Premessa...
Abbiamo letto, sul blog di Giorgio Israel – http://gisrael.blogspot.com- gli articoli degli ultimi tre mesi riguardanti la scuola italiana. Il nostro giudizio decisamente critico è spiegato nell’articolo che segue.
LA SCUOLA ITALIANA SECONDO GIORGIO ISRAEL
Ho letto i suoi articoli nonché alcuni dei numerosi commenti e nel leggerli ho provato un doppio fastidio; il primo perché, rivolgendo forti critiche alla sinistra in tema di scuola –cosa facile come sparare ai canarini in gabbia-le rivolge l’accusa di non discutere a suon di argomenti ma di fare solo polemica a suon di slogan pretestuosi fondati su luoghi comuni, mentre poi anche lui, millantando una serietà fatta, appunto, di argomenti, fonda invece tutto il suo lungo discorrere su luoghi comuni non supportati da alcun serio accertamento dei fatti.
Il primo luogo comune che viene accampato come una verità indiscutibile è che la scuola italiana è tutta uno sfascio e gli studenti italiani tutti, o quasi, delle capre e, in particolare che la scuola primaria sia solo un gran casino di attività disparate e non, invece, una scuola. Ma chi lo ha detto? Serietà vorrebbe che affermazioni del genere venissero supportate da dati verificabili, ma così non è. Per esempio, mio figlio ha frequentato una scuola elementare quale lui la descrive e tuttavia lui e tutti i suoi compagni (almeno quelli di cui ho notizia, ossia la stragrande maggioranza di loro) hanno continuato gli studi senza particolari problemi e ora stanno frequentando l’università nella gran parte dei casi con risultati eccellenti. Ciò non toglie che il mio giudizio sulle qualità umane di molti giovani di oggi non sia molto lusinghiero e di questo faccio colpa non piccola alla scuola, e in particolare proprio alla scuola elementare; ma non mi sembra che questo sia all'ordine del giorno.
Il secondo e più forte fastidio mi è venuto dal fatto di condividere molte delle osservazioni critiche fatte da Giorgio Israel e di sentirmi al contempo in totale distonia con lui, attribuendo un senso del tutto diverso ad un medesimo fatto e ad una critica casualmente medesima. È un po’ come quando mi trovavo costretto a votare per la bocciatura di un alunno insieme a dei colleghi che ritenevo –a torto o a ragione- i primi responsabili di quell’insuccesso scolastico: facevamo la stessa cosa ma per me questa rappresentava un fallimento, per loro un “atto di giustizia” perpetrato, come molto spesso questi atti di giustizia, con una visibile soddisfazione e un malcelato sadismo. E quando qualcuno di questi mi diceva: “Visto che siamo d’accordo?” mi veniva il voltastomaco e lasciavo cadere lì la cosa per non deprimermi troppo.
Per lo stesso motivo non ho alcuna voglia di replicare allo “scientifico” Israel. Lo lascio ai suoi veleni polemici per cercar di parlare seriamente di scuola. Fissiamo innanzi tutto tre premesse: la prima è che la scuola ha a che fare con insegnanti e alunni, ossia uomini e donne in carne ed ossa, ovvero con un “materiale” per sua natura quanto mai eterogeneo e sfuggente e deve pertanto cercare sempre un difficilissimo equilibrio tra generalità e particolarità; voglio dire che il lavoro dell’insegnante non potrà mai spogliarsi di una forte dose di ambiguità, perché le medesime pratiche didattiche possono avere effetti opposti su soggetti diversi e si è chiamati a decidere di volta in volta, assumendosene la responsabilità, quale pratica sia più opportuna in una particolare situazione in vista del fine che si vuole perseguire Per fare un esempio banalissimo: per alcuni un’insufficienza è un incentivo a studiare di più, per altri rappresenta invece una frustrazione disincentivante; analogamente, tutto il gran casino di attività disparate che si fanno nella scuola elementare che non piace a Giorgio –e neppure tanto a me- può in certi casi distogliere dall’apprendere, in altri invece, non solo può stimolare la curiosità e facilitare l’apprendimento, ma costituisce anche un’esperienza di relazioni interpersonali e con le cose mediata dall’intelletto e non dall’istinto o da regole tribali.
La seconda premessa è che rimane sempre molto vago quanto è pur sancito per legge e per unanime consenso, ossia che compito della scuola non sarebbe soltanto di trasmettere il sapere, ma anche di concorrere alla cosiddetta "formazione umana". Ma in cosa consiste precisamente questa formazione? Come mi accorgo che è stata raggiunta? E come la si persegue? E’ un processo automatico che avviene meccanicamente attraverso l'apprendimento del sapere o parallelamente ad esso, attraverso azioni diverse da quella della semplice trasmissione del sapere? Ed eventualmente, come si concretizzano queste azioni? E poi: se si parla di "concorrere alla formazione umana", si deve dedurre che la scuola non è l'unico soggetto che tende a questo fine; dal che a sua volta si deduce che la sua azione deve avere un limite; e dove sta questo limite? E ancora: che tipo di rapporto si deve instaurare tra la scuola e gli altri soggetti ugualmente preposti alla formazione umana? E in particolare, come va inteso il rapporto scuola-famiglia e il rapporto scuola-società? Tutte domande che ritengo fondamentali ma alle quali non vedo circolare molte risposte.
Corollario di queste due premesse è la grande fragilità dei parametri di valutazione dell'azione scolastica e la scarsissima indicatività di ogni standard; come valutare infatti la qualità di una scuola elementare o media di Scampìa da cui escono ragazzini che non sanno scrivere correttamente in italiano, che sbagliano le tabelline, ma sono "convertiti" all'idea che è più giusto stare dalla parte dello stato che dalla parte della camorra, avendo abbandonato, grazie all'azione della scuola, l'idea che i camorristi siano eroi?
Terza ed ultima premessa: non è vero che la scuola italiana sia tutta uno scatafascio perché nonostante tutto molti ne escono con una preparazione di alto livello, come dimostra il successo di molti nostri ricercatori all'estero e come tra le righe ammette anche lo stesso Israel; dal che si deduce che la scuola italiana di oggi in alcuni casi funziona bene, in altri meno e in altri non funziona affatto; e poiché questo accadeva anche ieri, buon senso vuole che, se si desidera veramente guarirla dai suoi mali, non ci si deve rifare alla scuola di ieri (il maestro unico, il grembiule, il sette in condotta, dimentichiamo quindi il '68 e don Milani, via i sindacati etc. etc.) o, perlomeno, bisogna prima di tutto guardare con occhio critico i mali della scuola di ieri e cercare di capire se le novità che si sono succedute in questi ultimi quarant'anni sono riuscite a curarli e, eventualmente, perché non ci sono riuscite-ammesso che vere novità ci siano state.
Fatte queste premesse, le domande prime cui si deve cercare una risposta prima di parlare di riforma sono: posto che la scuola è una macchina di trasformazione che prende in ingresso un qualcosa che chiamiamo A e fa uscire qualcos’altro, che chiamiamo A1, ci chiediamo: come è fatto A e in che cosa vogliamo che A1 differisca da esso? (Laddove è chiaro che alla prima domanda -come è fatto A2- si deve rispondere in termini psico-antropologici e sociologici, mentre alla seconda -in cosa differisce A1 da A2- si deve rispondere in termini filosofico-politici). Credo che questi siano gli interrogativi di fondo cui bisognerebbe rispondere prima di esprimere giudizi sullo stato della scuola e di proporne riforme...
A queste si aggiungono le domande formulate prima, di natura prettamente filosofica, a proposito del concorso alla formazione umana, nonché le seguenti, di natura prettamente politica:
1. posto che uno Stato democratico deve garantire a tutti un livello minimo di istruzione, cosa deve essere contenuto all'interno di questo livello minimo?
2. come rimuovere i limiti di natura individuale o sociale che ostacolano il raggiungimento di questo livello minimo?
3. che fare di coloro che rifiutano coscientemente di essere istruiti?
Come si vede c'è molto lavoro da fare e mi sembra che, mentre ci si affatica tra i veleni delle polemiche, si sia ancora lontani dall'iniziarlo.
Giovanni Silenti