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Premessa...

Alle elezioni parlamentari del 7-8 giugno 1953, il premio di maggioranza non scattò. La Storia d’Italia. Cronologia 1815-1990, edita dall’Istituto Geografico De Agostini (Novara, 1991), in calce alla tabella recante i voti ottenuti da ciascuna lista, così commenta:

«La legge “truffa” non scattò per pochissimi voti: ai partiti apparentati ne sarebbero bastati 57.000 in più, pari allo 0,2%, per ottenere il premio di maggioranza. Alcuni dei settori della DC, di fronte all’alto numero di schede nulle, intesero chiedere una revisione dello scrutinio, ma De Gasperi e Scelba si opposero risolutamente, accettando il risultato. Infatti, al di là delle tensioni che avrebbe provocato una riapertura dello scrutinio, essi avevano chiaro il dato politico: i partiti di centro, rispetto alle elezioni del 1948, perdevano complessivamente quasi il 13% […].
Un comportamento – viene spontaneo osservare – opposto e assai più corretto e responsabile in confronto alle insistenze di Berlusconi per un ri-conteggio delle schede dopo aver perso, sempre di stretta misura, le elezioni del 2006. E in confronto ad altri casi simili, in Italia e altrove.
Trascriviamo ora il quarto e ultimo articolo dedicato alla “legge truffa” dallo
Spettatore Italiano (n. 6/1953).


La “legge truffa” – IV
LA FINE DEL “CENTRISMO”
(articolo pubblicato sullo “Spettatore Italiano” n.6/giugno 1953)

L’interno congegno della legge elettorale maggioritaria, basata sull’accordo dei quattro partiti di centro, non è scattato. La Democrazia Cristiana e i partiti cosiddetti minori, che avevano sperato, con questa legge formalmente anticostituzionale, di sopperire, mediante l’accaparramento di una massiccia maggioranza parlamentare, alla loro incapacità di trovare una politica che sapesse utilizzare le forze della sinistra marxistica, hanno visto le loro speranze contraddette e battute dal responso delle urne. La fisionomia dell’elettorato, come è risultata da quest’ultima consultazione elettorale, non si presta assolutamente ad equivoci: la chiarezza del responso delle urne è tale da agevolare, anche in chi più si è tenuto attaccato alle formule del centrismo, una netta presa di coscienza della nuova situazione politica. I partiti “minori” escono frantumati da una lotta, che ha visto affermarsi tre grandi partiti: il Partito democratico cristiano, il Partito comunista e il Partito socialista. Sono questi i tre partiti che hanno condotto il nostro popolo, ciascuno nelle maniere e nelle forme sue proprie, a una pienezza di maturazione democratica, quale non è dato di registrare in altri paesi dell’Europa continentale. E di tutto questo, ci sembra, va dato atto preliminarmente all’on. De Gasperi, che pur avendo difeso la legge maggioritaria in Parlamento, pur essendo tentato e sollecitato all’ultimo momento, dalle forze integralistiche, a colmare artificiosamente lo scarso margine di voti che avrebbe permesso alla legge di scattare, ha voluto e imposto il rispetto scrupoloso della volontà degli elettori. Prova ancora della non comune levatura politica dell’on. Presidente del Consiglio.
Le carte sono ormai tutte in tavola; l’elettorato e il personale politico sanno oggi come è fatto questo paese, quali sono le esigenze che porta in seno: chi finora ha voluto illudersi che il socialismo marxistico fosse cosa riassorbibile con la politichetta del riformismo sociale o che il partito cattolico potesse essere sfruttato e ancorato eternamente “a sinistra” dal centrismo impotente dei “minori”, è servito. Questi partiti “minori”, difatti, sono i soli – senz’altra compagnia e senza premio di consolazione di nessun genere – ad aver fatto le spese della lotta. Per essi non varrà affermare che un tale risultato elettorale e la loro conseguente débacle, sarebbero dovuti ai duri tempi che si attraversano, ai tempi che sarebbero unicamente propizi ai grandi partiti di massa organizzati e non ai partiti di élite.
Una tale affermazione aggraverebbe le loro già tanto pesanti responsabilità. In realtà, la sconfitta dei “minori” è cominciata a delinearsi proprio nel momento in cui essi si sono posti come partiti “minori” di un più grande partito, quello democratico cristiano; dal momento, cioè, in cui essi hanno consapevolmente rinunciato – chiusi in un cieco odio anticomunistico – ad essere partiti di élite, ad essere partiti di mediazione tra i grandi partiti di massa; dall’avere, in altre parole, rinunciato ad occupare quel posto che loro assegnavano le esigenze proprie del processo democratico del paese. La sconfitta dei “minori”, in modo particolare la sconfitta del Partito liberale, ha scoperto sì un vuoto, ma, al tempo stesso, ha eliminato un equivoco, e in verità ha dimostrato, in maniera aperta e chiara, qualcosa che noi abbiamo costantemente sostenuto: che il posto che aveva voluto occupare il Partito liberale nello schieramento politico dei partiti, non era necessario, anzi era nocivo, pericoloso a se stesso, più ancora che ai grandi partiti. E il responso delle urne – correttamente interpretato – conferma questo nostro giudizio: la sconfitta dei “minori” non è tanto la sconfitta del Partito liberale o di quello repubblicano, quanto la sconfitta del centrismo, di quella concezione ideologica e politica, cioè, che aveva ormai descritta intera la parabola delle sue illusioni e che era giunta alla fine senza anima, vuota di ogni spinta ideale, scettica di se stessa e ridottasi a vivere di espedienti riformistici e di calcoli ed alchimie elettorali(1). Questa concezione, che aveva trovato i suoi massimi e più intransigenti custodi nei dirigenti di quella esangue socialdemocrazia saragattiana, la quale aveva creduto di nascondere il proprio affannoso e ormai corto respiro dietro la smorfia atroce del Campesino, giace finalmente allo scoperto, tutta decomposta, sul lido dove vanno a morire tutti i falsi idoli e tutte le funeste illusioni. Non prima però di aver preso appieno coscienza dei pericoli che si sono evitati, dei disastri cui tutti siamo scampati, dal liberale al cattolico al comunista, col naufragio di quella legge maggioritaria e con il decomporsi di quella concezione centrista. Questa operazione è tanto più necessaria per quanti volessero attardarsi su mirabili prospettive svanite o a sognare di ciò che altrimenti avrebbero potuto essere.

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In questa rivista, noi abbiamo più volte riconosciuto, sin da quando si cominciò a discutere delle elezioni, che la legge maggioritaria era stata vista dall’on. De Gasperi essenzialmente come una operazione di sinistra; come l’operazione, cioè, che avrebbe dovuto garantire al personale dirigente degasperiano l’appoggio della Chiesa e dell’Azione cattolica, nelle elezioni, e così impedire che Chiesa e Azione cattolica, nell’incertezza del futuro elettorale, potessero scompaginare in partenza le basi, ritenute insufficienti, della politica degasperiana, orientandosi a sostenere le antiche e nuove formazioni politiche di destra, di ispirazioni più o meno apertamente fascistiche, e quindi, per molteplici aspetti e complesse affinità, gradite alla concezione del clericalismo integralista.
A suo tempo notammo come l’aspetto più grave di tale operazione fosse nel fatto che, con essa, la vita stessa, politica e costituzionale, dello Stato italiano veniva ad essere subordinata a un problema di rapporti interni al mondo cattolico. E, al tempo stesso, sottolineammo con energia che, in ogni caso, questo problema non avrebbe trovato una effettiva e normale soluzione nell’accordo tra le forze interne al mondo cattolico attorno alla legge maggioritaria. Con questo accordo – ammonimmo mesi fa – si sarebbe avuta solo una battuta d’arresto; si sarebbe avuta cioè una momentanea sospensione di giudizio, da parte di certe forze della Chiesa, sul personale dirigente degasperiano, al quale sarebbe stato in pratica concesso solo di prendere fiato per qualche tempo: per il tempo, che sarebbe stato assai breve, dell’immediata euforia post-elettorale, nel caso, naturalmente, che la legge fosse scattata. In altri termini – a nostro avviso – l’operazione degasperiana, se fosse riuscita, avrebbe avuto solo un valore tattico, destinato a consumarsi rapidamente, in quanto, in ultima analisi, nell’accordo con le forze dell’integralismo cattolico, l’on. De Gasperi sarebbe rimasto alla mercé di quest’ultimo, senza più la benché minima possibilità di far valere, nei suoi confronti, il peso di quella sinistra che egli, con la legge maggioritaria, aveva in prospettiva già collocato in un angolo del Parlamento. Né il Presidente del Consiglio avrebbe certo potuto valersi dell’aiuto risibile dei socialdemocratici, i quali avevano oltretutto caricato, a loro volta, la legge maggioritaria di un deciso e dispiegato significato anticomunistico e di tutto il loro ingombrante bagaglio riformistico, e che così erano ridotti a vaneggiare su condizioni e prospettive più taumaturgiche che politiche, per conservarsi l’estrema illusione di poter prevenire, nientemeno, la possibilità di ogni involuzione a destra, e garantire quindi una base laica al centrismo degasperiano.
Ma il riformismo economicistico dei saragattiani avrebbe potuto davvero essere un ostacolo per quell’integralismo cattolico, imbevuto e pieno degli schemi solidaristici discesi dalla Rerum Novarum? Per quell’impareggiabile integralismo, più o meno geddiano, che, sollecitato da eroici furori moralistici, non aveva esitato a fare la guerra a quanto di serio ancor si conserva nelle forme della proprietà capitalistica, bancaria, industriale, terriera, per sostituirvi la proprietà dispensiera di buone opere, di beneficenza, di assistenza? La fragile copertura saragattiana sarebbe crollata al primo soffio di una campagna di moralizzazione pubblica, che avrebbe visto, nel giro di pochi mesi, alla testa e alla guida delle pubbliche amministrazioni, della burocrazia, dei vari enti parastatali e di diritto pubblico, i riformatori della “coscienza morale” della nazione, gli impazienti integralisti della nuova, santa ora della riscossa cattolica contro i “modernisti” democratici cristiani, contro i “laici” degasperiani, colpevoli di aver tradito le speranze della nuova palingenesi sociale e di aver fornicato, troppo a lungo, con i “massoni” della democrazia laica.

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Questi sono i pericoli che il fallimento, il naufragio della legge elettorale ha evitato al nostro paese; pericoli – si consideri attentamente – che se derivano, in sé, dalla minaccia integralistica, sono però sollecitati, favoriti e obiettivamente promossi da una concezione e da una politica, quella centrista. In realtà, una politica siffatta, per la sua incapacità di riconoscere le esigenze della democrazia nella pienezza della sua maturazione storica, per il suo congenito astrattismo, che si concreta nel ritenere possibile lo sviluppo dello Stato unicamente in termini di democrazia prefascista, non ha esitato a giocare una rischiosissima avventura, a spese del mondo cattolico e della Chiesa, nel cui interno ha, invero, finito per provocare il rafforzarsi non già – come si augurava – delle correnti politicamente più aperte e religiosamente più genuine e più accese, ma di quelle autoritarie e teocraticistiche. Queste correnti hanno sempre ripugnato al “cristianesimo” del Presidente del Consiglio, personalmente così poco propenso a fare posto a quella particolare mentalità ecclesiastica, che continua a vedere nello Stato il braccio secolare della Chiesa; e in effetti queste correnti autoritarie non hanno mai capito la politica dell’on. De Gasperi, che, mentre si qualificava “cristiana”, manteneva, malgrado tutto, un certo senso della necessaria autonomia della dimensione statuale e si sforzava perciò di essere così poco confessionale, e anzi tanto ribelle ed audace, da riproporre alleanze con un personale laico borghese; nel quale gli integralisti cattolici hanno continuato invece a scoprire goffamente, magari con l’aiuto di qualche indiscrezione uscita da Palazzo Margherita, gli eredi di Nathan e del Gran Maestro della Massoneria Ferrari.
D’altra parte, sarebbe un errore non riconoscere l’occasione di fondo, dalla quale ha potuto trarre alimento in questi anni l’integralismo cattolico, sarebbe una parzialità non riconoscere un dato politico serio, che ha permesso il pericoloso avvitarsi nella spirale irrazionalistica di certe forze del mondo cattolico.
Non può, in realtà, né deve sfuggire il fatto che nella difesa accanita, ideologica, che è stata condotta – e in particolare dalla socialdemocrazia – della legge maggioritaria; nella insistenza disperata, irragionevole con la quale sono state difese le formule del centrismo, era implicito, era fondamentalmente riposto un pervicace pregiudizio, nel quale perdurava, singolarmente capovolto, l’antico e non mai spento anticlericalismo. Ed è chiaro che, su questo punto, inevitabilmente sarebbero scattate, presto o tardi, la Chiesa e l’Azione cattolica.
Ora, il tenacissimo, anche se capovolto, pregiudizio anticlericale del centrismo è consistito essenzialmente in questo: nella volontà (pur di escludere la benché minima possibilità di una politica che si aprisse verso la sinistra marxista) di utilizzare, senza pagare, naturalmente, alcuno scotto, l’autorità e il peso della Chiesa in appoggio a una politica immobilizzatrice del sistema sociale, a una politica che ordinava e dirigeva obiettivamente la Chiesa, ora in queste elezioni, ora in queste altre, ad un lavoro sfibrante di puntellamento organizzativo e riformistico di un sistema proprietario privilegiato, che non riconosce se non i prodotti, le attività, le istituzioni che ad esso si subordinano. In questa utilizzazione praticistica della sua ascendenza e della sua autorità per conservare le formule politiche del centrismo, la Chiesa non ha riscontrato un effettivo e reale compenso per il suo impegno; non ha nemmeno potuto intravedere la speranza di veder realizzata una società civile finalmente fuori del complesso delle paure anticomunistiche; non ha visto, sia pure in prospettiva e alla lontana, delinearsi una società non più tiranneggiata da alcuna ideologia, statalistica o meno, una società nella quale le singole istituzioni storiche possano esplicare in maniera autonoma il meglio della loro attività produttiva, culturale, politica, religiosa, sindacale o economica che essa sia. In questa utilizzazione, dunque, meramente praticistica, positivistica, maurrasiana, e perciò irreligiosa e anticlericale, delle sue funzioni, la Chiesa ha sentito l’offesa; e la sua attesa angosciosa di un domani meno pauroso e immobilizzante ha minacciato di trasformarsi, da un momento all’altro, in un acuto risentimento per la fiducia tradita e quindi in una volontà di fare essa direttamente ciò che i laici non hanno saputo fare, per una deficienza che, però, la Chiesa ritiene semplicemente di ordine morale, o addirittura confessionale, e non già, innanzi tutto ed essenzialmente, di ordine culturale e politico.
Si potrà forse obiettare a tutto ciò che l’ambizione di una conquista teocratica dello Stato è un vizio radicato nel mondo cattolico e nella Chiesa e che quindi, con o senza prospettive nuove, del tipo di quelle da noi più su indicate, la Chiesa continuerà sempre a nutrire sogni di primato assolutistico.
Ma, a nostro parere, l’obiezione non regge. In ogni caso, si dovrà concedere alla Chiesa e al mondo cattolico, da parte dei laici e dei politici, il beneficio di una condizionata fiducia, e di una ragionevole speranza, almeno fino a quando non si sarà pienamente dispiegata l’azione di un personale politico dirigente, capace di fare una nuova politica, quella politica che fino ad oggi – cioè alle elezioni del ’53 – non è mai esistita sia pur parzialmente, in Italia, ove si escluda il periodo, per troppi aspetti eccezionale, della Resistenza e del Tripartito.

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Non a caso abbiamo detto che questo personale politico capace di concretare e condurre una politica non più chiusamene riformistica, e capace quindi di far giocare le esigenze storiche della democrazia in maniera ordinata e lungo una linea di sviluppo organico della società civile, non è esistito, neppur parzialmente, e sia pure con l’eccezione già detta, fino a oggi. Noi riteniamo infatti che oggi, con la fine del centrismo, se non si è ancora giunti alla formazione e nemmeno all’iniziale enucleazione di un personale politico siffatto, si sono almeno prodotte le condizioni materiali per intraprendere una politica degna di tal nome, e atta quindi a sollecitare l’affermarsi di un personale adeguato. Sulle ceneri delle illusioni centriste si potrà – a nostro avviso – cominciare ad impostare una politica, che finalmente riconosca le istanze storiche maturatesi nel processo democratico, e che valga quindi ad avviare una buona volta lo sviluppo di uno Stato veramente moderno.
Le basi materiali di questa politica sono in concreto quelle indicate dall’elettorato, il cui voto appunto, se sarà rispettato come lo deve essere, ha chiaramente espresso la necessità di un governo che si basi in qualche modo sui due schieramenti fondamentali della società italiana: quello della sinistra marxista e quello cattolico, due forze distinte l’una dall’altra, ma che rappresentano ugualmente esigenze, posizioni e interessi oggi necessari alla formazione e allo sviluppo di uno Stato moderno.
La possibilità dunque di un governo che si ancori a sinistra su Nenni, e che sia presieduto dalla consumata abilità e dalla provata saggezza dell’on. De Gasperi, è nei fatti: è nei fatti, insomma, la possibilità di un governo che non presenti più massicci e schiaccianti equivoci clericali (perché effettivamente al di fuori delle più pesanti suggestioni cattoliche di tipo modernistico o integralistico) e che, al tempo stesso, non sia più il frutto stentato di quelle mitiche ed illusorie impostazioni socialdemocratiche, che hanno impastoiato e intrigato tutti i partiti del centro. In altri termini, è finalmente attuale e presente la possibilità di un governo, che viva ed agisca virilmente, senza infingimenti e senza artifici, nel concreto storico delle esigenze espresse in maniera decisa e chiarissima dal paese.
In realtà, il mondo cattolico, dalle cose stesse, come dalla volontà dell’elettorato che le ha interpretate con esattezza, è stato alla fine ricondotto a riconoscere che senza quel socialismo, che non a caso si definisce unitario, non è possibile governare, non si può creare civiltà e ricchezza nazionale. A loro volta, i partiti della sinistra marxista, attraverso la mediazione del socialismo nenniano, che unico, nella presente situazione interna e internazionale, può interpretare al governo le esigenze complessive dello schieramento proletario nella attuale fase storica, sono stati riportati ad ammettere esplicitamente che non è possibile mantenere aperta la situazione e reggere il paese senza l’apporto decisivo del mondo cattolico. Queste due forze, dunque, che, fino ad oggi, sussistevano divise e che con le loro lotte, negli anni ormai finalmente trascorsi, hanno dilaniato il paese in due minacciosi tronconi, devono oggi riavvicinarsi e devono cercare vincoli di intesa e di collaborazione. Il fatto è ovviamente di un’estrema importanza e di una decisività politica eccezionale; ma ne può discendere forse che, a più o meno breve scadenza, avremo nuovamente dei governi tripartiti, di pacifica coesistenza delle forze più importanti storicamente espresse dall’elettorato?
In realtà, non può essere dimenticato che la formula della “pacifica coesistenza e collaborazione al governo” fu formula insufficiente, che determinò, tra l’altro, l’esplosione del qualunquismo, la vera base, il punto di leva da cui cominciò la prosaica avventura del centrismo.
Se il passato deve ammaestrarci, il primo ammaestramento è certamente questo: che la coesistenza sic et simpliciter non può ripetersi, con speranza di successo, come formula di governo; che la piattaforma di una politica veramente moderna non può essere quella che, per il suo democraticismo esasperato ed acefalo, tende fatalmente a ridurre a grado a grado lo Stato a una dimensione puramente sindacalistica o peggio ancora economicistica. Insomma, e sia detto a tutte lettere, non potremmo mai chiamare moderno quello Stato che, di volta in volta, a seconda del grado delle pressioni, accontenterà, come un grande benefattore, ora questo ora quel gruppo sindacale, ora questo ora quel partito, nazionalizzando le tali aziende o distribuendo il tale numero di ettari ai contadini, ecc. Né potremmo desiderare un governo di forze coesistenti, perché si abbia semplicemente la neutralità armata o l’atlantismo condizionato o la colomba posata sulla bocca di un fucile mitragliatore, “per la difesa della nostra patria”.
La coesistenza dei cattolici e del socialismo unitario è per noi solo una condizione obiettiva, di fatto, che deve consentire la formazione di un personale politico dirigente, il quale non veda più lo Stato come una comproprietà, come un possesso regolato e sorretto da una sorta di contratto di mezzadria, ma che veda lo Stato come il garante necessario del progresso civile, organico del paese, come quella forza, quell’organismo, che ha la sua particolare inalienabile sovranità, distinta dalle sovranità e autorità pertinenti alle altre istituzioni storiche, e che abbia quindi la sola, naturale competenza spettantegli: quella di consentire e sollecitare lo sviluppo di un ordinamento giuridico, in cui la proprietà privata venga progressivamente e sistematicamente liberata dai propri limiti fisicistici e naturalistici.

* * *

Ora, il partito che meglio avrebbe potuto accedere a una tale concezione dello Stato, era, malgrado tutto, proprio il Partito liberale; il partito che avrebbe dovuto conservare e sviluppare quella capacità, che il Cavour ebbe grandissima, pur nel quadro ideologico del suo tempo, di accogliere le esigenze storiche nuove, maturatesi nel paese, conferendo ad esse il cemento di una idealità, che superava il momento stretto dei partiti, in vista di un obiettivo di progresso civile e di rafforzamento dello Stato. In una coesistenza non alimentata da una tale idealità, il Partito cattolico e quello socialista unitario sono portati inevitabilmente a subordinare, più o meno apertamente, ogni altro interesse all’obiettivo esclusivistico e materiale della “conquista del potere”; la mancanza di un richiamo costante, di una critica politica, che ponga questi partiti sistematicamente al confronto con i problemi e con le soluzioni nascenti dalla formazione di una società e di uno Stato moderno, comporterebbe, a scadenza più o meno breve, l’esaurirsi della coesistenza stessa. Ora, il compito di supplire a tale deficienza avrebbe dovuto, e forse potrebbe ancora spettare appunto – come abbiamo detto – al Partito liberale.
Certo, per assurgere oggi, immediatamente e con pienezza, a una tale funzione, il Partito liberale avrebbe dovuto rinunciare da un pezzo a esercitare la falsa mediazione del centrismo, avrebbe dovuto da un pezzo intraprendere la sua autocritica e cominciare a rinnovarsi, in modo da potersi presentare all’elettorato del 7 giugno con una sua autonoma, precisa ragion d’essere. E gli errori che il Partito liberale avrebbe dovuto dimostrare di aver abbondantemente scontati, sono anzitutto gli errori capitali del periodo del CLN e di quello del Tripartito, quando il liberalismo si immiserì in una politica che non era di critica e di sollecitazione, ma solo di intrigo, e che scadeva perciò fatalmente in una protesta intessuta di insofferenza qualunquistica. Possono forse i liberali dimenticare che, malgrado la tenace avversione di Benedetto Croce, quella politica si concluse nei nefasti blocchi del ’48, in cui confluì la beceraggine volgare dei qualunquisti?
A dire il vero, qualche cosa, negli ultimi tempi, ci ha sollecitato a sperare che la lezione del passato sia stata, sia pur parzialmente, appresa. Malgrado ogni apparenza in contrario, abbiamo potuto rilevare qualche aspetto positivo nella campagna elettorale sostenuta dai liberali, nel corso della quale, se nulla hanno ancora dimostrato di capire dell’equivoco centrista e della minaccia geddiana, tuttavia hanno saputo almeno liberarsi dal complesso monarchico, rinunciando a giocare la parte del grande partito di massa e lasciando interamente questo ruolo, che al liberalismo è innaturale, al lazzaronismo spaghettaio e plebeo di un Achille Lauro. Troppo poco ancora, invero, per lasciar credere all’elettorato che il liberalismo italiano fosse pronto a recuperare quella funzione che gli fu propria durante il Risorgimento, e che fu di egemonia politica e di guida nel processo costruttivo del nuovo Stato italiano.
Ma se a ciò il Partito liberale è ancora incapace di giungere – e di questa incapacità ha pagato il prezzo con lo scacco elettorale – a ciò obiettivamente dovrebbero, mano a mano, sospingerlo le necessità della situazione attuale. In ogni caso, il liberalismo italiano dovrebbe avere ben chiaro che una tale funzione egemonica verrebbe naturalmente ripresa in condizioni che non sono più, evidentemente, di privilegio. Non sono più i tempi della “consorteria” post-cavouriana, e il Partito liberale dovrà tenere conto, nella sua azione, di quanto le esigenze storiche del paese, esprimentisi al governo attraverso i democristiani e i socialisti unitari, abbiano mutato le vecchie tematiche sullo Stato etico e abbiano intaccato e posto in crisi le varie limitazioni di classe delle istituzioni statuali.
Il Partito liberale è giunto così, almeno ci sembra, all’ora della sua possibile rinascita, che è però anche l’ora del vaglio e della prova definitiva. La sconfitta elettorale e la riduzione delle sue possibilità parlamentari gravano certamente sulle sue effettive e concrete possibilità di azione politica. Ma per un partito, che una volta era abituato a fare più conto delle idee che dei seggi, questa lezione potrebbe essere salutare. Infine, si può anche dire che, a porsi su questa strada libera da zavorre vecchie e nuove, aperta al riconoscimento e alla comprensione delle esigenze storiche maturatesi nel processo democratico, il Partito liberale troverebbe il vero ostacolo non tanto nella sua limitata forza parlamentare, quanto nell’atlantismo, o, detto più chiaramente, nel timore che un governo De Gasperi-Nenni comporterebbe la perdita dell’amicizia e dell’aiuto dell’America. Ma stia attento il Partito liberale: la prima pietra di paragone della sua politica potrebbe consistere proprio nel saper legare l’America a una situazione europea che, proprio da qui, partendo cioè dall’Italia, potrà cominciare ad assumere aspetti più razionali, più liberi e alla fine più liberanti per gli stessi Stati Uniti. Del resto, una simile capacità non venne forse dimostrata dal Partito liberale all’epoca di Napoleone III, il quale, fino a quando rimase inserito nella politica cavouriana, riuscì a rappresentare un elemento di libertà per la stessa Europa, ma che, quando alla morte dello statista piemontese si spense quella politica, finì nelle braccia del clericalismo nazionalistico e intransigente, che lo condusse a Sédan?
In realtà, nelle tradizioni gloriose del liberalismo italiano, si conserva più di una lezione, che potrebbe utilmente essere ricordata alle Potenze che aspirano oggi alla leadership sull’Europa, e rimangono poi sconcertate, o si lasciano sconcertare, di fronte a quanto la libera volontà dei popoli viene esprimendo, nel moto incomprimibile della Storia.

N O T E

(1) E’ anche troppo evidente che sconfitta del centrismo non vuol dire sconfitta della posizione di centro, il centrismo essendo l’esclusivizzazione ideologica, l’assolutizzazione mitica di quella posizione, e la riduzione di ogni validità e valore politico ad essa. Ed è bene aggiungere che di una siffatta mostruosità ideologica sono responsabili i dirigenti dei “minori”, ben più che l’on. De Gasperi: come i fatti stanno dimostrando.

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