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Introduzione...

Nella generale afasia politica italiana – una cosa sono le schermaglie tattiche, altra cosa le idee, le analisi, le proposte – Carlo Azeglio Ciampi sta svolgendo da tempo un ruolo di supplenza. Pur tenendosi “super partes”, come vuole la carica, i suoi discorsi in questa o quella occasione, in questa o quella città d’Italia sono sempre perspicui e di alto profilo. Con parole sobrie, chiare, tese a cogliere nel segno, Ciampi difende la Resistenza, la Costituzione, la laicità dello Stato; rivendica gli sforzi fatti per “entrare in Europa”; sottolinea la nostra identità storica invitando però a dialogare con le altre culture e ad accogliere chi è diverso da noi; riconosce la crisi della nostra economia e dà indicazioni di metodo per uscirne. Ogni volta che affronta questi e altri temi centrali del nostro tempo, è una boccata d’ossigeno per i cittadini. Citiamo alcuni brani di suoi discorsi più recenti, tratti dal sito della Presidenza della Repubblica. Premettiamo la sua biografia, riprodotta dallo stesso sito, che ringraziamo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI
BIOGRAFIA

Banchiere centrale e uomo politico, nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Ha conseguito la laurea in Lettere e il diploma della Scuola Normale di Pisa nel 1941, e la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa nel 1946. In questo ultimo anno è stato assunto alla Banca d’Italia, dove ha inizialmente prestato servizio presso alcune filiali, svolgendo attività amministrativa e di ispezione ad aziende di credito. Nel 1960 è stato chiamato all’amministrazione centrale della Banca d’Italia, presso il Servizio Studi, di cui ha assunto la direzione nel luglio del 1970. Segretario generale della Banca d’Italia nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1978, nell’ottobre 1979 è stato nominato Governatore della Banca d’Italia e presidente dell’Ufficio Italiano Cambi, funzioni che ha assolto fino al 28 aprile 1993. Dall’aprile 1993 al maggio 1994 è stato Presidente del Consiglio, presiedendo un governo chiamato a svolgere un compito di transizione.
Durante la XIII legislatura è stato Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, nel governo Prodi (dall’aprile 1996 all’ottobre 1998) e nel governo D’Alema (dall’ottobre 1998 al maggio 1999). Dal 1993 Governatore onorario della Banca d’Italia e dal 1996 membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Ha ricoperto numerosi incarichi di rilevanza internazionale, tra cui quelli di: presidente del Comitato dei governatori della Comunità europea e del Fondo europeo di cooperazione monetaria (nel 1982 e nel 1987); vice presidente della Banca dei regolamenti internazionali (dal 1994 al 1996); presidente del Gruppo Consultivo per la competitività in seno alla Commissione europea (dal 1995 al 1996): presidente del Comitato interinale del Fondo Monetario Internazionale (dall’ottobre 1998 al maggio 1999). Dall’aprile 1993 al maggio 1994, Ciampi ha governato durante una fase di difficile transizione istituzionale ed economica. Il referendum elettorale e la congiuntura sfavorevole caratterizzata da un rallentamento della crescita economica, richiedevano immediate risposte.

Il governo Ciampi ha garantito l’applicazione della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, attraverso il complesso lavoro per la determinazione dei collegi e delle circoscrizioni elettorali, e il passaggio da un Parlamento profondamente rinnovatosi tra la XI e la XII legislatura. Sul piano economico gli interventi più significativi sono stati rivolti a costituire il quadro istituzionale per la lotta all’inflazione, attraverso l’accordo governo-parti sociali del luglio del 1993, che segnatamente ha posto fine a ogni meccanismo di indicizzazione ed ha individuato nel tasso di inflazione programmata il parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali. Inoltre il governo Ciampi ha dato avvio alla privatizzazione di numerose imprese pubbliche, ampliando e puntualizzando il quadro di riferimento normativo e realizzando le prime operazioni di dismissione (tra cui quelle, nel settore bancario, del Credito italiano, della Banca commerciale italiana, dell’IMI). Come ministro del Tesoro e del Bilancio del governo Prodi e del governo D’Alema, Ciampi ha dato un contributo determinante al raggiungimento dei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, permettendo così la partecipazione dell’Italia alla moneta unica europea, sin dalla sua creazione. Tra i provvedimenti più significativi di questo periodo si ricorda la manovra correttiva della politica di bilancio varata nel settembre del 1996 dal governo Prodi, che ha consentito un abbattimento di oltre 4 punti percentuali del rapporto indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni rispetto al prodotto interno lordo, il parametro di Maastricht di più arduo conseguimento per il nostro Paese. Il 13 maggio del 1999 è stato eletto, in prima votazione, decimo Presidente della Repubblica Italiana. Autore, oltre che di numerosi interventi e articoli, in particolare di:
-Considerazioni Finali del Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993;
-Sfida alla disoccupazione: promuovere la competitività europea (1996);
-Un metodo per governare (1996).

VISITA ALLA CITTA’ DI CHIETI - 16 settembre 2005

[…] La politica di sviluppo che avviammo allora [primi anni ‘90 – n.d.c.] si fondava sul successo dell’opera impegnativa di risanamento della finanza pubblica, che rese possibile l’adesione dell’Italia, fin dall’inizio, alla nuova moneta unica europea, l’euro. Questo successo ci permise, e ci permette ancora oggi, di pagare tassi d’interesse europei, ben più bassi di prima: sia sul debito immenso dello Stato, con relativo alleggerimento del bilancio pubblico, sia sui debiti delle imprese e su quelli dei privati, con loro evidente beneficio. Vi confessai [in occasione di una visita a Santa Maria Imbaro, marzo 1999 – n.d.c.] che avevo vissuto per anni con un sogno, e con un incubo. Il sogno era quello di “entrare in Europa”, e non solo per i motivi di interesse economico, ma anche perché l’Europa era “la sola vera difesa” – lo penso ancora oggi – contro le guerre fraticide che avevano devastato il nostro continente. L’incubo, un incubo molto serio per un banchiere centrale, o per un uomo di governo, era stato quello del “dissesto finanziario”, perché – cito le parole di quel discorso del ’99 – “come Stato eravamo stati vicini al dover dichiarare fallimento”.

Le conseguenze sarebbero state drammatiche. Impegnandoci a fondo, riuscimmo a vedere avverarsi il sogno, e a sventare l’incubo, che - dissi allora - “si era dissolto per sempre”; anche se prendevo atto che su una realtà così trasformata, in meglio, si inserivano ancora problemi “difficili e gravi”. Anche nel valutare i problemi odierni, e nel decidere la via da percorrere per superarli, vale la pena di ricordare (il passato, anche vicino, si dimentica facilmente) i successi d’allora: non per vantarsene, ma per trarne i giusti ammaestramenti. La cosa più importante da ricordare è questa: ciò che allora riuscimmo a fare, lo facemmo grazie agli sforzi di tutti: Governo, autorità locali, imprenditori, organizzazioni dei lavoratori. Allora la chiamammo “concertazione”. Riuscimmo a creare nel nostro Paese un clima di fiducia: fiducia nel futuro, e fiducia reciproca.

Tutti lavorarono insieme per lo stesso fine, il risanamento dell’economia, e per quell’ingresso nell’euro, che ancora oggi ci protegge contro le turbolenze dei mercati finanziari e valutari, che è di scudo alle situazioni di crisi. Anche i mercati internazionali e i Governi europei ci diedero fiducia. Seguimmo allora una strategia aricolata. Lo stesso accordo del ’93 tra il Governo e le parti sociali, che segnò uno dei punti fondamentali di svolta per la nostra economia, doveva, a mio avviso, una volta conseguita la stabilità, assumere nuovi contenuti per favorire la crescita. In questo spirito, nell’agosto del ’98, come ministro del Tesoro, avanzai la proposta di integrare l’accordo del ’93 con un nuovo patto, anch’esso fondato su un grande scambio fra le parti sociali: maggiore flessibilità del lavoro da parte dei sindacati, e maggiori investimenti da parte degli imprenditori. Questi si sarebbero dovuti impegnare a mantenere immutati i margini di profitto lordo per unità di prodotto, assicurando una equa ripartizione dei proventi della crescita fra capitale e lavoro. Lo Stato sarebbe stato garante del rispetto della intesa fra le parti sociali, pronto ad usare, a fini perequativi, lo strumento della politica fiscale. L’obiettivo era di elevare il grado di competitività della nostra economia, nel momento in cui, entrando nell’euro, rinunciavamo ad agire sulla leva del cambio; e di creare condizioni interne alle imprese per un aumento della produzione e della occupazione.

AGLI STUDENTI ITALIANI IN OCCASIONE DELL’APERTURA DELL’ANNO SCOLASTICO 2005-2006 - Roma, 20 settembre 2005

In questi sette anni [dal suo primo discorso agli studenti, sett.1999 – n.d.c.], molte cose sono cambiate nel mondo, e nel nostro modo di guardare al futuro. Centinaia di milioni di cittadini europei utilizzano oggi la stessa moneta. Dieci nuovi Stati sono diventati membri dell’Unione Europea. Anche se con qualche difficoltà, abbiamo compiuto passi decisivi sulla via di una sempre maggiore coesione fra nazioni che, pur costruendo insieme una grande civiltà, furono anche, tante volte, nei secoli nemiche. Non lo sono e non lo saranno mai più.

Chi ha vissuto le immani tragedie del Novecento, sa che la nostra comune storia ha compiuto un grande balzo in avanti. L’unità odierna dei popoli europei ci appare come l’approdo di un lungo percorso di civiltà. Di questa nuova e antica identità europea possiamo essere orgogliosi. Oggi l’Europa è, più che mai in passato, un esempio e un modello per tutti i popoli. Ma il nostro orizzonte non è tutto sereno. La minaccia di un terrorismo spietato e insensato è entrata a far parte della nostra vita. Il pericolo è grande ovunque. Va affrontato con convinta fermezza; con la forza della ragione; con spirito di amicizia verso i diversi da noi; con la volontà di trovare soluzioni giuste per i confini aperti; con un’accresciuta capacità di affrontare insieme i problemi dell’arretratezza e della miseria.

Noi europei dobbiamo dare forza e voce alla nostra presenza costruttiva sullo scenario internazionale; proporre al mondo il nostro progetto di sviluppo, di affermazione della libertà e della dignità di ogni persona, di tutti i popoli. Siamo certi che la volontà di pace e di concordia finirà per prevalere. L’Italia può dare un contributo importante alla diffusione della cultura della pace nel mondo. Nella nostra storia millenaria abbiamo dato prova della capacità di accogliere, di elaborare e di esprimere valori etici che superano l’esame del tempo, che altri popoli a loro volta hanno saputo fare propri. Geografia e storia hanno posto l’Italia al centro delle civiltà del Mediterraneo: un mare che ha unito, assai più di quanto abbia diviso, genti e culture. Tutte hanno lasciato la loro impronta nella nostra identità. Studiando lo svolgersi di questo intreccio di esperienze, nell’arte, nella filosofia, nella matematica, nella religione, sarete sempre più consapevoli di quanto ci siamo vicendevolmente arricchiti, pur restando diversi e orgogliosi delle proprie particolari tradizioni. Questo scambio di culture si è nutrito di innumerevoli migrazioni.

Oggi, sempre più spesso, sui banchi accanto a voi siedono giovani i cui genitori, fuggendo da condizioni di miseria o in cerca di libertà, sono qui giunti da Paesi stranieri. Anche tanti dei nostri padri furono emigranti, in cerca di migliori fortune. Affrontarono e superarono aspre difficoltà, paure, diffidenze. E oggi i loro discendenti sono parte viva della vita e della cultura di molte Nazioni. Non dimenticate mai quelle pagine della nostra storia. Tendete la mano ai giovani stranieri che vivono in mezzo a noi: la Scuola, anche col vostro aiuto, contribuirà a renderli cittadini responsabili della Repubblica. Essi sono venuti per ricevere, ma anche per dare. Conosciamo i pericoli e le tragedie che l’intolleranza porta sempre con sé. Conosciamo anche i benefici dell’incontro di culture diverse. Ognuno di noi ha l’occasione di dare il proprio contributo alla comprensione e al rispetto reciproci. Fate che la fiducia sia più forte della paura, il dialogo più forte dei timori che nascono dalla diversità.

INTERVENTO IN OCCASIONE DELLA CERIMONIA DI CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ONORARIA DI ROMA - Campidoglio, 27 settembre 2005

Lei, signor Sindaco, ha voluto cortesemente ripercorrere i momenti principali della mia vita, rievocandoli sullo sfondo di quello che era, di volta in volta, il quadro della storia italiana ed europea che stavamo vivendo. Un quadro talvolta, anzi spesso drammatico, ma in altri momenti felice. Alla guerra folle che ci toccò combattere, al momento delle scelte difficili che dovemmo poi fare, soli con la nostra coscienza, traendo forza e ispirazione dai grandi princìpi di civiltà che la storia d’Italia, e alcuni maestri, ci avevano insegnato – Lei ha ricordato, per tutti, il nome di un mio maestro, ed amico, Guido Calogero -; a quelle prove e a quelle tragedie seguirono anche momenti di esultanza, in cui vedemmo realizzate le nostre più alte speranze.

Chi mai potrà dimenticare, fra coloro che ebbero la fortuna di vivere quella giornata, quel 2 giugno del 1946 in cui il popolo italiano, tornando alle urne in libertà, ritrovò – pur nel forte confronto tra forze politiche diverse – la sua unità nel quadro della democrazia risorta? Come non ricordare il giorno in cui un’Assemblea Costituente liberamente eletta, riunita a Roma, diede vita a quella Carta Costituzionale che è ancora oggi guida, ispirazione e fondamento delle nostre istituzioni democratiche? Come non ricordare, in questa città e in questo luogo, il giorno della firma del Trattato di Roma e quello recente in cui, a compimento di un lungo percorso di affratellamento tra i popoli europei, si è dato vita, su queso Campidoglio, al Trattato Costituzionale dell’Unione Europea, che, nella sua essenza, non posso dubitar di veder divenire un giorno piena realtè?

VISITA ALLA CITTA’ DI VERBANIA - 4 ottobre 2005

[La Casa della Resistenza di Fondotoce, presso Verbania] è un luogo che oggi, alla vigilia del 60° anniversario della nostra Repubblica, ci invita a rinnovare la memoria della Resistenza come momento originario dello Stato repubblicano; ci invita ancora a guardare alla Costituzione come all’atto fondante della comunità nazionale. Certo può anche essere modificata, ma avendo ben presente che nel suo impianto generale essa ha dimostrato una straordinaria validità, che suscita rispetto e ammirazione. Essa ha assicurato agli italiani decenni di sviluppo e di democrazia, ha costituito presidio della comunità nazionale, tratto distintivo della nostra identità moderna. La Costituzione ha reso cittadini gli italiani. La Repubblica ha tratto tanti elementi di forza da esperienze come quella, breve ma straordinaria, della Repubblica partigiana dell’Ossola. Ringraziamo Domodossola e le sue valli; le sue genti, oltre che per il valore, l’ardimento di cui dettero prova, per il coraggio tranquillo di chi seppe, in piena guerra, in piena persecuzione, costruire ordinamenti, istruendo all’autogoverno e alla responsabilità civile, restituendo alla parola “Repubblica” il suo vero significato.

In questi anni, ho insistito sul lavoro della memoria che gli anziani hanno il dovere di fare, a vantaggio di tutti, parlando ai giovani, interessandoli a eventi che possono apparire lontani, ma che tali non sono. Solo consolidando una memoria condivisa si può affrontare la sfida, mondiale, di un sistema di relazioni che tendono ad annullare le distanze, mettendo a confronto ordinamenti e culture che in passato erano indifferenti l’uno all’altro. Sento che questo lavoro della memoria è stato apprezzato dagli italiani; sento che una memoria condivisa, nei valori e anche nei sentimenti, esiste ed è forte nei vostri cuori. E’ questo il riconoscimento più bello per il mio lavoro in una Istituzione che ho cercato di servire nel rispetto della sua dignità, nella consapevolezza della responsabilità di esprimere, nell’interesse di tutti, “l’unità della Nazione”, come indica il magnifico testo della Costituzione.

Certo, il patriottismo crescente, la maturità del popolo italiano, non possono far venir meno le preoccupazioni per la situazione economica. Anche in questa provincia, davvero di snodo per l’Italia e per l’Europa – a proposito, auguri per il doppio centenario del Sempione, su rotaia e strada, rispettivamente da uno e due secoli “corridoi” europei -, si sente l’onda crescente dell’incertezza sul futuro, sul futuro dei nostri figli. La domanda che preme dentro di noi è sempre la stessa: riusciremo a garantire alle future generazioni il benessere che abbiamo conquistato in questi cinquant’anni? Sta in noi.

E’ una frase che ho ripetuto spesso nella mia vita al servizio delle Istituzioni della Repubblica, ma non ne trovo una migliore. Avverto segnali positivi, soprattutto il provincia; avverto la voglia di rilancio; avverto il desiderio di non abbandonare la partita resa così complicata dalla globalizzazione dei mercati, che certo apre prospettive, ma che toglie certezze. Il punto è che oggi, più di ieri, è necessario uno sforzo “nazionale”. Serve unità, serve volontà collettiva, serve collaborazione, “concertazione” tra imprenditori, lavoratori, e istituzioni pubbliche. Il tempo di un recupero per la nostra economia deve essere breve.

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