Premessa...
Trascriviamo il terzo dei quattro articoli dedicati dal mensile Lo Spettatore italiano alla legge elettorale con premio di maggioranza approvata in vista delle votazioni parlamentari del 7-8 giugno 1953.
Premessa...
Trascriviamo il terzo dei quattro articoli dedicati dal mensile Lo Spettatore italiano alla legge elettorale con premio di maggioranza approvata in vista delle votazioni parlamentari del 7-8 giugno 1953.
La “legge truffa” – III
IL PARADOSSO ELETTORALE
(articolo pubblicato dallo “Spettatore Italiano” n. 4/aprile 1953)
Il giorno 1° d’aprile, dopo un viaggio più che semestrale, il disegno di legge di iniziativa del governo, portante modifica al “Testo Unico della Legge Elettorale”, è stato pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” della Repubblica Italiana; la legge elettorale maggioritaria avrà così vigore per le prossime elezioni alla Camera dei Deputati., fissate per il 7 giugno di quest’anno.
In quante avventure e incidenti si sia incontrata, nel suo iter parlamentare, la nuova legge, è noto, e non varrà qui, dunque, la spesa di rammentarne la cronaca, sia pure negli episodi più salienti ed incresciosi che, come in un crescendo, si sono susseguiti fino ad arrivare alla crisi delle Presidenze dei due rami del Parlamento e all’anticipato, gravissimo scioglimento della Camera Alta. Ci sembra invece il momento di stendere un bilancio sia sulla legge nelle sue premesse e conseguenze, sia sul modo con cui attorno ad essa si è sviluppata la lotta delle varie parti politiche, sia, soprattutto, sulla situazione nuova che l’esistenza della legge e le circostanze della sua approvazione hanno determinato ormai nel paese.
I nostri lettori conoscono il giudizio, che sulla legge elettorale maggioritaria è stato dato già per due volte su queste colonne(1); e quel giudizio deve essere, a nostro avviso, sostanzialmente mantenuto.
Noi ritenevamo cioè, allora, che la legge elettorale maggioritaria, basata sull’accordo dei quattro partiti di centro, fosse, nella situazione data, e malgrado la sua forma nettamente anticostituzionale e i gravi pericoli di involuzione che le erano impliciti, l’unico mezzo possibile per impedire il dispiegamento del sovversivismo reazionario delle forze di destra; l’unico e residuo espediente, capace di assolvere alla funzione di conservazione dello “statu quo” e di salvataggio della piattaforma costituzionale.
Perché però la legge potesse assolvere questa sua funzione conservatrice, si sarebbe dovuta verificare una condizione essenziale: il mantenimento cioè di un certo qual vincolo tra il centro e l’opposizione di sinistra.
Ma per comprendere appieno per quali ragioni e in che misura l’esistenza di una tale condizione fosse indispensabile, occorrerà rifarsi indietro alla storia italiana di questi ultimi anni.
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La Repubblica italiana è nata dalla rivoluzione antifascista; da quel grande movimento di forze ideali, sociali e politiche, che, sprigionatosi dalla catastrofe nazionale, ha travolto i rottami dell’ordinamento statuale fascista e ha spinto alla direzione della vita del paese un nuovo personale politico, il quale, proprio nella sua opposizione al vecchio regime, ha potuto trovare il suo minimo comune denominatore.
Questo grande rivolgimento era stato essenzialmente – e ciò esprimeva la nuova classe dirigente nel suo dichiararsi “antifascista” – una rivoluzione democratica; era stato cioè l’esplosione di tutte le forze politiche, i ceti sociali, gli interessi economici, che il vecchio ordinamento dello Stato italiano (divenuto sempre più soffocante fino alla involuzione irrazionalisticamente totalitaria del fascismo) aveva compresso e oppresso. Ora queste forze e questi ceti, queste aspirazioni e interessi pretendevano appunto una situazione politica nuova; ma pretendevano altresì e soprattutto che questa fosse, in primo luogo, caratterizzata dalla possibilità di un loro aperto e pieno dispiegarsi.
Posta di fronte alla necessità di dare un primo assetto giuridico, una certa qual organizzazione a sì incandescente materia, la nuova classe dirigente italiana non riuscì ad altro che a lasciare quanto più possibile la porta aperta a ogni sviluppo, mantenendo ideologicamente non determinate le formulazioni basilari del nuovo ordinamento giuridico. Frutto di questo sforzo è appunto la Costituzione Italiana, che, a torto derisa come il risultato di compromessi e mercanteggiamenti, è essenzialmente lo specchio fedele di questo anarchico e multiforme dispiegamento di democrazia.
Sarebbe facile riecheggiare le critiche a cui il testo della Costituzione è stato sottoposto in questi anni, e che hanno, di volta in volta, messo in rilievo astrattezze e genericità, ambiguità, ambivalenze e financo contraddizioni nella formulazione di taluni principi costituzionali. Non va invece sottovalutato lo sforzo immane, compiuto per dare costituzionalità a una rivoluzione che aveva fatto acquistare a tutti indistintamente i cittadini la coscienza di avere uguali diritti, e che aveva aperto speranze e scatenato volontà da decenni latenti e misconosciute.
Ma una realtà politica e sociale così naturalmente dinamica richiedeva allora, per organizzarsi in società ordinata e per non finire nuovamente nel puro anarchismo, uno sviluppo costante. Pretendeva insomma uno sviluppo che investisse gli istituti giuridici, la forma della proprietà e le stesse istituzioni politiche e statuali, e desse così vita a quella società civile nuova, che era necessaria ad accogliere le energie riposte e gli strati sociali secolarmente esclusi: quelle energie e quegli strati appunto che la rivoluzione antifascista aveva messo finalmente e per la prima volta in movimento. Tuttavia, perché un tale sviluppo potesse effettuarsi, era necessaria una direzione aristocratica: una forza egemone, cioè, capace innanzitutto di superare i vecchi schemi ideologici e di classe, tutte le formule, insomma, divenute ormai insufficienti a contenere e comprendere le nuove esigenze, e capace altresì di tendere all’instaurazione di un sistema di più ampia libertà, servendosi di quelle disordinate e prorompenti energie nuove, come di un fermento atto a far lievitare le formulazioni costituzionali nel vecchio magma dell’ordinamento giuridico positivo della società italiana, per trasformarlo e vivificarlo profondamente.
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Questa forza non c’è stata: la storia di questi anni è determinata appunto dall’assenza di un’aristocrazia di tal tipo; è insomma la storia del contrasto tra il prepotente dispiegamento democratico da un lato e l’esigenza dell’elemento egemonico dall’altro. Sicché essa è anche, e necessariamente, la cronaca dei brancolamenti della classe dirigente, che, incapace di esprimere una politica organica, era costretta a tendersi e quasi a divaricarsi nello sforzo contraddittorio di mantenere impregiudicate tutte le possibilità democratiche e di assicurare, al tempo stesso, una qualche direzione alla incandescente materia politica e sociale cui si trovava di fronte.
Era quindi fatale che alla mancanza di un’aristocrazia, di una direzione egemonica fondata sulla capacità di determinare uno sviluppo organico e di assicurare un effettivo e generale consenso, si dovesse cercar di supplire con l’instaurazione di una direzione oligarchica. Si finiva, in altri termini, per essere costretti a sostituire l’egemonia con una forma di coazione più o meno violenta, e ad abbandonare, infine, al sempre risorgente sovversivismo, insito nello stesso brulicare democratico, gli interessi che man mano venissero a trovarsi emarginati od esclusi.
La stessa Costituzione, malgrado rappresenti, lo ripetiamo, il frutto di uno sforzo immane, partecipa di questa contraddizione. Proprio perché essa è solamente specchio, cioè pura proiezione e codificazione statica del movimento rivoluzionario, essa non poteva assicurare, di per sé, alcuna dinamica effettiva, alcun coerente processo di sviluppo. E del resto questo suo limite aveva origine oltretutto nel fatto che, al momento dell’elaborazione costituzionale, la forza dirigente, il governo tripartito, non era una vera aristocrazia organica. Il governo tripartito, infatti, tendeva a realizzare i consensi essenzialmente attraverso forme e modi di mera organizzazione, mediante concezioni e schemi che perseguivano per via quantitativa un risultato qualitativo: poggiandosi cioè sui grandi partiti di massa. Più che nell’elaborazione di una politica capace di comprendere e risolvere in sintesi dinamica la varietà delle esigenze poste in essere dalla democrazia, il tripartito cercava insomma di fondare la sua autorità legando materialmente, in modo stabile, alla sua azione di governo la massima parte possibile dell’elettorato. E questo veniva infatti condotto a condividere meccanicamente le responsabilità di governo attraverso lo strumento organizzativo e quantitativo di una struttura partitica di nuovo tipo.
Non a caso i partiti acquistano, anche giuridicamente, per la prima volta nelle tradizioni legislative italiane, una funzione riconosciuta e persino una sanzione costituzionale specifica; non a caso i grandi partiti di massa vengono definiti, da uno dei massimi leaders del tripartito, “la democrazia che si organizza”. E questo è appunto quel che avviene in questa fase della storia politica italiana: si cerca di organizzare la democrazia, di chiudere, cioè, entro una forma statica, una materia insopprimibilmente fluida e dinamica.
Avviene fatalmente quindi che la classe dirigente, in questa fase, finisca per essere di continuo risucchiata dal moto democratico. Ma, di conseguenza, se è vero che essa non riusciva ad esprimersi in forme egemoniche, non era però che in misura minima oligarchica. Il suo sforzo di comprensione della realtà politica e di adeguamento ad essa, infatti, per essere basato su un lavoro di Sisifo di pura accumulazione quantitativa di consenso, non poteva evitare evidentemente che vi fossero interessi e ceti esclusi; ma la quasi totale assenza di coazione e di violenza aveva la sua riprova nel fatto che questi interessi erano, più o meno, quelli della vecchia reazione fascistica e che comunque finivano sempre per esprimersi anarchicamente, senza riuscire a coagularsi in una vera opposizione politica.. E in realtà essi confluivano allora in quel singolare fenomeno che è stato il qualunquismo.
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Può apparire singolare la circostanza che proprio nelle sue virtù, più che nelle sue insufficienze e nei suoi errori, risiedesse la maggior debolezza del tripartito; e tuttavia proprio in ciò che il tripartito aveva di più positivo, nelle sue caratteristiche cioè di aderenza al moto democratico e di limitata oligarchicità, si annidavano i germi che dovevano provocarne la dissoluzione.
E’ naturale esigenza di una società civile, pena il suo imputridire e disintegrarsi, l’avere una direzione politica capace di egemonizzarne e armonizzarne le spinte. Ma questa esigenza diviene insopprimibile e decisiva necessità, quando una società civile presenta quelle caratteristiche, che abbiam viste essere proprie della società italiana, quale era uscita dalla rivoluzione antifascista; quando cioè essa si trova in una fase di dispiegata e turbinosa espansione democratica. Tutto questo poi diviene addirittura indifferibile, nel momento in cui essa deve affrontare il problema dei problemi: quello di dare vita a un nuovo Stato, di costruire i suoi nuovi ordinamenti ed istituti.
Nel momento in cui si sarebbe dovuti passare dalla formulazione costituzionale all’opera di rinnovamento e trasformazione dell’intiero edificio dell’ordinamento giuridico, l’esigenza di sopperire alla mancanza di una direzione aristocratica, si appalesò urgente e indilazionabile. Questa urgenza si manifestava fra gli altri col sintomo preoccupante della situazione economica del paese, che si avviava a gran passi sulla china ruinosa di un galoppante processo inflattivo, che era anch’esso, in definitiva, espressione del dilagare impetuoso dell’ondata democratica fuori dalle strettoie e dalle norme regolatrici di un ordinamento giuridico ormai invecchiato.
Da una siffatta situazione le due ali fondamentali del tripartito (che, grosso modo, potremmo definire “operaia” e “borghese”) dovevano necessariamente essere indotte ad attribuirsi vicendevolmente la responsabilità dell’inefficienza dell’azione di governo. Era logica conseguenza, insomma, che ciascuna di esse, in opposizione all’altra, cercasse di costituire un’aristocrazia, di divenire essa ed essa sola la forza egemone del movimento democratico. Storicamente era questa, del resto, l’univa via di uscita dalla crisi.
Il Fronte democratico Popolare e il cosiddetto blocco del 18 aprile (cioè l’alleanza dei quattro partiti di centro) sono appunto le espressioni storiche in cui, dopo la rottura del tripartito, si concretò questo duplice tentativo.
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In realtà, proprio questo dicotomizzarsi del tripartito segnava invece inevitabilmente la nascita dell’oligarchia. Si spezzava il fatto nuovo, veramente rivoluzionario, nato dalla brutale e massiccia oppressione del fascismo: l’esistenza, cioè, di un personale dirigente che non rappresentasse una sola classe o un sol blocco di classi sociali, ma che si sforzasse di permettere, sull’inusitato terreno di una democrazia pienamente dispiegatasi, il coesistere e il concrescere di interessi fino a ieri chiusamene antagonisti. Ormai, con lo spezzarsi dell’unità antifascista, si tornava invece a ricadere nelle vecchie tradizionali posizioni di classe, ci si riappellava al vecchio e tradizionale bagaglio ideologico, si faceva insomma ricorso a quei vecchi e tradizionali metodi politici, che non solo si erano dimostrati insufficienti a contenere un movimento democratico ben più ristretto di quello nato dalla Resistenza, ma che non avevano saputo nemmeno impedire l’involuzione reazionaria del fascismo.
Questo è così vero, che l’ “ala operaia” del tripartito, quella, cioè, che più duramente aveva subito l’oppressione fascista e che, quindi, più fortemente sentiva l’esigenza di un ordinamento giuridico del tutto nuovo (anche se, per la sua chiusura ideologica, a tale esigenza non riusciva a dare concreta espressione) resistette a lungo prima di lanciarsi anch’essa, sotto la spinta però dei suoi elementi più estremisti, nell’avventuroso esperimento della sopraffazione oligarchica.
Oltre che per un complesso di circostanze interne e internazionali, di fattori economici, di passioni ideologiche e di pregiudizi psicologici (l’esame dei quali esula dalle possibilità di questo articolo), era proprio per la sua stessa natura che doveva prevalere quella formazione che era più conseguentemente oligarchica.
Prevalse, infatti, nelle elezioni generali del 18 aprile, il tentativo oligarchico dell’ “ala borghese” del tripartito. Si addivenne così a quello che suole definirsi l’esperimento centrista.
Ma il centrismo, sebbene fosse necessariamente sospinto a scivolare verso forme di sempre più accentuata chiusura oligarchica, era pur sempre il frutto di un tentativo di conservazione dell’assetto democratico e degli istituti costituzionali. Esso non poteva quindi non ricercare un contatto con l’altro troncone del movimento antifascista.
Il centrismo dovette, quindi, da un lato riaffermare sistematicamente una fedeltà di principio alla costituzione e, dall’altro, sforzarsi almeno di conservare, anche se in modo statico e formale, perché continuamente in urto con l’ordinamento giuridico positivo, le più tradizionali libertà democratiche. Anzi, proprio nella conservazione di queste libertà, l’on. De Gasperi ha indicato più volte la ragion d’essere del centrismo.
Di conseguenza, la classe dirigente centrista dovette, nella pratica, adattarsi anche alla coesistenza e alla convivenza con l’ “ala operaia” del tripartito, dovette anzi addivenire con essa a una sorta di tacita collaborazione, diretta alla conservazione della costituzionalità democratica. La presenza, insomma, di una forte opposizione di sinistra nel Parlamento e nel paese finì per rivelarsi un fattore essenziale al permanere e all’esistenza stessa dell’esperimento centrista.
Ma tale legame pratico, di continuo contraddetto, oltretutto, da un conclamato anticomunismo, non poteva certo essere sufficiente a permettere un qualche sviluppo organico del movimento democratico. Esso si rivelava anzi sempre meno capace di assicurane la stessa conservazione.
L’accentuarsi, infatti, della chiusura oligarchica, provocava il risorgere minaccioso e l’organizzarsi in forma politica, dichiaramene ed eversivamente reazionaria, delle forze e dei ceti esclusi dalla Costituzione. Al tempo stesso, il ristagno del movimento democratico permetteva ad essi di collegarsi con i nuovi esclusi e con i nuovi malcontenti. In tal modo, una parte delle forze che, attraverso la mediazione della Democrazia cristiana, erano state trascinate nel movimento antifascista, ed avevano partecipato all’elaborazione costituzionale, tendevano ormai a passare su una posizione sovversiva. Il sistema centrista, insomma, entrava in crisi anche dall’interno per franamento della base politica del suo partito dominante.
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Nella situazione caratterizzata dall’apparire minaccioso di queste nuove formazioni e dall’aprirsi della crisi centrista, la legge elettorale maggioritaria ha rappresentato dunque, come dicevamo all’inizio, un ultimo sforzo di conservazione democratica. Essa si è configurata come l’estremo tentativo operato dal centrismo per salvaguardare non più, ormai, con una politica, sia pure insufficiente, ma addirittura con un espediente, la piattaforma costituzionale. E non a caso l’espediente era costituito dalla modificazione del sistema della proporzionale pura. Tale sistema, infatti, per essere quello che garantisce una rappresentatività effettiva e quanto più possibile fedele, era la logica conseguenza dei principi che avevano ispirato la Carta Costituzionale. Ma un sistema siffatto pretendeva anche l’esistenza di una effettiva direzione aristocratica, pena la formazione di assemblee capaci soltanto di esprimere il turbinare democratico della società civile da un lato e una direzione sempre più oligarchica dall’altro.
La legge elettorale maggioritaria, che non a caso lacerava nella lettera e nella forma la Costituzione, era dunque, sì, la rinuncia definitiva a esprimere un’aristocrazia e ne era anzi la sostituzione con un’oligarchia del tutto meccanica nel suo formarsi e quindi ancor più chiusa di quella centrista, ma tendeva pur sempre a salvare, almeno staticamente, il substrato basilare democratico della Costituzione: tale, almeno, era il suo scopo. Esso però avrebbe potuto essere raggiunto (e il pericolo dell’instaurazione di una vera e propria oppressione oligarchica si sarebbe potuto, almeno parzialmente, evitare) solo ad una condizione: a condizione che, anche se sul terreno della sola pratica, rimanesse un ultimo vincolo, un ultimo legame di unità fra tutte le forze che erano interessate a impedire il sovvertimento della Costituzione.
In realtà, solo se il centrismo avesse saputo compiere una tale operazione, la legge avrebbe potuto funzionare ancora in senso conservatore e antireazionario. Si poteva anche ammettere, insomma, che per vincere interne resistenze, fosse intrinsecamente necessario alla classe dirigente centrista di presentare la legge come uno strumento di difesa dal comunismo, ma sarebbe stato poi necessario che essa avesse saputo fare dell’anticomunismo un uso, per così esprimerci, strumentale, e non si fosse fatta invece travolgere dalla sua stessa tematica anticomunista, perdendo in tal modo ogni capacità di controllo e finendo quindi proprio nelle braccia di quelle forze, da cui pur aveva dichiarato di volersi difendere. Questo è invece quanto, nel corso del dibattito attorno alla legge, si è malauguratamente verificato.
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Di chi, allora, la responsabilità?
Se, allo scopo appunto di individuare responsabilità e responsabili, si vengono esaminando le varie ed alterne fasi attraverso le quali si è giunti, dalle prime conversazioni tra i segretari dei partiti alla finale approvazione della legge da parte del Parlamento, si deve pervenire alla convinzione che la parte migliore e più accorta delle due ali del tripartito, e soprattutto i massimi leaders di esso, avevano chiara coscienza del carattere di espediente della legge e, di conseguenza, sia della sua necessità che dei gravi pericoli insiti in essa.
Una tale convinzione trova motivi di conferma in più di un episodio, e, in particolare, nella generale linea di condotta, che dai due massimi leaders è stata impressa alla battaglia parlamentare.
Da parte dell’on. De Gasperi, infatti, si è cercato costantemente di giungere all’approvazione della legge, senza doversi asservire, anzi accuratamente evitando di identificarsi con la parte più pericolosamente reazionaria della sua maggioranza (quella, cioè, che puntava a una rapida rottura con l’opposizione di sinistra) ed evitando così di lasciarsi catturare da essa.
Episodi come quelli (verificatisi l’uno all’inizio del dibattito nell’aula di Montecitorio, l’altro in una fase ormai tempestosamente accesa della discussione a Palazzo Madama) della sconfessione, da parte della maggioranza del gruppo parlamentare democristiano, delle iniziative estremistiche dell’on. Togni e del pratico allontanamento dal seggio presidenziale del sen. Tupini, dopo gli incidenti verificatisi sotto la sua presidenza, sono, dal punto di vista del nostro esame, del tutto sintomatici. Ma più probante ancora è la “lunga pazienza” dell’on. De Gasperi, risoltosi a troncare gli indugi solo quando erano prossimi a spirare i termini perentori per la convocazione dei comizi elettorali, e si erano soprattutto assottigliati all’estremo i margini di sopportazione politica del suo partito e della compagine governativa.
Dal canto suo, anche l’on. Togliatti si è dimostrato cauto moderatore della lotta ostruzionistica condotta dai gruppi parlamentari di opposizione, lotta cui il leader comunista tendeva ad imprimere il carattere piuttosto di una protesta, che sottolineasse, a vantaggio delle opposizioni, i limiti e i pericoli anticostituzionali della legge, che quello di una battaglia frontale, da condursi, senza esclusione di colpi, con l’unico e ben definito obiettivo di impedirne, a qualsiasi costo, l’approvazione.
In questa loro condotta, i due uomini, che non a caso erano stati i due massimi leaders del tripartito, rivelavano, pur nell’ambito della loro diversa formazione culturale e delle loro opposte convinzioni ideologiche, una confluente concezione della democrazia. Essi dimostravano, insomma, di intendere le forme e i metodi democratici non in modo formalistico e dottrinario, ma come l’espressione di una realtà storica in movimento, che fornisce gli strumenti necessari se non a pilotare, almeno a organizzare e a contenere staticamente, i moti e i riflessi delle forze politiche e sociali.
L’uno e l’altro dimostravano, così, di possedere natura e doti di veri politici.
Non qui, dunque, le responsabilità.
Ben diversa, però, la condotta delle altre forze e personaggi politici, con la notevole eccezione dell’on. Corbino. Varie indubbiamente le posizioni. Il parlamentarismo legalistico ed utopico di un Terracini si collegava singolarmente, e quasi a contrappasso della sua sterilità, all’oltranzismo massiccio ed ingenuo, anche se sano, del sen. Secchia; l’ostruzionismo ottimistico di un Nenni, senza dubbio di nobile tradizione, ma venato di compiacenze letterarie, trovava accanto l’opposizione dignitosa, ma un po’ distaccata e puritana, di uno Jannacone e di un Frassati. Questo in un campo; nell’opposto, alla difesa quasi donchisciottesca della legge, fatta dall’on. Paolo Rossi, faceva riscontro la biliosa tenacia dell’on. Amadeo. E tuttavia, nella loro gamma variegata, nella loro diversità, tutte queste posizioni potevano, in definitiva, essere fatte risalire, nessuna esclusa, a una concezione astratta, dottrinaria ed astorica della democrazia.
Ma le posizioni di un Nenni, o anche di uno Jannacone, pur politicamente insufficienti, avevano almeno il pregio della coerenza, perché, nell’osteggiare la legge, si difendeva effettivamente la fedeltà alla correttezza formale delle norme costituzionali e delle tradizionali istituzioni deocratiche.
Nei rappresentanti invece dei partiti minori del blocco centista, la concezione astratta della democrazia generava espressioni tanto più irose quanto più incoerenti. I centristi minori si comportavano, infatti, come se non riuscissero minimamente a rendersi conto di quanto la legge fosse zoppicante dal punto di vista di una correttezza formale della democrazia scolasticamente intesa. Anzi, lungi dal valutarla un espediente, necessario se si vuole, ma sufficiente solo a una mera conservazione, finivano in pratica per far consistere nella legge l’essenza stessa della democrazia. Da questo a considerare nemici e sovvertitori della democrazia, col D maiuscolo, tutti gli oppositori della legge, e a farsi, di conseguenza, travolgere dal più miope anticomunismo, il passo era fatalmente breve.
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Banco di prova della validità di quelle posizioni, e non solo della sincerità democratica, ma della capacità e prudenza di tutte le forze politiche, fu appunto la proposta, avanzata dall’on. Togliatti in una critica fase del dibattito, di sottoporre a referendum, contemporaneamente all’elezione della nuova Camera, le modifiche alla legge elettorale. I realtà, una simile proposta tendeva a gettare un ultimo ponte, a creare un’estrema intesa fra tutte le forze antifasciste.
L’abbinamento delle elezioni politiche col referendum sulla legge elettorale rappresentava, infatti, nella sostanza, un modo di rendere accettabile alle opposizioni di sinistra la legge, e di ridurre al minimo, in tal modo, le sue implicazioni reazionarie. Da’altra parte, tale proposta non era inaccettabile dalle forze centriste; ché, anzi, essa apriva una via d’uscita alla crisi di larghi strati di elettorato, cui avrebbe consentito di scindere la propria responsabilità dalla legge, senza venir meno, per questo, alla fedeltà verso il proprio partito, o verso la politica centrista nel suo complesso.
Ma, soprattutto, il raggiungimento di un accordo sulla base del referendum tra maggioranza e opposizione di sinistra, comportando la cessazione di una situazione di anormalità e di tensione nel Parlamento, avrebbe ridotto al minimo la possibilità, per le forze più eversive, di inserirsi nella lotta politica in corso per spingerla al peggio.
La proposta dell’on. Togliatti era, insomma, ed ancora una volta, la prova di quanto l’ “ala operaia” del tripartito fosse sensibile alle esigenze di conservare il più possibile la democrazia postfascista, di quanto cioè essa fosse consapevole della ricchezza di possibilità e della novità storica della situazione posta in essere da quella rivoluzione, di cui l’attuale Costituzione è appunto lo specchio.
Ora, era proprio questa consapevolezza che aveva permesso al leader comunista di formulare una proposta, la quale tendeva, obiettivamente, a salvare, insieme con la democrazia, lo stesso centrismo. Ma, d’altra parte, fu esattamente in presenza di questa proposta che si rivelò l’insufficienza di tutte quelle forze, che si richiamavano a una concezione formalistica della democrazia. In modo ancor più scoperto, infine, si rivelò in quella circostanza il chiuso oligarchismo dei partiti minori. I rappresentanti nel Parlamento e nel governo di questi gruppi, che pure erano quelli che avrebbero tratto il maggior vantaggio elettorale dall’accettazione del referendum, non uscirono dal loro immobilismo politico.
In altri termini, essi non seppero assumere alcuna iniziativa, che togliesse alla proposta del referendum quell’esclusiva etichetta comunista, che costringeva l’on. De Gasperi a una posizione di impacciato rifiuto, per non provocare altrimenti la rottura dell’instabile equilibrio faticosamente mantenutosi all’interno delle forze cattoliche. Nulla in realtà fu fatto che permettesse al leader democrisitiano di svincolarsi dall’aggancio alla parte più estremisticamente retriva di quelle forze che si erano collegate attorno a lui, perché, per diversi e contrastanti motivi, interessate al varo della legge.
I partiti minori, insomma, si assunsero la pesante responsabilità di aver favorito un pericoloso approfondimento nella rottura del fronte antifascista.
Come meravigliarsi che, allora, da quel momento in poi, le forze più interessate alla rottura abbiano trovato libero campo all’esplicarsi della loro iniziativa eversiva e che si sia quindi giunti al modo di approvazione della legge che tutti conoscono? In definitiva, si dovette, ancora una volta, alla prudenza dei vecchi leaders del tripartito, che si sforzarono, l’uno e l’altro, di impedire il pieno dispiegarsi delle spinte più estremiste, se il sovversivismo reazionario poté riportare un successo ancora parziale.
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Giunte ormai le cose a tal punto, la parola è rimasta alle urne.
L’esistenza della legge, e, soprattutto, le circostanze della sua approvazione, come dicevamo all’inizio di questo articolo, hanno creato una situazione nuova.
Le forze eversive, infatti, bloccate nel loro attacco frontale dalla legge, vengono tuttavia a trovare, nella approfondita rottura tra le forze antifasciste e nella debolezza che da questo approfondimento deriva all’ “ala borghese”, il mezzo per ricattarla e per trasferire all’interno dello stesso centrismo i loro propositi eversivi. Gedda e le destre possono ormai mercanteggiare il proprio appoggio, già resosi necessario a ottenere l’approvazione della legge: esso è divenuto del tutto indispensabile. Sta di fatto che le destre potranno esercitare la loro influenza nel gioco delle preferenze, come hanno già cercato di fare nella composizione delle liste, per vanificare lo sforzo degasperiano di conservare al centrismo la maggioranza nelle Camere e la direzione del governo.
In questa situazione diviene dunque di vitale importanza che il suffragio degli elettori si orienti in modo da conservare le ultime possibilità di continuazione del movimento democratico antifascista; e, dato il modo in cui la legge è stata approvata, questo può ormai avvenire solo salvando della democrazia almeno le garanzie formali.
L’obiettivo democratico consiste, cioè, nel far sì che nessun gruppo di liste collegate ottenga il premio di maggioranza, e che, ancora una volta, le forze del paese trovino, nel nuovo Parlamento, normale espressione, mediante il ripristino della proporzionale.
Visto alla luce di questa prospettiva, acquista, e non a caso, un posto di rilievo nello schieramento elettorale, assume cioè una particolare fisionomia, la formazione politica che fa capo all’on. Nenni.
Non a caso; perché questi, infatti, se non fu tra coloro che durante il dibattito sulla legge ispirarono la propria condotta a una valutazione politica delle forze in movimento, si distinse però, fra quanti si richiamavano nel loro agire a una concezione astratta della democrazia, sia per la coerenza in una posizione siffatta, sia per la sincera convinzione che aveva saputo dimostrare nel corso di quella battaglia.
La questione centrale, dunque, che si presenta oggi all’elettorato italiano (ed in ciò si ha la misura di qual grave passo indietro si sia fatto) non è quella della formazione e designazione di un’organica forza dirigente, ma è quella di salvaguardare almeno il dispiegamento democratico.
In altri termini, la conservazione delle forme basilari e tradizionali della democrazia è il compito urgente che, nella fase attuale, si presenta non solo a quanti vogliano il ripristino delle condizioni necessarie a una ripresa del processo rivoluzionario dell’antifascismo, ma anche a tutti coloro che si propongono soltanto di salvare le istanze conservatrici del centrismo e di sottrarre questa formazione all’abbraccio soffocatore delle destre reazionarie, evitandone così la fatale fagocitosi. Ecco appunto il paradosso elettorale cui siamo giunti: per salvare, oltretutto, lo stesso centrismo, si deve oggi auspicare una limitazione al disotto del 50% del successo elettorale dei partiti di centro.
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Questo è dunque, oggi, il compito più urgente. Ma il fatto che si sia giunti a una situazione così pericolosamente paradossale, non potrà non imporre domani, dopo le urne, un esame di coscienza.
Se si è corso il rischio di uccidere lo stesso movimento democratico, se di quel così vario dispiegamento, ricco di forze nuove, denso di indicazioni, fervido di speranze, quale si era rivelato all’indomani della Resistenza, sussiste oggi soltanto un così tenue margine, questo significa che la società civile italiana non ha più capitali da dissipare.
Se si vuole evitare, allora, a più o meno lunga scadenza, una catastrofe; se si vuole rovesciare il processo involutivo prima che sia troppo tardi, non c’è tempo da perdere. Il problema di dar vita a un’aristocrazia organica acquista il valore di un imperativo drammatico e decisivo.
Alla luce di questo imperativo, assumono una particolare importanza le considerazioni che nel corso del nostro esame siamo venuti facendo sul comportamento dei vari raggruppamenti politici. Mentre, infatti, è apparso chiaro che le grandi forze che si richiamano alle masse cattoliche e a quelle comuniste, pur nella loro insufficienza ed incapacità egemonica, hanno compiuto un continuo e generoso sforzo di conservazione democratica, la carenza politica dei cosiddetti partiti minori, dei partiti laicistici, ha obbiettivamente e semplicemente favorito l’irrazionalismo eversivo delle forze anticostituzionali. Il chiuso laicismo, l’essere rimasti ancora a posizioni prefasciste e sorpassate, hanno fatto di questi partiti di tradizione democratica e antifascista gli obiettivi alleati delle forze reazionarie e filofascistiche.
Ma la loro probabile scomparsa elettorale lascerà definitivamente scoperto quel settore dello schieramento politico e, più che quei ceti e quegli interessi, quelle tradizioni culturali che, per essere maggiormente legate a una concezione liberale e aristocratica dello Stato, hanno la potenzialità di esprimere quelle idee e quelle posizioni mediatrici, le quali sole possono essere capaci di funzionare da catalizzatore nel processo di formazione di un’aristocrazia.
E’ nella possibilità esistente ancora oggi nel movimento antifascista, di esprimere una nuova e spregiudicata politica di libertà, libera veramente da ogni tradizionalistica pregiudiziale anticattolica e antioperaia; nella possibilità cioè che si delinei una politica che abbia superato le storiche, ricorrenti contraddizioni che, dai vizi trasformistici alle consuetudini giolittiane, hanno sempre tarpato lo sviluppo di una democrazia in Italia; è nella possibilità, insomma, che sorga una forza cosciente del fatto che dalla direzione del paese non può essere estromessa alcuna delle forze costituzionali, e che per la costruzione del nuovo Stato non deve essere respinto alcun apporto, che risiede la nostra speranza nello sviluppo del progresso civile e politico d’Italia.
N O T E
(1) Vedi “Lo Spettatore Italiano” n. 10, a. V, e n. 1, a. VI.