Documento per il 4° Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra
Sezione Porta Maggiore – VI Unione – Roma
Nel febbraio 2006 sono stati pubblicati i dati dello studio elaborato dal “Creativity Group Europe” sul modello di indagine introdotto dall’economista americano Richard Florida, una ricerca internazionale volta ad individuare le città più creative in Europa. Lo studio ha utilizzato dati dell’ISTAT e di altre fonti, promuovendo ampiamente la capitale in un confronto tra le 103 province d’Italia. Fra i primati, Roma vanta il più alto numero di ricercatori, che sono il 15,3% sulla forza lavoro totale, di cui quasi il 90% impiegato nel settore pubblico. Le tre università presenti nella capitale, ma soprattutto l’enorme quantità di enti di ricerca pubblica e privata dislocati sul territorio della provincia, fanno di Roma uno straordinario luogo di sperimentazione culturale e politica. Sappiamo tutti infatti come, i cosiddetti lavoratori della conoscenza (che nella nostra città, spesso, sono quindi rappresentati dai ricercatori e dalle ricercatrici), siano stati forza trainante nell’affermazione dell’Ulivo alle ultime elezioni legislative e amministrative, confermando un trend internazionale, che ha inizio dall’esempio americano, dove ormai per il partito democratico votano nella stragrande maggioranza “i creativi”.
Al suo interno però questo gruppo non è omogeneo: la precarietà dilagante nel settore ha determinato differenze salariali e di status fra i ricercatori cosiddetti regolari (di solito con contratti a tempo indeterminato) e quelli che hanno percorsi non standard (borsisti, dottorandi, co.co.co., co.pro.). Potremmo chiamare gli uni lavoratori di serie A, gli altri lavoratori di serie B. Inutile che ci diciamo che, spesso, quelli di serie A sono più adulti e quelli di serie B più giovani, e che, fra questi, in particolare ci siano le donne. Dobbiamo quindi fare attenzione in quanto, per questi lavoratori (come per molti altri del resto, ed in generale per tutti i precari), è venuto meno il nesso tipico delle società capitalistiche fra collocazione produttiva e rappresentanza politica.
La domanda è: come ristabilire questo equilibrio?
Per questo settore, così cruciale per l’economia del paese e, in seconda istanza, per la vita del nostro partito, abbiamo l’obbligo di pensare in grande, di costruire un progetto in grado di includerli e di renderli protagonisti. E’ evidente come questi lavoratori siano al tempo stesso i fruitori, ma soprattutto i fautori della cosiddetta economia della conoscenza e di come questo sia oggi una tema progressista e riformista. Ed è altresì evidente che questa spinta debba nascere e svilupparsi a partire dalla nostra città, così eccezionale nella sua peculiarità. Fra di noi, compagne e compagni, di ricercatori e di ricercatrici ce ne sono molti, trasversali a tutte le mozioni.
La politica deve quindi fare la sua parte ridefinendo le mission degli Enti di Ricerca, al fine di stabilire quegli indirizzi generali tali da delineare, in modo razionale, piante organiche e possibili ampliamenti, utilizzo sensato delle professionalità, risorse economiche, valutazione, coinvolgimento dei cittadini e utilizzo degli esiti delle ricerche per la governance locale e nazionale. Dobbiamo quindi appoggiare l’iniziativa di Governo sulla legge per il riordino degli Enti di ricerca che in questa direzione ne segna un prima passo.
L’indicazione dell’avanzamento delle conoscenze come finalità dello statuto di ciascun ente, il coinvolgimento delle comunità scientifiche nelle procedure di costituzione degli organi direttivi e scientifici degli enti medesimi, e l’adozione di misure organizzative tali da favorire la crescita professionale e l’autonomia dei ricercatori, sembrano essere condizione sine qua non per un rilancio complessivo della ricerca in Italia, tale da favorire anche l’internazionalizzazione degli enti. L’autonomia statutaria prevista dalla proposta di legge è estremamente positiva, sottraendo le comunità scientifiche dal peso della burocrazia e dalle intromissioni del potere politico, il quale però deve essere in grado di disporre la programmazione generale di ciascun ente o gruppi di enti, di vigilare e di valutare.
Il che non è affatto banale, perché per dare indicazioni di programmazione il potere politico deve essere in grado di porre domande alle comunità scientifiche chiamate a rispondere, deve cioè sapere cosa vuole dai vari settori della ricerca. E deve costruire strumenti ancora più efficaci per facilitare, valorizzare e migliorare il lavoro delle ricercatrici e dei ricercatori, regolari e con percorsi non standard.
C’è ancora molto da fare quindi!
Quest’ordine del giorno, proposto al 4° Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra, rappresenta quindi un’ulteriore sforzo in questo senso. Innanzi tutto il testo della legge per il riordino, parla solo degli Enti vigilati dal MUR, ma il problema è di tutti gli enti, sia strumentali che non strumentali: deve essere chiaro in parlamento che c’è l’esigenza di estendere, alla totalità degli enti, le nuove norme.
In secondo luogo devono essere individuati criteri di valutazione comuni, e pensate strutture in grado di attuarla, in un patto condiviso fra valutatori e valutati; inoltre sarebbe importante trovare equi strumenti di facilitazione e condivisione di risorse e mezzi fra enti e università, e prevedere la costruzione di reti di disseminazione dei risultati fruibili dai cittadini del territorio dove enti e università si trovano ad operare.
Dovremmo pensare strumenti efficaci per facilitare e dare visibilità all’integrazione fra ricerca pubblica e privata; infatti, da una parte pochissime imprese riescono ad avere relazioni significative con il sistema della ricerca pubblica, dall’altra occorre migliorare l’utilizzazione dei risultati della ricerca da parte delle piccole imprese. Non da ultimo, si pone il problema del riconoscimento delle competenze acquisite su campo dai lavoratori della conoscenza con percorsi non standard, rispetto alle quali sarebbe opportuno individuare modalità di definizione comuni e trasversali per università ed enti pubblici e privati, sia per fini concorsuali, sia per la spendibilità in altri enti o settori.
La politica deve ricominciare a “pensare” la ricerca come un’opportunità concreta per meglio comprendere e capire la nostra società, e per progettare il nostro futuro. In ultima istanza, la politica deve tornare ad avere idee per il paese che vuole Il congresso dei Democratici di Sinistra è un modo per averne di nuove. Non perdiamo quest’occasione.
Donatella Poliandri