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Introduzione...

Nell’introduzione al primo volume di “Nazioni, società e potere. Interdipendenza e conflitto nel ‘900” (Abramo, Catanzaro 1992), Raffaele D’Agata scriveva: «Dopo il biennio 1989-1991, può apparire che la scomparsa dell’ormai tradizionale forma di espressione dei fondamentali conflitti internazionali, cioè quella ideologica, comporti una rinascita su basi nuove del precedente sistema costituito dalle molteplici ed eguali sovranità di Stati-nazione territoriali. Soltanto gli eventi di un arco di tempo non inferiore al decennio potranno dire se una tale supposizione corrisponda o no a una tendenza effettiva e stabile» (p.7).. Subito appresso, però, D’Agata metteva in dubbio che, allo stato degli atti, «tutti i soggetti definiti formalmente ‘sovrani’ dal diritto internazionale, e anche soltanto tutti quelli medio-grandi, abbiano veramente maggiore efficacia nel determinare il corso degli eventi […] rispetto a questo o quel pool finanziario, a questo o quel cartello di imprese (o, più spesso, di imprese e di Stati e di singoli in fitto intreccio), e perfino rispetto a questo o quel club di privati individui influenti» (p.8). Sono passati non dieci ma quindici anni, e quel dubbio appare ancor più fondato, come risulta dallo studio (inedito) su “Globalizzazione e questione americana”, scritto qualche mese fa, che D’Agata ci autorizza a mettere sul nostro sito. Vi sono approfondimenti storici e giudizi politici sullo stato del mondo, che potrebbe essere utile tener presenti nel momento in cui il nostro Paese torna a essere governato sotto il segno della razionalità, del rinnovamento possibile, del contributo alla pace internazionale.

Globalizzazione e “questione americana”:
una sfida intellettuale per la Sinistra

L’atteggiamento nei confronti della globalizzazione è una delle maggiori questioni aperte nella definizione del programma comune dell’Unione. Sotto molti aspetti, può essere determinante. La stessa questione delle guerre (al plu-rale) può difficilmente essere chiarita senza un’intesa chiara su ciò che vera-mente accade ed è in gioco a proposito di globalizzazione. Possiamo innanzitutto concordare un significato elementare del termine “globalizzazione”? Forse sì. Proviamo a riconoscere, cioè, che la globalizzazio-ne significa essenzialmente che governi e parlamenti non vogliono o non posso-no dire molto su ciò che le persone facciano del proprio denaro – specialmente se ne possiedono in abbondanza – tanto in patria quanto altrove. Governi e par-lamenti non sono attori determinanti nel gioco che orienta la distribuzione delle opportunità di vita. Tuttalpiù si concepisce che siano arbitri attenti ad evitare che qualcuno prenda brutti calci in viso; ma su questa intenzione e sulla sua ef-ficacia vi è abbastanza da discutere. Né le tasse né la spesa pubblica né controlli sulla circolazione della moneta e dei capitali sono visti come strumenti da usare per influenzare l’andamento della partita (almeno, dichiaratamente: e si dovrà tornare su ciò). Circa questo ultimo aspetto, le politiche economiche tendono ad accettare in primo luogo il vincolo della stabilità del valore della moneta in ter-mini di prezzi o almeno di rendimento del denaro investito.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia della moderna civiltà capitalistica può facilmente riconoscere in questa definizione di globaliz-zazione qualcosa che non somiglia a quasi nulla di ciò che è accaduto durante gran parte del secolo scorso (per dire meglio, non somiglia a nessuna delle mol-te e ben diverse cose che sono accadute in quel tempo). Ma anche – e questo importa molto – in una tale definizione si può riconoscere qualcosa che somiglia moltissimo a ciò che accadeva per l’appunto all’inizio del Novecento, vale a di-re immediatamente prima della tragica catastrofe del 1914. Se questo è vero, la globalizzazione di oggi dovrebbe suscitare le stesse domande che molti storici hanno avanzato a proposito di quella di allora: quanto, cioè, simili comporta-menti da parte dei governi fossero compatibili con il voto pienamente libero e universale (da un lato) ovvero con la pace internazionale (dall’altro).

Molte difficoltà e malintesi nella discussione nascono comunque dall’interferenza di un concetto di globalizzazione in qualche modo più neutro, e di conseguenza più benevolente, che sembra piuttosto diffuso tra rappresen-tanti politici ed elettori di partiti di centro-sinistra, così come tra alcuni onesti moderati. Questo concetto raffigura la globalizzazione, schematicamente ed es-senzialmente, come un mondo meno diviso che mai da barriere geopolitiche, e nel quale l’esercizio di forza cogente di qualunque genere e intensità tenda a perdere progressivamente rilevanza rispetto all’interazione contrattuale di mol-teplici soggetti liberi (e garantiti come liberi anche in quanto proprietari). Come tale, la globalizzazione è presentata anche come la cornice stabile e finalmente universale delle garanzie di libertà: precisamente, essa appare la migliore possi-bile cornice dello spazio pubblico, meglio adatta di altre a muoversi (riferendosi ad essa) per realizzare qualunque scopo e qualunque insieme di valori. Non do-vrebbe essere confusa, insomma, con gli effettivi processi sociali che intanto vi si svolgono.

È piuttosto difficile fare i conti serenamente con questo ultimo schema. Si può essere tentati di osservare seccamente che i concetti neutri non sono né con-cetti storici né concetti politici, giacché questi hanno contenuto e senso soltanto se dicono che cosa concretamente succede alle persone. Ma può essere anche necessario intendere le possibili ragioni dell’accentuazione del momento libera-le della democrazia, che oggi sembra convincere così largamente. L’argomento minimo ed essenziale, nei loro confronti, è che affermare staticamente una veri-tà può essere, a volte, proprio il peggiore modo di servirla. L’aspetto più debole delle posizioni benignamente neutrali nei confronti della globalizzazione è comunque la scarsa attenzione che esse sembrano rivol-gere agli effettivi sviluppi che l’hanno originata. Non a caso, infatti, sembrano confonderla spesso con quella somma astrazione che sono le “regole del merca-to”. Troppo spesso di queste si ode dire o si legge come se fossero nate insieme con il mondo, sempre identiche a sé nella loro profonda radice. Tuttavia, ogni reale sistema di mercato è venuto ad esistenza come risultato di molteplici voli-zioni e azioni tra cui innanzitutto atti di forza: forza, in particolare, di Stati so-vrani. Specificamente, l’occhio della riflessione storica può cogliere svariate e complesse analogie che permettono di riferire il rapporto tra la politica di poten-za del blocco storico che è stato dominante negli Stati Uniti d’America durante gli ultimi decenni ad altre politiche di potenza di élites fondatrici e reggitrici di Stati, in altre epoche. In effetti, non si potrebbe concepire in alcun modo la pri-ma globalizzazione, fondata sul sistema monetario aureo, senza pensare all’egemonia mondiale britannica al culmine dell’età vittoriana.

La prima globalizzazione riposava dunque – come la presente – su un’enorme accumulazione di forza, anche se è vero che l’egemonia mondiale britannica per gran parte dell’Ottocento era associata con un livello relativamen-te basso della spesa militare e con un’alta misura di ciò che oggi si chiamerebbe soft power. Ma già alla fine di quel secolo non era più così. L’impero territoria-le, militarmente controllato, era la forma delle unità di potere fondamentali del sistema internazionale nel periodo culminante della prima globalizzazione. Nell’insieme, queste unità di potere accettarono quasi fino all’ultimo di coordi-narsi intorno a un sistema di regole di “vita civile” che avevano la piazza finan-ziaria di Londra e la preponderanza mondiale del sistema imperiale costruito in-torno ad essa come punto di riferimento. Tuttavia, le loro élites dirigenti trova-rono infine conveniente – di fronte alle nuove sfide della politica di massa – mettere in primo piano l’interesse per la stabilità e il rafforzamento dell’equilibrio interno, che era alla base della loro posizione, rispetto all’interesse per il mantenimento della pace internazionale, che garantiva l’efficienza del sistema di regole in cui avevano precedentemente prosperato. Anche dopo l’attentato di Sarajevo, ciò avrebbe potuto risultare in una “sempli-ce” catena di pur aspri conflitti locali per la ricomposizione di un’area instabile ed emergente del sistema internazionale, dai Balcani al Medio Oriente. Una no-vità che contribuì in maniera determinante ad escludere questa possibilità, e ad aprire un’apocalittica guerra mondiale di trent’anni, fu che la Gran Bretagna non era più un punto di riferimento, ma era ormai pienamente parte in causa. Soltanto combattendo fino in fondo, o comunque amministrando una base di po-tenza territoriale enormemente accresciuta (grazie, in particolare, al controllo del Medio Oriente) essa avrebbe potuto continuare a tenere almeno una parte si-gnificativa del suo ruolo mondiale.

Come è ben noto, il bilancio di quel tremendo sforzo britannico, verso la fine della seconda guerra mondiale, era piuttosto complesso. Più o meno consa-pevolmente, il ceto dirigente britannico aveva evitato all’umanità di cadere de-finitivamente in un abisso di barbarie che sarebbe stato perfino peggiore di quel-lo presente (pur dopo avere largamente contribuito ad evocarlo e ad assecondar-lo negli anni precedenti). Soprattutto, naturalmente, ciò si doveva alla gente e ai soldati di quella nazione (che in generale non avevano tali colpe). Ma proprio il risultato cui quel ceto dirigente consapevolmente e direttamente mirava, cioè la rifondazione del ruolo mondiale dirigente della Gran Bretagna, era diventato ancora più lontano. Questa è la ragione per cui, durante la seconda guerra mondiale e imme-diatamente dopo, la politica estera degli Stati Uniti ebbe di fronte a sé una scelta fondamentale: o contribuire alla formazione di un ordine mondiale del tutto nuovo, oppure semplicemente sostenere la Gran Bretagna esausta nello svolgere il suo classico ruolo il più a lungo possibile, come centro di un mercato unico globale e di un sistema internazionale correlato (e quindi, semmai, prendere la staffetta). Sintetizzando, Roosevelt favoriva la prima scelta, mentre Truman, dal 1945, adottò e perseguì la seconda.

Anche dopo la svolta trumaniana, tuttavia, non si può dire che gli Stati U-niti entrassero comodamente nelle scarpe della Gran Bretagna muovendosi con vera e propria mentalità imperiale. Il quasi brutale altolà dato ai britannici e ai loro alleati francesi a Suez nell’ottobre del 1956 non sembrava significare im-mediatamente – per il contesto in cui ebbe luogo – che gli Stati Uniti li avrebbe-ro semplicemente sostituiti. Certo, comunque, ormai il vuoto di potere e di si-stema a livello mondiale apparve allora direttamente chiaro, e ineludibile. Del resto, pochi luoghi come il Medio Oriente erano adatti a decidere se vi fosse ancora bisogno di imperi per tenere insieme il mondo. Roosevelt aveva messo in questione proprio ciò quando, nel 1944, aveva proposto che una spe-ciale agenzia delle Nazioni Unite regolasse le questioni di petrolio in luogo di qualunque esistente blocco formato da grandi compagnie multinazionali e gran-di potenze mondiali. Mediante una stretta cooperazione di circoli affaristici an-glo-americani e di sforzi diplomatici britannici, a questo piano fu impedito di passare per il Congresso degli Stati Uniti durante quell’anno di elezione presi-denziale. E tutto cambiò prima che vi fosse tempo di riprenderlo.

In ogni caso, l’impegno preso dagli Stati Uniti attraverso Truman di ve-gliare sul valore degli attivi in sterline sparsi per il mondo, e dei ricavi petrolife-ri britannici come di un’importante risorsa a quel fine, non fu una scelta a senso unico durante il primo decennio della guerra fredda. Nel 1947, gli USA non se-guirono le idee britanniche su ciò che fosse meglio per la Palestina, e appoggia-rono una soluzione che sembrava ancora riecheggiare lo schema di Teheran e di Yalta, allineandosi piuttosto con l’URSS. Quando gli iraniani provarono ad ave-re qualcosa in più da dire su ciò cui il loro petrolio dovesse servire, l’intervento americano contro Mossadegh fu a doppio taglio dal punto di vista britannico. Certo, la strada dell’Iran verso una democrazia laica e socialmente giusta fu sbarrato, non si sa ancora oggi per quanto tempo. Ma l’epopea dell’Anglo-Iranian Oil Company era egualmente finita. Poi, appunto, venne Suez. E, dopo Suez, il mondo degli attivi in sterline avrebbe solo continuato a mostrare la pallida ombra di sé per un decennio prima che un nuovo Gabinetto laburista arrivasse finalmente a fare i conti con la ne-cessità di considerare la sterlina una moneta tra le altre e anche la Gran Breta-gna un paese tra gli altri (appunto come Bevin aveva enfaticamente proclamato che non sarebbe mai stata ergendosi di fronte al suo omologo americano mentre il Piano Marshall prendeva vita).

Non per questo un impero del dollaro era così pronto a subentrare, alla fine della lunga agonia di quello della sterlina. Proprio mentre il mondo era sempre più traboccante di attivi in dollari, dubbi crescenti si diffondevano quanto alla buona idea di tenerli in portafoglio. Tanto è vero che, se fosse stato lasciato a seguire un percorso puramente economico, il ruolo del dollaro come unica mo-neta mondiale si sarebbe esaurito già verso la fine degli anni Sessanta. Proprio la carenza di mentalità imperiale che gli Stati Uniti avevano mostrato fino ad al-lora concorreva a spiegare questo. In effetti, fin dal 1944, quando fu tenuta la conferenza di Bretton Woods, il ruolo internazionale del dollaro non era stato dato per scontato come una circostanza di fatto, ma era stato negoziato nel qua-dro di accordi multilaterali molto impegnativi e di grande portata. In particolare, gli Stati Uniti si erano impegnati a fornire al mondo tutta la liquidità necessaria per sostenere una stabile crescita. Insomma, si erano impe-gnati a una specie di “piano” di crescita mondiale. Non era la sola scelta possi-bile. Quanto era stato accumulato a Fort Knox dopo avere finanziato due guerre mondiali avrebbe potuto permettere agli Stati Uniti di godere i benefici di un nuovo Gold Standard e di fare in modo che il maggior possibile numero di paesi vi aderissero, costasse quel che costasse, se volevano comprare dal più ricco pa-ese del mondo. Correlativamente, potevano mirare a imporre ad altri paesi di te-nere immediatamente e pienamente aperti i loro mercati, rinnovando i fasti dell’ “imperialismo del libero scambio”.

Ma la Carta Atlantica e il Discorso delle Quattro Libertà, nel complesso, a-vevano detto cose differenti, soprattutto attraverso la rivoluzionaria enunciazio-ne della “libertà dal bisogno”. Rispetto alla prima globalizzazione, l’impegno rooseveltiano per una politica di “mondo unico” durante la seconda guerra mondiale comportava un’unità interdipendente e complessa, che ammetteva e richiedeva un’alta misura di pianificazione pubblica attraverso la cooperazione internazionale. L’Unione Sovietica partecipò attivamente alla conferenza di Bretton Woods: le sue mosse negoziali ebbero successo grazie alla disponibilità americana, ed era attesa come un socio determinante del nuovo sistema. Si di-mentica spesso che l’ideatore della Banca Mondiale, Harry Dexter White – che aveva decisamente affermato appunto questo – fu poi chiamato a comparire da-vanti alla Commissione McCarthy.

La svolta effettuata dalla politica degli Stati Uniti tra il 1945 e il 1947, co-munque, non fu ancora una scelta chiara quanto a ciò che dovesse prendere il posto dell’Impero britannico. I primi passi dopo quella svolta furono qualcosa in mezzo tra l’internazionalismo democratico e riformatore di Roosevelt e più a-scoltate esigenze europee il cui segno (a parte alcune significative varianti inter-ne in Gran Bretagna e altrove) era globalmente conservatore. Vi sono elementi per sostenere che, per questo complesso insieme di ragioni, gli Stati Uniti non prepararono consapevolmente e coerentemente una loro posizione “imperiale” in quegli anni.

Dunque, non si trovarono pronti a una piena e totale successione quando il ruolo imperiale della Gran Bretagna restò completamente privo di propellente alla fine degli anni sessanta. Quasi contemporaneamente, apparve che anche gli Stati Uniti ormai lo erano quasi. Si poteva pensare che fosse tempo di sedersi nuovamente a Bretton Wo-ods, o in qualche altro luogo, per fare comunque di nuovo qualcosa di simile. E in effetti, in quegli anni, grandi riforme dell’economia internazionale e in parti-colare del suo aspetto monetario erano ai primi posti nell’agenda mondiale (in-sieme con temi come la distensione, i diritti civili, gli aiuti allo sviluppo, e così via). Malgrado tutto ciò che poteva essere detto circa il comportamento america-no in Vietnam (ed era detto, in particolare, da un autorevole candidato presiden-ziale come Robert Kennedy), l’America continuava a meritare anche gratitudine per molte ragioni. Mentre fino a poco prima la posizione speciale del dollaro USA era stata contemporaneamente un bene pubblico e uno speciale vantaggio americano, e mentre stava ora cominciando a diventare un problema pubblico e un peso per l’America, era aperta la possibilità di negoziare in modo tale che esso diventasse tanto un apporto per un insieme condiviso di strumenti di ricchezza quanto una normale risorsa per l’America. Nixon e Kissinger fecero un’altra scelta. Il dollaro, cioè, doveva restare qualcosa di molto speciale a qualsiasi costo. E così accadde. In ciò, furono cer-tamente aiutati dall’incertezza e dall’impreparazione di altri, e su ciò bisognerà tornare. Ma le loro mosse furono fondamentali e determinanti. Dopo avere sot-tratto unilateralmente gli Stati Uniti dagli impegni di Bretton Woods con la di-chiarazione d’inconvertibilità e le altre misure correlate dell’estate del 1971, re-stava da blindare comunque definitivamente i vantaggi della gestione dell’unica vera moneta di riserva internazionale. Questo fu garantito da un massiccio tra-sferimento di proprietà della montagna di attivi in dollari sparsi per il mondo, che l’inconvertibilità non poteva garantire se non provvisoriamente (come la lunga agonia della sterlina di riserva aveva largamente dimostrato). Quando gli “eurodollari” defluirono rapidamente nelle casse dei titolari di rendita energetica artificialmente gonfiata alla fine del 1973, e diventarono quindi “petrodollari”, il gioco fu fatto. E il mondo cambiò.

Diversamente dai detentori di eurodollari, i quali potevano avere molti dub-bi su che cosa farne e molte possibili ragioni per disfarsene contro marchi tede-schi o yen giapponesi, i nuovi signori della rendita energetica non avevano alcuna ragione di staccarsi dal dollaro. In generale, infatti, non avevano necessità di mez-zi di pagamento la cui ultima destinazione fossero salari e profitti industriali in paesi diversi dagli Stati Uniti e capaci di offrire beni più interessanti. Dopo l’ennesima Rolls Royce e l’ennesimo yacht, che sarebbero comunque arrivati ad assorbire una quota ancora minima delle loro nuove ricchezze, i proverbiali “sceicchi”, e il mondo multiforme che si andava aggregando intorno alla loro fi-gura, non sapevano né volevano trovare altra destinazione per il loro denaro (a parte, naturalmente, i loro rapporti con il sempre più fiorente mercato delle armi) all’infuori del denaro stesso. Ed era comodo e conveniente, per loro, che la “lin-gua” universale del denaro restasse il dollaro. Le condizioni per una tale gigantesca redistribuzione di carte nel gioco del potere e della ricchezza mondiali furono create attraverso una diplomazia decisa quanto coperta e spregiudicata. I suoi effetti si manifestarono essenzialmente nel-la guerra arabo-israeliana dell’ottobre 1973, nota come “guerra del Kippur”, che fu preceduta un anno prima da una clamorosa rottura tra l’Egitto e l’Unione So-vietica e da una quantità di contatti triangolari coperti tra il Cairo, Washington e Riyadh in cui il tema del petrolio fu approfonditamente discusso.

Tutte queste mosse ridimensionarono per lungo tempo ogni aspirazione de-gli alleati europei degli Stati Uniti a dare un contributo autonomo allo sviluppo dell’economia e della politica mondiali. Bisogna precisare che gli europei presta-rono la loro collaborazione. Nella primavera del 1974, l’oscura vicenda che portò un fondamentalista atlantico e insieme un pragmatico cultore della stabilità come Helmut Schmidt a sostituire il coraggioso idealista Willy Brandt alla guida dalla Germania federale (ossia del maggiore e fortunato competitore economico degli Stati Uniti) assicurò definitivamente questo. Tanto l’Unione politica e monetaria europea delineata dal Vertice dell’Aja nel dicembre del 1969 quanto le idee di ri-forma negoziata del sistema monetario e finanziario internazionale, che in qual-che modo vi si riferivano, furono definitivamente archiviate, dopo l’elaborazione di ponderosi rapporti che quasi nessuno lesse. Nel novembre del 1975, nel castel-lo di Rambouillet, alcune regole fondamentali progettate entro lobbies politica-mente irresponsabili come la “Commissione Trilaterale” furono sostanzialmente fatte proprie dal neonato e auto-investito “Gruppo dei Sette”: vale a dire, essen-zialmente, un ampio e indulgente mandato a brokers e banchieri di tutto il mondo nell’impiego della massa dei petrodollari, e una sostanziale ipoteca di risorse e di opportunità pubbliche a favore di ogni genere d’investitori privati. Negli studi sul-la globalizzazione, quella data ha ricevuto meritatamente una considerazione rile-vante.

L’aspetto economico e quello geopolitico di questa catena di sviluppi, che è alle profonde origini della globalizzazione di cui oggi parliamo, furono stretta-mente correlati. Se le iniziative e i progetti allora avviati per l’Unione politica e monetaria europea avessero avuto successo e attuazione, ciò avrebbe rafforzato una politica di distensione come quella di Brandt, che mirava al superamento delle ragioni della guerra fredda e non semplicemente alla fissazione di regole o “codici” per il conflitto (come Kissinger, invece, la intendeva). A maggior ra-gione, sarebbe stata favorita quella pacificazione piena del Medio Oriente, se-condo i princìpi e i procedimenti indicati dall’ONU, che era contemporanea-mente anche un presupposto per un processo di riforma multilaterale e razionale dell’economia mondiale scossa dalla crisi finanziaria e dalla crisi energetica. Questo significa che, se vogliamo dare anche il giusto credito al concetto neutro e benevolente di globalizzazione cui si riferiscono alcuni settori del cen-tro-sinistra, e vogliamo associarlo con un qualche significato reale, non possia-mo pensare ad altro che a quella strada alternativa che non fu imboccata allora, cioè a una “globalizzazione” talmente diversa da quella esistente che l’uso dello stesso nome può soltanto creare confusione. Ma questo significa anche un’altra cosa non meno importante, almeno per quanto riguarda la politica europea. Si-gnifica, cioè, che il presente paradosso costituito da un insieme di Stati governa-ti dalla propria moneta, e dalla correlativa assenza di uno Stato in grado di de-terminare che cosa farne (come normalmente dovrebbe accadere) può essere af-frontato in modo intellettualmente serio soltanto se si coglie la profonda analo-gia che lega i problemi attuali con il discorso che fu interrotto allora a questo proposito.

Nella situazione presente, questo significa che è urgente chiarire e definire i termini oggettivi (e in questo caso veramente “neutrali”, cioè indipendenti da ogni pregiudizio reale o immaginario a proposito di “americanismo”, s’intende del Nord) della “questione americana”. La “questione americana” (o “nordame-ricana”, come dovremmo abituarci a chiarire sempre di più) deve essere innan-zitutto affrontata e risolta: anche per l’America stessa, dal momento che perfino nell’ipotesi migliore e oggi soltanto da sognare – che cioè una nuova cultura e un nuovo ceto politico vi si affermino nel prossimo futuro – essa non appare in grado di risolverla da sola. Il nucleo centrale della “questione americana” è molto semplice: il paese che costituisce il centro dell’economia mondiale, cioè gli Stati Uniti d’America, è anche il paese più indebitato del mondo. Questo ha due conseguenze essenzia-li. Una prima conseguenza è che il blocco storico oggi predominante negli USA agisce innanzitutto per assicurare le condizioni politiche che inducano il resto del mondo ad accettare il suo credito, o al limite lo costringano a ciò. Una se-conda conseguenza, o meglio constatazione, è che quel tanto di quotidiana nor-malità di cui qui godiamo non soltanto costituisce un privilegio rispetto alle gri-da di dolore e di disperazione che ci circondano, ma si fonda su una piattaforma di carta sospesa nel vuoto: non solo, anzi, è il nostro tanto o poco di quotidiana stabilità che si fonda su una piattaforma di quel genere, ma anche quello delle donne e degli uomini comuni negli Stati Uniti, come è stato rivelato dai molti disastri non naturali collegati alla catastrofe naturale della Florida e della Loui-siana.

Se questo è vero, il rapporto tra l’Europa che vogliamo e la globalizzazione è la stessa questione del rapporto tra l’Europa che vogliamo e gli Stati Uniti. La politica dell’attuale governo di Washington è talmente scellerata che bisognereb-be veramente odiare l’America per accusare di antiamericanismo chi giustamente disprezza, condanna e combatte quel governo, e sa di farlo insieme con diecine di milioni di americani. Sarà molto duro per chiunque prenderà in mano il timone di quel grande paese risanare le piaghe che quel governo, e in generale il blocco sto-rico dominante negli ultimi decenni, gli hanno inflitto, e rimuovere i pericoli cui lo hanno esposto insieme con il resto del mondo. L’Europa che vogliamo dovrà essere dunque amica, non rivale, di chi mai avesse questo compito. Ma è anche vera un’altra cosa. Fino a quando il modo di vedere le cose a Washington resterà questo, l’Europa che vogliamo dovrà prendere la sua strada, usare le possibilità di cui dispone, per il bene di tutti, anche da sola. Il paradosso dell’euro (una moneta che controlla alcuni governi, senza alcun genere di go-verno che la controlli e decida che cosa farne) ha certamente alcune spiegazioni. Così come la Germania rinunciò alla propria moneta per farsi perdonare la pro-pria unificazione, l’Unione Europea ha fatto dell’euro il proprio guardiano, o la propria camicia di forza, quasi volendo farsi perdonare il peccato di averlo crea-to. Ma vi sono altre ragioni, forse, che si riallacciano alle stesse pigrizie e alle stesse inerzie di trent’anni fa.

In sostanza, cioè, l’Unione Europea (così come già la CEE allora) conti-nua a comportarsi nei confronti dell’economia mondiale più meno come gli Sta-ti Uniti immediatamente dopo la prima guerra mondiale, vale a dire in modo sontuosamente parassitico. Ha una moneta forte che affida al controllo di un’autorità monetaria il cui compito è quello di conservarla pregiata e relativa-mente scarsa (anzi addirittura, ripetiamolo, di controllare ogni autorità politica esistente affinché non intralci il costante perseguimento di questo obiettivo). La scarsità all’interno diventa addirittura avarizia all’esterno di “Eurolandia”. Non vi sono attivi in euro sparsi per il mondo innanzitutto perché il resto del mondo guadagna relativamente pochi euro. La moneta internazionale di riserva, cioè a circolazione planetaria (anche l’euro è moneta internazionale, ma non è moneta internazionale di riserva) resta quindi il dollaro, quali che siano le oscillazioni del suo cambio rispetto all’euro (che, come è noto, non è stato brillante negli ultimi anni). La circolazione di dollari non è affatto ristretta, né entro gli USA né nel resto del mondo. Tutta l’area del Pacifico, a cominciare dall’immensa Cina, per spingersi poi fino al Medio Oriente, emette monete strettamente ancorate al dollaro, e accumula e-normi attivi grazie ai suoi bassi costi (soprattutto in termini di salario).

Non li accumula, però, esportando prevalentemente verso l’area dell’euro (malgrado le stridule invettive che vi si odono talvolta circa il “pericolo cinese”, quasi a con-ferma della nostra grettezza di fondo, che costituisce il vero problema), bensì verso il cuore dell’area del dollaro: verso gli USA. Ed è ancora negli USA che questi surplus sono reinvestiti, la qual cosa appunto permette al governo di Wa-shington di amministrare un bilancio “imperiale” largamente gonfiato. Appunto, un prodigo bilancio di tipo “imperiale” è reso possibile agli USA da risorse a credito garantite dalla potenza.

Il ruolo della potenza e del suo uso militare diretto nella presente (secon-da) globalizzazione, così come nella prima, deve essere fortemente sottolineato La globalizzazione non è affatto l’antitesi della forza, se non nell’astrazione di uno schema che può essere sì strumento di comprensione, ma non comprensione di ciò che accade. In realtà, le guerre del ventunesimo secolo non sono guerre tra la globalizzazione e questo o quel suo nemico esterno (come vuole la retori-ca dello scontro di civiltà, e come purtroppo alcuni nostri interlocutori inclinano quanto meno a prendere sul serio). No: le guerre del ventunesimo secolo sono in generale (senza negare questa o quella specificità diversa) contraddizioni entro la globalizzazione: qualcosa di analogo, cioè, alle contraddizioni imperialistiche su cui andò ad infrangersi la prima globalizzazione, circa cento anni fa. A meno che non si voglia prendere sul serio la tesi che le avventure maturate in seno alla famiglia Bin Laden, ai suoi affari e alle sue imbarazzanti connessioni transna-zionali, abbiano qualcosa a che fare con il Chiapas.

Una considerazione finale può essere suggerita da un’ulteriore analogia. Il blocco storico dominante nella potenza oggi dominante si comporta all’incirca come il ceto politico ed economico dirigente britannico negli anni Trenta a pro-posito di ortodossia monetaria, finanziaria e commerciale di tipo liberale. Chie-de cioè al mondo di adeguarsi strettamente a ciò che dice ma non a ciò che fa. Questa è la ragione per cui in quegli anni, quando i ruoli politici e ideolo-gici tra le due sponde dell’Atlantico erano esattamente invertiti, Franklin Delano Roosevelt fece esattamente il gesto di indipendenza che in qualche modo sareb-be richiesto oggi da parte dell’Europa. E gli dissero quasi tutto quello che le ve-stali del centrismo moderato certamente direbbero oggi di noi se cominciassimo a fare semplicemente il dovuto: demagogia, velleitarismo, perfino (era così, non è uno scherzo) rischi totalitari. Ma Roosevelt andò avanti per la sua strada, e a-prì, anche attraverso le tenebre orrende che si stavano addensando, una luce di speranza: anche per l’Inghilterra conservatrice che aveva civettato con Hitler. E così anche noi prepariamoci al compito di aprirle, queste vie di speranza, anche per l’America che ha più che civettato con i vari Bin Laden.

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