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Premessa...

I due volumi di Marisa Rodano sotto il titolo comune Del mutare dei tempi (Ed. Memori, Roma 2008) hanno destato molto interesse e avuto numerose recensioni: su Noi donne, Europa, La Repubblica, L’Unità, il Manifesto e altrove. Trascriviamo alcuni brani del secondo volume – L’ora dell’azione, la stagione del raccolto, 1948-1968 – nei quali l’Autrice parla con intelligenza politica e, ancor oggi, coinvolgimento emotivo, di un momento-chiave della sua vita e di quella del marito Franco. Si tratta della proposta di candidatura alla Camera dei deputati ricevuta, nel 1948, dalla dirigenza del Partito comunista italiano; delle motivazioni intuibili “a monte” di tale proposta; del significato che essa veniva ad avere per lei e per Franco («perché me e non lui?»); delle conseguenze a lungo termine che Franco doveva trarne circa i modi di prosecuzione del suo proprio lavoro politico.

La proposta di candidatura per la Camera dei deputati mi era giunta improvvisa e imprevista nei primi mesi del ’48: ero emozionata, e non poco. Dovevo essere assai ingenua e sprovveduta per non vedere o non accorgermi del complicato intreccio che dietro quella candidatura si celava […].
Franco avvertiva lucidamente che la scelta di candidare me alla Camera dei deputati non era così limpida come poteva apparire a prima vista. Si rendeva ben conto della logica a essa sottesa: il mio nome tra i candidati del PCI nella lista del Fronte – era probabile che così avessero ragionato i dirigenti comunisti – avrebbe potuto non solo catalizzare e trasformare in voti l’area di consenso raccolta, in particolare a Roma, attorno alla Sinistra cristiana e al suo leader più prestigioso, cioè Franco stesso; avrebbe, soprattutto, contribuito a dare visivamente alla lista un carattere di apertura e confermare l’immagine del PCI come partito nuovo, ricco di persone provenienti da esperienze ideologiche, politiche, culturali diverse.
Il fatto, però, di voler candidare me anziché, come sarebbe stato logico, chi della vicenda della Sinistra cristiana era stato il massimo esponente, suggeriva il sospetto che fosse proprio lui che non si intendeva valorizzare e indicare come simbolo dell’apertura del PCI. La personalità di Franco era ritenuta troppo significativa, e perciò troppo “ingombrante”? O l’interdetto da cui Franco era stato colpito costituiva un problema politico, metteva in imbarazzo anche il PCI?(1)[…] Significava, forse, che mettere in risalto un cattolico raggiunto da sanzioni ecclesiastiche, potesse essere ritenuto dal PCI un handicap per la sua politica? Franco non era stato bersaglio dell’interdetto per motivi dottrinali o religiosi – non si trattava insomma di candidare un “eretico” -, quella sanzione gli era stata comminata formalmente per un problema di disciplina interna all’apparato ecclesiastico, anche se era, con tutta evidenza, il diretto risultato della sua scelta politica a fianco della classe operaia. Ora, se il PCI considerava l’interdetto un impedimento, non si potevano non trarne conseguenze di carattere generale; Franco era indotto a ripensare complessivamente l’impianto strategico della sua azione.
Anche da un punto di vista individuale, le ripercussioni rischiavano di essere pesanti: insomma, non solo Franco era stato colpito dalla Chiesa per metterlo ai margini della comunità ecclesiale e tentare di limitare la sua influenza nell’ambito cattolico, ma veniva posto in disparte anche dal PCI: era evidente che le sue prospettive personali di impegno politico erano fortemente ridimensionate […]. Non è certo facile, per chi è stato un dirigente indiscusso e di prima linea, accettare una siffatta situazione […]. E, a quel tempo, si riteneva inammissibile che una donna avesse un ruolo pubblico superiore a quello del marito […].
Franco non poteva non riflettere su come continuare la sua battaglia in forme diverse da quelle praticate fino a quel giorno. Aveva fondato un movimento e un partito, si era poi battuto per scioglierlo quando si era convinto che la presenza di un partito cristiano di sinistra diveniva un equivoco e soprattutto un ostacolo al perseguimento dell’obiettivo di far uscire il PCI dal fissismo dogmatico e di favorire un processo diretto a sconfiggere, dentro la Chiesa, le correnti più visceralmente anticomuniste; per questi motivi aveva scelto la militanza dentro il PCI. Se doveva ridimensionare il suo impegno nel Partito, bisognava trovare altre vie, inventare modi inediti per perseguire gli stessi scopi. Che Franco fosse cupo e non avesse voglia di spiegarmi il perché della sua cupezza, oggi mi appare ben comprensibile: si trovava di fronte, ad un tempo, a una svolta esistenziale e a un complesso nodo politico. Infine, Franco – come Togliatti del resto – era assai perplesso sulla operazione stessa del Fronte democratico popolare, la quale prefigurava una campagna elettorale di scontro frontale, che – lui ne era convinto – non costituiva un terreno favorevole per la vittoria delle forze di sinistra.
Nelle scelte che Franco venne maturando pesarono sicuramente l’amore per me e soprattutto il fatto di essere credente. Non tanto perché, come ha scritto Alessandro Manzoni, “è una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana il poter consolare e indirizzare chiunque, in qualsivoglia termine, ricorra ad essa…”, poiché “essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù”. A Franco era assolutamente aliena una concezione del cattolicesimo come sostegno consolatorio, puntello in grado di render più agevole, a chi vi si trovi costretto, di operare rassegnate rinunce. Franco non era “religioso”, era uomo di fede. E se fede significa che l’amore per Dio e quello per il prossimo, e di conseguenza il servizio a Dio e il servizio al prossimo, sono dono gratuito, una peculiare e personale chiamata, si comprende come il credere offra motivazioni forti a scelte difficili; fornisca elementi di lucidità superiore per individuare ciò che giova oggettivamente alla causa in cui si è impegnati e ciò che invece promana dalle proprie ferite psicologiche: vi si possono trovare i mezzi per resistere alla tentazione di considerare il successo misura dell’efficacia del proprio umano agire; aiuta ad acquisire un acume sufficiente a valutare il potere come mero strumento e non come obiettivo in sé; consente di sottrarsi alla fascinazione dell’operare al fine di conseguire popolarità, prestigio, rinomanza, fama. Di certo Franco condivideva il pensiero di Caterina da Siena sulle virtù necessarie al politico, chiamato ad amministrare non “cosa sua”, ma “cosa prestata”.
Nei suoi scritti Franco è tornato più volte sul brano della lettera di Paolo ai Filippesi (2-6/11) che parla dell’annichilirsi di Cristo, e non è casuale che interpretasse quel termine nel senso di “farsi uomo” e perciò “porsi al servizio”(2). Ma possedere forti motivazioni non mette al riparo dalle tentazioni, né, tanto meno, risparmia sacrificio e sofferenza; non fornisce ricette facili per saper/poter agire “in abscondito”.

N O T E

(1) Franco Rodano era stato colpito da interdetto personale, ad opera della Sacra Congregazione del Concilio, nel dicembre 1947, dopo la pubblicazione su “Rinascita” di due articoli (suggeriti da un sacerdote umbro, don Luigi Rughi) sui preti poveri. Negli articoli si proponeva di adottare, a livello diocesano, la perequazione dei beni ecclesiastici.
(2) Si veda Lezioni di storia ‘possibile’, Edizioni Marietti, Roma 1986.

Postilla

Nell’ultimo capitolo dello stesso secondo volume, l’Autrice spiega le ragioni per cui interrompe al 1968 "la ricostruzione degli eventi grandi e piccoli, pubblici e privati" che avevano contrassegnato fino ad allora la sua esistenza. "Un’epoca finiva – scrive -, un’altra ne cominciava" per il movimento operaio internazionale, per il PCI, per la politica italiana. E dichiara che, a questo punto, una fase della sua vita era definitivamente conclusa, anche per la non casuale coincidenza di quel passaggio di epoca con importanti mutamenti che la riguardavano personalmente: dalla Camera al Senato (una specie di pre-pensionamento, dice), dall’Unione Donne Italiane ad "altri terreni di interesse e di impegno".
Altri interessi, altri impegni, dunque, ma pur sempre nel quadro di una vita complessivamente dedicata alla “buona battaglia”.
Doveva iniziare – si legge nelle ultime righe del volume - "la lunga agonia della prima repubblica". Ma ecco che, ben lontana dalla rassegnazione, l’Autrice pone subito alcune domande: "Era inevitabile che la proporzionale e il regime parlamentare si arrovesciassero nella proliferazione dei partiti, nell’ingovernabilità, nella corruzione e nella crisi della democrazia? O ciò è avvenuto perché non si è riusciti a creare condizioni politiche sufficienti, non si è realizzato quello che Franco avrebbe chiamato “l’innervamento” della democrazia?" L’Autrice è giustamente convinta che a queste domande bisogna rispondere; e non, evidentemente, per intentare processi alla storia, ma per riprendere una battaglia politica degna del nome nelle mutate condizioni economico-sociali. Solo che per una tale risposta – afferma - "occorrerebbe un altro libro". Significa che non esclude di scriverne uno anche lei sull’argomento, magari proseguendo il tipo di lavoro svolto in questi primi due volumi? Ce lo auguriamo.

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