Giusto vent’anni fa usciva il primo numero del “Nuovo Spettatore Italiano”. Un’esperienza destinata a durare per una stagione non breve. Una nuova rivista mensile che coniugasse l’analisi dell’attualità politico-sociale con la riflessione teorica e la proposta programmatica, era stata – poco prima di morire – l’ultimo progetto di mio padre Franco. Il progetto aveva poi preso forma e si era consolidato grazie ai consigli fraterni e all’aiuto generoso di Tonino Tatò. Ma senza Piero Pratesi quel progetto non sarebbe mai decollato, né mai avrebbe potuto proseguire. Allo “Spettatore” Piero è stato evidentemente il grande giornalista di sempre. Aveva diretto il “Popolo” e lavorato a stretto contatto con Aldo Moro; era stato la firma influente e prestigiosa di quotidiani e periodici autorevoli. Eppure egli accettò senza indugio di guidare, giorno dopo giorno, una rivista militante povera nei mezzi, sobria nella veste, con l’umiltà francescana – calda e sorridente – che costituiva forse la cifra più coinvolgente della sua personalità sottile e fascinosa. Divenne così il riferimento di un gruppo di uomini e donne ormai maturi e di giovani alle prime armi: gli uni e gli altri certo appassionati alla politica e alla battaglia delle idee, ma gli uni e gli altri spesso digiuni tanto dei segreti della scrittura, quanto delle procedure della redazione, della stampa, della diffusione. Allo “Spettatore” Piero fu dunque insieme il maestro riconosciuto e amato e l’uomo macchina di una piccola impresa che per sei anni fu, dal 1984 al 1989, mese dopo mese, puntualmente condotta in porto.
Era lui solo che dopo aver scritto i suoi pezzi, dopo averne rivisti tanti altri, poteva in tipografia riempire “sul tamburo”, con rapidità leggera e incisiva, il bianco improvvisamente apertosi in una pagina, il colonnino di commento dell’ultimo minuto. Noi lo guardavamo con ammirazione, ma mai ci ha fatto pesare la sua professionalità. Piero non fu però solo la chioccia che svezzava i suoi pulcini, molti dei quali avrebbero poi fatto la loro carriera nelle Università, alla Banca d’Italia, nei centri di ricerca, nell’alta burocrazia ministeriale. Fu, per me e per molti della redazione, il fratello maggiore con cui discutere di tutto, dalla minuta cronaca quotidiana alle grandi questioni del “pensiero forte”. Non tutti allo “Spettatore” eravamo dei credenti, ma per tutti noi Piero è stato la testimonianza concreta di come l’assoluto lo si viva con intensità, ma non lo si “rapini”, di come il segreto del cristianesimo stia nell’accettare gioiosamente il “limite” umano e nel sentirsi proprio perciò serenamente “figli” del Padre.
Tra i ricordi più belli di quegli anni ormai lontani, io e non pochi degli amici di allora conserviamo quello delle intense conversazioni negli uffici della redazione e delle chiacchierate nella tavola calda vicina alla sede dello “Spettatore”: le conversazioni trascorrevano dall’ultima partita della Roma all’analisi di una crisi di governo sempre imminente, dalla discussione su un libro dell’oggi o magari dell’altro ieri alle confidenze su un problema di famiglia o di lavoro. Se guardiamo alla realtà di oggi, così tragicamente opprimente, gli ultimi anni Ottanta possono persino sembrare un Paradiso perduto. Eppure furono anni non semplici, di aspra e faticosa transizione. In quegli anni, in Italia e nel mondo, si giocarono difficili partite e si precostituì il futuro che oggi viviamo. Scherzando ci definivamo “gattocomunisti” a fronte di quanti – a cominciare da Bettino Craxi e da Giuliano Ferrara – ci irridevano come gli epigoni fastidiosamente patetici di quella che per noi continuava invece a essere una illustre lezione. Da vivere senza dogmatismi fuori del tempo, ma pure senza intellettualistiche code di paglia.
Nel nostro piccolo cercammo così di combattere le nostre buone battaglie. Prima fra tutte l’insistenza ostinata sulla peculiarità del caso italiano: la peculiarità di un Paese caratterizzato dalla presenza di grandi e singolari partiti di massa. Questi rischiavano però, nell’incapacità di trascendere i loro limiti e di porsi in termini nuovi di fronte a problemi ignoti ad altre età, di smarrire nelle forzature ideologistiche e nelle derive di potere i frutti della loro tradizione e della loro stessa ragion d’essere. In quella stagione che vedeva consumarsi l’arroganza affannata del pentapartito nel teatrino della concordia discors Craxi-De Mita, mettendo a rischio i risultati di quasi quarant’anni di storia italiana complessa e non immeritevole, il “Nuovo Spettatore” condusse una vera e propria campagna contro la gabbia ormai soffocante delle formule e in favore della priorità dei programmi. Quella di un governo diverso, di un “governo di programma” fu la nostra proposta: essa trovò echi, persino ascolto attento in politici di frontiera quali erano allora Achille Occhetto nel Partito comunista e Giovanni Galloni nella Democrazia cristiana. Ma al dunque non passò. Il “Nuovo Spettatore” credeva che l’epoca del proporzionalismo puro avesse fatto il suo tempo, che si dovesse andare a una riforma profonda della politica e dei partiti senza perdere la loro irrinunciabile funzione di ascolto e di interpretazione del Paese, che ci si dovesse per tempo attrezzare di fronte ai tanti nodi irrisolti posti da una modernità esigente.
Da qui la nostra insistenza sui temi caldi dell’economia e della società quali – solo per fare qualche fuggevole esempio – il Servizio del lavoro e il consumatore collettivo, una nuova fiscalità, la spesa sanitaria, il rifiuto del pansindacalismo. Da qui pure la nostra tenacia ad affrontare ripetutamente le questioni della donna e del disagio giovanile, della droga e della scuola. Conducemmo così, allora quasi da soli, le campagne sull’antiproibizionismo e su una radicale riforma della scuola che facesse perno sulla sua piena autonomia. Al tempo stesso vorrei rapidamente ricordare i grandi temi della politica internazionale e di quella culturale, sui quali pure tutti noi con Piero cercammo di esercitarci e di impegnarci. Da un lato la convinzione profonda che di fronte alla crisi irreversibile delle grandi ideologie e del compromesso keynesiano (cui pure dovevamo quarant’anni di pace in Europa) fosse indispensabile un salto di qualità decisivo. Non bastava più contenere il confronto USA-URSS con la coesistenza; bisognava accettare in tutte le sue conseguenze, anche le più inedite e coraggiose, la logica nuova dell’interdipendenza. Quante volte scrivemmo che si doveva dare ampio credito a Gorbaciov, che si doveva accelerare l’ingresso dell’URSS nei G7. Prevalse invece l’illusione unipolare del neoliberismo e quel leader coraggioso venne sostanzialmente abbandonato a se stesso e alle sue drammatiche difficoltà interne.
Dall’altro, sul terreno della “battaglia delle idee” la nostra attenzione si focalizzò sia sulle luci e sulle ombre dello straordinario pontificato wojtyliano e sul travaglio del grande mondo cattolico, sia su una rivisitazione della nostra storia e della nostra cultura che ne valorizzasse sì la complessità e gli aspetti critici, ma ne rifiutasse altresì ogni facile strumentalizzazione revisionistica. Ma quel complessivo quadro di riferimento, quelle proposte non passarono (o passarono in termini incompiuti o distorti) nella consapevolezza delle forze politiche e sociali che a esse dovevano dare “mani e piedi”. E oggi ne paghiamo – lo voglio dire sommessamente – ancora lo scotto. Oggi, vent’anni dopo, siamo in fondo ancora lì: è sui programmi (e non solo per i colpi di pugnale fiorentino nei palazzi romani) che è caduto il governo Prodi e l’Ulivo ha perso la prima grande occasione di rinnovare profondamente il Paese nella continuità della sua storia ma senza antistorici continuismi. E’ nella prospettiva strategica di un programma efficace e comprensibile, e non sulle alchimie tattiche e sulle contrapposizioni appena sopite dei suoi tanti partiti, che l’Ulivo può sperare di tornare alla guida dell’Italia.
Certo, se ci voltiamo indietro si potrebbe essere presi, più che dalla nostalgia, dallo sconforto. A fronte di un mondo orribilmente sconvolto e di una volgarità dilagante, c’è da chiedersi se le battaglie che Piero condusse con noi da quella piccola tribuna siano oggi solo “lacrimae rerum”; se per dirla con Charles Péguy “nous sommes des vaincus”, solo dei vinti. Nonostante tutto credo che non sia così. Ancora Péguy ci soccorre con la sua “petite fille Esperance”. Proprio quella speranza che vibrava nell’editoriale scritto da Piero per l’ultimo numero del “Nuovo Spettatore”. Si era nel giugno del 1989, in una fase particolarmente calda e difficile, ma nella quale pareva ancora ben lontana la caduta del muro di Berlino. Desidero leggerne le conclusioni, perché credo sintetizzino bene non solo lo stile di Piero Pratesi, ma pure la perdurante attualità della sua lezione: «Nel mondo antico c’era una forza piccola per entità, quasi inesistente come potenza politica essendo assoggettata, ma che si era opposta irriducibilmente al mondo pagano e anche al sapiente sincretismo dell’impero di Roma: l’ebraismo. La sua arma era stata la separatezza più tenace, assoluta.
Da quel ceppo, dalle radici profonde del monoteismo ebraico nasce la “novità” cristiana; e ben presto, nel cristianesimo primitivo, sorge la controversia fra “giudaizzanti” e “non giudaizzanti”, fra chi voleva la continuità stretta, vincolante, legalistica a una tradizione gloriosa che tuttavia avrebbe costretto il cristianesimo nella medesima angustia e chi, in qualche modo apprezzando la “provvidenzialità” dell’unificazione del mondo realizzata da Roma, riteneva necessario aprirsi a orizzonti più vasti. E’ un ebreo cittadino romano, un gigante del pensiero e dell’azione, Paolo di Tarso, che avverte la necessità di rompere il cerchio. Il suo non è un camuffamento, un espediente proselitistico. Paolo non taglia le radici, assume tutta la “pedagogia” (noi diremmo la lezione) che ha rappresentato la ricchezza e la gloria di Israele, ma la reinterpreta alla luce del nuovo messaggio rendendone possibile la comunicazione e l’annuncio all’universo storico conosciuto. […] Non ripeteremo mai abbastanza che ogni analogia ha i suoi confini. Ma, pensandoci bene, il comunismo è in qualche modo atteso a questa prova. Accanto alla crisi tanto reclamizzata del comunismo storico c’è tuttavia la consapevolezza diffusa della impossibilità che il mondo, tutto il mondo, possa vivere secondo i moduli del capitalismo realizzato. Si tratta di esplorare, non come vanagloriosi strateghi da tavolino, ma tentando, anche nelle opere, l’incognito, le categorie e i modi per quel superamento che, prima o poi, si rivelerà ineludibile. Entriamo, con qualche giustificato timore, ma senza inutile sgomento, nel postcomunismo.»
Camaldoli, 18-19 settembre 2004