LA LEZIONE DI “MIRAFIORI”
Schema di ragionamento
“Mirafiori” ci ha ri-sottoposto con palmare evidenza che il capitalismo, per esistere, ha bisogno non solo del lavoro, ma di un lavoro sfruttato in tutta la misura in cui gli riesce di farlo. Il lavoro massimamente sfruttato è vitale componente interna al capitalismo stesso.
Ma il capitalismo rimane - e rimarrà, non sappiamo se proprio per vari altri “secoli” (G. Ruffolo), ma certo per un futuro allo stato delle cose indeterminato e indeterminabile - l’unico modo di organizzare l’economia, sia pure per fasi e in forme cangianti. Di organizzare quindi l’intera vita umana, non perché l’economia ne debba essere per principio la dimensione dominante, ma perché lo è di fatto finché sta appunto sotto segno capitalistico.
Ne deriva – riprendendo la “lezione” marxiana nei termini critici proposti dalla Rivista Trimestrale – che solo puntando in primo luogo ed essenzialmente (limitarsi a un misero “anche” è rimanere nelle lunghe e noiose elencazioni di questo o quel compromissorio “programma” per punti e per virgole) sulla difesa e sul riscatto del lavoro, sono realisticamente possibili due cose:
- riequilibrare, fin dove la logica e le “compatibilità” capitalistiche lo consentono, il rapporto di forza capitale-lavoro (insieme a una sia pur parziale sopportabilità sociale e umana di quelle);
- prospettare - e cominciar a preparare - un’uscita dal capitalismo in termini coerenti, e non variamente utopistici (“antisviluppismo”, “altromondismo”, “tempoliberismo”, ossia “libertà” dal lavoro di una vita umana che se ne va per conto suo chissà dove, ecc. ecc. Il tutto condito a volte con pietose riesumazioni di certe pagine dei “Grundrisse” lasciate cadere dal loro Autore).
Condizione teorica di quanto sopra: distinguere bene tra capitale (nelle sue categorie essenziali: surplus, accumulazione, divisione del lavoro, ecc.) in quanto moderna conquista di un dispiegato, articolato, fecondo sviluppo della dimensione economica del vivere umano, e capitalismo, in quanto distorta forma storica (quindi non eterna: due secoli non sono l’eternità) del raggiungimento di tale conquista.
Condizione pratica: mobilitare di nuovo sotto un’unica grande bandiera internazionale tutte le forze sociali interessate alla rivincita del lavoro, che sono sempre la maggioranza delle società e dei popoli, ancorché oggi massimamente frammentate dal punto di vista contrattuale, funzionale, operativo, separate da abissi retributivi da nazione a nazione, da continente a continente, divaricate tra livelli molto distanti di “conoscenze”, di “saperi”, di “know how”, ecc. Ma non è proprio questo che si è prefisso, ottenendolo, il “capitalismo assoluto” che patiamo da trent’anni, ma che oggi è – non a caso – in crisi profonda, proprio per essere andato troppo oltre nella sfrenatezza e nella prepotenza esclusivistica? Non è precisamente a partire dalla coscienza (e coscientizzazione) di questo stato di cose che va lanciato l’appello?
“E’ difficile”. Ma quando mai le battaglie per fini giusti e sacrosanti sono state facili? Tutt’altro che facile fu la riduzione della giornata lavorativa dalle 16 o 14 ore imposte anche a donne e fanciulli (cfr. ad es. F. Engels: La situazione della classe operaia in Inghilterra). Tutt’altro che facile cominciar ad organizzare sindacalmente e politicamente operai e braccianti. Tutt’altro che facile la rivoluzione del 17. Tutt’altro che facile la battaglia di Stalingrado.
Forme organizzative, modalità tattiche, campagne di sensibilizzazione, in parte possono esser tratte da quanto già esiste, in parte verranno formandosi “in itinere”. E così per le avanguardie (giovani, donne, ma non solo) e per le necessarie dirigenze.
V. T.
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