Torna alla sezione >>

Introduzione...

Sulla complessiva, straordinaria e travagliata esperienza di Lino Bicari nella Guinea Bissau, vedi le brevi notizie nel corsivo di presentazione del saggio seguente. In occasione della Pasqua del 1974, sei mesi prima che il Paese fosse evacuato dai portoghesi, Bicari fu intervistato dalla radio delle zone liberate nella cittadina di Boé, capitale provvisoria della nuova Repubblica indipendente proclamata il 24 settembre 1973. Egli ci ha ora amichevolmente inviato il testo di tale ampia intervista, della quale pensiamo siano da apprezzare non soltanto il pregio come documento storiografico, ma la lucidità dei contenuti, il respiro umano, religioso e politico delle tesi sostenute. Non a caso gli anziani di Bissau ne ricordano ancora l’effetto chiarificatore e stimolante.

La centralità dell’educazione in una società “insidiata dal demone della facilità”.

BOE’, 3 APRILE 1974: INTERVISTA A LINO BICARI

Radio Liberazione trasmette oggi un’intervista a p.Lino Bicari, sacerdote italiano che da anni opera nella nostra terra. Dopo essere stato nelle zone sotto occupazione coloniale, è venuto a vivere e a lavorare con noi in una delle zone liberate. Gli rivolgiamo alcune domande.

D. Padre Lino, perché hai lasciato le zone occupate e sei venuto a sostenere la lotta per l’indipendenza nelle zone liberate dal PAIGC? [Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capoverde – n.d.t.]

R. Prima di venire in Guinea Bissau otto anni fa, avevo idee alquanto vaghe sulla vera situazione nelle colonie portoghesi. Nel mio Paese non se ne sapeva niente, fino a quando, nel 1973, due tragici avvenimenti richiamarono l’attenzione dell’opinione pubblica italiana ed europea. Mi riferisco al vile assassinio di Amilcare Cabral, ad opera di emissari del colonialismo portoghese, e alle rivelazioni sui crimini commessi a Wiriamo, nel Mozambico, cioè su uno degli innumerevoli massacri programmati ed eseguiti dalle truppe coloniali portoghesi in Africa per rappresaglia e per terrorizzare le popolazioni. Nei mesi della mia permanenza in Portogallo, tra il 1966 e il 1967, potei capire i motivi di quella mancanza d’informazioni. Lì mi resi conto che tutte le comunicazioni da e per l’estero, e perfino la corrispondenza privata, erano sottoposte al più stretto controllo. Solo qualche giornalista italiano di chiaro stampo fascista aveva la possibilità di visitare il Portogallo e le colonie, dando poi della situazione idee false e addomesticate.

In quel periodo trascorso a Lisbona in attesa del visto e per imparare la lingua portoghese, dovetti frequentare un corso organizzato dal “Ministero per l’Oltremare”. In questo corso, il governo portoghese cercava di convincere i missionari esteri che la presenza del Portogallo nei “territori d’Oltremare” – come li chiama – era ed è giusta e costituisce un punto d’irradiazione della civiltà cristiana. Per me – e, credo, per la maggior parte dei missionari esteri – quel corso ebbe un effetto diametralmente opposto: mi convinse che tale presenza tendeva solo a dominare e a sfruttare le cosiddette “province d’Oltremare” a vantaggio delle imprese commerciali e bancarie nazionali e delle industrie multinazionali. E’ la stessa storia di tutti i colonialismi – italiano, inglese, francese, belga, ecc. – che proclamano all’unisono di essere “apportatori di progresso”, mettendosi la maschera della “civiltà cristiana”: e questa è la falsità più odiosa, perché agli occhi della gente rende Dio complice di delitti umani. La realtà che ho vissuto successivamente – sia visitando, nel corso del mio viaggio in nave, le isole di Capoverde, sia risiedendo in vari luoghi della Guinea, specie a Bafatà – mi ha dato conferma di quanto mi attendevo sugli effetti dell’operazione coloniale portoghese. Essi sono i seguenti.

In primo luogo un razzismo che, pur non essendo dello stesso tipo di quello praticato dal governo sudafricano, è forse ancor più pericoloso per il futuro delle genti dell’Africa, perchè misconosce di proposito i valori delle loro culture e vorrebbe trasformare gli africani in portoghesi attraverso la propaganda, il “lavaggio del cervello”, la scuola e l’introduzione indiscriminata di strutture, usi e costumi europei, inclusi i peggiori. Ne dà una prova il sistema dell’insegnamento, al quale io stesso ho preso parte. Tutto ciò che le autorità coloniali si sforzano di fare in campo scolastico, tende a convincere gli insegnanti, e a loro mezzo gli alunni, che un africano non arriverà mai ad essere un vero uomo finchè non avrà assunto abitudini, lingua, religione e mentalità portoghesi; in altre parole, finchè non si sarà adeguato alla cultura portoghese in tutto e per tutto. Questo tentativo, a veder bene illusorio, è però di grave pericolo per le popolazioni ancora sotto la presa permanente del sistema coloniale.

E’ in tale clima che sono frequenti quei fenomeni del tipo delle “colletti bianchi”, del “mimetismo” – in lingua creola “brancundade” [e in italiano “imbiancatura”- n.d.t.] - , del carrierismo, ecc., da cui è affetta quella minoranza di africani che, raggiunto un certo grado di cultura europea (cioè appunto di “brancundade”) , non aspirano ad altro se non a imitare i “padroni colonialisti” coloniali e a procurarsi impieghi e posizioni sociali che li rendano simili ad essi. Tutto ciò a costo della perdita dei valori culturali africani e di un servilismo quanto mai umiliante. Si è formato così l’esiguo ceto degli “assimilati”, oppresso dal colonialismo e strumento, a sua volta, dell’oppressione del popolo. Un altro effetto del colonialismo è l’accentuazione degli antagonismi tribali, che riproduce l’antica politica dell’Impero Romano, sintetizzata nel famoso assioma “Divide et impera”, cioè dividere per dominare. Inoltre le masse popolari sono condannate a uno stato di infantilismo politico, poiché tenute nella più totale ignoranza delle regole e dei metodi dell’amministrazione pubblica.

In campo economico, ho notato aspetti di sfruttamento delle nostre risorse naturali (ad esempio il legno), con facili vantaggi per poche famiglie; l’imposizione di monoculture per prodotti da esportare; l’indebitamento cronico della gente del popolo, che, per vivere, è costretta a pagare una rata dietro l’altra con interessi eccessivi, il che si traduce, nella pratica, in furti legalizzati di bestiame e di raccolti ai contadini. Potrei parlare anche del lavoro forzato nelle opere pubbliche, sebbene finanziate con appositi stanziamenti di bilancio. In quali tasche vanno a finire? E che dire delle migliaia di persone che ogni anno vengono arruolate per tagliare gli sterpi lungo le strade, ricevendo come paga quotidiana un boccone di riso, cotto in recipienti che puzzano ancora di gasolio? Questo è ciò che ho visto nei territori sotto dominio coloniale chiamati “Guinea portoghese”.

Solo in apparenza il sistema ha dei lati positivi; essi finiscono in realtà, a breve o lungo termine, per incrementare la formazione di una società classista e razzista e, nella migliore delle ipotesi, servono di puntello allo sfruttamento neo-coloniale. La politica intrapresa negli ultimi anni dal generale Spinola per porre riparo a questo stato di cose, vale solo a nascondere agli occhi di molti ingenui la reale intenzione di protrarre un dominio coloniale che, non dimentichiamolo, è causa di tre guerre africane, con tutti gli orrori che le accompagnano.

D. Che puoi dirci su alcuni atteggiamenti più aperti assunti da una parte della Chiesa cattolica, non esclusa quella portoghese? Quali potranno esserne le implicazioni?

R. Parlo come fedele della Chiesa cattolica, cioè della comunità di coloro che credono in Cristo, che lavorano, lottano e muoiono per i princìpi affermati e testimoniati da Cristo con la sua vita e con la sua morte: per i princìpi della libertà, dell’uguaglianza fra gli uomini, della fraternità fra gli uomini; per tutti quei valori che, oltre ad essere evangelici, sono anche universalmente riconosciuti. Sono convinto che alla radice del diverso atteggiamento che la Chiesa portoghese va assumendo a poco a poco nei confronti del colonialismo, sta la sua natura medesima di Chiesa cattolica, nel senso che Cristo è presente in essa e la ispira a convertirsi e a rinnovarsi tenendo conto delle esperienze positive e negative da essa vissute, così come delle esperienze dell’intera società umana. In vari suoi documenti la Chiesa cattolica ha già affermato i diritti della persona umana e dei popoli; ma nella nostra situazione, come in altre, è necessario che vi siano uomini, credenti o non credenti, i quali agiscano concretamente per difendere questi diritti, anche a costo della vita.

Nella Guinea, come in Mozambico e in Angola, non manca chi si è assunto questo compito, pagando con l’esilio, o con la prigione, con la tortura e anche col sacrificio estremo. Tra costoro vi sono credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, e vi è anche chi ha lasciato la fede a causa dello scandalo di una Chiesa corresponsabile dell’oppressione coloniale in cui vive ancora gran parte dei popoli dell’Angola, del Mozambico, della nostra Guinea e Capoverde. Aumenta sempre più il numero di coloro che, di fronte a queste realtà di fatto, vengono a ingrossare le fila di chi combatte in vari modi per la giustizia, per la libertà, per l’uguaglianza, insomma per il rispetto dei diritti delle persone umane e dei popoli. In questo quadro si danno alcune novità anche per quanto riguarda la Chiesa portoghese.

Prima quelli che si rifiutavano di collaborare con il potere coloniale erano soprattutto cristiani africani e missionari non portoghesi; tra i missionari portoghesi erano solo poche eccezioni. Il governo colonialista e fascista del Portogallo non aveva nessuna remora ad accusare tutti costoro di essere anti-portoghesi, filo-tribalisti, settari, comunisti, ribelli alla stessa Chiesa. Ma adesso tale governo colonialista e fascista, mascherato di cattolicesimo e di filantropia, dovrebbe cominciare a rivolgere queste accuse alle stesse gerarchie della Chiesa portoghese, dato che finalmente in seno all’episcopato portoghese c’è, anche nelle colonie, chi ha aperto gli occhi e si è messo coraggiosamente dalla parte giusta, a difesa dei diritti umani e dei popoli.

Le future conseguenze di queste nuove posizioni che vanno profilandosi nella Chiesa portoghese, oltrechè religiose saranno anche, inevitabilmente, politiche. Se queste nuove posizioni diverranno più nette, il governo coloniale portoghese sarà costretto a gettare la maschera di “cattolico” e a rivelarsi per ciò che veramente è: strumento di subordinazione della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose agli interessi di una oligarchia. Potrà quindi avere inizio una politica di repressione contro tutti coloro che avranno scelto veramente la causa dei poveri e degli oppressi e si saranno messi al loro fianco. Secondo me e secondo molti credenti, questa potrà essere per la Chiesa portoghese la condizione migliore, perché allora sarà vera Chiesa di Cristo, il quale non accettò mai compromessi col potere, non volle mai privilegi di carattere politico, ma solo la forza della verità e della giustizia. Rattrista vedere tuttavia che nel suo insieme questa Chiesa, come in altri momenti storici, è in ritardo. Quanto più continuerà ad esserlo, tanto più dovrà poi pagare la sua “conversione”.

D. In questi giorni abbiamo saputo tutti della posizione coraggiosa assunta da mons. Manuel Vieira Pinto, vescovo di Nampula in Mozambico, e dai suoi missionari, che all’aeroporto di Quelimane sono stati aggrediti e picchiati da coloni istigati dalla PIDE-DGS [polizia politica – n.d.t.] e sono stati espulsi. Che ne pensi, padre Lino?

R. La posizione assunta da mons. Manuel Vieira Pinto, vescovo di Nampula – che era stata preceduta da quella dell’attuale vescovo di Porto, in Portogallo, e nel Mozambico dal vescovo di Beira, il compianto mons. Sebastião – è certamente un segnale di “conversione” da parte della Chiesa portoghese e di quella delle colonie portoghesi. Ma è anche feconda conseguenza della storia recente di sofferenze e martiri, sia nell’ambito della Chiesa mozambicana, sia e soprattutto dell’intero popolo del Mozambico, di quelli delle altre colonie e dello stesso Portogallo. Ciò che all’aeroporto di Quelimane è accaduto al vescovo mons. Manuel Vieira Pinto e ai suoi missionari, è una prova evidente di quanto ho detto poo fa: se la Chiesa si mette a fianco dei poveri e degli oppressi, dovrà necessariamente condividere la loro sorte, perché i ricchi e gli oppressori la perseguiteranno come perseguitano i poveri

D. Cosa rispondi a coloro che certamente ti accuseranno di aver lasciato l’evangelizzazione per la politica e di aver scelto di sostenere la “violenza rivoluzionaria”, che molti ritengono contraria al Vangelo?

R. Certo nessuno può pretendere di essere un perfetto seguace del Vangelo, io meno di tutti, ma mi convinco sempre più che la mia scelta è stata sostanzialmente conforme al Vangelo, e spero di non allontanarmene mai. E’ vero che la mia scelta ha avuto anche un significato di adesione a una politica giusta a sostegno della lotta per i diritti umani fondamentali. Con ciò non ritengo di essermi messo contro il Vangelo né contro gli insegnamenti della Chiesa, della quale voglio restare membro attivo, assumendomi le mie responsabilità e se necessario pagando con la vita. Nell’ultimo documento del Concilio ecumenico Vaticano II [“Gaudium et Spes”, 7 dic.1965 –n.d.t.], che è stato la più alta assemblea legislativa dell’intera Chiesa cattolica, si leggono, al punto 76, le seguenti dichiarazioni: «In virtù della sua missione e della sua competenza, la Chiesa non s’identifica in alcun modo con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico. La Chiesa riconosce e promuove la libertà politica e la responsabilità dei cittadini.

«La Chiesa non ripone le sue aspettative nei privilegi che possono esserle accordati dall’autorità civile. Al contrario, è pronta a rinunciare all’esercizio di diritti legittimamente acquisiti, qualora veda nel loro uso la possibilità di sollevare dubbi sulla sincerità della sua testimonianza. «Sempre, in ogni luogo e con vera libertà la Chiesa ha diritto di predicare la fede e di insegnare la sua dottrina sociale, di svolgere senza ostacoli la sua missione e anche di esprimere il suo giudizio morale sul terreno della vita politica, qualora lo esigano i diritti fondamentali della persona umana e la salvezza delle anime». Questo ha affermato solennemente la Chiesa. Ma affinchè sia più chiara la contraddizione da cui sono voluto uscire, citerò altri due documenti. L’articolo 2 dello Statuto Missionario portoghese dice testualmente: «Le missioni cattoliche portoghesi sono istituzioni al servizio dell’Impero e la loro ispirazione è eminentemente civilizzatrice».

L’altro testo è tratto dal Bollettino dei Cappellani militari dell’Esercito portoghese, che ho avuto per caso. Esprime molto bene la strumentalizzazione delle cose più sacre da parte delle autorità politico-militari portoghesi: «Il cappellano militare è uno degli elementi più importanti del nostro esercito, in quanto, nel predicare la dottrina della carità cristiana, è di grande aiuto all’opera di riunificazione e pacificazione di tutti i popoli delle povince d’Oltremare sotto l’unica bandiera portoghese». Questi veri sacrilegi non violano soltanto la religione cristiana, ma anche quella islamica. Ne è prova il giuramento sul Corano imposto dalle autorità militari portoghesi alle popolazioni musulmane dei “villaggi strategici” della zona di Bafatà-Gabù, per obbligarli a difendere la “patria portoghese”. E’ da sapere che lo stesso Corano vieta il giuramento, quando comanda: «Non pronunciare giuramenti su cosa farai o non farai nel futuro, poiché non sai se potrai mantenere l’impegno».

Per rispondere a chi mi accusa di mettere il Vangelo al servizio della politica, mi bastano poche parole: preferisco rischiar di sbagliare appoggiandomi sul Vangelo a sostegno della politica dei poveri e degli oppressi, piuttosto che sbagliare usandolo a vantaggio della politica di oppressione dei diritti umani, degli individui e dei popoli. Sulla mia scelta di sostenere la “violenza rivoluzionaria”, vorrei chiarire anzitutto che sono venuto nelle zone liberate della Guinea Bissau e Capoverde per lavorare in campo sociale a favore delle popolazioni e per partecipare, in accordo con i responsabili dei vari settori, all’edificazione di una società più giusta. Sto vedendo qui, con i miei occhi, che questo è l’obiettivo e lo sforzo di tutti i militanti e del popolo, che di giorno in giorno prende coscienza delle sue nuove condizioni di vita.

Sulla questione della violenza, bisogna distinguere con chiarezza tra i vari generi di essa. Ce n’è un primo tipo, il cui nome è violenza istituzionalizzata, che condanna un gruppo o un popolo a uno stato di oppressione e di ingiustizia. Questa violenza provoca prima o poi la reazione violenta degli oppressi per affermare e difendere i propri diritti fondamentali, ed è il secondo tipo di violenza. Contro questa si scatena la violenza repressiva: è un terzo tipo di violenza, alleato del primo. Ce n’è infine un quarto tipo, esso pure alleato del primo, ed è la violenza di tutti coloro che, in una situazione ingiusta, tacciono oppure condannano tutte le violenze indiscriminatamente, senza far distinzioni tra di esse. Questa è la situazione in cui ci troviamo noi in Guinea. Chi ha preso le armi dopo aver tentato inutilmente di ottenere con mezzi pacifici il rispetto dei diritti propri e del proprio popolo, ha scelto giustamente la violenza della rivolta contro l’oppressione e deve continuare la lotta contro le altre tre violenze, che nel nostro caso assumono la forma di: -ingiustizia del sistema colonialista e neo-colonialista; -repressione da parte dell’esercito coloniale; -silenzio o condanne vaghe ad opera di molti, fra i quali gran parte della Chiesa cattolica.

D. Padre Lino, se vuoi dire qualcosa ai cristiani e ai soldati portoghesi, i nostri microfoni sono a tua disposizione.

R. Ringrazio la Radio Liberazione per avermi dato l’opportunità di chiarire il mio punto di vista e i motivi che mi hanno spinto alla decisione di lasciare le zone ancora illegalmente occupate dal Portogallo, per passare nelle zone liberate della nuova Repubblica della Guinea Bissau. Grazie per avermi consentito di esprimere almeno qualcuno degli aspetti della mia fede, quelli aventi diretta attinenza con la situazione concreta che stiamo vivendo in Guinea. Come missionario, l’esortazione che vorrei rivolgere a tutti coloro che hanno una fede in Dio, siano essi cattolici, protestanti, musulmani o di altra religione, è la seguente. “Purifichiamo la nostra fede da tutto ciò che tende a trasformarla in ostacolo a un vero progresso della nostra società in una Guinea libera e indipendente. Liberiamo le espressioni della nostra fede da tutto ciò che è superstizioso, contrario a ragione, da tutto ciò che è mera esteriorità, formalismo, ipocrisia e proselitismo. Se così faremo, la nostra fede sarà di grande aiuto all’edificazione di una società più umana e più giusta”. Detto questo, penso sia inutile dispensare molti altri consigli. Chi mi ha ascoltato, credente o non credente, ha una coscienza per giudicare e per scegliere cosa è più giusto e opportuno fare. Credo in Dio e in Cristo, ma credo pure nella capacità dell’uomo di scegliere ciò che gli si dimostra buono e giusto. Cristo ha detto: «Chi ha orecchie per intendere, intenda». Finchè ci sarà tempo.

Torna alla sezione >>