Contro la tradizione principale della storia del pensiero economico, tradizione che, in vario modo, ha sempre finito per togliere al consumo ogni ruolo autonomo nel processo economico, si è svolta, come è noto, fin dall’epoca classica, un’altra tradizione, che spesso si conviene chiamare eterodossa, e che, da Malthus e da Sismondi, alla Luxemburg, a Keynes, ha cercato di rivendicare al consumo un ruolo decisivo. E’ora nostro compito esaminare, nei suoi punti nodali, questa “eterodossia” economica; al termine di tale esame dovremo concludere che il tentativo di questa linea di pensiero è in realtà fallito, nel senso che essa non è riuscita a modificare la posizione subordinata che la categoria del consumo ha sempre avuto nel contesto della teoria economica.
I termini essenziali della posizione maltusiana sul consumo sono ben noti, e non c’è quindi bisogno di riesporli qui per esteso. Basterà ricordare che Malthus accettava la distinzione smithiana tra consumo produttivo e consumo improduttivo, ma, a differenza di Smith e di Ricardo, riteneva che il consumo improduttivo non soltanto non fosse una pura perdita, da limitare nella massima misura possibile, ma fosse invece un elemento indispensabile allo svolgimento stesso del processo economico. L’entità della differenza tra la posizione maltusiana e quella che, per brevità, chiameremo ricardiana, può essere esattamente valutata ove si pensi che, se si attribuisce un qualche ruolo positivo al consumo improduttivo, il fine del processo economico non può più essere posto esclusivamente nella formazione del sovrappiù, ma almeno in parte deve essere caratterizzato come un fine relativo al consumo: è chiaro infatti che, sebbene il consumo improduttivo sia definito tale per riferimento alla produzione, sebbene cioè sia definito tale in funzione di qualcosa che è altro da sé, tuttavia, a differenza del consumo produttivo, esso mantiene un certo grado di indipendenza rispetto alla produzione, proprio perché non contribuisce alla realizzazione del fine interno alla produzione stessa.
Ciò che c’è di singolare nella polemica tra Malthus e Ricardo(12) è la seguente duplice circostanza: da un lato Malthus non riesce a dare fondamento logico rigoroso alla sua tesi dell’impossibilità di realizzare l’accumulazione senza una certa dose di consumo improduttivo, giacché il suo tipo di dimostrazione, se fosse esatto, proverebbe l’impossibilità stessa dell’accumulazione e non semplicemente i danni che a essa possono derivare da un’insufficienza di consumo improduttivo(13) .
Dall’altro lato, tuttavia, rimanendo strettamente dentro le categorie della teoria ricardiana, non è assolutamente possibile rilevare l’errore che c’è nell’argomentazione di Malthus e non è quindi possibile controbattere la sua tesi. La ragione di ciò risiede nel fatto che sia Ricardo che Malthus accettano l’errore smithiano che consiste nella pretesa di poter risolvere il valore delle merci nelle tre forme originarie di reddito: rendite, profitti e salari; in tal modo un intero gruppo di transazioni, le quali svolgono un ruolo decisivo quando vi sia accumulazione di capitale, e cioè quelle che si riferiscono ai mezzi di produzione, non può essere preso in considerazione, con la conseguenza che diviene impossibile un esame esatto dei fenomeni di scambio connessi al processo accumulativo.
Questa circostanza fa sì che, se la polemica Ricardo-Malthus viene assunta nei termini letterali nei quali essa si svolse, diviene impossibile dare su di essa un giudizio rigoroso: per farlo occorrerebbe infatti sgombrare il terreno dall’errore logico entro il quale ambedue gli autori ragionavano. A tal fine, d’altra parte, è sufficiente riprendere la questione nei termini in cui essa fu riproposta, al principio di questo secolo, da Rosa Luxemburg(14) . La posizione della Luxemburg, infatti, sebbene diversa da quella di Malthus sotto altri rispetti, le è però sostanzialmente analoga dal punto di vista economico, giacché anch’essa ritiene indispensabile fare intervenire un gruppo di acquirenti diversi dalle due classi di proprietari del capitale e dei lavoratori, al fine di chiudere il circolo del processo accumulativo. L’argomentazione della Luxemburg, però, si svolge nell’ambito della teoria marxiana del processo capitalistico, teoria che, mediante lo strumento degli “schemi di riproduzione”, esposti nel secondo volume del Capitale, aveva superato l’errore classico della riduzione del valore della produzione alla somma dei redditi.
Ora è senza dubbio singolare che la Luxemburg abbia preso proprio gli “schemi di riproduzione” a base della propria argomentazione, giacché da tali schemi si trae facilmente che non esiste nulla di logicamente assurdo in un meccanismo accumulativo nel quale la domanda sia composta soltanto dalla domanda per consumi dei lavoratori produttivi e dalla domanda per investimenti dei capitalisti. E tuttavia, se si guarda al di là della lettera degli argomenti della Luxemburg, la sostanza della sua posizione può essere espressa in termini logicamente coerenti e contenenti un’indubbia verità. Si tratta del fatto che il processo d’accumulazione descritto dagli schemi di Marx cade certamente in difetto quando venga riferito a un mercato lasciato alla sua piena spontaneità: è chiaro infatti che, con un’accumulazione rilevante, aumenta, nell’ambito del mercato complessivo, il peso di quella parte del mercato stesso che, interessando i mezzi di produzione, è soggetta a un grado di incertezza maggiore, e talvolta notevolmente maggiore, di quella parte del mercato che interessa i beni di consumo, giacché le decisioni aziendali, dalle quali dipende la domanda dei mezzi di produzione, sono assai meno prevedibili delle decisioni dei consumatori.
In un sistema dunque in cui il consumo sia ridotto alla sola spontaneità del mercato, le probabilità che nascano difficoltà gravi dal lato della domanda sono in effetti altissime; in tali condizioni, in altre parole, non sembra dubbio che quella che Marx chiama “anarchia”(15) della produzione capitalistica avrebbe modo di affermarsi contro il potere ordinatore del meccanismo dei prezzi. In altri termini ancora, quando l’accumulazione dipenda da una domanda la quale dipenda, a sua volta, in considerevole misura dalle previsioni che si possono fare sull’andamento dell’accumulazione stessa, è estremamente probabile che le indicazioni fornite dal meccanismo dei prezzi (unica base di riferimento in un mercato lasciato alla sua spontaneità) siano del tutto insufficienti a superare l’incertezza derivante dalla decentralizzazione dei luoghi di decisione. La verità contenuta nell’argomentazione della Luxemburg è dunque che un sistema in cui la produzione abbia un primato sul consumo non può reggersi sulla base della semplice spontaneità di mercato, perché, in tale ipotesi, la produzione non può essere, oltre un certo limite, mercato a se stessa. Il che è un altro argomento a favore della tesi, prima esposta, che il mercato non è compatibile con la subordinazione del consumo alla produzione.
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Se dunque è da ritenersi sostanzialmente valida la critica della Luxemburg all’interpretazione formalistica degli schemi di riproduzione di Marx, il problema che, ai nostri fini, rimane da risolvere è questo: come è possibile uscire dallo spontaneismo di mercato in modo da togliere, per tale via, ogni difficoltà di domanda allo svolgersi del processo accumulativo, e senza che ciò comporti, d’altra parte, un mutamento qualsiasi nel rapporto di subordinazione del consumo alla produzione?
La teoria keynesiana, che pure rappresenta l’espressione moderna della linea “eterodossa”, ha consentito di dare, con sufficiente rigore, una risposta affermativa a questa questione.
Tale teoria consiste essenzialmente di due proposizioni. La prima afferma che in un’economia di mercato caratterizzata dalla tendenza a una rilevante formazione di risparmio, può accadere che l’ammontare degli investimenti ritenuto conveniente dal mercato sia insufficiente ad assorbire tutto il risparmio che si formerebbe da un reddito corrispondente al pieno utilizzo delle risorse disponibili. La seconda proposizione afferma che, quando la suddetta circostanza abbia luogo, è sempre possibile, mediante una opportuna spesa pubblica, riportare il sistema a un funzionamento di pieno regime, a un funzionamento cioè che comporti l’utilizzazione piena delle risorse.
La prima proposizione, nel modo in cui viene esposta e dimostrata da Keynes, costituisce la più compiuta rappresentazione, di cui il pensiero
economico disponga, delle difficoltà di domanda che possono insorgere a seguito delle circostanze che abbiamo brevemente richiamato a proposito della Luxemburg:
cioè, in una parola, a causa dell’”anarchia” che si cela nella spontaneità del mercato. La seconda proposizione è quella che più propriamente interessa per la nostra
argomentazione. Al riguardo si può infatti dire che, dopo Keynes, resta acquisita la seguente verità: allorché dalla costrizione del consumo entro certi limiti
quantitativi, derivino al sistema rilevanti difficoltà di domanda (abbiano cioè luogo quelle crisi di sbocchi alle quali la tradizione di origine malthusiana ha
sempre fatto riferimento), esiste sempre la possibilità di superare tale crisi mediante una politica di spesa pubblica. Ora il punto è che tale politica, se ben
considerata, non comporta alcuna innovazione per quanto riguarda l’essenza della posizione del consumo nel sistema economico: se, infatti, la spesa pubblica si
risolve in investimenti, la realtà del consumo non viene affatto toccata; se invece essa si risolve in consumi, allora si tratta di una semplice espansione di
consumi già in atto nel sistema, in conseguenza della quale non si dà luogo ad alcuna modificazione del rapporto di subordinazione del consumo alla produzione, rapporto che ha a che fare essenzialmente con la qualità (non in senso merceologico, evidentemente) dei consumi e non con la loro quantità. Del resto, la stessa connotazione della genericità, così tipica della spesa pubblica keynesiana, è una chiara manifestazione e riprova del fatto che questo tipo di intervento non incide sulle caratteristiche di fondo dei sistemi nei quali opera.
Ma da ciò può apparire chiaro perché la teoria keynesiana, nel momento in cui rende massimamente rigorosa la tradizione eterodossa, rappresenta anche una liquidazione definitiva di tale tradizione, e perciò può costituirsi essa stessa in una nuova ortodossia, sostanzialmente non dissimile da quella più antica. Con Keynes, infatti, se da un lato si riesce a comprendere il meccanismo delle crisi provenienti da insufficienza di sbocchi, d’altro lato si comprende come il superamento di tali crisi, mediante rinuncia allo spontaneismo, non comporti alcuna modificazione di fondo nei sistemi basati sulla dominanza della produzione sul consumo. Diviene allora chiara l’impossibilità di trarre dalla linea eterodossa una rivalutazione della funzione del consumo, mediante l’attribuzione alla sfera del consumo dell’origine di crisi non superabili nell’ambito dei sistemi considerati. Dopo Keynes, perciò, della linea eterodossa rimane soltanto l’sigenza di una formulazione della teoria economica che comporti una diversa formulazione dei rapporti tra produzione e consumo; ma, appunto, niente più che una esigenza.
IV - Piero Sraffa
La presente ricerca non avrebbe potuto avere una vera e propria conclusione se un recente scritto di Piero Sraffa non avesse offerto la possibilità di illustrare l’ultimo anello (in senso soprattutto logico più che cronologico) della catena di vicende che abbiamo tentato di illustrare.
Per vedere esattamente in che cosa quest’ultimo anello consista, è bene riprendere il discorso da von Neumann, il che appare tanto più legittimo in quanto, con Keynes, la tradizione “eterodossa” si è mostrata per quello che realmente è, cioè una parentesi (sia pure contenente un’importante esigenza) nella storia del pensiero economico.
Vogliamo rilevare dunque che il modello di von Neumann, pur nell’ambito delle sue profonde diversità rispetto alla tradizione moderna, conserva ancora un elemento proprio di tale tradizione, e cioè l’idea che sia compito della teoria economica la determinazione delle quantità prodotte. A ben vedere, anzi, è proprio dalla permanenza di questo elemento che derivano, al modello di von Neumann, i due difetti di indeterminatezza e di arbitrarietà: se infatti, come in questo modello accade, si include il consumo nella produzione, e quindi si lascia la produzione senza alcun termine di confronto, e poi si pretende di determinare la composizione quantitativa e l’andamento lungo il tempo della produzione stessa, è inevitabile che si debba ricorrere a ipotesi ingiustificate, e ingiustificabili nell’ambito del decorso economico. E’ per questo che il conseguimento della piena coerenza formale risulta, in von Neumann, inficiato da un procedimento assai insoddisfacente perché, mentre pretende di fornire la rappresentazione di un fenomeno economico reale (quello, appunto, della configurazione d’equilibrio della produzione), ricorre poi, per tale rappresentazione, a immagini di cui è impossibile dare una giustificazione tratta da una qualsiasi realtà interna all’economia.
Tutto ciò significa che il raggiungimento della coerenza formale in modo pienamente soddisfacente, nell’ambito di un’impostazione che definisce il consumo in modo subordinato alla produzione, richiede non solo, come in von Neumann, l’effettiva scomparsa del consumo come categoria autonoma, ma anche l’accettazione della conseguenza ultima di tale scomparsa, ossia dell’impossibilità di includere nella teoria economica il problema della determinazione delle quantità prodotte. Quest’ultimo passo – che evidentemente segna il massimo distacco dalla teoria moderna – è stato compiuto da Sraffa(16), che, nel suo schema della “produzione di merci a mezzo di merci”, suppone date le quantità dei beni. Da Walras, a von Neumann, a Sraffa c’è dunque la scomparsa progressiva del problema della produzione: in Walras il problema si presenta come quello di determinare i livelli produttivi assoluti conoscendo le quantità “iniziali” delle risorse e lo stato della tecnica; in von Neumann il problema diviene quello di determinare i livelli produttivi relativi conoscendo semplicemente lo stato della tecnica; in Sraffa, infine, non c’è più nulla di incognito da determinare nel mondo della produzione.
Le uniche incognite dello schema di Sraffa sono dunque i prezzi relativi e il saggio del profitto. Ma come interpretare economicamente queste grandezze incognite? Non come risultanze di mercato, dato che non esiste, nella sua teoria, alcuna rappresentazione di comportamenti di mercato (come è del resto confermato dalla ripresa, analoga a quella di von Neumann, del concetto di sovrappiù al di fuori della teoria del valore-lavoro); non come grandezze da determinare nell’ambito di una pianificazione, poiché a tal fine si richiederebbe un modello nel quale si nota, al più, la tecnologia, ma non certo i livelli produttivi, la cui determinazione è appunto uno degli scopi essenziali della pianificazione(17). Sembra dunque inevitabile concludere che a questi prezzi di Sraffa non è possibile far corrispondere nulla di reale; e tuttavia, nella storia del pensiero economico, l’importanza di questo contributo di Sraffa è massima, giacché, come dovrebbe ormai risultare chiaro da tutta la nostra esposizione, qualora alle categorie fondamentali del ragionamento economico si assegnino contenuti che in qualche modo impediscano di fondare l’autonomia del consumo dalle altre dimensioni dell’attività economica, allora si deve accettare lo schema di Sraffa come l’unico che possa conseguire, senza far ricorso ad alcuna ipotesi o procedimento arbitrari, la piena coerenza formale.
Sraffa rappresenta dunque veramente il punto d’approdo definitivo di tutto il pensiero economico finora svoltosi, precisamente nel senso che è impossibile rifiutare la sua posizione ponendosi da uno qualsiasi dei punti di vista tradizionali.
Conclusioni
a) Il consumo è sempre stato, di fatto, trattato, in ogni formulazione teorica, come un momento della produzione e non come una categoria autonoma del discorso economico;
b) Ciò ha reso la teoria economica, prima di Sraffa, o contraddittoria o arbitraria: contraddittoria, quando essa ha voluto tener conto di elementi (come il “mercato” degli economisti classici) incompatibili con la subordinazione del consumo alla produzione, oppure quando ha dato del consumo una definizione incompatibile con il ruolo che al consumo stesso era in effetti assegnato nella costruzione del sistema teorico (come accade con la definizione del consumo come “fine”, da parte dei moderni); arbitraria quando (come in von Neumann) la coerenza logica è conseguita mediante la totale soppressione di uno dei termini essenziali della vita economica, senza accettare tutte le conseguenze che tale soppressione comporta;
c) Tutti coloro che hanno finora tentato di attribuire al consumo un ruolo autonomo ed essenziale nella costruzione della teoria economica, non hanno potuto avere successo, perché sono partiti dall’idea (definitivamente dimostratasi falsa con Keynes) che fosse possibile collocare nel consumo l’origine di crisi di mercato non superabili nell’ambito delle categorie fondamentali dei sistemi basati sulla preminenza della produzione;
d) Alla fine di questa complessa vicenda, Sraffa ha tratto tutte le conseguenze implicite in quel concetto di attività economica, fino a oggi dominante, che ha ridotto il consumo entro la categoria della produzione: quando si ammetta esplicitamente o implicitamente questa circostanza, allora – questo si trae dalla costruzione di Sraffa – al ragionamento “teorico” non corrisponde più nulla di reale, si perviene cioè all’assoluta astrazione, e perciò all’implicita, ma non per questo meno rigorosa, dimostrazione dell’insostenibilità delle premesse che finora hanno retto il discorso economico.
Ma tutto ciò significa che, se si vuole ricominciare un discorso economico in termini realmente superatori di una tradizione che ha necessariamente al suo termine la pura astrazione, occorre riprendere in esame i concetti stessi di “produzione” e di “consumo” per ridefinirli in modi che consentano un discorso economico che sia, a un tempo, logicamente coerente e non arbitrario, cioè concreto nel senso proprio del termine. E’ solo così he l’esigenza contenuta nella tradizione “eterodossa” potrebbe venire correttamente soddisfatta ed è questo un problema pregiudiziale che sta oggi di fronte alla ricerca economica.