La nostra epoca non e’ segnata da avvenimenti memorabili che servono a rinforzare la nostra speranza in un futuro migliore, riflesso di una societa’ piu’ giusta e solidale. Con eccezione alla situazione in evoluzione nell’America Latina(1), le trasformazioni sono del tutto strumentali al mantenimento dello “status quo” e al tentativo di far ricadere sui paesi dipendenti (o su quelli piu’ deboli) gli effetti della gravissima crisi del sistema, provocata dai paesi a regime capitalista-avanzato.
In un periodo in cui il nostro futuro sembra sempre piu’ nelle mani di un ristretto gruppo di oligarchi e di imprese multinazionali - responsabili della piu’ grande crisi economico-socio-culturale e di valori eco-antropologici dalla grande crisi della fine del secolo XIXmo - dovrebbe essere segno di un minimo di intelligenza il pensare che i responsabili della crisi attuale non possano essere coloro che ci risolleveranno dalla stessa crisi.
Non occorre avere un’istruzione universitaria specifica per arrivare a questa semplice conclusione: anche un bambino, figlio di poveri contadini analfabeti, di prima elementare, e’ in grado di arrivarci.
Nel campo che piu’ ci compete possiamo rilevare come il ruolo dell’architetto, di fronte agli effetti della tendenza ormai pronunciata dell’enorme crescita delle shanty-towns (piu’ di 1,3 miliardi di persone vivono in baraccopoli ai margini delle grandi citta’), non possa piu’ essere quello tramandatoci dalla tradizione accademica e neppure quello impostoci dalla societa’ razional-industriale e dalla sua ultima squalificata versione “post-moderna”.
Quindi non si tratta evidentemente di razionalizzare la sopravvivenza quanto, viceversa, di riportare le tecnologie al loro naturale ruolo di “bestie domestiche”, di utilizzare tutti i materiali e le competenze locali, di instillare la speranza basata sulla solidarieta’, di cercare insieme nuove vie che non tolgano la dignita’ agli esseri umani. E di modificare, al medesimo tempo, l’insegnamento in tutti i dipartimenti delle facolta’ di architettura, per poter affrontare situazioni sempre piu’complesse, urgenti e drammatiche e per sfuggire all’imprigionamento degli impulsi piu’ generosi e disinteressati e alla peste dell’indifferenza, che conduce al cinismo.(2)
Verso l’inizio degli anni ’70, tra le esperienze piu’ rilevanti a livello architettonico-urbanistico e territoriale, il dibattito piu’ serio annoverava a livello di piccola scala l’esperienza del nuovo villaggio di Gourna (Alto Egitto) condotta dall’architetto egiziano Hassan Fathy(3) e, a livello territoriale (piccolo-medio-grande), quello dell’esperienza economico-socio-culturale cinese.(4) In Africa tropicale l’esempio piu’ interessante a livello socio-politico e culturale si ebbe, durante la prima meta’ degli anni ’80, in uno dei suoi paesi piu’ poveri (ex-colonia francese), il Burkina Faso, con l’avvento del governo del capitano Thomas Sankara(5) e dei suoi giovani compagni. Henry Lefebvre, nel suo libro “Spazio e Politica”, verso la meta’ degli anni ‘70 faceva notare come il capitalismo fosse ormai uscito dall’area che gli era propria, espandendosi nello spazio, conquistando nuovi orizzonti e occupandosi di settori nuovi sempre piu’ ampi come, ad es., il tempo libero, la cultura, ecc.(6)
Ora possiamo aggiungere che a questo capitalismo inizialmente di impresa si è sostituito un imperialismo finanziario libero da ogni vincolo etico-morale ed indipendente dai confini statali e continentali.
E’ attualissimo il fenomeno della massiccia ri-colonizzazione di molti paesi ex-coloniali, soprattutto africani. Questo fenomeno si esplica con contratti di affitto (concordati con le varie elites africane al potere), per periodi lunghissimi (99 anni), di enormi estensioni di terreni fertili, da parte di potenti consorzi multinazionali, che potranno cosi’, a norma di legge, indirizzare la produzione non in funzione dei bisogni degli abitanti locali, ma in funzione delle colture piu’ redditizie per i nostri mercati, utilizzando la manodopera locale con paghe da fame e con la protezione dei militari locali.
Trecento anni fa era in pieno corso il commercio degli schiavi tra la civilissima e cristiana Europa, e gli usurpatori (ex-europei) dei territori delle “Americhe”. Questo traffico permise alle potenze europee (in primo luogo all’Inghilterra) di utilizzare gli schiavi africani per la produzione di colture alimentari ( e altre materie prime, come il cotone, vari minerali ecc.) sui territori delle popolazioni autoctone americane , e da li’ ricevere gli alimenti necessari - che lo sradicamento dei contadini inglesi inviati con la forza a lavorare nelle fabbriche emergenti in citta’, aveva ormai grandemente intaccato. E’ da questo traffico triangolare che prese l’avvio del processo di industrializzazione europeo. Vale anche la pena di notare che alcuni degli attuali servizi di credito inglesi, come ad, es., la Barclays Bank, iniziarono la propria fortuna come commercianti di schiavi (“negrieri”), e di aggiungere che il processo di trasformazione industriale europeo venne compiuto principalmente a spese dei paesi africani e di quelli delle culture pre-colombiane.
In seguito, quando la grande quantita’ di merci prodotte in Europa necessitarono per la loro vendita di mercati piu’ ampi, il commercio di schiavi attraverso l’Atlantico venne vietato, il controllo sui territori africani applicato con la forza militare e furono create le colonie, che continuarono ad essere duramente ed intensamente sfruttate. Le due grandi guerre mondiali furono combattute per la supremazia e controllo dei mercati e delle materie prime da parte delle potenze industriali in antagonismo tra di loro. E quello che pero’non veniva messo in discussione tra le parti in lotta era lo “status” delle colonie e dei propri abitanti, come fornitori di materie prime, consumatori di prodotti industriali europei di bassa qualita’ e “carne da cannone”per le guerre tra le potenze europee.(7)
Con l’anno dell’indipendenza della maggior parte dei paesi africani (il 1960), ai controlli diretti negli indirizzi ed affari della colonia si sostituirono gli accordi di “cooperazione”, gli aiuti tecnici e commerciali ecc., che lasciarono molti paesi africani non meno dipendenti di prima.
Con la saturazione dei mercati nei paesi Terzi e con il recente emergere di alcuni paesi (come ad es., la Cina, l’India, il Brasile e il Sudafrica) sullo scacchiere dell’economia mondiale, e con la crisi causata da due decenni di liberalizzazione selvaggia (con il cosiddetto “free market” e nel nome della globalizzazione e della “deregulation”) la competizione per la spartizione dei mercati e l’acquisizione delle materie prime si e’ fatta ormai sempre piu’ dura e difficile e i governi dei paesi industrializzati sembrano persino pronti ad accettare ipotesi inevitabili di continue nuove guerre nel Terzo Mondo pur di non dover rimettere in discussione i propri modelli di vita.
Ecco allora che il nuovo tipo di colonizzazione, con l’acquisizione di enormi territori in diversi paesi Terzi, rappresenta la mossa piu’ recente delle elites al potere per mantenere i propri privilegi ormai sempre di piu’ messi in discussione sia all’esterno che all’interno. Mentre durante il periodo dello schiavismo si trasferivano gli africani nelle piantagioni delle Americhe, nel colonialismo diretto si usavano gli africani per estrarre (con la forza) dai loro territori alimenti e materie prime da inviare nelle “madre-patrie”, nel neo-colonialismo gli accordi di cooperazione e gli aiuti servivano ad imporre un modello di sviluppo occidentale e dipendente - ora sono l’acquisizione di enormi estensioni di territorio africano e la possibilita’ decisionale di usarli come meglio si crede (da parte dei grandi gruppi finanziari occidentali), a segnare i termini di una rinnovata e ancor maggiore dipendenza. Questo lascia presupporre che, in nome di una deleteria connivenza tra le elites locali e un gruppo di oligarchi occidentali, l’indipendenza dei paesi africani verra’ definitivamente annientata, ogni programma di sviluppo locale reso inattuale e decine di milioni di persone verranno condannate a sicura morte per fame, sete o malattie - senza contare gli eserciti di profughi disperati in marcia verso miraggi di speranza...sempre piu’ evanescenti. (8)
Ancora piu’ allucinante e pero’ la proposta di alcuni paesi occidentali (Stati Uniti in testa) di barattare , per pochi soldi, le proprie responsabilita’ inquinanti con paesi poveri del Terzo Mondo che non inquinano affatto.(9)Una trovata ignobile per evitare di ridurre le proprie emissioni inquinanti..! Un modo pazzesco ed irresponsabile di affrontare i grandi problemi planetari, come ad es., l’inquinamento della terra, delle acque, dell’atmosfera e delle menti.
Nel 1975 osservavamo come, in tempi di crisi economica, i paesi industrializzati meno potenti fossero costretti a scaricare sulle proprie classi piu’ povere il peso delle crisi, mentre quelle piu’ potenti potessero scaricarlo maggiormente sui paesi del Terzo Mondo da loro controllati.
All’inizio degli anni ’80 lo scrittore e drammaturgo kenyano Ngugi Wa Thiongo, nella sua novella Devil on the Cross, descrive una competizione organizzata per eleggere il “re” dei ladroni locali del Kenya indipendente, con una giuria composta da emeriti ladroni provenienti dai paesi capitalistici piu’ industrializzati.(10) E’ incredibile notare con quanta precisione vengano descritte le manovre attuali dei ladroni di casa nostra..! (Quelli dell’Italia del 2010).
Quello che forse allora non era cosi’ evidente, era che i loro maestri (“masters”) siamo stati proprio noi europei e che, forse, questo e’ stato il piu’ grande contributo “civilizzatore”di cui straparlano ancor oggi molti ciarlatani nostrani ignoranti o in mala fede.
Nel 1964, giovane topografo, salivo e scendevo colline e montagne nella regione dei gorilla, nella provincia del Kivu Orientale dell’allora Congo ex-belga, per rilevare, disegnare e tracciare un tratto della nuova strada che avrebbe unito le due citta’ di Bukavu a Kisangani (ex Stanleyville). Tale opera, finanziata dal Mercato Comune Europeo, aveva come scopo dichiarato quello di portare il progresso ed il benessere alle popolazioni locali. Naturalmente questa pretesa di carattere ideologico e generale era completamente slegata dalla realta’ economica di allora, che vedeva l’impresa italiana corrispondere una paga giornaliera (per 8-10 ore di lavoro) di lire italiane 13 per un picchettatore e di lire 19 per l’aiuto-topografo locali - quando una bottiglia di birra congolese costava 60 lire italiane!(11)
Il tempo e’ trascorso, indirizzato dal vento scomposto ed insidioso della globalizzazione, e i modelli allora positivi si sono trasformati anch’essi in qualcosa di assai diverso.
Le nuove vie di comunicazione in territori vergini dell’entroterra non hanno portato civilta’ e benessere alle popolazioni locali, ma sono servite unicamente a produrre ulteriore sfruttamento ed un’ancor maggiore squilibrio tra citta’ neo-coloniali e aree rurali, ad esclusivo vantaggio dei grossi monopoli internazionali e dei loro servitori locali.
In quel periodo in Cina si stava attuando un modello di sviluppo interessante e diverso. La mia tesi di laurea dal titolo “Architettura e Neocolonialismo” (presentata alla Facolta’ di Architettura del Politecnico di Milano nel 1975 e basata sulle mie esperienze di lavoro in Africa) terminava con una serie di immagini riguardanti la costruzione di grandi opere idrauliche e di trasformazioni strutturali delle aree agricole, nella Cina di allora. L’organizzazione della produzione basata sull’esigenza di far affidamento sulle proprie forze, sull’organizzazione sociale delle comuni e sull’esigenza di ridurre le diseguaglianze tra citta’ e zone rurali, ci inviava immagini stupefacenti di grandi opere di ingegneria (opere di bonifica, terrazzamenti, pozzi, ponti, canali, ecc.) ottenute utilizzando al massimo la manodopera locale - che erano in totale antitesi rispetto a quanto succedeva qui’ da noi. E noi non capivamo perche’ eravamo immersi e guidati (strumentalizzati) da un pensiero unico in cui il bene comune e’un progetto esclusivamente gestito dalle nostre elites al potere.
I cinesi allora pensavano che lo sviluppo del paese non dovesse privilegiare o aumentare il solco tra la popolazione urbana e quella rurale, ma servire per farlo diminuire, in modo da creare condizioni di lavoro, di vita e di opportunita’ interessanti anche nelle zone rurali ed evitare quindi che le stesse si spopolassero ed intere masse di contadini si riversassero nelle citta’ piu’ grandi, in cerca di miglior fortuna.
Sicuramente non tutto funzionava alla perfezione nella Cina di Mao Tze Tung, ma allora nessuno avrebbe mai accettato di dirigersi verso la situazione attuale - in cui una classe di burocrati al vertice si e’impadronita del potere per giocare un ruolo economico e finanziario a livello planetario, basato sulla connivenza con le grandi multinazionali occidentali e sullo sfruttamento capitalista rigoroso della propria manodopera lavorativa.
Eloquente e’ la sparizione di ogni immagine sulle conquiste precedenti attuate tramite il lavoro in comune e la partecipazione a tutti i livelli. E’ vero che la propaganda gioca sempre un ruolo decisivo nella scelta degli esempi da mostrare, ma e’ altresi’ vero che le realizzazioni tramite il lavoro in comune per il superamento di ostacoli difficili, generano sempre ottimismo, allegria e solidarieta’- e nelle immagini di allora questa allegria arrivava anche a noi, confortata soprattutto dalle immagini di straordinarie realizzazioni ottenute con pochi mezzi, ma grande lavoro manuale, che i cinesi sorridenti ed orgogliosi ci inviavano.
Ora pare che la classe dirigente cinese abbia scelto di percorrere la via capitalistica, che privilegia il 5% della popolazione e ne abbandona a se’ stessa il 75% (contadini nelle zone rurali e contadini-sottoproletari nelle periferie delle grandi citta’).
E cosi’ succede che entrando in rete vediamo un altro tipo di immagini che ci arrivano da questo grande e popolato paese. Al posto delle opere di controllo ed uso delle acque, delle realizzazioni nei campi agricoli e lo sviluppo graduale e continuo di industrie secondarie e di servizi sociali nelle aree rurali, ci arrivano immagini di “campi da golf”, quartieri residenziali suburbani privilegiati con ville in stile “tudor”, grattacieli reclamizzanti i grandi “trusts” occidentali, supermercati e “fast-foods, macdonald” e negozi di tutta la gamma di lusso dell’Occidente industrializzato e “affluente”; le insegne pubblicitarie dei centri delle grandi citta’ cinesi non si differenziano ormai piu’ da quelle delle grandi citta’giapponesi, europee e nord-americane.
Le poche immagini che riescono a sfuggire alla censura cinese riescono anch’esse a deprimerci, proprio perche’sono l’espressione di un processo di sviluppo le conseguenze del quale noi ben conosciamo, perche’ preso a prestito, pur con qualche importante variante, dal nostro.
Lo sguardo degli agricoltori cinesi e dei loro figli e’ triste e preoccupato; le “comuni” sono state smantellate e i terreni agricoli stanno ridiventando l’appannaggio di una ricostituita classe di latifondisti (con il supporto di governanti locali, regionali e centrali), che sono in grado di ottenere finanziamenti dalle banche statali e di indirizzare la produzione verso settori appetibili al commercio internazionale.
Nelle grandi citta’ oltre 200 milioni di sottoproletari arrivati dalle zone rurali, cercano di sopravvivere senza avere un lavoro fisso, abitazioni per ripararsi, elementi essenziali come acqua, elettricita’, servizi igienico-sanitari, senza alcun tipo di assicurazione sociale e sanitaria e senza disporre dei soldi necessari per pagare l’accesso alle scuole ai propri figli (molte delle quali a pagamento).(12)
Le immagini di vecchietti in cattiva salute che suonano il violino cinese con il cappello a terra per ricevere le elemosine, contrasta decisamente con quelle di arroganti “supermen” cinesi intenti a giocare a “golf”, guidare automobili costosissime, e muoversi con naturalezza in ambienti esclusivi, attorniati da un lusso sfrenato.
Se le intenzioni dell’elite cinese e’ quella di divenire una potenza economica a livello mondiale, con cui tutti gli altri popoli dovranno fare i conti, sara’ bene quindi renderci al piu’ presto conto se questo avverra’ in chiave capitalista-imperialista o se, viceversa, il corso cinese attuale sapra’auto-indirizzarsi verso un recupero della tradizione comunitaria del periodo precedente. Attualmente contraddizioni rilevanti stanno maturando nella societa’ cinese, contraddizioni che non mancheranno di produrre cambiamenti e trasformazioni nel breve-medio periodo. (13)
A livello che piu’ ci compete (quello di un piccolo insediamento e delle relazioni che intercorrono tra i vari elementi - fabbricati, servizi, aree verdi e comuni, ecc.), l’esperienza dell’architetto egiziano Hassan Fathy in Nubia - anche se rimasta incompiuta e senza seguito in un paese povero, popolato e completamente dipendente dagli aiuti alimentari nord americani come l’Egitto - ha influenzato il pensiero e stimolato altri tentativi analoghi in molte altre regioni del mondo.
In India l’esperienza di Laurie Baker, fondata sulla reinterpretazione dei modi di costruire locali, con i materiali esistenti sul posto, con pochi mezzi, nel rispetto della dignita’ delle persone e dei valori d’identita’ della cultura tradizionale, riprende il messaggio gandhiano di fare affidamento sulle proprie forze e innesta sul ceppo delle conoscenze tecniche esistenti miglioramenti rilevanti e - in un certo senso - applica il messaggio di Hassan Fathy in un contesto molto piu’ ampio e diversificato come e’ quello indiano.
Dall’India ci arrivano anche altri esempi fortemente significativi e legati ad un diverso modello di sviluppo. E’ il caso dell’esperienza del “Barefoot College” di Tilonia, nello stato del Rajastan, fondato nel 1972 da Bunker Roy e del Centro “Navdania” per la conservazione e distribuzione dei semi tradizionali originali nello stato dell’Uttaranchal fondato da Vandana Shiva nel 1983. Anche alcune opere degli architetti Balkrishna Doshi e Charles Correa contengono riferimenti importanti e posseggono caratteristiche interessanti per noi.
Dall’Africa Occidentale, verso la fine degli anni ’80, l’esortazione di Demas Nwoko: «Dobbiamo impadronirci della Tecnologia prima che essa ci umili» ci aiuta a porre sul tappeto un’altra serie di problematiche, necessarie per affrontare le situazioni sempre piu’ complesse ed interconnesse che siamo costretti ad affrontare nel presente.
Con questa invocazione Demas Nwoko non intendeva riferirsi ad una tecnologia sofisticata importata dall’occidente industrializzato, bensi’ ad una tecnologia fondata sulla ricerca e miglioramento delle conoscenze applicate sulle condizioni materiali locali; una tecnologia stimolata dalle capacita’ creative ed innestata sul ceppo delle conoscenze culturali locali.(14) E a noi piace aggiungere: “Una tecnologia basata sulla ricchezza delle risorse povere”, organizzata dal basso e al di fuori dal controllo dei grandi consorzi internazionali.
Ed ecco che, forse, potremo capire come tale invocazione sia di grande rilevanza non solo per gli abitanti dell’Africa Occidentale, ma anche per noi (quelli che si sono denominati “Primo Mondo”) che, in questo momento di grave crisi strutturale economico-politico-culturale, ci troviamo completamente spiazzati, persi e quasi senza risorse etico-morali per reagire. Tanto che, passivamente come ci hanno addestrati a comportarci, aspettiamo che i nostri problemi ce li risolvano proprio coloro che li hanno creati ed, in piu’ e stupidamente, diveniamo loro veicoli inconsci di propaganda, senza nemmeno capire che il fine a cui essi mirano e’ il ripristino della situazione esistente, causa prima del nostro malessere.(!) (15)
E noi, nel frattempo, i “maestri” del “Primo Mondo”, noi della cultura “avanzata” e discriminante, noi dell’analfabetismo di ritorno per quanto riguarda i nostri rapporti con i nostri simili e con la natura, noi a quale speranza possiamo aggrapparci?
Siamo abbastanza umili e sensibili per compiere un esame critico del nostro sviluppo e rifondare i nostri progetti per il futuro su alcuni valori della nostra cultura centrati sulla solidarieta’, giustizia sociale e sul rispetto di tutte le specie viventi in natura?
Siamo disponibili ad adattare il nostro stile/standard di vita alle condizioni in cui tutti gli esseri viventi del nostro pianeta abbiano la possibilita’ di sopravvivere e prosperare? Siamo responsabili di tutte le nostre azioni e dell’impatto che queste hanno sull’ambiente comune?
Siamo determinati a costruire dei punti di riferimento comuni per fronteggiare tutti i tipi di inquinamento attuali e mantenere aperto il nostro spirito critico?
Indubbiamente, davanti a problematiche globali come l’inquinamento e la mercificazione delle acque, dell’aria e delle menti, davanti ad 1,3 miliardi di persone che nel nostro pianeta vivono nella miseria piu’ assoluta in ambienti deprivati di ogni servizio di base; davanti ad un pianeta che si sta trasformando - citando John Berger - in un’enorme prigione e davanti all’umiliazione di ogni cosa e valore, e’ di scarsa importanza sapere cosa fanno gli specialisti architetti, all’interno delle loro ricostituite “torri d’avorio”.(16)
E, ugualmente, non e’ importante fare affidamento su nuove tecnologie che, a detta dei tecnici, potrebbero aiutarci a risolvere molti dei problemi che attualmente ci affliggono - quando l’uso e lo sfruttamento di queste nuove tecnologie e’ fuori dalla portata dell’80% della popolazione mondiale e sempre piu’ saldamente nelle mani di alcuni potentati economici il cui unico obiettivo e’ il guadagno e l’accrescimento del proprio potere decisionale. E’ per nostra fortuna che ancora dal Terzo Mondo ci arrivano in aiuto messaggi chiarificatori che ci illuminano su una possibile strada da perseguire, con tutte le urgenze, gli adattamenti e le riflessioni del caso - ma fino a quando ci ostineremo ad ignorarli? (17)
Luciano Barbero
architetto e urbanista
Salonicco, Aprile 2010