocato proprio nel contesto più ricco e più evoluto: negli anni ’90 è anche sembrato che gli Stati Uniti fossero tornati a essere la ‘fabbrica del mondo’ e stessero ritrovando fiducia nel proprio ruolo di paese-guida del capitalismo globale.
D’altra parte, le attività direttamente legate alle tecnologie digitali non sono state l’unico drive dell’innovazione, almeno nel senso che settori più o meno tradizionali, fino ad allora ai margini del processo di sviluppo, hanno cambiato status, entrando a far parte delle principali fonti di valore aggiunto. Così è stato, in particolare, per il variegato complesso delle attività che puntano a riempire il ‘tempo libero’ delle persone, ovvero, in senso lato, a ‘intrattenerle’. In chiave diversa, l’argomento ci impegnerà più avanti: qui importa ribadire che l’“industria dell’intrattenimento” ormai va presa sul serio, anche da un punto di vista strettamente produttivo: da tempo, in effetti, costituisce uno dei settori trainanti dell’economia capitalistica. Del resto, in molti casi, la connessione con le tecnologie digitali (il ‘virtuale’) è strettissima. Inoltre, in materia di composizione merceologica del valore aggiunto, si devono citare almeno le crescenti quote imputabili ai servizi sanitari e ai trasporti (anche al netto della componente pubblica).
Dunque non si può certo dire che nel capitalismo degli anni ‘80 e poi, soprattutto, degli anni ’90 sia mancato il ‘demone’ dell’innovazione. Sennonché, proprio questa circostanza – che al capitalismo degli anni ’80 e ’90 non abbia fatto difetto l’apertura di mercati nuovi, ancora da esplorare, al punto da delineare un cambiamento del paradigma tecnico-economico – rende tanto più impressionante il fatto che enormi quantità di denaro, nello stesso periodo, non abbiano smesso di prendere la strada degli impieghi finanziari piuttosto che quella degli investimenti destinati ad aumentare la capacità di produrre “le cose necessarie e comode della vita”, sempre per citare Smith. La svolta neoliberista che ha messo fine agli anni ’70 è valsa a sconfiggere i lavoratori e a operare una massiccia redistribuzione dei redditi a vantaggio dei profitti. Ma dal 1980 ai primi anni del nuovo secolo il rapporto tra investimenti produttivi e profitti si è dimezzato, a tutto beneficio della compravendita di opzioni, crediti, titoli già in circolazione, immobili e infinti prodotti costruiti su questi ‘sottostanti’(20). “I salari e gli altri pagamenti di cui beneficiano i lavoratori sono stati convertiti in dividendi finanziari” i quali, a loro volta, “sono fluiti verso altri asset finanziari: nuovi rilevamenti d’impresa, investimenti di hedge fund e simili”(21). In effetti, il periodo di cui parliamo è quello in cui la finanza ha inaugurato la sua propria ‘età dell’oro’.
Il fenomeno ha ricevuto molte spiegazioni. Salvo errore, però, la maggior parte delle analisi si è tenuta su un terreno di ricostruzione interna – la comparsa di nuovi ‘prodotti’ finanziari, la nascita di nuovi soggetti, il mutato comportamento di quelli tradizionali, le strategie di (de)regolazione adottate dai governi, ecc. – con il risultato di lasciare in ombra la circostanza che per tutto il periodo in questione i mercati dei beni e dei servizi reali hanno continuato a far registrare situazioni di substantial excess capacity, ovvero ne hanno prodotte di nuove, anche nei settori di più recente formazione. In breve, intorno al 2000, le industrie tradizionali (come quella dell’auto) erano appesantite da eccedenze dell’ordine del 20-30%, e però queste cifre “impallidiscono di fronte ai numeri della capacità inutilizzata nel campo dei semiconduttori e delle comunicazioni”(22), cioè nel cuore della new economy. Quest’ultimo punto, naturalmente, è di particolare rilievo. In effetti, visto nel suo insieme, il ciclo della new economy presenta la doppia faccia di uno “straordinario successo nell’introduzione di nuove tecnologie” e di un “estremo spreco di risorse ed eccesso di investimento”(23). E se certamente si può sostenere che “questo quadro contraddittorio […] incapsula il lato dinamico del capitalismo”, l’osservazione non toglie che le opportunità di investimento ‘vere’, legate alle preferenze dei consumatori, si sono rivelate largamente inferiori ai capitali che hanno messo in movimento, e che il punto di saturazione è stato raggiunto in breve, nel giro di pochi di anni (il grosso degli investimenti si realizza a partire dal 1995). Così, per quanta importanza abbiano avuto sotto altri aspetti, le attività legate alle tecnologie digitali hanno costituito un argine assai precario alla crescita dei mercati finanziari, partecipando anzi del processo per la componente speculativa della bolla esplosa nel 2000, quando infine è diventato chiaro che i valori di borsa non avevano niente a che fare con le possibilità di profitto delle imprese. Del resto sembra chiaro: se gli investimenti produttivi erano già superiori alle capacità di assorbimento del mercato, tanto meno era possibile che assorbissero l’ulteriore massa di liquidità che contemporaneamente prendeva la strada degli impieghi finanziari.
Quanto agli altri settori citati, se non sono stati protagonisti di cicli dello stesso genere, ben presto hanno tuttavia fatto registrare situazioni di affollamento non tanto diverse da quella registrata sul mercato delle information and communication technologies, con il quale del resto, in molti casi, intrattengono strettissimi rapporti(24).
Fissiamo il punto. Nonostante tutto non si è trattato (soltanto) di avidità. Per come lo abbiamo fin qui ricostruito (manca ancora il capitolo finale), il processo di finanziarizzazione dell’economia è stato messo in moto e continuamente alimentato da ingenti risorse monetarie (in gran parte accumulate a spese dei lavoratori) il cui investimento sul terreno dell’economia reale, segnata da ampi fenomeni di sovraccapacità produttiva, presentava reali problemi di redditività: capitali ‘disoccupati’, potremmo dire, proprio per questo disponibili a ogni genere di avventura speculativa(25). Così, anche le ‘follie’ dei mercati finanziari, mentre restano tali, perdono qualcosa del carattere di una pura e semplice perversione del capitalismo, che alla fine le rende incomprensibili; come pure si intravvede una strada per spiegare come mai si siano ‘evoluti’ nelle forme che sappiamo, chiaramente funzionali a moltiplicare le possibilità di impiego delle risorse che vi affluivano.
Che tutto ciò non abbia ricevuto l’attenzione che merita dipende dall’orientamento della teoria economica prevalente. In effetti, su basi più o meno neoclassiche, una situazione di substantial excess capacity può darsi soltanto come fenomeno locale e transitorio: che permanga a lungo (che diventi “cronica”, come dice Crotty) e che riguardi il ‘sistema’ è semplicemente inconcepibile (proprio nel senso che la teoria non consente di concettualizzarne la possibilità). Allora, intanto bisogna sottolineare il contributo di quanti hanno coltivato linee di riflessione che variamente si rifanno ai classici (compreso Marx), a Keynes e naturalmente a Schumpeter, fornendo strumenti analitici più convincenti, che non costringono a mettere tra parentesi l’evidenza empirica(26). Ma il loro contributo va anche commentato, e su un punto decisivo, perché riguarda le ragioni della perdurante situazione di sovraccapacità produttiva, rintracciate nell’affermazione del paradigma neoliberista. Per l’essenziale, i passaggi dell’argomentazione sono i seguenti: la consistente e duratura sovraccapacità produttiva che affligge i mercati dei beni e dei servizi dipende dal rallentamento che da tanto tempo riguarda il ritmo di crescita della domanda aggregata; e però la causa di tale rallentamento sta proprio nella svolta neoliberista, anch’essa duratura, in buona parte per le sue conseguenze sulla distribuzione dei redditi.
In effetti il neoliberismo è profondamente implicato in tutta la vicenda(27). Tuttavia, per quanto riguarda il periodo più recente, sembra difficile incolparlo di aver depresso il livello della domanda aggregata. Certamente lo ha fatto negli anni ’80 e parte degli anni ’90; e certamente il suo impatto sulle condizioni di vita dei lavoratori – in termini di occupazione, salari e tutele sociali – è andato nella stessa direzione. Ma l’ultima versione del neoliberismo è stata quanto mai ‘espansiva’, al punto che Crouch ne parla come di un “keynesismo privatizzato”, con il deficit spending delle famiglie al posto di quello dello Stato. Il modello era già in opera da qualche tempo, ma è stata proprio la crisi del 2000 che ne ha sancito la definitiva affermazione. La politica di bassissimi tassi di interesse adottata dagli Stati Uniti dopo l’esplosione della bolla, accompagnata da ulteriori provvedimenti di liberalizzazione delle attività finanziarie, ha generato il livello e il tipo di indebitamento che nell’autunno del 2008, infine, si sono rivelati insostenibili – ma delle possibilità di indebitarsi con tanta facilità, nel frattempo, avevano ‘beneficiato’ tutti, comprese le famiglie più povere. Pochi dati. Negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2007, la spesa totale ha superato del 5% il reddito totale e “il surplus degli acquisti va addebitato soprattutto ai consumatori, che lo hanno finanziato mediante prestiti”. “La parte di PIL costituita dalla spesa per consumi è balzata da una media di lungo periodo del 66% al 72% del 2007, il livello più alto mai raggiunto da un paese”(28). Proprio questo, in effetti, sembra l’’equilibrio sociale’ del neoliberismo all’inizio del ventunesimo secolo: forte polarizzazione e precarietà dei redditi, molta facilità di consumare a credito(29). Difficile ritenerlo cosa buona e giusta, ma certo non si può dire che abbia comportato uno slowdown della domanda aggregata.
Dalla cui vivacità, per altro, è vero che i produttori americani hanno tratto pochi vantaggi, dato che la differenza tra spesa e redditi si è tradotta in un massiccio aumento delle importazioni: non solo di petrolio, dai paesi che ne hanno in abbondanza, ma anche di manufatti, da quelli dove il costo del lavoro è ancora lontanissimo dai livelli occidentali, tra i quali, manco a dirlo, la Cina. Inoltre, siccome l’aumento delle importazioni non ha trovato riscontro nell’andamento delle esportazioni, il risultato è stato l’accumulazione di un impressionante deficit della bilancia commerciale, che a sua volta ha comportato l’accumulazione di un impressionante debito con il resto del mondo: di fatto, l’eccesso di consumo degli americani è stato finanziato dal ‘risparmio globale’, in gran parte proveniente dall’oriente asiatico e in gran parte proprio dalla Cina.
Ora, di questa situazione, quello che colpisce non è tanto che gli Stati Uniti assorbano gran parte del risparmio globale, quanto, precisamente, che lo utilizzino per sostenere il livello dei consumi piuttosto che investirlo nello sviluppo di nuove attività produttive. In un certo senso, questa volta, si tratta di un ‘fallimento’ del modello che disegna il ciclo di vita internazionale del prodotto: da una parte, come previsto, il paese più avanzato subisce la concorrenza di quelli più arretrati, a basso costo del lavoro; e dall’altra, però, invece di spostare ulteriormente in avanti la frontiera delle attività d’impresa, come richiesto dal modello, si ‘gonfia’ dei beni di consumo ormai prodotti all’estero (il quadro, naturalmente, comprende lo sfruttamento della posizione del dollaro, e però il suo vistoso logoramento, come negli anni ’70). Ma tutto ciò, allora, ci riporta esattamente al punto già considerato: un’enorme quantità di capitali – derivante, adesso possiamo aggiungere, non soltanto dai margini di profitto ricostituiti a spese dei lavoratori, ma appunto, anche dal risparmio globale – che fatica a trovare nuove ‘missioni’ produttive, a rimettere in moto il ‘ciclo’ sul terreno che quest’ultimo pretende, dell’economia reale. E però, ancora, si potrebbe dire che il deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti restituisce in forma esterna, nello spazio globale, un problema ‘interno’, di evoluzione nel tempo, vale a dire le prospettive di sviluppo del capitalismo a partire dal punto più avanzato che abbia mai raggiunto(30). Né può dirsi che la questione riguardi soltanto gli Stati Uniti: non solo perché la loro influenza sul resto del mondo è quella che è, ma anche perché da tempo il corso della loro economia anticipa fenomeni che poi si verificano in tutti i paesi capitalistici, ai quali, pertanto, inviano un chiaro de te fabula narratur. Oggi nella forma di un problema evolutivo.
Nel concludere l’ampia storia dell’industria nell’età moderna di cui è autore, David Landes sostiene che il mutamento più importante avvenuto nella golden age è stato “il rivoluzionamento delle speranze e dei valori”. E così, citando un testo del 1964, delinea “la grande riscoperta del periodo postbellico”: “il processo di innovazione non si esaurisce da sé; l’età di svolte radicali nella quale viviamo non si sta avviando verso un nuovo ‘punto di arresto’; nella prateria del progresso non tutti i bisonti sono stati abbattuti, anzi si moltiplicano sempre più rapidamente”(31). Analogamente, oggi, le prospettive di sviluppo del capitalismo rinviano alle innovazioni e alle svolte radicali di cui sarà capace nei prossimi anni, alla quantità di bisonti che è ancora in grado di scovare e di abbattere. D’altra parte, per quanto ci riguarda, non si tratta affatto di indovinare l’evoluzione dei mercati, ma di mettere a tema le innovazioni e le svolte radicali di cui la società ha bisogno e a queste commisurare le capacità del mercato capitalistico, per come costitutivamente si presentano. Dunque nessuna ‘previsione’ bensì, come dicevamo all’inizio, un’indagine sulla qualità dei problemi che abbiamo di fronte – una domanda sugli ‘ideali’ di benessere che conviene perseguire – e una riflessione sulla loro congruenza con il quadro dei rapporti capitalistici. Del resto è sempre stato così. Tutti i cambiamenti di paradigma che hanno segnato la storia del capitalismo hanno incorporato orientamenti e scelte di natura politica, valutazioni sociali più o meno consapevoli, modelli di riferimento sul piano del benessere; e l’ampiezza della crisi in corso certo non consiglia di rinunciare a un metro di giudizio dello stesso genere. In base al quale, va detto, tutte le questioni rilevanti erano già aperte e ben visibili prima degli avvenimenti più recenti; ma sta di fatto che la crisi ha portato alla luce una situazione di acutissima incertezza circa il modo in cui il capitalismo intende proseguire il proprio cammino, se così possiamo esprimerci, e che un tale stato di cose rende tanto più ‘legittimo’ il proposito di legarne lo sviluppo a obiettivi di civiltà, messi a tema con tutta la consapevolezza critica della quale si è capaci. Se poi, come sospettiamo, risulterà che bisogna andare oltre l’idea di un cambiamento del paradigma tecnico-economico, per affrontare una questione ancora più impegnativa, che riguarda la ‘presa’ dei rapporti capitalistici sulla dinamica sociale ed economica, la cosa sarà da imputare a una certa maturità dei tempi, del resto suggerita dalla lunghezza del periodo di turbolenza che già ci sta alle spalle.
Mercati e lavoro
Le idee di sovraccapacità e di sovraccumulazione ricordano abbastanza da vicino la nozione di ‘disoccupazione tecnologica’ che Keynes enuncia in Prospettive economiche per i nostri nipoti, riconducendola alla circostanza che “[la] scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera”(32). Appunto: tanto per i capitali che si accumulano quanto per il lavoro liberato dal progresso tecnologico, il problema è quello di “trovare nuovi impieghi”, corrispondenti alle disponibilità che si formano nel corso del tempo. Sul primo versante, come abbiamo visto, le cose non sono andate benissimo. Che dire del secondo? E più in generale, cosa è successo sul mercato del lavoro nell’età della turbolenza globale, si tratti o meno di effetti imputabili al progresso tecnologico?
Com’è noto, le tendenze principali si riassumono in un cospicuo aumento dell’occupa-zione nei servizi e in una cospicua riduzione nel settore industriale(33). All’interno di quest’ultimo, sembra proprio che la scoperta di nuovi impieghi non sia bastata ad assorbire la manodopera ‘economizzata’ dalle macchine: in Europa, tra il 1970 e il 2001, gli uomini occupati nell’industria sono scesi dal 46 al 30% di quelli in età lavorativa, negli Stati Uniti dal 33 al 25%; nel caso delle donne, che partivano da livelli assai più bassi, la riduzione è stata meno consistente ma comunque sensibile. Di contro, l’occupazione nei servizi è aumentata ovunque, in parte compensando il calo di quella industriale (ma in Europa non completamente, per quanto riguarda gli uomini) e in parte, soprattutto, consentendo un forte aumento della partecipazione al lavoro da parte delle donne: in Europa, la popolazione femminile in età lavorativa occupata nei servizi è salita dal 27 al 48%; negli Stati Uniti dal 36 al 60%.
Dunque, i posti di lavoro creati nei servizi sono stati moltissimi. Certo, in Europa meno che negli Stati Uniti, il che non ha mancato di influenzare il tasso di disoccupazione (soprattutto maschile) e ancor più, probabilmente, di scoraggiare l’offerta di lavoro (anche nei confronti delle donne). Ma questo, adesso, sembra meno importante dei problemi emersi in merito alla qualità dei nuovi posti di lavoro – e negli Stati Uniti più che in Europa. Di nuovo, il contrasto con quando è accaduto nella golden age non potrebbe essere più netto. Il ‘travaso’ di manodopera dal settore agricolo a quello industriale (e già allora a quello dei servizi) che ha caratterizzato gli anni ’50 e ’60, ancora legato a consistenti flussi migratori, ha significato l’approdo a occupazioni più remunerative e suscettibili di continui miglioramenti, che la crescente forza delle organizzazioni sindacali ha progressivamente reso effettivi. Al contrario, gran parte dei posti di lavoro creati nei servizi dopo gli anni ’70 presenta caratteristiche largamente inferiori ai precedenti standard industriali, sotto tutti gli aspetti: dei livelli retributivi, di tutela, di stabilità, di ‘agibilità’ sindacale, ecc. Così, quanti li hanno occupati dopo essere stati espulsi dalle fabbriche (soprattutto i lavoratori meno qualificati, più esposti agli effetti del progresso tecnologico) hanno sperimentato un chiaro peggioramento delle proprie condizioni di vita (tipicamente, nell’industria, anche i lavoratori meno qualificati erano riusciti a ottenere trattamenti ‘decenti’); e quelli per i quali hanno rappresentato il primo impiego (soprattutto donne) ne hanno tratto scarsi benefici sul piano della ‘promozione sociale’. Inoltre, la presenza di una gran massa di lavoratori poveri – per usare l’espressione corrente – ha ridotto la forza contrattuale di tutti i lavoratori, visto che anche quelli in situazioni migliori si sono trovati esposti alla concorrenza di un nuovo ‘esercito di riserva’, non industriale e non di disoccupati, ma comunque presente sul mercato.
Ora, tutto ciò è particolarmente problematico perché le caratteristiche dei posti di lavoro di cui si tratta sembrano connesse alle caratteristiche delle corrispondenti attività, con specifico riferimento alle condizioni di crescita della produttività. Conviene distinguere due ordini di questioni. Il primo è stato portato alla luce tanto tempo fa da William Baumol, e in breve consiste nel fatto che vari tipi di servizi sono intrinsecamente lavoro vivo(34): l’esempio canonico, che in realtà è molto più di un esempio, è quello delle attività di cura (bambini, anziani, ecc.)(35). In situazioni di questo genere, la quantità di prodotto che un lavoratore può ottenere nell’unità di tempo è soggetta a vincoli insuperabili – in particolare non può essere aumentata dotandolo di una maggiore quantità di capitale, secondo il modello di “crescita cumulativa” che il settore industriale ha reso tanto familiare. Forse, un maggiore impiego di capitale può migliorare la qualità del prodotto, ma sta di fatto che il volume di quest’ultimo può aumentare soltanto entro limiti assai ristretti (oltre i quali, di preciso, la qualità del prodotto ‘precipita’ qualunque sia la quantità di capitale disponibile: un asilo nido ben attrezzato è preferibile a uno malridotto, ma nessun tipo di attrezzatura può incidere sensibilmente sul rapporto educatori/bambini). La conseguenza, naturalmente, è che identiche restrizioni riguardano la riduzione del costo del lavoro per unità del prodotto, ovvero, in sostanza, dei costi unitari (data appunto l’incidenza di quello del lavoro); con l’ulteriore conseguenza che gli aumenti dei livelli retributivi tendono a determinare aumenti dei costi di proporzioni, grosso modo, analoghe. Il secondo ordine di questioni si ricava da quanto appena detto sostituendo la condizione che i servizi siano intrinsecamente lavoro vivo con quella, più debole, che il lavoro vivo sia di fatto difficilmente sostituibile per mezzo di tecnologie. Per esempio, “le imprese di pulizie, i ristoranti, il rifornimento degli scaffali sono ancora affidati ‘a quel coordinamento occhio-mano di cui gli esseri umani sono tutti indistintamente dotati, ma che le macchine faticano a replicare’”(36). In casi di questo genere un più elevato livello di automazione non è vietato da ragioni di principio, riguardanti proprio il risultato da ottenere; ma appunto, allo stato dell’arte, non è praticamente conseguibile. Con conseguenze sui costi e sul rapporto costi/retribuzioni analoghe a quelle già prese in considerazione.
La ricostruzione appena proposta è in bianco e nero, mentre la realtà presenta molte sfumature (in parte legate al modo di interpretare i requisiti di qualità del prodotto: un caso da discutere, per esempio, sarebbe quello dell’insegnamento a distanza). Comunque, nella misura in cui ricorrono, le condizioni indicate hanno importanti implicazioni sugli equilibri sociali ed economici. Da un lato, per così dire, ‘positive’. I servizi vincolati all’impiego di lavoro vivo sono ipso facto ‘bacini’ occupazionali sottratti ai processi di erosione legati al progresso tecnologico. Precisamente, costituiscono un’intera area di attività nella quale è più o meno impossibile scoprire “strumenti economizzatori di manodopera” – abbastanza chiaramente, il testo di Keynes riflette un mondo ‘industriale’. Inoltre, per le stesse ragioni, la maggior parte di essi è protetta dalla concorrenza internazionale (e anche da quella interna che non sia di corto raggio). Tuttavia, il pesante risvolto negativo è che i limiti imposti all’aumento della produttività operano, precisamente, come un potente fattore di compressione dei livelli retributivi (più in generale, di penalizzazione del lavoro), contribuendo a spiegare la situazione che di fatto si è determinata. Come ovunque, per vendere, i prezzi non devono essere troppo alti; ma a differenza di altri settori (quello industriale, altri comparti dei servizi) non possono essere contenuti aumentando la quantità di prodotto sulla quale si distribuisce il costo del lavoro, sicché proprio quest’ultimo diventa la principale leva disponibile, e di fatto utilizzata, complice la riduzione delle possibilità di occupazione nei settori dove il lavoro, in effetti, è largamente economizzabile(37). Né può dirsi che il fenomeno sia di proporzioni limitate: “In Gran Bretagna, fra il 1979 e il 1999, la categoria lavorativa cresciuta maggiormente è quella degli assistenti sanitari: un aumento del 400% (a remunerazioni molto basse) che ha relegato in seconda posizione i programmatori informatici. Nello stesso periodo, due dei gruppi professionali peggio pagati (cassieri e rifornitori di scaffali nei supermercati) ha quasi raddoppiato la propria quota sull’occupazione generale”(38). Dove vale la pena di notare la sostanziale coincidenza con i due ordini di questioni alle quali abbiamo fatto cenno.
In queste dinamiche trova spiegazione una parte delle enormi diseguaglianze di reddito che hanno preso corpo negli ultimi decenni, denunciate da moltissimi commentatori, e ancor più, diremmo, il carattere complessivamente ‘dualistico’ dell’attuale struttura sociale, che pure ha ricevuto varie caratterizzazioni (la scomparsa del ceto medio, la società ‘a clessidra’, ecc.). Ma c’è di più. In realtà, le ragioni che determinano i vincoli alla crescita della produttività costituiscono un ostacolo alla stessa organizzazione delle attività in forma propriamente capitalistica (tra l’altro, limitandone il contributo alla soluzione dei problemi di sovraccumulazione). Per quanto l’emblema del capitalismo americano sia oggi un’enorme catena di distribuzione al dettaglio (che paga pochissimo i propri dipendenti), non si dovrebbe dimenticare che gran parte della crescita occupazionale si è verificata nel terziario locale, popolato da aziende di piccole dimensioni, e anche – questo adesso ci interessa – in varie forme di lavoro ‘privato’, intendendo per tale quello regolato da un rapporto che intercorre direttamente tra un lavoratore – o una lavoratrice – e una famiglia. Naturalmente, impieghi di questo tipo sono sempre esistiti. Ma il problema è proprio questo: forme di lavoro provenienti dal passato che non soltanto sopravvivono, ma sono come rilanciate, fino a diventare una componente significativa del panorama sociale. In parte, il fenomeno è legato agli enormi aumenti di reddito che si sono verificati in cima alla scala sociale, grazie ai quali manager, programmatori di computer e consulenti finanziari, oltre ad alimentare consistenti flussi di domanda verso i negozi e i ristoranti del terziario locale, hanno di molto infoltito il personale domestico. In parte, riflette cambiamenti di tutt’altro segno, particolarmente l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e l’aumento della popolazione anziana. In ogni caso, antichi rapporti di sapore ‘servile’ sembrano riprodursi su larga scala nel cuore della società contemporanea, delineandone un volto equivoco; né sembra che il compito di modernizzare le attività cui si riferiscono possa essere validamente affrontato nel quadro dei rapporti capitalistici.
Per valutare l’attuale situazione occupazionale, però, c’è ancora da aggiungere qualcosa, che riguarda il rapporto tra il progresso tecnologico e il tipo di concorrenza che si è affermato nei tempi più recenti. Da un lato, certamente, gli aumenti di produttività legati ai processi di automazione hanno avuto un ruolo di primo piano nell’alimentare la situazione di excess capacity che ha portato alla trasformazione dei mercati in teatri di vere e proprie guerre commerciali, sconosciute alla concorrenza ‘corrispettiva’ della golden age. A questo contributo di tipo ‘macro’, però, se ne è intrecciato un altro – un mutamento diffuso, molecolare, in qualche modo di tipo microeconomico. Il punto rilevante, qui, è che le tecnologie digitali – combinate con le innovazioni nel settore dei trasporti, che in parte, del resto, ne dipendono – presentano caratteri specificamente riferibili alla formazione di ambienti altamente competitivi, una specifica attitudine a inasprire i termini della concorrenza e soprattutto, per così dire, a renderla ‘universale’. La tesi, in breve, può essere argomentata osservando che esse comportano o consentono:
- processi di de-integrazione dei cicli produttivi, progressivamente trasformati in catene di forniture globali, a ogni anello delle quali diventa possibile operare un confronto tra soluzioni alternative (a parte la riduzione dei costi di trasporto, qui si devono tenere presenti almeno tre aspetti: la possibilità di fornire istruzioni ed effettuare controlli a distanza, la riduzione dei costi associati alla ricerca dei fornitori, il decentramento delle attività che ‘trattano’ informazioni, dato il crollo del costo di trasmetterle);
- un flusso più o meno continuo di innovazioni poste sotto il segno di una crescente specializzazione dei beni e dei servizi, in ragione della quale ogni prodotto, che in un certo momento copra un certo spettro di esigenze, è esposto alla concorrenza di molti altri prodotti, derivanti dalla scomposizione dello spettro nei suoi elementi costitutivi (aspetti rilevanti: il grado di ‘astrazione’, positivamente correlato alla possibilità di concepire beni e servizi via via più specializzati, la possibilità di realizzarli a basso costo anche su scala ridotta e quella di segmentare il mercato raccogliendo informazioni analitiche sui clienti);
-
effetti di abbattimento delle barriere all’entrata costituite dalla quantità di capitale da immobilizzare per avviare una attività d’impresa (oltre la pura e semplice riduzione di costo di molte attrezzature, si deve tenere presente che la riorganizzazione dei processi produttivi in catene di forniture globali consente la trasformazione di molti costi fissi in costi variabili e che la differenziazione dei prodotti riduce le dimensioni dei mercati profittabili);
- effetti di maggiore agibilità dei mercati dal lato dei consumatori finali (come già nel caso delle catene di fornitura globali, Internet aumenta la facilità di confrontare le offerte e di trasmettere gli ordini di acquisto, l’evoluzione nel settore dei trasporti consente di pagare prezzi ragionevoli per la consegna di quello che si è ordinato);
- effetti di visibilità dal lato dei fornitori, ovvero la riduzione dei costi necessari a ‘farsi conoscere’ e a raggiungere i potenziali clienti (senza mettere in piedi grandi reti di distribuzione, che sono un altro costo fisso).
Tutto ciò può ben essere stato sopravvalutato negli anni ruggenti della new economy, ma senza dubbio ha segnato un mutamento profondo, riassumibile in una “stupefacente volatilità dei prodotti”(39), in una forte “instabilità” della posizione di ogni impresa, in un generale e permanente stato di “incertezza”, sconosciuto al capitalismo delle grandi economie di scala(40). Insomma, per fissare il punto con le parole di Robert Reich, “a partire dal 1970, e con crescente rapidità, un’ondata di nuove tecnologie ha rimpiazzato gli stabili sistemi di produzione di un tempo con una varietà di venditori in continuo cambiamento”(41). Complici, certo, le strategie di deregulation adottate dai governi, che nella nuova situazione, tuttavia, hanno trovato un ambiente molto favorevole.
Non a caso abbiamo citato Reich. Per quanto egli sottolinei i vantaggi che la nuova situazione ha portato agli individui come consumatori, ancora di più insiste sui danni che ha recato loro come lavoratori. Innanzi tutto, condizioni di concorrenza tanto stringenti – sia per ragioni ‘macro’, sia per via delle dinamiche ‘micro’ appena prese in considerazione – si sono tradotte in violente pressioni sugli occupati nei comparti industriali e dei servizi già organizzati secondo gli standard della golden age. In due forme tipiche: operazioni di riduzione del personale riguardanti migliaia di posti di lavoro alla volta; operazioni di rinegoziazione dei contratti in essere, ovvero drastiche riduzioni dei livelli retributivi e di ogni altro beneficio, agevolate, come sappiamo, dal fatto che l’occupazione nel terziario ‘povero’ è un’alternativa ancora meno appetibile, e comunque incerta. Con il concorso, di nuovo, delle strategie di deregulation adottate dai governi e per effetto, certo, dei criteri di valutazione imposti dai mercati finanziari; che a loro volta, però, hanno fatto leva su possibilità già iscritte nei nuovi modelli di organizzazione delle attività produttive.
Sennonché, oltre che su questi effetti, gravi e vistosi, bisogna insistere ancora sulla situazione di generale insicurezza emersa dalle trasformazioni degli ultimi decenni, che sul mercato del lavoro mostra il suo aspetto più aspro e problematico. Manco a dirlo, le condizioni di volatilità, instabilità, turbolenza sperimentate dalle imprese si trasmettono ai lavoratori come richieste di flessibilità, che a loro volta assumono varie forme: quelle che coincidono con la crescente precarietà dei contratti, ma anche quelle che riguardano piuttosto l’intensità del lavoro e, più in generale, la disponibilità a soddisfare senza remore le esigenze connesse all’andamento dei cicli produttivi. Il risultato, appunto, è uno stato di stress diffuso e permanente: sia quando il lavoro non c’è, e però bisogna trovarlo; sia quando c’è, e però è a termine e il dopo è avvolto nell’incertezza; sia, anche, quando si gode di una posizione più o meno vantaggiosa, e però bisogna assecondare tutte le pretese che vi sono collegate, perché il rischio di perderla è sempre, come si dice, dietro l’angolo. In particolare, il problema riguarda le prospettive delle nuove generazioni. I loro rappresentanti più fortunati, quelli che possono contare su cospicue risorse familiari, possono anche interpretare la situazione in chiave ‘progettuale’, come realizzazione di molteplici esperienze disposte lungo percorsi di crescita; ma in generale, condizioni di precarietà e di stress non aiutano affatto a elaborare progetti di vita autonomi e soddisfacenti (né la prolungata dipendenza dalla famiglia è un fatto positivo). Comunque, la probabilità che le preoccupazioni legate al lavoro finiscano per dominare la vita delle persone, giovani e adulte, mortificando ogni altra esigenza, è oggi particolarmente elevata, proprio perché specificamente connessa ai livelli di competizione che si registrano sui mercati: su questo, in particolare, Reich ha pagine vivaci e convincenti, che suggeriscono un approccio ‘comprensivo’ alle questioni poste dal capitalismo contemporaneo.