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Introduzione...

Nell’introdurre – in questo aggiornamento di maggio 2008 del sito a nostra cura – la trascrizione della terza “puntata” del saggio di Claudio Napoleoni "La posizione del consumo nella teoria economica", pubblicato sul n.1/1962 della “Rivista Trimestrale”, abbiamo avvertito che sullo stesso fascicolo furono riportati, a documentazione, alcuni testi di Malthus commentati da Ricardo. Come annunziato, trascriviamo qui anche questi ultimi (più attinenti al contenuto di tale terza “puntata”), con le brevi notizie da cui C.N. li fece precedere. I commenti di Ricardo sono stati da noi intercalati in corsivo al testo di Malthus.

IL RUOLO DEL CONSUMO IMPRODUTTIVO NEI “PRINCIPI DI ECONOMIA POLITICA” DI T. R. MALTHUS E NELLE “NOTE” DI D. RICARDO

I testi che qui di seguito si presentano in traduzione italiana – a commento dell’articolo “La posizione del consumo della teoria economica”, contenuto in questo stesso numero della Rivista – sono costituiti: 1) dalla maggior parte della Sezione IX del Capitolo VII dei Principles of Political Economy di T. R. Malthus, prima ediz. Londra, 1820; 2) dalle note di D. Ricardo al suddetto testo di Malthus.
Le
Note di Ricardo ai Principi di Malthus furono scritte nel 1820, lette da Malthus stesso, da McCulloch, da J.Mill e da Trower prima della morte di Ricardo (1823), scomparvero dalla circolazione per circa un secolo; ritrovate fortuitamente nel 1919, furono per la prima volta pubblicate da T. E. Gregory e J. H. Hollander nel 1928 a Baltimora e ripubblicate, previa collazione del manoscritto e insieme al testo di Malthus, da P. Sraffa come secondo volume dei Works and Correspondence of David Ricardo (Cambridge, “University Press”, 1951).
La presente traduzione, sia di Malthus che di Ricardo, è stata condotta sull’edizione Sraffa. […]

* * *

La terza fra le cause principali che tendono a conservare e accrescere il valore del prodotto favorendone la distribuzione, consiste nell’impiego di lavoro improduttivo, cioè nel mantenimento di una adeguata quantità di consumatori improduttivi.
Abbiamo già mostrato che quando il capitale si accumula rapidamente, o, per parlare più propriamente, quando avviene una rapida conversione del lavoro improduttivo in lavoro produttivo, la domanda, in rapporto all’offerta di prodotti materiali, si estinguerebbe prematuramente, e ogni incentivo all’ulteriore accumulazione verrebbe meno, prima ancora di essere annullato dall’esaurimento della terra. Ne segue che, se non si presuppone che le classi produttive consumino molto di più di quanto l’esperienze riveli, in particolare quando esse risparmiano molto dal loro reddito per aumentare i propri capitali, bisogna assolutamente ammettere che un paese dotato di grandi possibilità di produzione debba possedere un corpo di consumatori improduttivi.

[Nota di Ricardo] - Ai fini della produzione futura, un corpo di lavoratori improduttivi è così necessario e utile come lo sarebbe un incendio che, nei magazzini degli industriali, consumassero quei beni che sarebbero altrimenti consumati da questi lavoratori improduttivi.

Nella fertilità del suolo, nella possibilità da parte dell’uomo di sostituire il lavoro con le macchine, e in tutti gli incentivi all’attività produttiva che sono dati dal sistema della proprietà privata, le grandi leggi della natura hanno consentito che una parte della società potesse godere di certi agi; e se questa benefica circostanza non viene accolta da un numero adeguato di persone, non soltanto si perderebbe un bene positivo, che sarebbe stato possibile in tal modo conseguire, ma il resto della società, lungi dal trarre vantaggio da tale autonegazione, ne verrebbe decisamente danneggiato.
Quale sia il rapporto tra le classi produttive e quelle improduttive di una società, il quale fornisca il maggior incoraggiamento al continuo incremento della ricchezza, è una questione che, come abbiamo detto precedentemente, le risorse dell’economia politica non sono in grado di risolvere.

[N. di R.] – Non troverei alcuna difficoltà a determinare questo rapporto. Le classi improduttive possono ben essere utili ad altri fini, ma non lo sono certo per la produzione della ricchezza.

Tale rapporto dipende da una grande varietà di circostanze, in particolare dalla fertilità della terra e dai progressi che si fanno nella invenzione delle macchine. Una terra fertile e una popolazione geniale non soltanto possono sostenere senza danno una quantità considerevole di consumatori improduttivi, ma anzi hanno assoluto bisogno di tale tipo di richiedenti, se vogliono realizzare le loro capacità produttive. Viceversa, quando la terra è povera e la popolazione poco geniale, ogni tentativo di mantenere dei consumatori improduttivi renderebbe incolta la terra e condurrebbe infallibilmente alla povertà e alla rovina.
Un’altra ragione per la quale è impossibile dire quale rapporto tra classi produttive e improduttive sia il più favorevole all’aumento della ricchezza, risiede nella differenza dei vari gradi di consumo che possono aver luogo tra i produttori stessi.
Si può forse dire che se presso coloro che sono impegnati nella produzione si verifica un consumo sufficiente a mantenere il valore del prodotto, allora non vi sarebbe bisogno di consumatori improduttivi.
Per quanto riguarda in particolare i capitalisti, essi hanno certamente la possibilità di consumare i loro profitti, ossia il reddito che essi possono trarre dall’impiego dei loro capitali; e se essi lo consumassero, con la sola eccezione di ciò che potrebbe convenientemente essere aggiunto ai loro capitali, in maniera da garantire nel miglior modo possibile sia un aumento della produzione sia un aumento del consumo, vi sarebbe una ben piccola necessità di consumatori improduttivi. Ma tale consumo non è compatibile con le effettive abitudini della generalità dei capitalisti. Il grande obbiettivo della loro vita è di risparmiare una fortuna, sia perché è loro dovere provvedere alle proprie famiglie, sia perché essi non possono spendere molto per i propri agi quando sono in genere obbligati ad attendere al loro “scagno” per sette od otto ore al giorno.

[N. di R.] – Com’è possibile che una persona che consumi il mio prodotto senza darmi nulla in cambio, mi metta in grado di accumulare una fortuna? Riterrei che tale fortuna avrebbe maggiori probabilità di costituirsi, se il consumatore del mio prodotto mi desse in cambio un valore equivalente.

Alcuni scrittori hanno sostenuto, come una specie di assioma, che i bisogni dell’umanità possono essere considerati, in ogni epoca, come perfettamente commisurati alle loro capacità di produzione;

[N. di R.] – Credo che ciò sia assolutamente vero; ma, anche ammettendo che sia falso, quale vantaggio potrei trarre dal fatto che qualcun altro consumi i miei beni senza darmi nulla in cambio? In che modo siffatto consumo mi metterebbe in grado di realizzar profitti?
Non riesco a trovare parole sufficientemente forti per esprimere il mio stupore di fronte alle varie proposizioni avanzate in questo paragrafo.
Perché i capitalisti possano mantenere le loro abitudini di risparmio, dice il Sig. Malthus, «essi devono o consumare di più o produrre di meno».

…ma tale affermazione non è sempre vera, neppure in quei casi in cui è possibile ottenere una fortuna senza molta fatica; e in rapporto alla grande massa dei capitalisti essa è completamente contraddetta dall’esperienza. Quasi tutti i commercianti e gli industriali risparmiano, in epoche di prosperità, molto più rapidamente di quanto il capitale nazionale possa aumentare senza deprimere il valore della produzione. Ma se ciò è vero considerandoli nel loro insieme, considerandoli l’uno in rapporto all’altro è del tutto ovvio che, in relazione alle loro effettive abitudini, essi non possono provvedersi reciprocamente un mercato adeguato mediante lo scambio dei loro molti prodotti.
Deve perciò esservi una considerevole classe di altri consumatori, altrimenti le classi mercantili non potrebbero continuare a espandere le loro imprese e a realizzare i loro profitti. In tali classi i proprietari fondiari hanno senza dubbio un posto preminente; ma se le capacità di produzione da parte dei capitalisti sono rilevanti, il consumo dei proprietari fondiari, considerato congiuntamente a quello degli stessi capitalisti e dei loro operai, può ancora essere insufficiente a mantenere e accrescere il valore di scambio dell’intera produzione, può essere cioè insufficiente a far sì che l’aumento della quantità possa più che compensare la caduta dei prezzi. E se ciò accade, i capitalisti non possono perseverare nelle loro abitudini di risparmio. Essi devono o consumare di più o produrre di meno; e quando il semplice piacere della spesa attuale, non accompagnata da un miglioramento della situazione locale e da un aumento di prestigio, è posto a confronto con una continua cura dei propri affari durante la maggior parte del giorno, è probabile che molti di essi saranno indotti a preferire la seconda alternativa, e a produrre di meno. Ma se, per equilibrare la domanda e l’offerta, si verifica una diminuzione permanente della produzione, piuttosto che un aumento del consumo, l’intera ricchezza nazionale, la quale consiste in ciò che si produce e si consuma, e non nell’eccedenza della produzione sul consumo, viene decisamente ridotta.
Il sig. Ricardo si esprime spesso come se il risparmio fosse un fine anziché un mezzo.

[N. di R.] – Dove? Non ricordo di aver mai detto una cosa simile.

Tuttavia anche con riferimento ai singoli, per i quali questo modo di considerare la cosa è maggiormente vicino alla verità, si deve ammettere che il fine ultimo del risparmio è la spesa e il godimento. Ma in riferimento alla ricchezza nazionale, il risparmio non può mai essere considerato, né in via immediata né in via permanente, in alcun altro modo che come un mezzo. Può esser vero che mediante una riduzione del prezzo delle merci, e il conseguente risparmio nella spesa per consumi, si può ottenere la stessa eccedenza della produzione sul consumo che potrebbe conseguirsi mediante un grande aumento dei profitti in condizioni di consumo costante; e se il risparmio fosse un fine, si raggiungerebbe, nei due modi, il medesimo fine. Ma il risparmio non è che un mezzo per aumentare l’offerta dei beni che possono soddisfare i crescenti bisogni della nazione. Se tuttavia esiste già così gran copia di merci che una parte rilevante di esse non è consumata, il capitale così risparmiato, il cui scopo è quello di aumentare ancor di più la disponibilità di merci, e il cui effetto è di abbassare dei profitti già bassi, può essere di una utilità relativamente piccola. Da’altra parte se i profitti sono alti, ciò è un segno sicuro che le merci sono scarse, in rapporto alla domanda, che i bisogni della società reclamano un’offerta, e che un aumento dei mezzi di produzione, conseguibile mediante il risparmio di una parte notevole del nuovo reddito creato dagli alti profitti, e mediante l’aggiunta di tale risparmio al capitale, sarà specificamente e permanentemente benefico.

[N. di R.] – In che modo il consumo improduttivo può aumentare i profitti? Le merci consumate dai consumatori improduttivi, sono date a essi, non vendute per un equivalente. Esse non hanno prezzo – in che modo possono aumentare i profitti?
Il sig. Malthus ha definito la domanda come la volontà e il potere di consumare. Quale potere può avere un consumatore improduttivo? Il fatto che a un industriale tessile si tolgano 100 pezze di tessuto, e con esse si vestano soldati e marinai, aggiungerà forse qualcosa ai suoi profitti? Forse che lo stimolerà a produrre? – Si, nello stesso senso in cui lo stimolerebbe un incendio.

Il risparmio nazionale perciò, considerato come un mezzo per aumentare la produzione, risulta confinato entro limiti molto più ristretti del risparmio individuale. Mentre alcuni individui continuano a spendere, altri possono continuare a risparmiare in grande misura; ma il risparmio nazionale, cioè l’eccedenza della produzione sul consumo, in rapporto all’intera massa dei produttori e dei consumatori, deve essere necessariamente limitato all’ammontare che può essere vantaggiosamente impiegato per soddisfare la domanda; e per creare tale domanda deve esservi un adeguato consumo o presso i produttori stessi o presso altre classi di consumatori.
Adamo Smith ha osservato «che il desiderio di nutrimento è limitato in ogni uomo alla ristretta capacità dello stomaco umano; ma il desiderio delle comodità e degli ornamenti dell’edifizio, dei vestiti, dell’equipaggio e dell’arredamento della casa sembra non avere alcun limite o confine certo». Che non vi siano confini i>certi è senza dubbio vero; che non vi siano limiti è, bisogna ammetterlo, una espressione troppo forte, allorché si consideri come tale desiderio venga praticamente limitato da quel lusso equivalente che risiede nell’indolenza, o dal generale desiderio dell’umanità di migliorare le proprie condizioni e di provvedere alla famiglia; principio questo che, come lo stesso Adamo Smith rileva, è tutto sommato più forte di quello che spinge a spendere (Wealth of Nations, vol. II, libro II, cap. II, pag. 19, 6° ed. – [nota di Malthus]). Ma qualunque sia il senso in cui tale proposizione può essere ragionevolmente intesa, è certo una erronea applicazione di essa affermare che non vi sia limite al risparmio e all’impiego di capitale al di fuori delle difficoltà di procurarsi il nutrimento.

[N. di R.] – Il limite non risiede esattamente nella difficoltà di procurarsi il nutrimento, ma nella difficoltà di procurarsi il lavoro, nella quale è già contenuta quella di procurarsi il nutrimento, giacché se la capacità di procurarsi il nutrimento si esaurisse, non sarebbe più possibile accrescere la disponibilità di lavoro.

Una tale affermazione significa in sostanza fondare una dottrina sull’illimitato desiderio di consumo dell’umanità; poi supporre che questo desiderio sia tanto limitato da consentire di risparmiare capitale, con il che si alterano completamente le premesse, e tuttavia sostenere ancora che la dottrina sia vera. Si supponga che abbia sempre luogo un consumo sufficiente, da parte o dei produttori o di altri, a mantenere o accrescere nel modo più efficace il valore di scambio dell’intero prodotto; in tal caso sono perfettamente disposto ad ammettere che all’impiego di un capitale nazionale che cresca soltanto a tale ritmo, non vi sia altro limite che quello che deriva dalla possibilità di mantenere la popolazione.

[N. di R.] – Questo è appunto ciò che anch’io sostengo. Ma in che modo il capitale e la popolazione possono essere entrambi sovrabbondanti quando è ancora possibile accrescere l’offerta dei beni necessari, è una cosa che non riesco assolutamente a capire. E’ in realtà una contraddizione in termini, poiché si tratta di dire che v’è capitale non impiegato poiché il suo proprietario non trova lavoratori, e che vi sono persone disoccupate perché non c’è nessuno che disponga di un capitale per occuparle.
Potremmo dire, con altrettanta legittimità, che il pane non può essere venduto perché non vi sono acquirenti, e, nello stesso tempo, che c’è gente che muore di fame, e che ha i mezzi e la volontà di comprar pane, ma che non c’è nessuno che ne abbia – non possono essere vere ambedue le proposizioni.

Ma mi sembra perfettamente chiaro in teoria, e universalmente confermato dall’esperienza, che quando il capitale venga accresciuto troppo rapidamente da abitudini parsimoniose, l’impiego del capitale stesso può trovare, e in effetti trova spesso, un limite, molto prima che vi sia una qualche reale difficoltà nel procacciarsi i mezzi di sussistenza; e che tanto il capitale quanto la popolazione possono essere, nello stesso tempo e per un periodo molto lungo, sovrabbondanti rispetto alla domanda effettiva.
Per quanto riguarda i bisogni dell’umanità in generale, si può ulteriormente affermare che, se ci si limita a osservare soltanto la propensione a spendere ciò che effettivamente si possiede, si ha, sulla questione, una veduta parziale e ristretta. Se si afferma che chiunque possieda centomila sterline l’anno non rifiuterà l’offerta di diecimila sterline, si è appena cominciato ad affrontare la questione; lo stesso si dica per la proposizione più generale che gli uomini non rifiutano mai i mezzi con cui possono aumentare la loro potenza e i loro godimenti. L’aspetto principale della questione, per ciò che riguarda i bisogni dell’umanità, si riferisce invece alla possibilità da parte degli uomini di esplicare l’attività necessaria ad acquisire i mezzi di spesa.

[N. di R.] – Questo è vero. Sono d’accordo col Sig. Malthus «che la difficoltà si riferisce alla possibilità di esplicare l’attività necessaria ad acquisire i mezzi di spesa». Ma cosa significa questo se non che bisogna produrre prima che si abbia un titolo per consumare, e che la difficoltà sta nell’indurre gi uomini a produrre, mentre non ce n’è alcuna nell’indurli a consumare dopo che abbiano prodotto?

E’ senza dubbio vero che la ricchezza produce i bisogni; ma è una verità ancor più importante che i bisogni producono la ricchezza. Ognuno dei due elementi agisce e interagisce sull’altro, ma l’ordine di precedenza e di importanza spetta ai bisogni, dai quali l’industria riceve stimolo; e per quanto riguarda i bisogni stessi, è evidente che essi, anziché esprimersi in modo naturalmente conforme alle capacità fisiche dell’uomo, richiedono invece, per il loro sviluppo, “ogni sorta di sforzi e di mezzi”. La maggiore di tutte le difficoltà che si incontrano nel convertire i paesi incivili e scarsamente popolati in paesi civili e popolosi, è quella di suscitare in essi i bisogni che meglio possono stimolare le attività occorrenti alla produzione della ricchezza. Uno dei maggiori benefici che derivano dal commercio estero, e una delle ragioni per le quali tale commercio è sempre apparso come un aspetto quasi necessario del progresso della ricchezza, è che esso tende a suscitare nuovi bisogni, a formare nuovi gusti, e a provvedere nuovi incentivi all’industria. Neppure i paesi civili e progrediti possono permettersi di rinunciare a qualcuno di questi incentivi. Non è certo una delle occupazioni più piacevoli quella di spendere otto ore al giorno in uno “scagno”. Né a tale occupazione ci si sottometterebbe, quando siano state già raggiunte le cose comode e necessarie della vita, se qualche adeguato incentivo non fosse presente nello spirito dell’uomo d’ affari. Tra questi incentivi c’è indubbiamente il desiderio di migliorare il proprio rango sociale, e di gareggiare con i proprietari fondiari nel godimento degli agi così come dei beni di lusso sia stranieri che domestici.
Ma il desiderio di realizzare una fortuna per poter provvedere in modo permanente alla propria famiglia è forse l’incentivo più generale per l’attività di coloro i cui redditi dipendono dalle abilità personali e dal lavoro. Qualunque cosa si possa dire della virtù della parsimonia o del risparmio come dovere pubblico, non può esservi dubbio che in innumerevoli casi essa è un sacro e obbligante dovere privato; e se questo legittimo e apprezzabile incentivo all’esercizio dell’industria dovesse indebolirsi, sarebbe inevitabile che la ricchezza e la prosperità del paese ne soffrissero sostanzialmente. Ma se, per mancanza di altri consumatori, i capitalisti fossero obbligati a consumare tutto ciò che non potrebbe essere vantaggiosamente aggiunto al capitale nazionale, gli incentivi nei loro compiti quotidiani ne verrebbero fortemente indeboliti, e diverrebbe impossibile trarre da essi le stesse capacità di produzione.

[N. di R.] – Qui il Sig. Malthus non si preoccupa di assicurare il consumo, ma solo del fatto che, senza consumo, non vi sarebbe stimolo sufficiente per continuare la produzione. Nessun danno immediato dunque può derivare dalla mancanza di consumo, ma solo un danno remoto a causa dell’indebolimento degli stimoli all’attività di produzione.

Abbiamo dunque visto che, nelle condizioni ordinarie della società, i padroni e i capitalisti, sebbene ne abbiano il potere, non hanno però la volontà di consumare nella misura necessaria. E per quanto riguarda gli operai, si deve ammettere che, se essi hanno la volontà di consumare, non ne hanno però il potere. E’ certamente della massima importanza rilevare che nessun potere di consumo da parte delle classi lavoratrici, tenuto conto dei motivi che usualmente influenzano l’umanità, può mai fornire da solo un incoraggiamento dell’impiego del capitale. Come ho detto prima, nessuno impiegherà mai del capitale per poter semplicemente soddisfare la domanda proveniente da coloro che lavorano per lui.

[N. di R.] – Perché no? Posso occupare 20 operai, che mi forniscano il nutrimento e i beni necessari per 25 operai, e quindi occupare questi 25, che mi forniscano il nutrimento e i beni necessari per 30 – e di nuovo questi 30, che mi procurino beni per un numero ancora maggiore. Non diverrei forse ricco, sebbene abbia impiegato il capitale «per poter semplicemente soddisfare la domanda proveniente da coloro che lavorano per me»?

A meno che costoro non producano un valore in eccedenza a ciò che essi consumano, valore che il capitalista può trattenere per sé in natura, o che può vantaggiosamente scambiare per qualche cosa che egli desideri per il consumo presente o futuro, è del tutto ovvio che nessun capitale verrà impiegato a mantenerli. Quando tale valore venga prodotto e fornisca un incentivo sufficiente al risparmio e all’impiego del capitale, allora certamente il potere di consumo degli operai apporterà un contributo considerevole all’intera domanda nazionale e renderà possibile l’impiego di un capitale molto maggiore.
E’ altamente desiderabile che le classi lavoratrici siano ben pagate, per una ragione molto più importante di qualsiasi altra che si riferisca alla ricchezza. Cioè la felicità della maggior parte della società. Ma a coloro i quali sono propensi ad affermare che i consumatori produttivi possono non essere necessari come stimolo all’aumento della ricchezza, allorché le classi produttive consumino una quota elevata di ciò che producono, io osserverei che, poiché un grande aumento del consumo delle classi lavoratrici darebbe luogo a un grande aumento del costo di produzione, esso abbassa necessariamente i profitti e diminuisce o elimina ogni incentivo all’accumulazione, prima ancora che l’agricoltura, l’industria e il commercio abbiano raggiunto un grado rilevante di prosperità. Se ciascun lavoratore consumasse effettivamente una quantità di grano doppia di quella che egli consuma attualmente, tale domanda, invece di stimolare la ricchezza, renderebbe probabilmente incolta una grande estensione di terra e abbasserebbe di molto sia il commercio interno che quello estero.

[N. di R.] – Nulla è più giusto dell’osservazione che «poiché un grande aumento del consumo da parte delle classi lavoratrici darebbe luogo a un grande aumento del costo di produzione, esso abbassa necessariamente i profitti, e diminuisce o elimina ogni incentivo all’accumulazione, prima ancora che l’agricoltura, l’industria e il commercio abbino raggiunto un grado rilevante di prosperità».
Ma come si potrebbe porre rimedio a ciò mediante il consumo delle classi improduttive? Lo stesso consumo delle classi produttive, se fosse superiore a ciò che è una ragionevole ricompensa per il loro lavoro, che altro sarebbe se non consumo improduttivo? Cioè consumo senza adeguato rendimento?
«Se ciascun lavoratore consumasse effettivamente una quantità di grano doppia di quella che egli consuma attualmente, tale domanda, invece di stimolare la ricchezza, renderebbe probabilmente incolta una grande estensione di terra e abbasserebbe di molto sia il commercio interno che quello estero». Se essa avesse tale effetto, ciò accadrebbe forse per una ragione diversa dal fatto che una metà di questo consumo sarebbe consumo improduttivo?
E tuttavia è proprio questo consumo improduttivo che il Sig. Malthus ritiene così essenziale al progresso della ricchezza.

E’ certo comunque che il pericolo di una diminuzione della ricchezza che può derivare da una causa siffatta, non è molto grande. A causa del “principio della popolazione” vi sono forze che agiscono in direzione del tutto opposta; ed è molto più ragionevole temere che le classi lavoratrici consumino troppo poco per la loro felicità, di quanto sia il ritenere che esse consumino troppo per consentire un adeguato incremento della ricchezza.

[N. di R.] – Il grande pericolo al quale, se possibile, occorre sfuggire è effettivamente che i lavoratori abbiano troppo poco, e non tanto quello che abbiano troppo.

Ho sollevato questa questione solo per mostrare che, ove si ammetta l’impossibile circostanza che tra i lavoratori produttivi abbia luogo un consumo assai rilevante, tale consumo non sarebbe di quella specie che sviluppa la ricchezza di un paese nella massima misura possibile […].
Abbiamo più volte ammesso che le classi produttive hanno il potere di consumare tutto ciò che esse producono; e che se questo potere fosse adeguatamente esercitato non vi sarebbe alcun bisogno, ai fini della formazione della ricchezza, di lavoratori improduttivi. Ma l’esperienza ci insegna che sebbene possa esservi il potere non vi è però la volontà di consumare; ed è appunto per fornire tale volontà che si rende necessario un corpo di consumatori improduttivi. La loro funzione specifica nell’incoraggiamento della ricchezza consiste nel realizzare quell’equilibrio tra produzione e consumo che conferisce il massimo valore di scambio ai risultati dell’industria nazionale.

[N. di R.] – In che modo possono essi, col loro consumo, conferire valore ai risultati dell’industria nazionale? Si potrebbe altrettanto legittimamente sostenere che un terremoto, che mi distrugga la casa e mi bruci la proprietà, conferisce valore all’industria nazionale.

Se il lavoro improduttivo fosse predominante, la quantità r relativamente piccola di prodotti materiali offerta sul mercato abbasserebbe il valore dell’intera produzione per deficienza di quantità. Se le classi produttive fossero in eccesso, il valore dell’intera produzione cadrebbe per eccesso d’offerta. Esiste ovviamente un certo rapporto tra le due classi, che realizza il massimo valore e dispone della massima quantità di lavoro interno e straniero;

[N. di R.] – Il sig. Malthus stima spesso il valore mediante la capacità, che esso ci offre, di disporre di lavoro sia interno che straniero. Ma che cosa abbiamo a che fare con la quantità o il valore del lavoro straniero? Ogni merce straniera è comperata con una certa quantità di lavoro interno, ed è solo con riferimento a questo lavoro che dobbiamo valutare sia le merci interne che quelle straniere.

…e noi possiamo concludere con sicurezza che, tra le cause necessarie a quella distribuzione che mantiene e accresce il valore di scambio dell’intera produzione, si deve porre il mantenimento di un certo corpo di consumatori improduttivi. Tale corpo, per essere efficiente come stimolo alla ricchezza, e perché possa non essere dannoso come ostacolo a essa, dovrà variare nei vari paesi e nelle varie epoche, conformemente alle capacità di produzione; e il conseguimento dei risultati più favorevoli dipende evidentemente dalla realizzazione di quel rapporto tra consumatori produttivi e improduttivi che è il più conforme alle risorse naturali del suolo e ai gusti acquisiti e alle abitudini della popolazione.

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