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Premessa...

Da varie parti e con varie ragioni si è tornati e si torna a mettere in discussione, nel nostro Paese, il sistema del bipolarismo, poggiante su un forte “premio”, in termini di seggi parlamentari, al partito o coalizione che ottenga la maggioranza anche semplice dei voti. Una questione per molti versi analoga accese gli animi, poco meno di sessant’anni fa, in occasione Di una legge proposta dalla Democrazia Cristiana (on. Scelba) nell’ottobre 1952, approvata dalla Camera il 21 gennaio 1953 con ricorso del governo al voto di fiducia e dal Senato il 29 marzo. La legge – che subito meritò l’appellativo popolare di “legge truffa” – prevedeva che al gruppo di partiti apparentati che alle elezioni successive avesse ottenuto almeno il 50,01% dei voti, sarebbe stato assegnato il 64,5% dei seggi. In ambedue i rami del Parlamento le opposizioni attuarono uno strenuo ostruzionismo e si verificarono incidenti. L’on. Togliatti pronunziò alla Camera un discorso di alto livello, del quale abbiamo trascritto – riprendendoli dalla “Rivista Trimestrale” n. 24-25/1968 – alcuni dei brani più significativi in difesa del sistema proporzionale puro, a base di un Parlamento che fosse “specchio del Paese” (si veda il nostro archivio, sezione “Lezioni da un recente passato”). Alle elezioni del 7-8 giugno 1953, comunque, la legge non passò per difetto di una manciata di voti, e fu poi ritirata.
All’intera vicenda il mensile “Lo Spettatore Italiano” dedicò – anonimi ma scritti da Franco Rodano – quattro articoli, rispettivamente nei numeri di ottobre 1952, gennaio, aprile e giugno 1953. La legge vi fu approfonditamente criticata dal punto di vista della legittimità costituzionale e della stessa rispondenza all’ordinamento democratico della vita politica. Furono inoltre analizzate le ragioni di opportunità strategica e tattica che, nel quadro politico di allora, avevano consigliato all’on. De Gasperi di sostenerla. Ragioni assai più complesse e meditate del semplice leitmmotif odierno della “governabilità”.
Poiché pensiamo se ne possano ricavare non pochi spunti di riflessione nel dibattito attuale, intendiamo riproporre integralmente i quattro articoli suddetti, e cominciamo ora col trascrivere il primo.


La “legge truffa” – I
IL DILEMMA ELETTORALE
(articolo pubblicato sullo “Spettatore Italiano” n. 10/ottobre 1952)

Su di un aspetto della situazione politica italiana non è ormai più possibile nutrire dei dubbi: la nuova legge elettorale, patrocinata dai nuovi dirigenti democristiani e dai cosiddetti partiti minori, rappresenta un attentato evidente ad un funzionamento normale e corretto delle istituzioni democratiche, una violazione esplicita della Carta Costituzionale nel suo articolo 48, un elemento gravissimo di perturbazione e di tensione nei rapporti fra i partiti, ed infine, come ha sottolineato l’on. Orlando, una rottura patente della prassi parlamentare, poiché è inammissibile, alla fine di una legislatura, modificare i meccanismi elettorali che devono presiedere alla formazione della nuova Camera.
Su di un giudizio simile non concordano oggi soltanto le personalità più spiccate delle più varie, e persino antitetiche, correnti politiche, ma anche quegli uomini illustri cui, per opinione comune, è come legata la rappresentanza e la custodia delle istituzioni e delle tradizioni di libertà. Che cosa possono valere allora le difese impacciate, i sofismi contraddittorii, i goffi tentativi apologetici degli avvocati d’ufficio del carrozzone elettorale?
In realtà la nuova legge è del tutto indifendibile, e, se ci si pone sul piano dell’esame del funzionamento di un regime democratico bene ordinato, si rivela subito un aborto informe, un espediente paternalistico, e profondamente illiberale, per far sopravvivere in maniera artificiale delle posizioni, degli schieramenti, degli schemi politici, che, secondo ogni evidenza, si possono ormai reggere in piedi soltanto con le grucce.
Il centrismo democratico, il cosiddetto sistema del 18 aprile, ha raggiunto insomma con la nuova legge elettorale il suo punto più basso. Ma è bene tener presente che è questo anche il punto della sua estrema possibilità di sussistere e che le sue sorti sono strettamente legate al varo di quella incredibile legge.
E’ questo un secondo aspetto della situazione politica italiana, su cui non è più possibile avere dei dubbi; e per comprenderlo in tutti i suoi lati e nella sua effettiva portata, bisogna riportarsi ad un fatto, che, fino ad oggi, non ci sembra sia stato lumeggiato a sufficienza. Anche l’on. De Gasperi persegue tenacemente l’obiettivo della nuova legge; ma lo persegue non perché sia sospinto da quel timore del giudizio del corpo elettorale, che caratterizza comicamente i minori partiti laicistici, né perché sia pungolato e costretto a una politica non sua da quello sfrenato desiderio di strapotere, che è il solo sentimento collettivo capace di animare unitariamente il grosso corpo del Partito democratico-cristiano. L’on. De Gasperi è rispettato a sufficienza – noi riteniamo – per non aver da temere il giudizio di un elettorato che si esprima liberamente, ossia senza pesanti costrizioni ideologico-religiose. E d’altra parte il Presidente del Consiglio non ha mai vagheggiato una politica di isolato dominio del suo partito. L’obiettivo del governo “monocolore”, aspirazione comune, anche se con contenuto contraddittorio e antitetico, della destra e della sinistra democristiana, ha sempre sollevato la diffidenza del leader cattolico, che si è attenuto costantemente, malgrado crisi e rimpasti ministeriali, alla formula politica del “quadripartito”, e alla necessità dell’appoggio delle correnti laicistiche.
L’on. De Gasperi, dunque, vuole la nuova legge ed osteggia la proporzionale per una sua intima e ragionata convinzione. Ma quale sia esattamente questa convinzione, di quali sentimenti, valutazioni o timori si sostanzi, non appare certo a prima vista. Né, giova aggiungere, la stampa politica del nostro paese, già scatenata nella preparazione massiccia degli slogans elettorali, e occupatissima quindi ad imbrogliare le carte e intorbidare le acque, può esserci di qualche aiuto nella difficile indagine.

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Ma se si scarta la tesi di una pressione dei partiti minori, o della stessa Democrazia cristiana, e se si scarta quindi, a fondamento della convinzione dell’on. De Gasperi, ogni chiuso e settario motivo, ogni limitata e miope ambizione di parte, si deve finire per forza con il ritenere, almeno fino a un primo esame, che una convinzione siffatta possa essere giustificata soltanto dalla preoccupazione vivace di salvare ad ogni costo il pericolante sistema del 18 aprile, la cui crisi è, fuor di ogni dubbio, assai acuta, e che evidentemente viene giudicata gravissima dallo stesso leader democristiano.
In questa ipotesi, vi è di sicuro molto di vero. L’on. De Gasperi è difensore convinto e tenace del sistema del 18 aprile, del cui aspetto più strettamente politico, fondato sull’accorta mistura clerico-laicista del “quadripartito”, è anche, senza alcun dubbio, l’inventore. In realtà, il Presidente del Consiglio fa oggi coincidere la possibilità di sopravvivenza delle istituzioni democratiche con il perdurare di quel sistema e soprattutto di quella formula. E ciò non tanto perché egli sia banalmente convinto, come un qualsiasi socialdemocratico o come un democristiano “progressista”, del mito riformistico del centrismo, quanto perché, per ormai annosa esperienza, ha la consapevolezza profonda dell’impossibilità di ancorare a lungo, o comunque subordinare le forze del clericalismo reazionario a una prassi democratica e di rispetto delle libertà, senza l’ausilio e l’appoggio di forze extracattoliche.
La politica dell’on. De Gasperi, dopo le amare esperienze della crisi fascista, dove si bruciarono le avventurose speranze sturziane di una autosufficienza del partito cattolico, è stata sempre saldamente incentrata in quella consapevolezza. Del resto, solo da un simile angolo visuale si può scorgere e si può identificare una coerenza politica eminente, e persino rigida, in un uomo che, dalla lotta antifascista ad oggi, si è trovato a capeggiare, senza tuttavia smentirsi mai, senza mai modificarsi, gli schieramenti politici e ideologici più diversi e più contrastanti. L’on. De Gasperi insomma – e non si comprende nulla di questo singolare leader politico se non si capisce questo – ha condotto e conduce, da coerente epigono di quanto di meglio ha elaborato la tradizione clerico-moderata dei Meda e dei Crispolti, una sola battaglia. I Missiroli e tutti i minori turiferari laicisti possono ben parlare del suo senso dello Stato, del suo stile laico, dei suoi interessi per i problemi specifici e autonomi della società civile; in realtà, all’on. De Gasperi ha sempre interessato e tuttora interessa una cosa sola: condurre la Chiesa, costringere la Chiesa, con rispettosa violenza, a riconoscere e ad accettare la società moderna, con le sue istituzioni parlamentari, con il suo concetto di sovranità del popolo, con la sua libertà di critica, che si estrinseca nella libertà di parola, di associazione, di stampa.
Questo dialogo con la Chiesa è sotteso a tutta la politica del leader democristiano: ne è, a un tempo, il segreto e la chiave. Dialogo lungo e faticoso; dialogo inoltre bloccato e fallimentare: esso comporta infatti, per poter sboccare ad un esito positivo, due rinnovamenti, sia nel corpo ecclesiastico che in quello della società civile, che il dialogo stesso, invece, non può attivamente determinare, ma può solo passivamente e materialmente favorire, prolungandosi fino ed oltre il limite del possibile. Comunque, al prolungamento di un dialogo siffatto, a mantenerlo aperto, a non lasciarlo esaurire, l’on. De Gasperi ha profuso costantemente ogni sua intelligenza, così come ogni sua operosità. E proprio in funzione di questo obiettivo, a veder bene, ha sempre predisposto e sostenuto quelle alleanze politiche, quegli schieramenti e quei sistemi, che la situazione mano a mano gli offriva, e che la sua radicale sfiducia nella sufficienza delle forze cattoliche moderne a sostenere con la Chiesa quel dialogo, di cui si è discorso, gli ha fatto sempre, metodicamente, considerare come indispensabili. Così dal fronte antifascista, ai governi del C.L.N., al tripartito, al sistema del 18 aprile, per l’on. De Gasperi non vi è stato mutamento di obiettivo e di problema politico: il leader democristiano ha concepito in sostanza questo processo, che è stato caratterizzato per altri da rotture e da svolte, come lo svolgersi regolare di una sola e medesima linea, che non presentava soluzioni di continuità. Ma la coerenza intima del leader democristiano poteva forse impedire che questa linea,nella realtà, divenisse di volta in volta più involuta, sempre più rilevando la sua insufficienza e i suoi limiti, e che il dialogo, che le è sotteso, andasse progressivamente verso la sua fine inevitabile?

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A una tale questione appunto ci riconduce il fatto della nuova legge elettorale. E in realtà, se abbiamo esaminato e lumeggiato sin qui il senso, ben lontano da ogni banalità centrista, del legame della politica dell’on. De Gasperi al sistema clerico-laicistico del 18 aprile, non abbiamo ancora potuto renderci ragione del perché oggi il leader cattolico si consideri costretto a difendere il centrismo democratico con un mezzo così estremo e brutale qual è la nuova legge, la quale, oltre tutto, si presenta lesiva del sistema, che pur vuol correggere, in quanto è intimamente contraddittoria all’ideologia stessa di quello.
Le apparenze anzi – come ha acutamente osservato l’on. Togliatti – starebbero a dimostrare che non esiste assolutamente la necessità di ricorrere ad artifici o manipolazioni, che sono, senza dubbio, almeno al margine della costituzionalità. I dati elettorali più recenti infatti – quelli complessivi delle ultime elezioni amministrative – parlano di una maggioranza assoluta, ancora abbastanza netta, dei quattro partiti centristi. Parrebbe dunque che il libero e democratico gioco della proporzionale possa e debba essere sufficiente a garantire ancora al sistema del 18 aprile quella maggioranza parlamentare, di cui invece è così affannosamente alla ricerca.
Ma perché allora tanto affanno? E perché l’on. De Gasperi, soprattutto, vuole con tanta convinta tenacia la nuova legge elettorale?
La risposta può solo trovarsi nel fatto che il leader democristiano è oggi alla ricerca di quegli artifici e di quegli strumenti, che garantiscano l’appoggio della Chiesa allo schieramento centrista, o, per essere più precisi, che costringano la Chiesa e lo stesso intransigentismo degli integralisti clericali a rinunziare, almeno temporaneamente, ai loro rispettivi fini specifici, e a fornire quel sostegno, che sarebbero invece quanto mai desiderosi di sospendere.
E’ un fatto che oggi l’intiera politica della Chiesa patisce della ventata tumultuosa di un intransigentismo scatenato, di fondo schiettamente reazionario, e che anzi, soprattutto in Italia, minaccia di esserne quasi travolta. Potremo vedere in seguito le ragioni di un tale fenomeno; ma sarà sufficiente per ora rilevare che, mano a mano che le alleanze e i sistemi politici, accettati o posti in atto dagli attuali esponenti clerico-moderati, hanno rilevato, dal tripartito al centrismo, le loro insufficienze e i loro limiti, si sono accentuate le diffidenze e le riluttanze – mai del resto scomparse – della Chiesa, verso il connubio con le esigenze civili della società moderna. E ciò si è verificato proprio mentre, all’interno del mondo cattolico, per contraccolpo inevitabile e naturale, l’integralismo geddiano ha preso una prevalenza nettissima, organizzativa e persino ideologica, sul moderatismo dell’on. De Gasperi.
Per chi conosca la storia del movimento cattolico in Italia, tutto questo non può arrecar meraviglia, e può anzi esser considerato come un ennesimo “ricorso”. Ma se si aggiunge a questo quadro, indubbiamente esatto, un ultimo particolare, e cioè che prima la crisi del tripartito e poi, soprattutto, quella attuale del centrismo hanno permesso il formarsi e il prosperare di formazioni laiche apertamente reazionarie, si può assai bene comprendere quale ampio e pericolosissimo gioco consentirebbe oggi la proporzionale all’intransigentismo ecclesiastico.
Col sistema proporzionale, infatti, l’intransigentismo, senza troppo scoprirsi, e arroccandosi dietro la parola d’ordine anodina e comune dell’anticomunismo, può appoggiare imparzialmente tutte le liste e le correnti reazionarie e sostenere, all’interno dello stesso Partito democratico-cristiano, le formazioni e gli uomini di estrema destra, fruendo di un massimo di libertà tattica e di una ricca varietà di combinazioni e di atteggiamenti, a seconda delle esigenze locali. Battute già, al momento delle amministrative, nel loro tentativo di forzare il sistema chiuso dell’apparentamento centrista, disorientate, smascherate, prese in contropiede dall’accorta proposta sturziana del “listone”, le correnti reazionarie hanno scelto oggi indubbiamente, come terreno per la propria rivincita, quello della proporzionale. Si è costretti ad ammettere che, su di un terreno siffatto, esse potrebbero anche ottenerla. Comunque il rischio è assai grave: e non a caso infatti sono oggi proporzionalisti anche i missini, i monarchici e i cosiddetti vespisti, mentre non si sono certo ancora pronunziati per le “correzioni” degasperiane alla proporzionale né i gesuiti alla Padre Lombardi, né il professor Gedda.

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Divengono chiari i motivi della convinzione antiproporzionalista dell’on. De Gasperi. Essa si sostanzia insomma della vecchia preoccupazione clerico-moderata di assicurare ad ogni costo il connubio tra Chiesa e società moderna e il loro mutuo sostegno. Si sostanzia altresì della lotta, pure assai antica e del resto mai spenta, fra le due massime posizioni ideologiche e politiche, che sono interne al mondo cattolico moderno: quella clerico-moderata e quella intransigente.
Ma così stando le cose, diviene anche evidente che la preoccupazione del leader democristiano, poiché ormai si identifica con una posizione di lotta, per quanto dissimulata e coperta, contro lo scatenamento in atto dell’integralismo reazionario, mantiene una sua coloritura, una sua vera e propria dimensione di sinistra. Certo, può anche essere facile obiettare che sarebbe ben più energica e netta una dichiarazione esplicita, una denuncia aperta dell’intransigentismo geddiano e dei suoi fini da parte dell’on. De Gasperi. E si può anche ammettere che questo riuscirebbe ancora, malgrado tutto, possibile, e che una battaglia politica in campo aperto non si risolverebbe ancora in un dissolvimento spontaneo dell’organizzazione democristiana. Ma a parte il fatto che un tale atteggiamento esce dalla logica stessa, e quindi dalle possibilità della posizione clerico-moderata, esso non potrebbe non comportare, altresì, l’allineamento pressoché immediato della Democrazia cristiana con i Partiti socialista e comunista. Ora è evidente che questo rimane, oggi come oggi, impossibile, non solo e non tanto per la particolare congiuntura internazionale, quanto perché sull’alleanza politica dei clerico-moderati con i social-comunisti, che pure è divenuta una delle condizioni necessarie alla liquidazione del virus integralista, pesano sia il ricordo del fallimento e della crisi del tripartito, sia, e forse soprattutto, la formulazione oltranzista del decreto di scomunica sul “comunismo ateo” che, tagliando temporaneamente ogni ponte a una collaborazione di massa tra mondo cattolico e mondo marxista, ha catturato, ha imprigionato intieramente l’on. De Gasperi negli schemi del sistema centrista.
In realtà, a veder bene, l’unico modo per far ancora giocare in funzione anti-intransigente, così come è necessario, le forze social-comuniste, è proprio quello scelto dall’on. De Gasperi. Ossia, per esser più precisi, nella situazione attuale non esiste concretamente altro modo.
Benché la forma ne sia paradossale, è questa la verità. In effetti, l’esca, la prospettiva di un premio di maggioranza più che vistoso non possono non scatenare, per un doppio motivo, il bovino anticomunismo dell’integralismo reazionario. Il premio di maggioranza, in altri termini, non può non far giocare, da una parte, la paura, irrazionale se si vuole, ma non per questo meno reale, che proprio la sinistra marxista possa assicurarsi una strapotenza parlamentare, e, con questa – gli intransigenti sono semplicisti in politica – un’esclusività del potere. Non può non eccitare, dall’altra, la bramosia e la speranza di ridurre in modo massiccio la consistenza numerica dei gruppi socialista e comunista alla Camera, malgrado ogni relativo accrescimento dei suffragi. E questo – sebbene la rilevanza politica concreta ne sia, in definitiva, assai scarsa – è senza dubbio uno degli obiettivi vagheggiati, uno dei sogni, dell’intransigentismo cattolico. Così dunque obiettivamente funziona il premio di maggioranza sul complesso anticomunista degli intransigenti. E non è evidente allora che tutto ciò non può non giocare nel senso di trascinare anche l’integralismo, e quindi l’intiera Chiesa, ad appoggiare a oltranza la lista che si presenta in partenza come la più forte, ossia, oggi ancora, quella dell’apparentamento centrista? Non è evidente, per conseguenza necessaria, che da tutto questo non può non derivare un prolungamento del connubio tra la Chiesa e le posizioni centriste e quindi un perdurare, anche se artificioso, dell’egemonia clerico-moderata sul mondo cattolico? Non è evidente infine che non può non risultarne un indebolimento sensibile, se non addirittura la pratica liquidazione, delle forze reazionarie, monarchiche e missine, a ideologia laica, le quali oggi, in Italia, poco o nulla contano senza il puntello della Chiesa?
L’on De Gasperi ha dunque giocato, secondo la logica della sua ideologia e delle sue tradizioni, quelle residue carte di sinistra, che la situazione ancora gli consente. E questo è tanto più vero per il fatto che i larghi margini del premio di maggioranza gli permetteranno di neutralizzare, almeno in parte, nella pletora del numero, quella scelta di un personale politico di destra, che l’elettorato intransigente opererà indubbiamente, sotto la guida dei Comitati civici, entro le liste dei partiti centristi apparentati. In realtà, la nuova legge elettorale è un tale capolavoro di paternalismo, che conterà, ben più della volontà dell’elettore, la formazione materiale delle liste.

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Le considerazioni fatte sin qui non escludono né contraddicono, ovviamente, il giudizio severo che viene dato, in generale, della legge, quando viene considerata in sé e per sé, e che noi stessi abbiamo ancora una volta sottoscritto proprio all’inizio di questo medesimo articolo. Ma una cosa è il giudizio di merito, in sede, per così esprimerci, formale, sulla legge; altra cosa, e diversa, la valutazione di come questa stessa legge finirà per giocare, in modo concreto e immediato, in una situazione politica data, che è poi quella presente. Questo non significa nemmeno, tuttavia, che l’innegabile viziosità, la patente stortura del nuovo meccanismo elettorale non abbiano alcuna influenza deterioratrice sulla situazione politica. Se i due aspetti di cui si parlava sono distinti, non sono però assolutamente separati e senza relazione alcuna. L’on. De Gasperi non può certo illudersi di non dover pagare a un prezzo durissimo quest’ulteriore sconfitta che egli si appresta ad infliggere al suo tradizionale avversario integralista. Basti pensare che la nuova legge non può non approfondire ancora il fossato pericolosissimo che già divide i clerico-moderati dalla sinistra marxista, mentre provocherà quello stesso gonfiamento di destra dello schieramento centrista, che si ebbe, con conseguenze politiche pesanti, il 18 aprile del ’48. E si deve aggiungere che un fenomeno siffatto si verificherà questa volta in condizioni ben diverse e ben aggravate: quando cioè sono ormai svanite del tutto le illusioni e sono divenuti esausti i miti del centrismo, e quando l’egemonia di quest’ultimo sull’elettorato di destra si è ridotta quasi soltanto al timore per le avventure, e al ricatto della necessità del fronte unito per la cosiddetta diga anticomunista.
Le considerazioni, dunque, che abbiamo fatto, tendevano solo e semplicemente a sottolineare che, se le carte che l’on. De Gasperi sta giocando sono ancora delle carte di sinistra, sono però anche, in tutta la grave estensione del termine, quelle residue. Il leader democristiano ha certo raggiunto, con questa nuova legge elettorale, il capolavoro artificioso della sua involuta politica; mai comunque una politica di sinistra è stata perseguita con strumenti così paternalistici, così conservatori, così smaccatamente di destra. Ma capolavoro non significa allora anche, e pericolosamente, punto estremo?
Il dilemma elettorale, che è oggi di fronte al paese, scopre così intieramente la sua dimensione politica. E questa si può riassumere, in sostanza, nel fatto che un sistema democratico legato, e anzi addirittura identificato, all’esistenza dei grandi partiti di massa e ai loro rapporti, e che pretende quindi, per naturale conformazione ed esigenza, di esprimere le proprie rappresentanze attraverso il criterio proporzionalistico, non può più far uso ormai di questo suo essenziale strumento, senza correre il rischio gravissimo della propria immediata involuzione reazionaria.

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La crisi presente, che si riveste delle forme di un contrasto sui meccanismi elettorali, è dunque la conseguenza legittima, e forse l’aspetto estremo, di quell’altra crisi essenzialissima, che condusse alla rottura del tripartito, e che fu la vera crisi di fondo, costituzionale, non mai riparata, del nuovo Stato, sorto dalla lotta antifascista. Anche allora, è bene ricordarlo, fu lo scatenarsi delle diffidenze, mai sopite, della Chiesa, che rivelò l’esistenza della crisi; ed allora la risorgenza impetuosa dell’intransigentismo clericale si espresse nel ricatto elettorale ai clerico-moderati, dietro la bandiera “laica” del confuso pasticcio qualunquistico. Ma, anche allora, l’improvvisa sterzata a destra della Chiesa rivelò, non generò la crisi. Questa nasceva dalle insufficienze stesse del nuovo Stato, dalla sua difficoltà a svilupparsi, a eliminare o comporre il suo contrasto, la sua antinomia di base. La crisi consisteva insomma nel fatto che il tripartito diveniva sempre più la formula della mera conservazione delle conquiste strappate dalla lotta antifascista, e si rivelava incapace di svilupparsi, autonomamente e da solo, in pienezza organica di movimento e di progresso statuale e politico. La ragione della crisi consisteva dunque nell’insufficienza dello Stato, anche se questa, come sempre del resto, favoriva e sollecitava la ripresa nel corpo ecclesiastico del non mai spento, del mai criticato a sufficienza, errore teocraticistico, e rendeva sfavorevole e pesante la situazione internazionale. Ma tutti allora, per incapacità all’autocritica, o per timore di essa, hanno voluto identificare la ragione della crisi fuori del terreno statuale, fuori, per intenderci, della politica interna: nell’America o nella Russia, e, soprattutto, nella Chiesa.
Qual meraviglia allora se si è caduti tutti nella subordinazione all’egemonia clerico-moderata, di quella posizione ideologia e pratica, cioè, che riduce l’intiera politica alla questione del rapporto Stato – Chiesa, il quale è invece semplicemente una delle verifiche della validità e dell’esattezza di qualsivoglia politica determinata? Quale meraviglia, se la vita politica italiana si è ridotta essenzialmente al tipico contrasto interno del mondo cattolico, alla “querelle” tra intransigenti e moderati, e se il moderatismo viene perdendo una posizione dopo l’altra, come sempre accade quando la dimensione laica della società civile si esaurisce e vien meno?
Così la crisi presente ci riporta all’altra, e, dietro il contrasto sulla legge elettorale, riaffiorano i massimi problemi politici del nostro Stato e del nostro sistema sociale. E riaffiora altresì, come a noi sembra, la responsabilità preminente e gravissima dei rappresentanti politici attuali della tradizione liberale, di quella tradizione cioè, che pur annovera nel Cavour l’unico che, nei limiti ideologici e politici del suo tempo, seppe concepire con fondamentale esattezza il rapporto Stato – Chiesa, vedendolo appunto come una delle conseguenze, come un portato necessario, e mai come la premessa, di un generale processo di sviluppo politico e civile. Non sono forse costoro che, dopo aver tranquillamente abbandonato, a suo tempo, l’uninomalismo per la proporzionale, senza nulla comprendere delle modificazioni sociali e politiche che erano intervenute, si sono attivamente adoperati ad aggravar la crisi di fondo del tripartito, accelerandone la rottura? E non sono costoro che si sono ridotti oggi ad appoggiare in modo stracco, e in una posizione necessariamente subordinata, la difesa delle ultime posizioni clerico-moderate, quando invece le speranze di una ripresa, del superamento della crisi di fondo dello Stato italiano, possono essere viste soltanto nel dispiegarsi critico e spregiudicato di una rinnovata politica di libertà?

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