Sarà mai possibile vincere la “guerra al terrorismo”? E, se sì, quale sarà il segnale credibile della vittoria? A queste domande è difficile trovare, nella pubblicistica corrente, una qualche plausibile risposta. Per cui, in realtà, la tesi di coloro che sostengono trattarsi di una “guerra” impropria anche e soprattutto perché non potrà mai dirsi vinta, mantiene una sua forte capacità di persuasione. C’è da chiedersi, tuttavia, se tale tesi sia del tutto incontestabile. Se, cioè, quel segnale della vittoria contro il terrorismo possa essere invece prefigurato. E se, di conseguenza, si possa individuare una via che conduca al suo manifestarsi. Svolgeremo qui, in proposito, un ragionamento che ci sembra avere una qualche plausibilità. Parliamo, ovviamente, del terrorismo globale che trae la sua ispirazione ideologica dall’islamismo fondamentalista. Altri tipi di terrorismo non presentano particolari difficoltà nel valutarne la persi-stenza o la sconfitta: la resa del nemico in guerra, l’arresto e la sottoposizione a giudizio e a con-danna dei suoi autori negli altri casi, possono essere considerati segnali sufficienti. Cosicché un’eventuale recrudescenza del fenomeno a distanza di tempo può essere legittimamente valutata vuoi come un “colpo di coda” sferrato da emuli tardivi e sostanzialmente impotenti, vuoi come il manifestarsi di un fenomeno sostanzialmente nuovo, solo superficialmente interpretabile come ripe-tizione del precedente.
Nulla di tutto ciò nel caso del terrorismo globale. Qui non c’è né uno Stato nemico da costringere alla resa, né un’autorità superiore e comunemente riconosciuta, dotata di sufficiente forza propria, che possa esprimere insieme la volontà e i mezzi necessari a mettere il soggetto terrorista in condi-zione di non nuocere. Sembrano quindi effetto di un riflesso condizionato, da un lato la pretesa dell’amministrazione Bush di personificare il nemico terrorista nella figura dello “Stato canaglia” , dall’altro la messa in campo di istituzioni giudiziarie sovranazionali finalizzate alla riconduzione sotto l’imperio della legge (di una legge che non sia semplicemente quella brutale del più forte) le azioni di dittatori sanguinari e criminali di guerra d’ogni risma.
Sviluppi, questi due, che, pur di segno opposto, sembrano avere in comune un limite: quello – spia-ce dirlo a proposito dell’indomita procuratrice Carla Del Ponte – di una sostanziale impotenza. All’uno (la “guerra preventiva” di George W. Bush) manca la cornice istituzionale capace di sancire con efficacia le sue azioni da sceriffo del pianeta; all’altro manca la forza propria e autonoma capa-ce di fornire “mani e piedi” alla nobile idea di applicare a tutte le azioni umane (comprese quelle dei potenti) un’eguale misura di giustizia. Prendere atto sul serio di tale generale condizione d’impotenza è una premessa essenziale per av-viarla a superamento. Definire un credibile “segnale della vittoria” nei confronti di un nemico in buona misura nuovo rispetto a tutte le esperienze precedenti è parte non secondaria di tale necessa-rio superamento.
Chiediamoci allora: che cosa ci dà la misura della forza dei terroristi? Possiamo nutrire qualunque convinzione a proposito della loro origine e dei loro appoggi internazionali: per quel che possiamo saperne noi, comuni cittadini dell’Impero, tali appoggi potrebbero anche celarsi molto in alto nella scala del potere imperiale. O potrebbero essere un semplice abbaglio da dietrologi della globalità. Tuttavia, il segno certo della forza dei terroristi è nel consenso alle loro gesta che si palesa presso una parte consistente delle masse arabe e musulmane. Che senso può mai avere, in proposito, il sottolineare come, contrariamente a quel che è inizialmen-te avvenuto e tuttora in gran parte avviene per il reclutamento dei “martiri” palestinesi, i seguaci di bin Laden non provengono dalle schiere disperate dei dannati della terra, oppressi da decenni di oc-cupazione israeliana e senza prospettive visibili di riscatto, ma piuttosto dalle élite acculturate e ab-bienti del mondo musulmano, spesso allevate in seno alle grasse società dell’Occidente?
A parte il meccanicismo banale (e a suo modo razzista) di questa osservazione, che pretende di fare della rivolta violenta un appannaggio esclusivo dei miserabili, chi l’esprime non vede (o finge di non vedere) che i seminatori di terrore, quale che sia la loro origine sociale, sarebbero riconducibili semplicemente a una sia pur peculiare fattispecie di criminalità violenta ed esaltata, che non sareb-be poi così difficile reprimere previo magari un aggiornamento e potenziamento degli apparati di polizia, giudiziari e di sicurezza, se le loro gesta sanguinarie non fossero puntualmente accompa-gnate dall’entusiasmo manifestato con clamore da porzioni tutt’altro che insignificanti del mondo musulmano: dalle plebi delle periferie metropolitane, dalle scolaresche delle madrasse, da parte non indifferente dei frequentatori delle moschee, da porzioni non insignificanti dell’intellettualità mu-sulmana “pura e dura”.
Si faccia pure la tara dell’indottrinamento anti-occidentale praticato diffusamente nelle strutture tra-dizionali della formazione islamica, tanto da poter legittimamente indicare in esse un vero e proprio brodo di coltura del terrorismo globale. Si dovrà però ammettere che in ogni caso le gesta terroristi-che possono godere di un consenso di massa, spontaneo o costruito che sia, traendone una forza che va ben oltre la loro diretta capacità distruttiva. Questo è il segno della pericolosità effettiva del fenomeno terroristico: il segno che mostra in esso non la semplice somma delle gesta sanguinarie di gruppi d’esaltati, collegati o meno fra loro in una rete organizzata; ma un soggetto vero e proprio, ancorché aberrante, della politica internazionale. Non una sorta di Unabomber globale, ma un protagonista della nostra epoca tormentata, capace di condizionarne l’incerta e rischiosa transizione.
Se queste osservazioni hanno una loro plausibilità, ne risulta con evidenza un’indicazione da non lasciar cadere: quella dell’erosione del consenso di massa verso le azioni terroristiche come condi-zione essenziale per poter sperare un giorno di averne effettivamente ragione. Una speranza, ragio-nevolmente, e non una sicurezza assoluta: perché la via dell’azione terroristica potrà sempre essere imboccata da gruppi o movimenti incapaci di confidare, per cambiare le storture del mondo, nel me-todo della democrazia e del consenso, che è per sua natura graduale e paziente; ma non potrà, se non avrà il plauso di una base di massa, superare il livello dell’episodio, aberrante e pericoloso sì, ma anche effimero e, al fondo, impotente. Non siamo certo i soli né i primi, com’è ovvio, a renderci conto dell’importanza di “isolare i terrori-sti”: questo è anzi un leitmotiv ricorrente e quasi ossessivo nei discorsi di chi è alla sincera ricerca di armi finalmente efficaci per stornare questa minaccia che pende sulla testa dell’umanità. Si indi-cano anche alcune ragionevoli misure per raggiungere quel fine: misure che possono essere riassun-te, in sostanza, nello sforzo di attenuare, fino ad azzerarlo, il senso di estraneità e umiliante subal-ternità che una parte cospicua (e fors’anche maggioritaria) del mondo arabo e musulmano avverte nei confronti dell’Occidente euroamericano, della sua potenza soverchiante, della sua sfacciata opu-lenza, della sua pretesa d’imporre un diritto laico e un costume civile sentiti come negatori della tradizione coranica.
Sono proposte che si collocano, in generale, su due piani, paralleli ma fra loro non incomunicanti: il piano della realtà economica internazionale e quello della realtà economico-sociale interna ai paesi dell’Occidente, con riferimento più frequente a quelli europei. Nel primo caso si sottolinea l’esigenza di promuovere condizioni di vita e di sviluppo più moderne e umanamente accettabili nei paesi già soggetti al dominio coloniale europeo, di aprire mercati di sbocco alle loro produzioni, più in generale di stabilire rapporti di mercato più equi fra Nord e Sud del mondo. Nel secondo caso si accentua essenzialmente l’aspetto della parità di diritti, dell’accoglienza sociale, delle opportunità di lavoro e d’inserimento nella vita civile da offrire agli immigrati, in particolare a quelli di fede mu-sulmana. Si tratta, com’è evidente, di propositi assai ragionevoli, che ogni politica responsabile dovrebbe im-pegnarsi seriamente a tradurre in pratica al più presto. E si tratta, con altrettanta evidenza, di misure che si collocano in una linea di discontinuità rispetto a quella adottata dall’amministrazione Bush. La quale, preso atto della solitudine in cui gli Stati Uniti operano dal 1989 come unica superpotenza sopravvissuta, ha improntato e sostanzialmente continua a improntare il proprio operato alla logica dell’autocrazia, del disprezzo delle istituzioni internazionali (tirate in ballo solo quando fa comodo alla Casa Bianca ed escluse quando rischiano di ostacolarne gli ukase), della supremazia ostentata nei confronti del mondo intero, alleati compresi.
Si tratta anche – c’è da chiedersi – di misure capaci di dar corpo, sul terreno specifico della lotta al terrorismo mediante l’isolamento degli autori delle sue gesta efferate, a una linea d’azione vincente? A ben vedere, il fatto di riconoscerne, in generale, l’opportunità e l’utilità non può nasconderne la sostanziale insufficienza a quel fine. In estrema sintesi, quelle misure configurano nel loro comples-so una strategia che diremmo di “ospitalità” offerta all’Islam, e alla Umma (comunità dei credenti) in cui esso si materializza secondo la dottrina coranica, da parte della “civiltà occidentale” di matri-ce culturale cristiana, di economia capitalistica, di assetto politico (in linea di massima e finché conviene) liberaldemocratico. Un’ospitalità cortese, comprensiva, rispettosa. Per usare un’espressione cara al puritanesimo democratico, un’ospitalità “politicamente corretta”.
Ma pur sempre un’ospitalità: un rapporto in cui c’è il padrone di casa e l’ospite, il contenitore e il contenuto, il tutto e la parte. In cui, in altre parole, il rapporto di subordinazione del secondo al pri-mo viene, sì, rivestito di panni meno brutali e palesemente inaccettabili, quindi formalmente atte-nuato e in qualche misura umanizzato. Ma resta pur sempre un rapporto di subordinazione. Così come lo schiavo non sarebbe stato meno schiavo se invece di essere chiamato “negro” fosse stato chiamato “africano-americano” come impone oggi l’uso politically correct. Magari si sarebbe senti-to un po’ meno umiliato, le sue pulsioni di rivolta sarebbero state attenuate e ritardate, lo schiavista si sarebbe dimostrato insomma un po’ più previdente; ma la sostanza della condizione del “negro” non sarebbe cambiata.
A ciò si aggiunga, per completare il parallelo, che in tempi più vicini a noi una parte della popola-zione statunitense di colore trovò nell’adesione all’Islam una via per affermare la propria estraneità alla cultura degli ex-padroni bianchi, la propria identità culturale, la propria volontà di rivolta: di-ventando Muhammad Alì, l’indimenticabile campione Cassius Clay proclamò al mondo il proprio rifiuto di continuare a rappresentare con la propria sofferenza di pugilatore nero, con la propria ma-estria e la propria fama il paese che continuava a tenere ai margini i propri ex-schiavi e pretendeva all’occorrenza di usarli come carne da cannone nelle sue avventure belliche oltremare. E, con l’aderire a una grande tradizione religiosa e civile “altra” rispetto a quella dei Padri Pellegrini, volle alzare un vessillo di ribellione e di riscatto per la sua gente.
Non basterà, insomma, ospitare cortesemente l’Islam che invade già con venti milioni di fedeli l’Europa felix costruita in mezzo secolo di esenzione dalla responsabilità degli affari del mondo. Non basterà a salvaguardarci dalla minaccia violenta che sembra assediare le nostre laboriose capi-tali e i luoghi ameni del nostro meritato riposo. Bisognerà fare un passo in più. Quale passo? Semplifichiamo ai limiti della banalità i termini della questione. I subalterni, i poveri, gli emarginati non si ribellano con violenza, non tentano la via disperata dell’assalto ai forni, della jacquerie, dell’incendio dei pubblici registri, dell’impiccagione del padrone con tutta la famiglia al cancello della fazenda, quando hanno “qualcosa da perdere”. E un “qualcosa” che sia di valore paragonabile a quello dell’umiliazione da riscattare e dei mezzi che l’ipotetica rivolta potrebbe mettere in campo. Ora, se il “brodo di coltura” dei terroristi attuali fosse semplicemente un mosaico informe di identità disperse, la via che abbiamo definito dell’ospitalità politically correct potrebbe anche offrire una so-luzione d’una qualche accettabile efficacia. Così non si può presumere che sia, invece, nel caso d’una tradizione millenaria, differenziata sì al proprio interno ma accomunata da un solo Dio, un so-lo Libro, un solo Profeta. E diffusa su di un arco territoriale sterminato. Per cui il richiamo alla ri-volta e al riscatto, pronunciato in quel linguaggio comune e in nome di quei simboli formidabili, può essere inteso (e messo in pratica) da Casablanca a Giacarta, da popoli di culture, origini, identi-tà nazionali diverse, ma tutti spinti a riconoscersi in un’unica Umma depositaria della verità e della salvezza.
Una Umma che, come i londinesi hanno appreso sulla propria pelle, si ramifica ormai fra di noi ri-baltando la condizione di ospite più o meno ben accolto in quella di prigioniero disposto a dar fuoco al materasso della propria cella. A rischiare (o senz’altro immolare) la propria vita per testimoniare, col sangue proprio versato come prezzo di quello degli “infedeli”, l’intollerabilità di un’umiliazione che, col fedele, umilia volenti o nolenti anche Allah, Maometto e il suo Corano. Ecco allora il passo in più da compiere per “isolare il terrorismo”: sul serio e non più solo come au-spicio. Occorre che la Umma coranica come tale (non gli “islamici moderati”, vale a dire, nella me-tafora qui adottata, gli ospiti maomettani che sanno sedere educatamente alla mensa occidentale) sia accettata quale interlocutore effettivamente alla pari con “noi”: che insomma il mondo globale di domani, in cui terrorismo e “guerre preventive” possano divenire finalmente un brutto ricordo del passato, sia costruito insieme, nella mutua e paritaria cooperazione, senza pretendere di dar vita, fra “noi” e l’Islam, a una coppia fra mastro e apprendista segnata da un’insuperabile disparità.
In altre parole, il “qualcosa da perdere” che è interesse vitale di tutti l’Islam possieda, perché solo così esso potrà smettere di avvertire Al Qaeda come una sua “costola” e farne perciò una bandiera, è una reale, paritaria partecipazione alla dimensione del potere. E ciò potrà e dovrà avvenire a ogni livello: da quello dei rapporti internazionali a quello delle rappresentanze interne ai singoli Stati, al-le amministrazioni regionali e locali, alle istituzioni politiche, economiche e sociali d’ogni tipo in cui musulmani siano presenti, o aspirino a entrare. Inutile scendere qui in particolari. Bastino, per concludere, alcune considerazioni. La prima concer-ne il concetto di cittadinanza. Intendere la cittadinanza come semplice partecipazione ai diritti appa-re riduttivo: si potrebbe dire che significa assumerne solo l’aspetto liberale, non anche quello propriamente democratico. O, se si preferisce, significa scindere la parola “democrazia” nelle sue due componenti (il “demos” e la “krateia”, la base popolare e il potere), facendo partecipi gli “ospiti” solo del primo e tenendo per sé soli il secondo: dicendo loro “sei pari a me” nella soggezione alle regole e nel concorrere al comune progetto, ma quelle regole e quel progetto saranno sempre e solo quelli disegnati da noi, i “padroni di casa” che graziosamente ti accolgono.
La seconda considerazione concerne la qualità degli interlocutori dell’Occidente euroamericano nel contesto del mondo globalizzato. Questi interlocutori, coi quali sarà necessario fare i conti anche sul terreno del potere, sono soggetti, per limitarci qui solo ai più imponenti, della portata dell’India e della Cina. Come l’Islam, anche India e Cina sono aggregati umani che superano il miliardo di uni-tà. La differenza risiede nel fatto che, contrariamente all’Islam, India e Cina sono realtà storiche e nazionali rappresentate ciascuna da un singolo Stato: data l’impostazione fin qui prevalente nella politica e nel diritto internazionali, ciò equivale a dire semplicemente che esse sono rappresentate e l’Islam in quanto tale no. Significa anche, per quanto concerne i rapporti con gli USA e i loro allea-ti, che con le due immense nazioni asiatiche le cose si pongono in termini più tradizionalmente spe-rimentati, quindi, almeno in apparenza, più semplici. Anche se fin d’ora i problemi non mancano, e si può essere sicuri che si moltiplicheranno nel prossimo futuro: quando, ad esempio, anche la cul-tura cinese e quella indiana, superata la fase della minorità post-coloniale da parte delle rispettive Repubbliche, vorranno legittimamente dismettere i panni dei volonterosi apprendisti per indossare quelli dei maestri anziani (quanto più anziani di noi!), quanto meno alla pari con l’Occidente.
Se a questo puzzle aggiungiamo ora di nuovo il tassello islamico, vedremo che per la Umma, man-cando essa di una rappresentanza politica unitaria, il problema del potere si pone proprio nei termini della costruzione di una tale rappresentanza. E di costruirla in termini che non ricalchino (perché storicamente non potrebbero, oltre a non essere nei voti dei suoi membri) i percorsi propri dello Sta-to nazionale, né prendano in prestito alcuno dei modelli consolidati. Per costruire questa rappresen-tanza, quindi per uscire dalla minorità, la stessa Umma ha bisogno di trovare interlocutori validi ed efficaci. Se non ne troverà nell’Occidente, possiamo essere sicuri che il suo sguardo e le sue speran-ze si volgeranno altrove, alle nuove superpotenze emergenti. Offrire all’Islam una via d’inserimento paritario nel governo del mondo, dunque, non è solo un’esigenza stringente nell’ottica della lotta al terrorismo e, più ampiamente, nella prospettiva di un futuro pacifico e sicuro per tutti, ma è anche un preciso e vitale interesse dello stesso Occidente. Un’ultima riflessione, a proposito dell’alternativa da costruire alla politica di predominio dell’iperpotenza. L’esperienza tremenda del terrorismo globale è, in proposito, particolarmente i-struttiva. Se è vero, infatti, che le sue gesta difficilmente potrebbero giungere a sgretolare l’attuale assetto di potere del mondo, è però altrettanto vero che la sua presenza prolungata può provocare un’alterazione profonda della democrazia: di ciò stiamo possiamo tutti osservare sintomi preoccu-panti.
Sintomi che si manifestano in primo luogo all’interno dei singoli paesi: dove (è ormai un diffuso luogo comune) l’esigenza della sicurezza fa sempre più premio su quella della libertà. Una tendenza a cui è necessario che ci si opponga con efficacia: ma si potrà farlo solo se l’esigenza della sicurez-za sarà comunque sufficientemente garantita. E garantirla, vista la dimensione globale del fenomeno terroristico, sarà possibile soltanto su di un terreno più ampio della singola nazione. Sarà necessario, in sostanza, che l’intero assetto dei rapporti internazionali sia efficacemente ricondotto a una misura comune di legalità. Il terrorismo globale, controfaccia terribile e disperata dell’arroganza della poli-tica dell’iperpotenza solitaria e dell’Occidente nel suo insieme, ci richiama insomma alla necessità di un riassetto complessivo delle istituzioni internazionali: a partire dalle Nazioni Unite, nate in al-tra epoca per affrontare problemi diversi da quelli attuali, e oggi non a caso, più che mai prima, im-potenti. Su quest’ultimo tema abbiamo già svolto qualche iniziale ragionamento, come sanno i visitatori di questo sito. Basti ora richiamare, anche alla luce delle considerazioni qui svolte a proposito di lotta al terrorismo, quelli che dovrebbero essere i capitoli essenziali di ogni riforma auspicabile della massima istituzione internazionale. Una riforma che non dovrebbe certo limitarsi a un’integrazione numerica del Consiglio di Sicurezza o dei suoi membri dotati del diritto di veto. Dovrebbe invece investire tre punti:
Agosto 2005