1. Premesse metodologiche
1.1. La questione del nome: “primitive”, perché?
Se primitivo significa “quello che viene prima”, va molto bene. Riporto un passo di Evans-Pritchard: «Per capire l’essenza delle religioni rivelate, dobbiamo prima capire l’essenza delle cosiddette religioni della natura, perché niente avrebbe potuto essere rivelato se prima gli uomini (e le donne) non avessero avuto già un’idea sulla cosa. O piuttosto potremmo dire che la dicotomia tra religioni della natura e religioni rivelate è falsa […] perché c’è un buon motivo nel dire che tutte le religioni sono religioni della rivelazione […]. Potremmo ricordare le parole di S.Agostino: “Quella che oggi è chiamata religione cristiana, era esistita tra gli antichi, era presente dall’inizio del genere umano, finchè Cristo è venuto nella carne; da quel tempo la vera religione, che già esisteva, è stata chiamata cristiana”» (Theories of Primitive Religion – Oxford University Press, 1965, p.2-3).
Se primitivo significa “arretrato”, è meglio allora usare il termine adottato dal Sinodo per l’Africa nel 1944, cioè “Religioni Africane Tradizionali”.
1.2. In passato i rapporti tra il mondo occidentale e il mondo africano non sono stati sereni: c’è stato il confronto-scontro fin dall’inizio, acuitosi con il commercio degli schiavi prima e con il colonialismo poi, nei secoli XVIII e XIX. Il colonialismo è stato un vero trauma, avendo importato modelli educativi e di potere stranieri, e obbligato alcuni all’acculturazione europea forzata, senza dare loro la possibilità di entrare a pieno diritto nella società europea.
La cultura africana, e soprattutto le religioni africane, prive di scrittura e di ricerche serie, sono state definite come inferiori alle altre, cosiddette del Libro. Vorrei ricordare qui, a scopo illustrativo, quanto ha scritto il vescovo di Lilongwe (Malawi): «Cosa sarebbe capitato se il problema delle religioni non cristiane fosse stato esaminato da persone che facevano parte delle società in cui queste religioni erano valide? Cosa sarebbe capitato se le religioni tradizionali africane fossero state esaminate dagli stessi cristiani dell’Africa? Forse le linee principali dell’inchiesta sarebbero state differenti. Ci sarebbe stato un primo cambiamento di base: sarebbe stata un’inchiesta dall’interno anziché dall’esterno. Io, per esempio, sarei dovuto ritornare con lo spirito dove il mio popolo si trovava. Quindi non avremmo più parlato dei costumi e delle credenze di “quei pagani” nelle foreste dell’Africa: io non avrei avuto il coraggio di parlare dei miei antenati e della loro religione in tale maniera sprezzante […]. E soprattutto avrei dovuto ricordare che stavo prendendo in considerazione una tradizione venerabile e sacra, trasmessa attraverso generazioni di antenati […]. Non posso comportarmi come se queste fossero superstizioni puerili o semplici idoli primitivi, dato che io avverto con la mia intera persona la serietà dei problemi, delle domande, delle preoccupazioni, delle speranze, delle paure, dei desideri e delle gioie da cui queste attitudini religiose scaturiscono». (mons. Patrick A. Kalikombe: Il valore salvifico delle religioni africane).
2. Situazione socio-antropologica
dell'Africa
La maggioranza dei popoli dell’Africa conserva ancora una struttura sociale e una economia del tutto diverse dal nostro mondo occidentale, che spiegano in parte anche la loro cultura e i loro pensieri filosofici e religiosi. Il colonialismo e il contatto con le tecniche occidentali hanno portato dei cambiamenti: sono sorte città, industrie, modelli di vita occidentali, nazioni e parlamenti, università e cliniche, ecc. Ma, in fondo in fondo, le vecchie strutture sociali e il pensiero filosofico tradizionale sono ancora presenti, mescolati alle nuove idee e sempre pronti a imporsi nei momenti di crisi, appunto perchè sono parte dell’antica cultura africana.
2.1. Alcune specificità della cultura africana
2.1.1. La vasta maggioranza della popolazione vive con una economia di sussistenza: producono quello di cui hanno bisogno, lavorando quando il prodotto scarseggia e consumando e facendo festa quando c’è abbondanza. Non esiste accumulazione.
2.1.2. Gli Stati-nazione non funzionano: l’unità di base è ancora la tribù, con i vari legami clanici e di parentela. Il clan fissa l’identità sociale dell’individuo, definisce i diritti di proprietà, stabilendo gli obblighi economici e sociali: praticamente i clan sono delle corporazioni, adattabili e capaci di incorporare altri membri.
2.1.3. Il modello matrimoniale poligamico presenta ancora dei vantaggi economici e di prestigio rispetto a quello monogamico.
2.1.4. La trasmissione del sapere tecnico è unita a quello spirituale ed è sempre attuata con una certa solennità, a poco a poco.
2.1.5. L’arte è mossa da fini rituali: non è immagine-equazione, ma immagine-simbolo e ideogramma (non si rappresenta, per esempio, il toro, ma la forza vitale del toro).
2.1.6. Nella musica, l’importanza è data al ritmo: la musica non ha una funzione puramente estetica, ma deve accompagnare le danze e i canti rituali: è mezzo di comunione, è creazione di una comunità danzante.
2.1.7. La società è nettamente divisa tra il gruppo degli uomini e quello delle donne, ciascuno con le proprie responsabilità, funzioni e luoghi di culto. Il sistema delle classi di età regola i conflitti tra le generazioni e prepara i giovani ad entrare nella categoria degli adulti. Il potere del villaggio è in mano al gruppo degli adulti-anziani, con la loro saggezza derivante dalla vita vissuta.
2.2. Tre caratteristiche importanti della filosofia africana
2.2.1. Il mondo visibile e il mondo invisibile sono due realtà che possono essere sperimentate; il tempo presente è la ricreazione del tempo passato, modello e criterio per il presente.
2.2.2. Il punto di partenza del pensiero africano non è l’essere in quanto essere, ma l’essere in quanto vivo, che fa esperienza della vita e che si trova partecipe di questa forza vitale che fa muovere tutto: spiriti, animali, vegetali, minerali. Il motto non è quello cartesiano “cogito ergo sum”, ma “vivo, quindi esisto”.
2.2.3. L’essere vivente è un progetto in continuo compimento e avente il ruolo di raccogliere alleati della vita contro il potere della morte, per garantire la vittoria della vita. L’essere vivente non è mai isolato, ma esiste in quanto luogo di relazioni, microcosmo inserito nel macrocosmo tra il mondo dei morti e dei vivi. Prima delle cerimonie di iniziazione è monade, nel senso di personalità non completa; con i riti di iniziazione si scopre uomo-donna, nella complementarietà e mai nell’uguaglianza dei sessi; poi triade, prolungandosi nel tempo con la persona dei figli; da ultimo diventa folla, sentendosi immerso nel tutto cosmico.
3. La religione tradizionale africana
Premessa: con il termine di religione intendo un rapporto con il mondo del divino, presente in questo universo. In ogni persona umana e in tutte le società cosiddette tradizionali, esiste uno stimolo effettivo che spinge verso una comprensione della vita oltre la nostra esperienza abituale, cioè verso il “trascendente” e lo “invisibile”.
3.1. L’africano possiede il senso del divino. Il divino è presente nella sua vita e lo condiziona: volente o nolente, ogni persona umana deve fare i conti con le cose invisibili all’occhio mortale. Il problema dell’esistenza o non esistenza di Dio non è mai posto, poiché non esiste come problema, come non esiste il problema dell’esistenza o non esistenza della propria madre.
3.2. La religione è un bene sociale e concerne tutti: alle cerimonie rituali c’è una partecipazione spontanea, massiccia, perché è la presenza di tutti che rafforza l’unità del gruppo e rende la cerimonia più efficace.
3.3. Compito della cerimonia rituale è di mantenere l’unione tra gli individui, rinsaldare i legami con le forze dell’universo e così ottenere il benessere della società e dell’individuo. L’universo è spirituale, tenuto insieme dalle relazioni di tante forze psichiche, con cui l’uomo e la società devono convivere: per questo si cercano alleati ovunque, tra i quali primeggiano gli antenati, onde ricomporre questo equilibrio e armonia delle “forze”.
3.4. La società è un bene così com’è: non c’è molto spazio per la critica e la revisione. Per mantenere i legami della società ci sono le sanzioni religiose: i trasgressori della tradizione riceveranno prima o poi dei castighi (malattia, morte o altro), che ricadranno su loro stessi o sui membri del clan o sull’intero villaggio.
3.5. Una delle funzioni del capo è di mantenere e salvaguardare l’equilibrio delle forze e la tradizione del villaggio: a ogni autorità è riconosciuto un valore anzitutto mistico e religioso.
4. La religione dei Bijagò
Il sistema religioso dei Bijagò è comune agli altri popoli dell’Africa non islamizzati, che rappresentano ancora la grande maggioranza dei popoli africani. Inoltre, a Sud del Sahara, anche i popoli islamizzati o cristianizzati conservano le tradizioni proprie della religione africana. La religione dei Bijagò è molto positiva e monoteista, nonostante tutto quanto si è scritto o detto in passato, cioè che essi sarebbero animisti, feticisti, politeisti, eccetera
4.1. Il concetto dell’Essere supremo
Gli anziani Bijagò distinguono molto chiaramente l’Essere supremo, chiamato “Nindo”, da tutte le altre forze della natura o dagli altri esseri sovrumani, che vivono a un livello differente rispetto alla vita quotidiana degli uomini. Nindo, il Cielo, è pensato come un essere che sta al di sopra di tutto: difficile è mettersi in contatto diretto con lui e impossibile è vederlo. Praticamente non esistono cerimonie rituali dirette a Nindo: un anziano mi ha raccontato di aver visto il capo villaggio rivolgersi direttamente a Nindo una sola volta, in un caso estremamente grave, essendo minacciata la sopravvivenza del villaggi a causa di una perniciosa malattia. Normalmente il contatto è stabilito per mezzo di intermediari. C’è tuttavia un modo molto concreto di rivolgersi a Dio: non chiamarlo sempre per nome, ma sentirlo presente. Il nome “Nindo” ricorda l’immagine del cielo come qualcosa di presente nella vita di tutti i giorni. I Bijagò sentono questa presenza di Dio nella loro vita: è per loro più evidente dell’esistenza della loro stessa madre. La presenza di Dio dà senso al mondo e alla vita su questa terra, la quale si perpetua continuamente, malgrado le esperienze dolorose della malattia, delle guerre, della morte. Nindo non può fare alcun male agli esseri viventi. Egli vive a un livello differente rispetto a tutti gli altri esseri; ogni cosa gli appartiene e non ci sono cose umane di cui egli abbia bisogno. Riguardo alla sua essenza possiamo parlare molto poco: la sua realtà è troppo al di sopra delle nostre parole.
4.2. La categoria degli esseri spirituali
La struttura sociale dei Bijagò è del tipo matrilineare (il nome e il clan sono trasmessi dalla madre e il responsabile del figlio è lo zio materno, non il padre). Durante il periodo della tratta degli schiavi si è trasformata in una società guerriera, costretta a difendersi e a fare schiavi, per non essere fatta schiava. Ha così sviluppato molte cerimonie rivolte ai morti, che ancora oggi svolgono un ruolo importante nei riti religiosi. Per indicare gli esseri spirituali, esistono questi due nomi principali:
4.2.1 “Erande” (o “Eraminde”) è il nome dato agli oggetti o immagini sacre legate al culto personale, familiare o di gruppo. Erande ha come finalità di concedere vita lunga e felice, attraverso benefici di vario genere e la protezione contro le maledizioni e il malocchio. Degli specialisti mescolano varie piante medicinali con un uovo o sangue dell’ animale sacrificato durante la cerimonia di consacrazione; il tutto è messo dentro un corno di animale, che il proprietario porta sempre con sé quando viaggia o quando ha contatti ufficiali con gli altri. Anche gli indovini e i guaritori hanno il loro “erande”, che li aiuta a curare gli ammalati o a scoprire il passato, o a prevedere il futuro dei clienti. Questo oggetto religioso fa parte della concezione che i Bijagò hanno dell’universo: un insieme di forze in movimento, con cui l’individuo si trova a dover convivere, con le proprie forze psichiche e relazioni di parentela o vicinanza. Durante il colonialismo, tutto questo è stato considerato come arretratezza scientifica o mentalità pre-logica. Secondo me, invece, esiste una contraddizione profonda tra il mondo occidentale e il mondo africano nel modo di concepire i rapporti con la natura: per i Bijagò tutti gli esseri viventi sono parte della natura e mantengono rapporti di interdipendenza. Per noi cristiani occidentali, invece, forse perché eredi della tradizione Jahvista della Bibbia, la natura è al servizio dell’uomo, e questi è padrone della natura. Da questa loro concezione deriva che i Bijagò considerano la natura come la madre degli esseri umani; essa deve venir utilizzata senza comprometterne l’equilibrio, perché può difendersi e reagire per mezzo delle sue forze (“erande”, appunto), qualora le nostre azioni dovessero scuotere l’armonia dell’universo. Non deve far meraviglia, dunque, se al neonato è legato un piccolo “erande” come protezione contro eventuali forze avverse, e se molte persone continuano a fare cerimonie, offrendo doni e sacrifici di animali, per chiedere successo nelle proprie attività.
4.2.2. Gli antenati
E’ la categoria degli esseri spirituali più venerata dalla società bijagò. La sopravvivenza delle anime dei morti è considerata così forte, che le donne Bijagò hanno cerimonie particolari per entrare in comunione-possessione con le anime degli uomini che sono morti prima di aver potuto partecipare alle cerimonie di iniziazione: con queste cerimonie particolari le donne danno ai giovani morti la possibilità di compiere la loro iniziazione e nello stesso tempo acquistano la propria identità culturale come donne, gruppo autonomo e con grandi responsabilità nella società bijagò. Gli antenati sono i depositari della tradizione. Esiste una scultura sacra chiamata “Unikàn orébok ocotò” (anima – medicina grande), venerata come la sede dello spirito protettore del villaggio e come quella di tutti gli antenati.
Nessuno sa dire cosa essa rappresenti: la spiegazione più comune è che si tratta appunto dello spirito guardiano del villaggio. Quando pregano questo spirito, le persone gli si rivolgono come a un messaggero che ha la possibilità di parlare con Dio e di intercedere per il bene del villaggio. Prima di iniziare la preghiera, tutti gli astanti sono chiamati per nome, come testimoni di quello che si sta dicendo: la cerimonia è un momento di comunione tra i vivi e i morti, per riaffermare il legame tra i due mondi e ottenere la prosperità e l’armonia per i presenti. “Unikàn orébok” è l’immagine vivente della storia del villaggio: il capo, che ne è il custode ufficiale, deve anche interpretare, attraverso di essa, cosa occorra fare perché tutti gli abitanti mantengano la tradizione degli antichi. Per questo, secondo le circostanze, egli deve creare momenti di comunione con gli antenati, potere che gli è stato concesso dalla cerimonia di consacrazione. A lui spetta il controllo e la divisione dei terreni, in quanto custode di questa immagine degli antenati. Quando viaggia deve sempre portare con sé un piccolo oggetto-immagine degli antenati e una lancia, simboli dei poteri religioso e politico. Alla sua morte è sepolto nella capanna sacra, aggiungendosi così al novero degli altri antenati.
4.2.3. I riti di iniziazione (Fanado)
Per i Bijagò il tempo reale è quello passato: non sperimentato nel presente, ma che esiste e influenza il presente. A sua volta, il presente è il tempo dell’esperienza che ripete il passato. La vita degli uomini ha più successo quando ripercorre quel che fecero gli antenati. Uno degli obiettivi dei riti di iniziazione è di insegnare ai giovani i contenuti della tradizione: a tal fine essi devono vivere per qualche tempo nello stesso luogo dove sono passati gli antenati. Vengono così influenzati dallo spirito del “Fanado”, lo stesso che guidò gli antenati a modellare la cultura dei Bijagò. Una volta entrati nel luogo sacro, i giovani sono proprietà di questo spirito; non è permesso loro di fuggire o di fare quello che vogliono, ma solo ciò che gli anziani decidono vada fatto giorno per giorno, dopo aver consultato appunto lo spirito protettore del “Fanado”. Durante questi riti, si insegnano ai giovani la storia, le pratiche religiose e le concezioni proprie del villaggio e si mette alla prova la loro attitudine a diventare i futuri interpreti della tradizione. Si ripete il più possibile quanto è stato fatto in passato; tuttavia c’è spazio, se i capi sono intelligenti e coraggiosi, di interpretarlo o modificarlo secondo le esigenze del presente.
Ciò che è caratteristico di queste cerimonie, è l’ambiente sacro in cui i partecipanti si immergono per rivivere e reinterpretare la loro cultura. Nel marzo del 1996 ho avuto la possibilità di assistere alle cerimonie di iniziazione, come persona invitata direttamente dal capo del villaggio di Bisessima. Il capo, data l’amicizia che ci lega da quasi venti anni, mi concesse il privilegio di presenziare, insieme ad altre sette persone scelte nel gruppo, uno dei momenti più importanti della cerimonia: la costruzione dell’altare, simbolo della presenza degli antenati e dello spirito protettore del “Fanado”, nello stesso luogo dove generazioni di Bijagò erano state plasmate secondo la loro cultura. Quando il capo parlava con voce calma e autorevole, spiegando cosa stava facendo e ripetendo quanto gli era stato insegnato, ho intuito perché questa cultura è riuscita a superare tutte le difficoltà storiche del passato: guerre, schiavitù, colonialismo. Attraverso l’esperienza del “Fanado”, quei giovani diventavano i nuovi testimoni dei valori, dei simboli e delle leggi di vita socio-culturale dei Bijagò, per essere capaci di educare a loro volta altri giovani e così perpetuare la tradizione della stessa cultura.
In quella occasione ho compreso anche uno dei significati più profondi delle cerimonie di iniziazione: è un momento privilegiato della storia di un popolo, in cui gli anziani e i giovani prendono contatto con le radici della sua tradizione. Ciò è necessario ai giovani per poter passare all’età adulta, ed è molto importante per gli anziani, che così hanno modo di riflettere insieme e di tracciare il futuro della cultura Bijagò. Durante questi momenti, essi non si sentono soli con le proprie forze: come aiuto c’è la presenza degli antenati, e soprattutto la presenza dello spirito del Fanado, che aiuta a capire cosa è meglio decidere. Il responsabile e tutti gli anziani che partecipano, hanno il dovere di parlare e di agire come Bijagò autentici. L’ambiente sacro li aiuta a captare ciò che fa parte della cultura bijagò e a prendere decisioni per affrontare eventuali cambiamenti.
4.2.4. Le immagini sacre e le cerimonie
I Bijagò, come altri popoli dell’Africa, possiedono una grande abbondanza di immagini sacre, di luoghi e di cerimonie che indicano come il mondo visibile e quello invisibile abbiano legami molto stretti. Sarebbe inimmaginabile un Bijagò senza simboli sacri o senza cerimonie religiose. La malattia e la salute, il successo e l’insuccesso negli affari, la vita e la morte, sono tutte occasioni per ricordarsi del mondo invisibile, per interrogarsi su cosa sta succedendo e per tentare di chiamare le forze favorevoli perché, ove occorra, blocchino quelle avverse. Non esiste un Bijagò che non abbia sul proprio corpo un simbolo religioso che lo protegga, o non frequenti di tanto in tanto i luoghi sacri dove si svolgono le cerimonie. Tutti i villaggi possiedono per lo meno due capanne sacre: quella delle donne e quella di qualche spirito protettore. Attorno al villaggio c’è sempre un albero sacro, una specie di santuario, dove la gente si raduna per fare delle petizioni. Ogni Bijagò anziano prepara nella sua casa un cantuccio dove mette le immagini dei suoi spiriti protettori per le libazioni quotidiane. In vari posti della foresta, e specialmente vicino al mare, si possono incontrare altri luoghi di culto dove chi deve viaggiare prega prima della partenza, o quando arriva.
In genere le cerimonie sono molto semplici: c’è un incaricato di diritto che versa del vino, o anche solo acqua, all’immagine dello spirito protettore e dice ad alta voce lo scopo di questo suo gesto. Altri possono versare altro vino e dire altre preghiere. Quando la cerimonia è di una certa solennità o vi partecipano degli invitati, oltre al vino si porta anche del riso, dell’olio di palma e almeno una gallina. Alla gallina – considerata l’animale sacro per eccellenza, perché capace di rivelare i messaggi dello spirito che presiede alla cerimonia – viene mozzata la testa con un coltello. Dalla maniera come la gallina si muove o volteggia durante la manciata di secondi tra la vita e la morte, il responsabile della cerimonia interpreta quanto lo spirito ha voluto dire. Ci sono cerimonie particolarmente solenni, in cui viene offerta una capra o un bovino. L’importante è versare del sangue, perché, secondo la tradizione, questo è il mezzo più adatto per placare gli spiriti o per dimostrare che si possiede la garanzia della protezione degli antenati.
4.2.5. Le pratiche magiche
Ci sono persone che praticano la magia, ma sono sempre persone private, che possono agire solo in luoghi distanti da quelli del culto ufficiale. In genere, queste persone non sono ben viste, perché si ha paura dei loro poteri, a volte ambigui. Al Bijagò invece, quando prega, piace l’atteggiamento sereno, gioioso: la cerimonia è sempre una festa dove la gente si raduna non solo per pregare, ma anche per conversare, mangiare e bere insieme. Allo spirito viene presentata una richiesta con umiltà, mai con pretese, e l’officiante non esige mai il pagamento, in quanto ognuno porta quello che vuole o quello che può, in alcuni casi anche solo acqua, se non è possibile trovare altro. La pratica magica è tutt’altra cosa. Spesso chi la mette in opera, chiamato “jambacus o futuseru”, è considerato un essere asociale. Egli pratica anche azioni di magia nera, se ne è richiesto. Infatti non può rifiutarsi di farlo, purchè il proprio spirito abbia accettato che la richiesta sia da soddisfare. Lascia però la responsabilità morale al richiedente. Fa parte dell’essenza dell’arte magica forzare gli eventi e i poteri della natura, secondo necessità umane.
Al Bijagò comune, tutto questo ripugna: infatti al capo del villaggio e alla sua sacerdotessa non è permesso in alcun modo di operare la magia. Tuttavia le pratiche magiche esistono, e fanno paura, in quanto una particolare concezione della vita, e l’esperienza quotidiana interpretata sotto la sua influenza, perpetuano la credenza nell’efficacia di tali pratiche. Una delle concezioni che portano a credere nell’efficacia della magia, mi sembra la seguente. Ogni essere, secondo l’uomo africano, ha delle proprietà “fisiche” che appartengono alla sua natura, sono neutrali e descrivibili, come riteniamo anche noi secondo le scienze naturali: un sasso è un sasso, ha un suo peso, un certo colore, una forma, una consistenza, ecc. Ma poiché per l’africano il mondo visibile ha legami col mondo invisibile, gli esseri, a suo giudizio, possono acquistare anche delle “qualità” non evidenti per i comuni mortali. Ci sono esseri e persone che ne conoscono i meccanismi e possono usare queste “qualità” per i propri scopi. Per esempio: se una tegola cade in testa a qualcuno, è normale che provochi dolore e una ferita. Ma perché è caduta proprio in quel momento e sulla testa di quel qualcuno? Si indaga per vedere se è intervenuto qualcosa che ha sconvolto il corso normale degli avvenimenti, provocando così la caduta della tegola, perché normalmente la tegola non cade (o la canoa non affonda, o l’individuo non soccombe, ecc.).
4.2.6. Le malattie e la morte
Per i Bijagò la malattia non è solo una questione di corpo malato, ma soprattutto di persona malata, cioè non più in armonia con l’universo o con la società degli uomini. Se uno si ammala, è perché qualcosa di strano è entrato in lui, provocato dalle proprie colpe o da influenze malefiche lanciate da altri, che provano invidia nei suoi riguardi. Quando la malattia non è stata superata per mezzo delle comuni medicine, è necessario purificarsi davanti a qualche essere spirituale per chiedergli la guarigione: è doveroso fare la confessione delle proprie colpe e raccontare i sospetti che si nutrono nei confronti di altre persone. Per certe malattie, cosiddette psicologiche, e per i disturbi causati dalle proprie ansietà e paure, una seduta per fare questa confessione e questo racconto di fronte a persone amiche, le quali supplicano per la guarigione, dona sollievo al malato, gli restituisce serenità e ottimismo, primi passi affinché egli possa recuperare fiducia in se stesso e un nuovo desiderio di vivere. La morte, anche per i Bijagò, fa parte delle cose che non dovrebbero mai accadere, perché rompe i legami più cari e fa pensare all’ignoto. Il cadavere, tuttavia, non fa paura: viene lavato al mare e preparato con cura, coperto di tante stoffe offerte dai conoscenti in segno di amicizia. Alla fine, la morte è accettata con un certo senso di realismo, come qualcosa che è accaduto e a cui non vale la pena di opporsi con inutili isterismi e atteggiamenti drammatici.
Quando la morte è improvvisa, o si dubita che possa essere stata provocata, gli anziani esigono la cerimonia del “djongago”, cioè l’interrogatorio dell’anima del defunto. Con liane e paletti speciali viene fabbricato una specie di catafalco, dove viene messa una stuoia con alcune erbe magiche aventi appunto il potere di richiamare l’anima del morto, affinchè risponda alle domande di coloro che hanno la responsabilità d’indagare sulle cause della sua morte. Una simbologia complicata ma efficace: ha la funzione di ribadire le tradizioni, che non possono mai essere trasgredite impunemente, e di riaffermare il controllo degli anziani su eventuali atti commessi ai danni di altri. Riguardo al mondo dell’al di là, il Bijagò sa che esiste: la tradizione gli ha sempre insegnato che dopo la morte c’è un luogo dove le anime si radunano. Quel luogo, tuttavia, non è molto desiderato: finchè c’è vita, il luogo più bello è questa terra, dove ci sono calore, luce e affetti. Ciò non toglie che all’anziano, quando si sente ormai privo di forze e inutile, possa venire il desiderio di lasciare al più presto questa terra, per ricongiungersi ai suoi antenati.
Spunti di riflessione
1. Dal punto di vista etnologico, tutte le società “tradizionali”, non solo quelle africane ma quelle del mondo intero, hanno sviluppato il concetto e la fede in un Dio unico (monoteismo), anche se nelle pratiche del culto possono presentare aspetti di “politeismo liturgico”.
2. Definizione di cultura data da Giovanni Paolo II: «Ogni cultura è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana» (Discorso all’ONU in occasione del 50° anniversario).
3. «Pace agli uomini che Dio ama» proclamano gli angeli a Betlemme (Lc. 2,12). «Il soffio di Dio è una forza arcana, presente nel corso delle cose e degli avvenimenti» (Vaticano II: “Nostra Aetate”, 2).
4. «Gli africani hanno un profondo spirito religioso, il senso del sacro, il senso dell’esistenza di Dio creatore e di un mondo spirituale» (Documento “Ecclesia in Africa”, 42).
5. Significato delle cerimonie di iniziazione dei Bijagò: vi si svolge un’esperienza di vita nello stesso luogo sacro dove sono passati gli antichi, alla presenza degli antenati e dello spirito che modella la personalità dei giovani iniziandi.
6. Modulo di predicazione “evangelica” durante il colonialismo: disprezzo per le espressioni religiose tradizionali, considerate superstiziose e obbligo, per la conversione, di rinnegare le proprie tradizioni culturali.
7. Rifiuto di tale tipo di predicazione da parte delle comunità locali, come forma di autodifesa culturale e non come rifiuto della fede in Dio.
8. Pre-condizioni per il dialogo o l’accoglienza: