Premessa...
Trascriviamo il documento sul lavoro approvato dalla recente Assemblea nazionale del Partito democratico e una breve sintesi del dibattito svoltosi al riguardo nell’apposita Commisione.
Premessa...
Trascriviamo il documento sul lavoro approvato dalla recente Assemblea nazionale del Partito democratico e una breve sintesi del dibattito svoltosi al riguardo nell’apposita Commisione.
Sviluppo, lavoro, welfare: le proposte del Pd per il “diritto unico” del lavoro
Due problemi fondamentali attanagliano il lavoro italiano: la precarietà ed il bassissimo tasso di occupazione delle donne e dei giovani, in modo drammatico nel Mezzogiorno. La profonda crisi in corso ha pesantemente aggravato i nostri mali storici: quasi 700.000 occupati in meno da Aprile 2008 e quasi un milione di lavoratori a reddito tagliato dalla collocazione in cassa integrazione nel 2009. Soffrono, in particolare, i giovani per i quali il tasso di disoccupazione si è impennato di oltre 7 punti percentuali (al 28%) e per i quali sono spesso assenti sostegni al reddito. Il tasso di occupazione è caduto di quasi 3 punti negli ultimi 18 mesi (dal 59% al 56%). Diventa sempre più intensa la rassegnazione di quanti, soprattutto giovani e donne, soprattutto al Sud, non trovano lavoro e smettono di cercarlo. Le previsioni per il 2010 indicano ulteriore aumento della disoccupazione. Alle storiche categorie “escluse” dal mercato del lavoro, si sono aggiunti negli ultimi mesi anche gli ultracinquantenni di tutte le qualifiche.
Oggi, tra i problemi prioritari, oltre alla precarietà e all’assenza di lavoro, si inserisce l’insicurezza di quanti hanno il lavoro a tempo indeterminato, ma hanno perso la prospettiva di stabilità, nonostante le “forti” garanzie giuridiche godute: i 150 tavoli di crisi aperti al Ministero dello Sviluppo per affrontare il futuro di aziende medie e grandi sono esempi chiari dell’insicurezza dei cosiddetti “garantiti”. Inoltre, il mercato del lavoro è partecipato da italiani e “nuovi italiani”. Anche i lavoratori e le lavoratrici migranti e le loro famiglie, oltre 4 milioni di persone, subiscono le conseguenze della crisi, in particolare nell’agricoltura. Ma, la transizione demografica in corso e la crescente domanda di servizi alla persona richiedono la presenza strutturale di immigrati.
Le condizioni del lavoro sono connesse con le situazioni di disagio sociale e di povertà, in particolare estrema e minorile. Nel 2008, il 5% della popolazione residente in Italia era in condizioni di povertà assoluta. Le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2.737.000 e rappresentano l’11,3% del totale, mentre gli individui poveri sono oltre 8 milioni, pari al 13,6% della popolazione, con un significativo aumento dei working poors. Sono dati tra i peggiori di Europa. Soffrono soprattutto le famiglie con figli minori ed, in particolare, nel Mezzogiorno.
Nell’ultimo quarto di secolo, il lavoro è cambiato in tutta l’area dei Paesi più sviluppati. Tenere conto delle diversità, spesso subite, qualche volta scelte, delle condizioni del lavoro e riconoscere la molteplicità dei rapporti tra tempi di vita e tempi di lavoro per valorizzarla vuol dire superare i tanti dualismi del mercato del lavoro. Alcuni Paesi additati in questi anni a modello di performance economica (Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, Spagna), caratterizzati dalla liberalizzazione estrema del mercato del lavoro, hanno conosciuto ritmi di crescita intensi grazie, soprattutto, a politiche macroeconomiche espansive, ossia al colossale indebitamento delle famiglie. Il debito privato ha compensato gli effetti negativi sulla crescita derivanti dalla precarietà delle condizioni e dei redditi da lavoro. In fondo, la svalutazione del lavoro è stata la causa primaria della crisi in corso. Per contro, altri paesi (Svezia, Danimarca in prima fila), caratterizzati da efficaci reti di welfare e da politiche per la crescita di qualità (dagli investimenti in R&S ed in infrastrutture, alla regolazione concorrenziale dei mercati, alla qualità delle pubbliche amministrazioni, al sistema fiscale, ecc) hanno registrato un’espansione significativa e stabile nella produzione e nell’occupazione.
In sintesi, la regolazione del mercato del lavoro non è variabile indipendente. I mercati globali, le caratteristiche del paradigma tecnologico diffuso e la “forza” del consumatore richiedono flessibilità nelle unità produttive. Tuttavia, il punto è, in particolare in Italia, l’utilizzo delle forme contrattuali precarie per la riduzione del costo del lavoro. Un utilizzo improprio che ha disincentivato, in tanti casi, l’investimento delle imprese in innovazione e l’innalzamento della produttività.
In Italia, i dati disponibili indicano che i rapporti di lavoro precari sono concentrati nelle imprese con meno di 9 occupati, ossia le unità produttive “libere” dai vincoli dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, mentre diminuiscono al crescere della dimensione occupazionale dell’impresa.
Insomma, in Italia la precarietà si è diffusa in quanto i contratti precari costano al datore di lavoro, in termini di contribuzione sociale e di retribuzione o compenso (definiti al di fuori dei contratti nazionali di lavoro ed in assenza di una legge sul salario minimo), molto meno dei contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato. In un Paese abituato a competere drogato dalle svalutazioni della
Lira, l’avvento dell’euro, i ritardi nelle riforme strutturali e nella politica industriale e gli scarsi investimenti in R&S da parte delle imprese sono stati in parte compensati dall’abbattimento del costo del lavoro mediante i contratti precari e la stagnazione delle retribuzioni dei lavoratori a tempo indeterminato.
La politica del lavoro del Governo dall’inizio della legislatura ha aumentato la precarietà e penalizzato, in particolare, i giovani e le donne. Ad esempio, nel caso dei call centers, lo smantellamento dei limiti ai contratti a progetto ha determinato, da un lato, lo spiazzamento delle imprese che avevano stabilizzato i lavoratori attraverso gli incentivi introdotti nel 2006 e, dall’altro, la cassa integrazione per migliaia di giovani. Le misure introdotte dal Ministro Sacconi, da ultimo nel “Collegato lavoro” rinviato dal Presidente Napolitano alle Camere, tendono a far regredire il livello minimo universale di tutele, diritti e retribuzione dei lavoratori e delle lavoratrici e puntano a
corporativizzare sul piano territoriale e settoriale i nuclei più forti di lavoratori.
La strategia del PD per il “diritto unico” del lavoro. Il PD è “il partito del lavoro”, “fondato sul lavoro”. Per il PD, il nesso tra diritti di cittadinanza e diritti sociali e del lavoro è indissolubile. Il lavoro è fonte di identità della persona umana e, al tempo stesso, come indicato all’art 1 della nostra Costituzione, fonte di cittadinanza democratica. Il PD intende rappresentare il lavoro “in tutte le sue forme”, dal lavoro (relativamente) stabile a tempo indeterminato, al lavoro precario e parasubordinato, dal lavoro di artigiani, commercianti e professionisti, al lavoro dell’imprenditore.
Innalzare il potenziale di crescita dell’economia italiana è condizione necessaria per migliorare le condizioni del lavoro, aumentare il tasso di occupazione e l’inclusione sociale e combattere la povertà. Nella fase in corso, è decisivo rilanciare la domanda effettiva in Europa e nella nostra economia. Infatti, le condizioni del mercato del lavoro dipendono innanzitutto e soprattutto dalle crescita economica.
Il circolo virtuoso della crescita va riavviato, innanzitutto, nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, attraverso la costruzione di una governance economica comune adeguata ad aggredire gli squilibri esistenti in termini non solo di disavanzi pubblici, ma anche di avanzi (Germania, Olanda) e disavanzi (Grecia, Spagna, Portogallo) delle bilance correnti, ossia gli squilibri dei potenziali di crescita dei Paesi euro. A tal fine, nell’ambito della Strategia Europa 2020, è decisivo attuare un Piano Europeo per il Lavoro, finanziato con eurobonds, regolare, dare trasparenza e frenare l’attività speculativa di tutti gli investitori istituzionali.
Sul versante “interno”, l’Italia deve qualificare la crescita. Dobbiamo inscrivere le riforme della regolazione dei rapporti di lavoro dentro una più generale strategia "alta" di crescita. Insomma, non è sostenibile una proposta radicalmente alternativa alla strategia del Ministro Sacconi sul mercato del lavoro senza una strategia radicalmente alternativa per il futuro dell’Italia. Quindi, oltre al piano della politica macro-economica europea, sono necessarie riforme del welfare, investimenti pubblici e privati nell'innovazione, nella ricerca, nella scuola e nell'università, nella formazione permanente, investimenti nelle infrastrutture per la green economy e green society, liberalizzazione dei mercati dei servizi alle persone e alle imprese, riorganizzazione del fisco, riforme delle pubbliche amministrazioni, in particolare della giustizia civile, riforme della rappresentanza politica, economica e sociale e dell’efficienza delle istituzioni democratiche e, non ultimo in termini di rilevanza per la crescita economica, innalzamento del capitale sociale, della legalità e del civismo.
Per la ricomposizione del mondo del lavoro, non solo delle sue tutele, ma anche delle sue opportunità, nel riconoscimento delle specificità delle attività lavorative e delle oggettive esigenze di flessibilità e di competitività delle imprese, non vi sono scorciatoie. Un modello unico di contratto di lavoro è un obiettivo da collocare in un quadro di elevata e consolidata dinamica della produttività, condizione necessaria a compensare il connesso aumento di costo per l’impresa. Oggi, data la difficile fase dell’economia europea, considerata l’anemia della produttività italiana e l’aumento
strutturale della disoccupazione, proponiamo un ventaglio di interventi per andare verso il superamento del mercato del lavoro duale. Le proposte sono frutto di una lunga, approfondita e largamente condivisa elaborazione dei parlamentari del Pd delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato.
La strategia proposta dal Pd per promuovere il “diritto unico” del lavoro, si articola lungo due principi di fondo: la migliore flex-security europea; l’universalità dei diritti fondamentali di cittadinanza, in particolare il welfare orientato a promuovere il benessere di tutto il nucleo famigliare, anche attraverso misure di conciliazione lavoro-famiglia. I capisaldi della strategia del Pd, da portare avanti in modo graduale al fine di evitare ogni onere aggiuntivo per la finanza pubblica, sono i seguenti:
Lavoro
Verbale Commissione lavoro (24 interventi)
La discussione ha visto emergere una larga e sostanziale condivisione del documento, che intrecciando gli obiettivi di aumento della crescita “sostenibile” dell’economia italiana (in raccordo con una strategia europea dello stesso segno), con misure mirate al sostegno dell’occupazione collegate ad innovazioni del sistema di welfare, rappresenta una valida piattaforma per rispondere all’emergenza occupazionale e per delineare i contorni di un mercato del lavoro più dinamico ma anche più giusto ed inclusivo. Le proposte volte ad una progressiva estensione dei diritti e delle tutele a tutte le forme di lavoro costituisce il presupposto per la realizzazione di una flessicurezza di impianto europeo capace di contrastare la precarietà, di favorire l’ingresso di giovani del mercato del lavoro, di promuovere per tutti la qualità del lavoro.
Molti interventi hanno posto la necessità di completare e meglio esplicitare le proposte contenute nel documento tra l’altro per quanto riguarda la promozione e la valorizzazione del lavoro delle donne, la lotta al lavoro nero e le misure per la sua emersione, l’individuazione di forme di partecipazione dei lavoratori e di decisione economica. E’ stata anche sottolineata la necessità che la regolazione dei rapporti di lavoro come anche la realizzazione delle politiche di promozione dell’occupazione si svolgano in un quadro di positiva interazione tra iniziativa legislativa e contrattazione collettiva, attraverso il dispiegarsi del ruolo autonomo delle parti sociali che il PD intende sostenere.
Sono emerse posizioni divergenti sulla necessità di introdurre la categoria di “lavoro economicamente dipendente” per universalizzare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.
La commissione ritiene che questi arricchimenti potranno venire dalla consultazione a tutti i livelli che il PD apre da oggi sugli orientamenti e le proposte contenute nel documento.
Questa consultazione deve anche essere l’occasione per un confronto a vasto raggio con le rappresentanze del mondo dell’impresa in tutte le sue variegate espressioni e con le grandi organizzazioni sindacali di cui il PD, nel rispetto delle reciproche autonomie, auspica il massimo di convergenza unitaria come richiede la gravità della crisi occupazionale e sociale che il paese sta vivendo.
Ad avviso della commissione questa consultazione, aperta alle forze vive della società, deve anche tradursi in una grande mobilitazione, a partire dai Circoli, per far crescere nel paese, anche sui temi del lavoro, un’alternativa vincente alle politiche della destra e ne respinga gli attacchi che essa muove in molti modi, ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.