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Premessa...

Trascriviamo ora il secondo dei quattro articoli dedicati dal mensile Lo Spettatore italiano alla legge elettorale con premio di maggioranza approvata in vista delle votazioni parlamentari del 7-8 giugno 1953.


La “legge truffa” – II
ANCORA SULLA RIFORMA ELETTORALE
(articolo pubblicato dallo “Spettatore Italiano” n.1/gennaio 1953)

Uno dei dibattiti più elevati, per il tono e per il contenuto politico, per le passioni che in esso si sono agitate e per le idee che vi sono state espresse, è stato senza dubbio quello svoltosi in questi ultimi due mesi alla Camera sulla legge elettorale. Si deve infatti ammettere che quel dibattito è stato veramente esemplare, anche se spiacevoli incidenti hanno talvolta minacciato di oscurare il reale ed alto valore delle discussioni. Ma queste, in ogni modo, hanno tutte riconfermato che nella Camera uscita dalle elezioni del ’48, e che ora si accinge a rinnovarsi, siede un personale politico di notevole levatura, tale da conferire grande dignità e prestigio al nostro Parlamento. E noi crediamo che una siffatta elevatezza sia derivata al dibattito dal fatto che gli uomini maggiori, che ad esso hanno partecipato, sono ancora, in misura prevalente, gli uomini che hanno condotto la lotta contro il fascismo e che hanno costruito il nuovo Stato repubblicano post-fascista; gli uomini che conoscono, o almeno avvertono, i massimi problemi politici e sociali del nostro Stato, che intendono e sanno considerare in misura aperta e dispiegata, e nei termini della nostra migliore tradizione politica e culturale, le questioni che sono fondamentali per l’esistenza in Italia di uno Stato libero e democratico.
Senonché è doveroso anche aggiungere che il recente dibattito ha rivelato, e precisamente a causa degli atteggiamenti della maggioranza democristiana, l’esistenza di alcune nuove e pericolosissime tendenze, di alcune prospettive minacciose e di alcune questioni insolute, che ci costringono a considerare precario l’avvenire delle istituzioni democratiche e ci sospingono ad accentuare, in senso politico, la nostra vecchia opposizione di principio alla legge Scelba(1).

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La prima e più seria di tali questioni ha assunto un aspetto e delle proporzioni particolarmente gravi, a causa delle stesse motivazioni generali, di principio, enunciate nella relazione dell’on. Tesauro sulla legge Scelba. Se infatti la legge è stata concepita e formulata senza tener conto alcuno dello spirito, e in definitiva anche della lettera, della Costituzione, la relazione di maggioranza ha pericolosamente aggravato l’anticostituzionalità della legge, interpretandola, in modo deciso, come una rottura e un rinnegamento di quella visione storica dei rapporti fra i partiti, che era la base dell’intiero edificio costituzionale. In realtà, se con la legge Scelba è stata codificata, a strumento di formazione della base materiale dello Stato, un prassi elettorale extracostituzionale, una prassi che comporta la liquidazione di ogni normalità e regolarità di rapporti tra i vari partiti, ancor più grave è il fatto che la maggioranza democristiana, per bocca del suo relatore, abbia voluto accentuare ed esplicitare quell’aspetto plebiscitario e totalitaristico, che è implicito, più ancora che nel premio di maggioranza, in quell’amorfo sistema dell’apparentamento che distrugge, alla fine, la dimensione stessa dei partiti. Dalla relazione Tesauro, infatti, la varia e molteplice dialettica dei partiti viene genericamente e aprioristicamente ridotta a due soli schieramenti: a quello della democrazia e a quello dell’antidemocrazia. Ed è evidente che con questa riduzione si finisce con il perdere la nozione stessa dell’individualità dei partiti, si perde cioè il senso di ciò che essi sono necessariamente in regime di democrazia: «il momento pratico della ricerca, dell’elaborazione, del confronto, dell’affermazione del prodotto politico», quel momento insomma che è indispensabile a una normale e vitale esplicazione della vita politica e statuale(2). Poco importa allora che, come la stessa relazione Tesauro si premura di mettere in rilievo, poco importa che la maggioranza democristiana non abbia ella medesima scoperto ed escogitato il principio dell’apparentamento. Poco importa che essa lo abbia, per così dire, trovato già bell’e fatto, dal momento che il primo esempio di apparentamento è stato offerto proprio dalle sinistre attraverso i blocchi del popolo. Resterebbe in ogni caso alla Democrazia Cristiana il torto grave di aver soggiaciuto a tale esempio, fino a farne una norma, e anzi la norma del gioco elettorale. E un tale torto si aggraverebbe ancora per il fatto che, oggi, proprio le sinistre stanno indicando, per molteplici sintomi, di voler abbandonare una tattica che si è rivelata infausta, e che era, in sostanza, il residuo di una mentalità estremistica felicemente ripudiata, la mentalità titoista dei fronti nazionali.
Ma non è certo su questo che ci vogliamo soffermare. Gli alibi della maggioranza non ci interessano, e per di più, come si è visto, sono – scuse non richieste – delle manifeste accuse. Ciò che ci interessa, invece, è il primo manifestarsi di una volontà nuova, di una tal quale sfrontatezza totalitaria, non più semplicemente all’interno del mondo cattolico, attraverso le manifestazioni del geddismo, ma all’interno della stessa Democrazia Cristiana. L’on. Tesauro è oggi il casuale portavoce di una siffatta volontà: portavoce sintomatico, data la sua formazione ideologica e culturale. Ma, domani, i portavoce potranno avere polmoni ben più poderosamente strutturati. Comunque, quella volontà esiste e può già manifestarsi sino a divenire espressione ufficiale della maggioranza. E’ evidente che il fatto è gravissimo e che merita un’analisi e una meditazione adeguate.

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Non si ripeterà mai abbastanza che il centrismo democratico, come del resto qualsivoglia altro sistema politico, non può assolutamente rinunziare a quelle forme e a quelle istituzioni, che ne costituiscono i peculiari capisaldi. Ora non vi può essere dubbio che proporzionale, autonomia e distinzione dei partiti, mediazione parlamentare e pienezza di diritti per le minoranze sono l’essenza stessa di quel particolare tipo di regime democratico, che va sotto il nome di centrismo. Ove esso rinunzi all’uno o all’altro di questi suoi capisaldi – e peggio ancora poi se a tutti insieme – si darà immediatamente la sua involuzione, si verificherà il suo decadimento, mentre gli si sprigionerà dall’interno il cancro divorante di una reazione di tipo fascistico. In altri termini, il centrismo non può che essere se stesso. Se, nell’assurdo sforzo di continuare a sussistere ad ogni costo, esso si snatura e si corrompe, magari prendendo a prestito strumenti che sono stati elaborati dalla sinistre per le esigenze della loro politica specifica, il risultato non può che essere reazionario. Ne abbiamo appunto la verifica impressionante nel modo stesso in cui finisce per funzionare il principio dell’apparentamento o del blocco, una volta che si sia introdotto artificiosamente entro i termini generali dello schema centrista.
L’attuale apparentamento, infatti, come ognuno può rendersi conto, è stato ideato dall’on. De Gasperi e dai suoi amici politici al semplice scopo di prendere più voti. Almeno nelle intenzioni, esso è insomma un puro fatto elettorale, che, se trasforma i partiti (e proprio nel momento che dovrebbe essere quello della verifica dei loro prodotti politici) in semplici organismi per l’incetta e il rastrellamento dei voti, non ha tuttavia, esplicitamente, alcuna ambizione ideale, che trascenda, sia pure in senso totalitario, il mero accaparramento dei suffragi.
Ma l’aspetto più preoccupante del fenomeno è proprio questo. E’ il fatto cioè che il sistema dell’apparentamento non si anima nel centrismo di alcuna nuova idealità politica, come poteva essere invece, ed era, per i fronti popolari del ’35 o per gli stessi blocchi del popolo in questo dopoguerra. In realtà, il frontismo popolare fu sempre operazione essenzialmente politica, in vista di obiettivi di libertà, di lotta contro il fascismo, o anche, in questi ultimi anni (ma allora in forme estremistiche e fallimentari) di trasformazione profonda del sistema sociale. Nell’ apparentamento centrista, invece, la politica diventa puro fatto democraticistico, diventa mezzo per organizzare voti. E infatti il comune denominatore delle forze apparentate è dato da vaghi elementi positivistici: il progresso tecnico, le riforme, la distribuzione delle terre, la socialità, il nazionalismo e l’internazionalismo.
Ma allora, come è del tutto evidente, la lotta politica, la lotta elettorale, si trasforma non in una lotta per una scelta, per una verifica dei prodotti politici dei singoli partiti, ma si trasforma in una lotta indifferenziata, come quella che si ha nei referendum, a proposito dei quali l’elettore può solo dire, in maniera semplice ed elementarissima, un si o un no.
In altri termini, il principio dell’apparentamento, meccanicamente introdotto entro il sistema centrista, ne irrigidisce ed aggrava quella tendenza che gli è caratteristica, e che periodicamente si manifesta, ad ogni crisi elettorale, di fronte alla minaccia di una avanzata delle sinistre. Ricorre allora, infatti, il centrismo ad una impostazione per antitesi della lotta elettorale, ad una presentazione dilemmatica e primitiva del problema politico, che finisce per semplificarlo pericolosamente. Ma è evidente che la tematica barbara e demagogica della scelta tra comunismo e anticomunismo trova nel metodo degli apparentamenti quella formula, che non solo la consolida e la invelenisce, ma che, per così dire, la perpetua oltre la stessa fase elettorale, facendola divenire la ragione stessa, l’essenza, la fisionomia esclusiva del nuovo esperimento di governo. E se a tutto questo si aggiunge un premio di maggioranza, quanto mai massiccio e schiacciante, è del tutto chiaro che, mentre scompare ogni normalità di prassi elettorale, finisce per affacciarsi decisamente, e per affermarsi come regolare, l’eccezionalità del metodo plebiscitario.

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Ora non è certo possibile nascondersi il fatto che le forze reazionarie (quelle cioè che sono sempre partite, nei loro assalti contro lo Stato repubblicano, dalla dichiarazione esplicita di una loro volontà di abolire la legge costituzionale in nome di una politica che si dichiara senza tanti ambagi eversiva) hanno sempre trovato, in epoca moderna, da Napoleone III in poi, nel metodo plebiscitario, il loro ideale terreno di lotta e di affermazione.
Poco importa allora che una tale forza reazionaria non sia ancora oggi pienamente organizzata nel nostro paese, né abbia ancora raggiunto una sua completa maturità politica. Certo il Partito democratico cristiano non è assolutamente una tale forza reazionaria, e di fatto esso non ha mai dichiarato, in alcun modo, di non riconoscere la Costituzione repubblicana. Ma non si può non rilevare che, malgrado tutto, il partito dell’on. De Gasperi, che pure ha partecipato alla creazione della Costituzione, si veda oggi costretto ad organizzare tecnicamente condizioni per la competizione elettorale, che sono extracostituzionali. E così pure, e soprattutto, non si può non rilevare che, su questa base tecnica, su questa base del puro efficientismo elettoralistico, lo stesso partito cattolico non trova, a sostegno della legge Scelba, che le motivazioni e le giustificazioni che sono contenute nella relazione dell’on. Tesauro.
Ora è necessario sottolineare energicamente che tali motivazioni sono appunto di natura democraticistica; tendono cioè a sviluppare pericolosamente la dimensione rappresentativa, necessaria ad uno Stato moderno (come del resto ad ogni Stato che voglia essere pienamente tale), nel senso erroneo e demagogico delle forme plebiscitarie e di quelle della democrazia diretta. Né è più possibile allora nascondersi che, proprio sul terreno offerto da motivazioni di tale tipo, potranno in un domani manovrare con più abilità e con maggior conseguenza le forze della reazione che politicamente e organizzativamente sono ancora, oggi, a uno stato frammentario, ma che sono sempre state forze plebiscitarie, appellantesi, contro il Parlamento, alla democrazia diretta dei vari totalitarismi fascistici. Come potrà mai pretendere del resto il moderatismo degasperiano, avendo, oltretutto, ridotto l’influenza parlamentare dell’opposizione di sinistra, e avendo condotto ad una situazione in cui ogni effettivo interesse politico nazionale avrà finito per coincidere intieramente con la vita stessa del Partito democratico cristiano, come potrà pretendere il moderatismo degasperiano che il compito debba rimanere ancora quello di controllare e di contenere la sinistra marxistica, quando il controllato, almeno parlamentarmente, non abbia più possibilità di agire? In realtà, nelle nuove condizioni create dalla legge Scelba, nulla potrà più porre ostacolo al fatto che, all’interno stesso del partito cattolico, si sviluppi la gara a chi saprà essere più efficiente, più “democratico”. E allora come potrà essere evitato una sorta di ben prevedibile éclatement del Partito democristiano e di quelli dell’estrema destra, per realizzare uno schieramento e un governo più autoritari, più vicini all’America di Eisenhower, di Taft e di Mac Carthy? Chi potrà impedire la distruzione delle rappresentanze politiche e ideologiche tradizionali delle forze del conservatorismo centrista e della stessa destra reazionaria, in nome di un nuovo reazionarismo popolaristico, più attivisticamente mobilitato verso il raggiungimento di riforme, che, lasciando intatta la forma della proprietà privata, si presentino però, sotto il profilo tecnico, più “gradite” al popolo e agli stessi operai? Chi potrà insomma impedire la liquidazione della tradizione più politica, più libera e aperta verso lo Stato costituzionale, del mondo cattolico, quella appunto del moderatismo?
Si può ben immaginare, allora, il tipo di involuzione al quale si andrebbe incontro in un tale regime, dove certamente il degasperismo, in fatto di democraticità sfrenata ed eversiva, avrebbe ben poco da competere con le esortazioni, modernissime e spregiudicate, alla ginnastica, e con i consigli alle levatrici, ai tecnici bancari, agli agrimensori, diuturnamente elargiti urbi et orbi, magari nella piazza di S. Pietro. Meno ancora poi potrebbe competere con le più energiche esortazioni geddiane, in virtù delle quali l’ascetismo degli apostoli laici, e dell’intiera società italiana, come riferisce imperturbabile l’Osservatore Romano, potrebbe venir misurato a seconda delle benemerenze o dei nastrini acquistati, delle mete raggiunte o delle statistiche elaborate nelle campagne di recupero e di mobilitazione annualmente lanciate dall’Azione Cattolica.
Ma allora, dinanzi a tali prospettive, si vorrà lasciare che la nuova legge elettorale, già votata alla Camera, e se finirà per passare al Senato, si realizzi sino in fondo?

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Tuttavia, prima di affrontare una tale questione, che ci sembra essere divenuta ormai quella politicamente decisiva, è bene ribadire e chiarire in tutti i suoi aspetti il nostro attuale punto di vista sulla legge Scelba, anche per eliminare qualche eventuale equivoco, che potrebbe essere sorto nei nostri più attenti e fedeli lettori. In altri termini, noi non intendiamo minimamente correggere o modificare il giudizio che, in un precedente articolo, abbiamo già espresso su questa legge elettorale(3). Confermiamo pienamente, cioè, che la legge attuale, assolutamente indifendibile e in sé scorretta e incostituzionale, è stata tuttavia concepita e voluta, secondo la logica della tradizione propria alla corrente antifascista del cattolicesimo militante, come una carta ancora di sinistra, come un’ultima difesa delle istituzioni democratiche, come il mezzo estremo per impedire, con la promessa di una esclusività di potere e di una riduzione della potenza parlamentare della sinistra marxistica, il riversarsi impetuoso, eversivo e irrazionale delle forze dell’integralismo cattolico contro il centrismo democratico e, attraverso di esso, contro lo Stato costituzionale. Un giudizio siffatto noi non possiamo che confermarlo, ed a ciò ci confortano le convinzioni ideologiche, le posizioni culturali, la tradizione e il costume stesso dell’on. De Gasperi e dei suoi amici politici.
Ma il modo in cui si è sviluppata la discussione parlamentare sulla legge Scelba; i termini, soprattutto, con cui la maggioranza ha scelto di difendere la legge; il sommovimento delle varie correnti e schieramenti politici, che è in atto nel paese; l’aperto appoggio che ormai forniscono alla riforma elettorale sia il prof. Gedda che il P. Lombardi, ci costringono a dire che le buone intenzioni dell’attuale gruppo dirigente democristiano possono, in concreto, lastricare soltanto un inferno plebiscitario e totalitaristico. Non si può non denunciare cioè, con la massima energia, ciò che appare anche troppo evidente per molteplici segni. Sta di fatto che si può ormai prevedere e affermare, senza tema di smentite, che, sacrificando le premesse proporzionalistiche dello Stato creato dal tripartito, il moderatismo degasperiano potrà, sì, ottenere che la Chiesa protegga ad oltranza, commossa dalla vistosità del premio di maggioranza, la lista degli apparentati al Partito democristiano, ma pagherà in ogni caso questa operazione molto caramente.
Con la legge Scelba, l’ala clerico-moderata del partito cattolico riuscirà, sì, a salvare un suo interesse interno, un suo pur vitale obiettivo: che l’integralismo cioè venga bloccato, riuscendo a spingere ancora una volta la Chiesa ad appoggiare decisamente la lista centrista; ma si tratterà forzatamente di un salvataggio momentaneo, e anzi del tutto effimero. In realtà, nelle nuove condizioni create dalla legge Scelba, non si addiverrà soltanto, per un processo prima o poi inevitabile, alla formazione di governi ormai di tipo plebiscitario, che prendano cioè la loro forza non dal Parlamento, ma direttamente dal popolo; si addiverrà a qualcosa di ben più grave: quel processo, infatti, non potrà non assumere un ritmo rapido e forse addirittura precipitoso; e ciò non solamente perché, di fatto, il governo che uscirebbe da quel nuovo tipo di consultazioni sarebbe già, per il modo stesso della sua formazione, un governo di tipo plebiscitario, ma soprattutto perché la concezione plebiscitaria, la posizione antiparlamentare si sono già enucleate, si sono affermate esplicitamente in seno alla maggioranza democristiana, fino a divenire il canone interpretativo ufficiale, la giustificazione, accettata dai gruppi centristi, della sciagurata riforma. L’on. De Gasperi deve ammettere che sotto l’influenza di una legge elaborata dal centrismo nell’intenzione di una estrema difesa di se stesso e dello Stato democratico, questo stesso centrismo si viene dissolvendo rapidamente sotto gli occhi di tutti. La relazione Tesauro, la relazione di maggioranza, non è un incidente di scarso rilievo. Essa indica in sintesi quali saranno i modi e le formule necessarie e le caratteristiche di quel processo, per cui inevitabilmente, attraverso il suo autodissolvimento e la sua involuzione, il clerico-moderatismo si troverà ad avere obiettivamente aperta la strada a pericolose avventure di tipo fascistico, compromettendo così le premesse materiali e formali dello Stato repubblicano, e finendo per sostituire un tipo di Stato paternalistico allo Stato democratico e di tradizione liberale.
Dopo la discussione alla Camera e l’atteggiamento assunto dalla maggioranza, non si può quindi non gettare un grido d’allarme. In sostanza, si può ben affermare che l’esperimento centrista è finito e che quella svolta politica, quella scelta che l’on. De Gasperi si illudeva di poter allontanare con artifici elettoralistici, si impone invece storicamente in tutta la sua inevitabilità. Lottare contro la legge Scelba, contro il funzionamento concreto del suo meccanismo, contro le sue conseguenze diviene quindi un dovere, un compito politico essenziale. Ma come? Con che metodo? Secondo quale tattica?

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Noi non riteniamo, nonostante tutto, che con l’approvazione della legge Scelba, così come potrebbe a prima vista apparire, sia da considerarsi liquidata, in maniera irrimediabile, ogni pratica possibilità di conservare le basi materiali e formali dello Stato uscito dalla lotta antifascista. In primo luogo, va tenuto presente l’aspetto di sinistra che, malgrado tutto, la legge Scleba conserva: il fatto cioè che essa costringe la Chiesa ad abbandonare, nel corso della lotta elettorale, la carta integralista e le formazioni esplicitamente di destra, per appoggiare lo schieramento centrista. Ciò, evidentemente, non è di scarsa importanza, e può essere convenientemente utilizzato a fini di sviluppo democratico. In secondo luogo, si deve valutare in tutta la sua portata il fatto che la legge Scelba non si applica, non agisce se uno dei gruppi apparentati non riesce a conseguire il cinquanta più uno dei voti. Se un tale fatto non si verifica, torna a giocare per tutti i partiti la proporzionale, torna cioè a giocare la legge connaturata all’essenza stessa della Costituzione repubblicana. La questione, dunque, ci pare si ponga in termini di chiara responsabilità per tutti quanti i partiti: per salvare la Costituzione occorrerà porsi l’obiettivo di fare del tutto perché nelle prossime elezioni politiche, proprio mentre la Chiesa, abbandonate le destre, sarà impegnata ad appoggiare il centrismo, venga, di fatto, ripristinato il gioco della proporzionale: e ciò, evidentemente, nell’unico modo in cui questo diviene possibile: conducendo le cose in maniera da impedire che qualsivoglia raggruppamento politico riesca a conseguire il quorum necessario per ottenere lo spropositato premio di maggioranza, previsto dalla legge. E’ evidente, infatti, che in questa ipotesi, tutt’altro che utopistica, la legge Scelba verrebbe neutralizzata e resa inoperante in tutti i suoi aspetti di destra e le sue conseguenze reazionarie, e funzionerebbe unicamente come residua carta di sinistra, quale senza dubbio fu inizialmente concepita, trattenendo la Chiesa da pericolose e infauste avventure integraliste a fasciste, e piegandola ancora una volta a sostegno della formula centrista.
Ma, giova allora chiedersi, come sarà possibile raggiungere un siffatto obiettivo? Ci sembra innegabile che ciò potrà raggiungersi solo a due condizioni. Sarà necessario innanzitutto, per così dire, ripercorrere all’inverso la strada tracciata, con i suoi ragionamenti, dall’on. Tesauro, nella sua relazione di appoggio alla legge Scelba. In parole povere, poiché questa legge dovrebbe venire giustificata dalla necessità di controbattere gli apparentamenti socialcomunisti, poiché, in altri termini, trae una sua decisiva ragione d’essere dalle paure suscitate dalla lunga tattica estremistica dei blocchi popolari, che fu appunto il quasi inevitabile contraccolpo, nel mondo socialcomunista, del crollo del Tripartito, bisogna in primo luogo adoperarsi per togliere ogni motivazione, ogni giustificazione del genere alla legge; bisogna, per così esprimerci, toglierle ogni realtà, e persino ogni parvenza di necessità e di fondatezza. Ma, in secondo luogo, poiché la legge Scelba codifica l’apparentamento, snaturando in modo completo il funzionamento della proporzionale, si dovrà invece, per via pratica, decodificare, per così dire, l’apparentamento; si dovrà cioè far coincidere, nella pratica, e agli occhi di tutti, apparentamento e bramosia totalitaria ed assoluta di potere, in maniera che contro l’unico gruppo che risulterà apparentato, quello appunto dei presentatori della legge, quello centrista, quello che, godendo dell’appoggio della Chiesa, apparirà come l’unico probabile fruitore dell’esoso premio di maggioranza, possa scatenarsi e si scateni una grande ondata di legittima rivolta, unitaria nella volontà di difendere la proporzionale, la Costituzione e il libero gioco del Parlamento e dei partiti, ma articolata e distinta secondo tutte le sue normali e autonome componenti politiche.

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E’ del tutto evidente che solo un’ondata siffatta, impedendo il raggiungimento del quorum a qualsivoglia forza politica, può salvare la Costituzione e la libertà. Ma è evidente altresì che tutto questo può verificarsi solo se, iniziando praticamente l’autocritica del loro recente passato, i partiti socialista e comunista decideranno finalmente, e con piena coscienza della intiera portata del loro gesto, di presentarsi con liste autonome, separate e non apparentate.
In realtà, così facendo, essi dimostrerebbero di voler affrontare il responso delle urne per quello che essi sono, nella loro specifica individualità; essi normalizzerebbero quindi il clima elettorale, e concorrerebbero, in misura decisiva, a impedire il formarsi di quella pesante atmosfera di divisione, che grava sempre sul paese, quando la realtà politica si estremizza secondo le due linee abnormi e insensate della democrazia e dell’ antidemocrazia. Non solo, ma sta di fatto che, provando indiscutibilmente che non è loro intenzione di mettersi a gareggiare per l’anticostituzionale premio di maggioranza, essi svuoterebbero altresì di ogni senso e di ogni mordente la cieca paura, agitata nel corpo elettorale dell’integralismo cattolico, di un comunismo quale appariva, e in parte era, quello dei fronti: un comunismo minaccioso, assetato di potere, teso a conquistare in ogni modo un dominio assoluto. In definitiva, si può ben affermare che, adottando una simile linea di condotta politica, il socialcomunismo darebbe un contributo decisivo alla liquidazione dei peggiori aspetti involutivi della situazione del paese, proprio in quanto si rimetterebbe, come ai tempi non dimenticati della Resistenza e dopo la lunga parentesi di inquinamento estremista, sulla grande strada della difesa e dello sviluppo delle libertà, con vantaggio enorme e innegabile per la qualità e la consistenza della vita politica italiana. E’ evidente infine che una tale linea politica finirebbe per dare al partito dell’on. Nenni un ruolo, un’importanza decisiva nelle prossime competizioni elettorali. Ma è evidente altresì che la maggiore autonomia e distinzione acquisite dal partito socialista gioverebbero non poco, e non solo al clima elettorale. In realtà esse costituirebbero veramente la novità più vistosa di queste elezioni, il fatto politico nuovo che spezzerebbe la rigidità dell’attuale situazione politica e che, almeno materialmente, potrebbe creare delle condizioni di obbiettiva maggiore fiducia fra i grandi partiti italiani; obbiettiva fiducia che è sommamente necessaria per un contenimento efficace del virus integralista e del pericolo fascista.
Giunti a questo punto, si deve forse arrivare addirittura a scrivere che la legge Scelba, con quel suo sproporzionato, antidemocratico e persino incomprensibile premio di maggioranza, sia stata in definitiva destinata a funzionare, non senza una qualche coscienza di ciò, almeno nell’on. De Gasperi, proprio come uno strumento capace di provocare un determinato, necessario scuotimento della opposizione? Che essa, insomma, sia stata destinata a provocare una presa di coscienza responsabile e autonoma dei partiti socialista e comunista, e a spingere così le forze della sinistra marxistica a un impegno elettorale e politico più aperto e cosciente, non più teso, in modo fumoso e convulso, all’obbiettivo della “conquista del potere”, ed orientato invece, secondo le migliori tradizioni del periodo antifascista, verso la cauta e metodica ricerca di uno sviluppo continuo delle libertà costituzionali? Lungi da noi il voler affermare questo esplicitamente, anche se, per quanto irretito nei limiti della concezione centrista, l’on. De Gasperi è forse troppo buon politico per non considerare, insieme all’obbiettivo che può sembrare massimo alla sua concezione di parte, quelle soluzioni di ritirata e di riserva, che si rivelano poi, molto spesso, le più adeguate, se non addirittura le uniche valide. Certo è comunque che la legge Scelba, codificatrice degli apparentamenti e redatta in maniera tale da dare adito a tutte le possibili eccezioni costituzionalistiche, come pure a tutte le peggiori avventure politiche, tuttavia, per le sue innegabile intenzioni di sinistra, può essere ancora utilizzata, da una politica libera, audace e coerente, come l’occasione per una ripresa di quei temi e di quelle prospettive che vennero meno con l’esaurirsi del tripartito, e che sono certamente una delle condizioni indispensabili per il pieno dispiegarsi di un indirizzo politico nuovo, capace finalmente di aggredire in radice gli aspetti e i problemi, che sono al fondo di tutte queste minacce, perennemente ricorrenti, al normale sviluppo dello Stato e del sistema sociale, in Italia.

N O T E

(1) Questo articolo era già in stampa quando si è verificato alla Camera l’episodio gravissimo e significativo della “richiesta di fiducia” da parte del Governo. Torneremo probabilmente su tale argomento. Il fatto, comunque, nulla toglie, ci sembra, alla validità delle nostre considerazioni, e, semmai, le rende più necessarie e più evidenti.
(2) Egemonia positivistica in “Lo Spettatore Italiano”, anno V, n.9, p. 373.
(3) Il dilemma elettorale in “Lo Spettatore Italiano”, anno V, n.10.

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