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Introduzione...

La “Dichiarazione islamica” fu resa pubblica da Alija Izetbegovic nel 1970, quindi un ventennio prima delle guerre jugoslave anni ’90. La rivista “Limes” la annoverò tuttavia - pubblicandone ampi estratti nel fascicolo n.1,2 /1993 - tra i documenti fondamentali la cui lettura consentiva di «meglio comprendere il conflitto delle diverse rappresentazioni geopolitiche e geoeconomiche di Serbi, Croati e Musulmani di Bosnia» (p.229). Il curatore Michel Roux la commentò scrivendo: «[…] essa sviluppa, mi sembra in maniera poco originale, un luogo comune del pensiero di certi intellettuali musulmani del dopoguerra: dominati dall’Occidente, relegati nel Terzo Mondo e sottoposti alla penetrazione di idee e valori stranieri, cui aderivano gran parte delle loro élite, i popoli musulmani non possono costruire un progetto politico e sociale solido che nel rinnovamento della loro fede religiosa. Il contesto bosniaco offriva delle ragioni specifiche per affermare queste tesi, in primo luogo perché diversi notabili musulmani erano legati al potere comunista […]. La rivista “Dialogue” [dal cui “Dossier Jugoslavo” – vol.I, n.2-3, Paris 1992 – il Roux riprendeva e traduceva il testo apparso su “Limes”- n.d.c.] si domanda (p.7) se questo testo rende meno credibile l’intenzione, affermata da Izetbegovic, d’instaurare in Bosnia-Erzegovina uno Stato laico e se apre la strada al fondamentalismo. Nella “Dichiarazione islamica” è precisato che un regime islamico non è applicabile in uno Stato in cui i musulmani siano minoritari. Se ne può dedurre che un regime islamico sarà necessariamente applicato là dove i musulmani siano in maggioranza? E il timore che essi lo divengano in Bosnia-Erzegovina, insieme alla paura del fondamentalismo, non è una delle motivazioni dell’ignobile “purificazione etnica” di cui i musulmani bosniaci sono oggi le vittime principali?»(p.231). Mettiamo ora in rete una nostra traduzione integrale del testo della “Dichiarazione islamica” pubblicato a Sarajevo in lingua inglese nel 1990. Allo stato delle cose nei Balcani e nel mondo, ci sembra che un ulteriore motivo d’interesse della “Dichiarazione” sia dato dal fatto che la sua fedele esposizione della unitaria concezione islamica di fede religiosa, società e Stato, fu scritta da un intellettuale di formazione europea e ciò può rendere più facile, a noi europei, capire quella stessa concezione ai fini di un sereno e costruttivo confronto con essa. Poiché la “Dichiarazione”, nel citato testo inglese, prende 76 pagine, la nostra traduzione apparirà qui “a puntate”. Per adesso le cinque pagine introduttive. Premettiamo il primo capitolo di una sintetica biografia di Alija Izetbegovic, da lui riveduta, pubblicata dalla “Wikipedia, the free encyclopedia” . Il capitolo arriva fino alle conseguenze penali subite dall’Autore negli anni ’80.

ALIJA IZETBEGOVIC
MILITANTE MUSULMANO

(note biografiche a cura della “Libera enciclopedia Wikipedia”, rivedute dallo stesso Izetbegovic)

Alija Izetbegovic nacque nel 1925 in una cittadina della Bosnia settentrionale, Bosanski Samac. Era uno dei cinque figli di una famiglia illustre ma impoverita, discendente da aristocratici musulmani di Belgrado emigrati in Bosnia quando la Serbia si era resa indipendente dall’Impero ottomano. Suo nonno, Alija, fu sindaco di Bosanski Samac. Suo padre, banchiere, dichiarò fallimento nel 1927 e la famiglia si trasferì a Sarajevo. Izetbegovic crebbe negli anni Trenta e Quaranta, in un ambiente strettamente legato alla società musulmana bosniaca. Ebbe tuttavia un’educazione laica e si laureò in legge a Sarajevo. Nel 1941, quando Izetbegovic aveva 16 anni, la Germania nazista invase la Jugoslavia e incorporò la Bosnia nello “Stato indipendente di Croazia”, governato dal movimento fascista degli Ustascia. Gli Ustascia croati, i Cetnici serbi e i partigiani comunisti di Josip Broz detto Tito fecero a gara per avere dalla loro i musulmani bosniaci. Durante la guerra, Izetbegovic si unì ai “Giovani musulmani” (Mladi muslimani), organizzazione diretta dal chierico conservatore Mehmed Handzic, sostenitrice di un modo “più puro” di vivere l’Islam e definibile come un movimento nazionalista bosniaco. Pur non assumendo ufficialmente un orientamento pro-fascista, i “Giovani musulmani” sostenevano, in genere, il tentativo nazi-ustascia di promuovere un’identità nazionale bosniaca contrapposta ai cetnici e ai partigiani.

Subito dopo la guerra, il governo di Tito pose in atto una dura repressione delle attività politiche a carattere etnico, religioso e non comunista, giustiziando diecine di migliaia di persone e imprigionandone centinaia di migliaia. Izetbegovig cadde nella rete nel 1946: insieme a un amico militante musulmano, Nedzib Sacirbegovic, aveva pubblicato un giornale dissidente islamico intitolato “Mudzahid” (dall’arabo mujahid, cioè “soldato di Dio”). Il giornale fu chiuso dalla polizia segreta jugoslava e i redattori arrestati. Lo stesso Izetbegovic fu condannato a tre anni di carcere per attività anti-comunista e “dichiarazioni anti-sovietiche”. Rilasciato nel 1949, proseguì gli studi all’Università di Sarajevo e nel 1956 ottenne un “Master” in legge. Nei trent’anni successivi si dedicò in prevalenza alla professione di avvocato, ma continuò a sostenere un orientamento essenzialmente bosniaco-islamico, pubblicando vari scritti dissidenti.

Una delle maggiori preoccupazioni di Izetbegovic, sia come dissidente sia, più tardi, come presidente, riguardava il modo superficiale in cui l’Islam era vissuto nella Jugoslavia e l’esigenza di una religiosità piu autentica. Egli sosteneva che i musulmani di Bosnia dovevano praticare la religione islamica in modo più rigoroso, sottolineando che la loro identità bosniaca era data appunto dalla loro adesione all’Islam. Ammoniva che se non si fossero sforzati di distinguersi sulla base di tale loro identità, rischiavano di venir sommersi dai nazionalismi croato e serbo. In quegli anni, egli si dedicò principalmente a cercar di definire (o forse di ri-definire) cosa significasse essere uno jugoslavo musulmano. Nel 1970 Izetbegovic pubblicò un manifesto intitolato “Dichiarazione Islamica”.

Questo scritto contribuì molto a far sì che più tardi egli venisse etichettato come fondamentalista islamico. Egli vi deplorava la decadenza dell’Islam e invocava una rigenerazione religiosa e politica dell’intero mondo musulmano, senza fare riferimento alla Bosnia. In due passi particolarmente discussi dichiarava che «non vi può esser pace né coesistenza tra la fede islamica ed istituzioni sociali e politiche non islamiche» e che «il movimento islamico deve e può impadronirsi del potere politico appena sia moralmente e numericamente abbastanza forte da essere in grado non solo liquidare il potere non islamico vigente, ma edificarne al suo posto uno a carattere islamico». Sosteneva l’idea di una “comunità islamica unitaria”, nella quale ai non musulmani sarebbero stati garantiti i loro diritti. Da un punto di vista islamico, la “Dichiarazione” non conteneva niente di nuovo - molti manifesti simili circolavano nei Paesi musulmani – ed era del tutto in linea con i princìpi coranici tradizionali.

Non era nemmeno un programma di fondamentalismo islamico, nel senso generalmente dato alla parola dagli stessi fondamentalisti: Izetbegovic accettava esplicitamente le innovazioni e le «conquiste della civiltà euro-americana». Parlava con favore degli alti livelli educativi ed economici raggiunti in Occidente e così incitava: «invece di odiare l’Occidente, proclamiamo la cooperazione, non lo scontro». Le sue argomentazioni, comunque, erano in fondamentale contrasto sia con l’ideologia anti-nazionalistica della Jugoslavia comunista, sia con i sentimenti nazionalistici manifestatisi più tardi in Croazia e in Serbia, tesi a enfatizzare l’eredità cristiana di entrambe. L’Islam era percepito dagli jugoslavi non bosniaci come un influsso alieno introdottosi sotto l’occupazione turca, cosicchè l’appello di Izetbegovic a una rinascita islamica fu visto come una minaccia da molti nelle comunità cattolica e ortodossa del Paese.

Nel 1980 Izetbegovic scrisse quella che è generalmente considerata com la sua opera principale, “L’Islam tra Oriente e Occidente”. Dichiarò che non si trattava di un «libro di teologia», ma di un serio tentativo di «definire il posto dell’Islam nel complessivo ventaglio delle idee». Come nella “Dichiarazione islamica”, sottolineava l’importanza dell’Islam e l’obbligo di servire Dio. Era essenzialmente un’argomentazione dialettica tesa a definire l’Islam come la sintesi di due poli opposti nelle concezioni umane, messi sotto il segno di “Mosè” e di “Gesù”. Sfortunatamente per Izetbegovic, la pubblicazione dell’opera coincise con il diffondersi delle agitazioni nazionalistiche iniziate dopo la morte di Tito, contro le quali si ebbe in tutta la Jugoslavia una pesante repressione di nazionalisti e dissidenti. Molti di loro furono arrestati e processati per attività definite come dannose alla “fratellanza e all’unità” dei popoli jugoslavi. Nell’aprile del 1983 Izetbegovic e altri dodici militanti musulmani, tra cui Melika Salihbegovic e Hasan Cengic, furono deferiti a un tribunale bosniaco con molteplici accuse, principalmente di “attività ostili ispirate al nazionalismo musulmano”, “associazione per scopi e attività ostili” e “propaganda ostile”.

Gli imputati furono accusati specificamente di aver teso a creare “una Bosnia-Erzegovina etnicamente pura” e questa accusa si basava soprattutto sulla “Dichiarazione islamica” di Izetbegovic. Questi fu accusato inoltre di aver organizzato una visita a un congresso musulmano nell’Iran. Tutti gli imputati furono condannati: Izetbegovic a 14 anni di carcere. La sentenza fu fortemente criticata dagli organismi occidentali per la difesa dei diritti umani, compresi Amnesty International e Helsinky Watch, che sottolinearono come gli imputati non fossero stati accusati di aver usato o patrocinato la violenza. Nel maggio successivo, la Corte suprema bosniaca ammise questo punto, concedendo che «alcuni comportamenti degli accusati […] non avevano i caratteri di azioni criminali» e ridusse a 12 anni la pena per Izetbegovic. Egli fu graziato e scarcerato nel 1988, quando il regime comunista vacillava, ma non prima di aver sofferto seri e duraturi danni alla sua salute. Il processo ebbe un’altra conseguenza infausta: fu largamente percepito in Jugoslavia come vertente sull’Islam in quanto sistema politico, e quindi contribuiì a una crescente, paranoica messa in dubbio della lealtà dei musulmani del Paese. I politici nazionalisti ne fecero tesoro quando, negli anni Novanta, la Jugoslavia precipitò nella guerra civile.

DICHIARAZIONE ISLAMICA
PROGRAMMA PER L’ISLAMIZZAZIONE
DEL MUSULMANI E DEI POPOLI MUSULMANI

Il nostro scopo: L’islamizzazione dei musulmani
Il nostro motto: credere e combattere

BISMILLAHIRAHMANIRRAHIM!

La dichiarazione che oggi rendiamo pubblica non deve essere letta come intesa a dimostrare agli stranieri o agli increduli la superiorità dell’Islam su ogni sistema o scuola di pensiero. Essa è rivolta ai musulmani che sanno quale è la loro appartenenza e i cui cuori dicono loro chiaramente da che parte stare. Per costoro, questa dichiarazione è un appello affinchè si rendano conto delle inevitabili conseguenze che derivano obbligatoriamente dal loro amore e dalla loro fedeltà. Tutto il mondo musulmano si trova in uno stato di fermento e di cambiamento. Qualunque via finirà per imboccare quando cominceranno a vedersene gli effetti, una cosa è certa: non sarà più quello della prima metà di questo secolo. L’epoca della passività e della stagnazione è finita per sempre. Tutti stanno cercando di trarre vantaggio da questo periodo di movimento e di cambiamento, specialmente le potenze estere sia orientali che occidentali. Al posto delle armi, utilizzano adesso gli assiomi ideologici e i capitali, e attraverso queste nuove forme d’influenza cercano ancora una volta di raggiungere lo stesso obiettivo: rafforzare la loro presenza e tenere le nazioni musulmane in condizioni d’impotenza spirituale e di soggezione economica e politica.

Cina, Russia e Nazioni occidentali fanno a gara per chi di loro estenderà il proprio dominio e su quale parte del mondo musulmano. Ma la loro è una disputa priva di senso. Il mondo musulmano non appartiene a loro, ma ai popoli musulmani. Un mondo di 700 milioni di persone, con enormi risorse naturali, con una posizione geografica privilegiata, erede di colossali tradizione culturali e politiche e portatore del pensiero islamico oggi ben vivo, non può rimanere più a lungo in situazione di vassallaggio. Nessun potere può impedire alla nuova generazione musulmana di metter fine a questo abnorme stato di cose. Pienamente convinti di ciò, annunziamo parimenti ai nostri amici e ai nostri nemici che i musulmani sono determinati a prendere nelle proprie mani i destini del mondo islamico e ad organizzarlo secondo la propria concezione di esso.

Da questo punto di vista, le idee contenute nella Dichiarazione non sono del tutto nuove. Essa è piuttosto una sintesi di idee che vanno sempre più affermandosi e diffondensosi, assumendo la stessa importanza dappertutto nel mondo musulmano. La sua novità consiste nel fatto che essa cerca di tradurre idee e programmi in azione organizzata. La lotta verso nuovi traguardi non comincia adesso. Al contrario, ha già avuto i suoi martiri [shihada] e una storia di sofferenze e di vittime. Tuttavia è consistita finora nel sacrificio personale di uomini eccezionali o di piccoli gruppi coraggiosi, che si sono scontrati con le potenti forze del male e del silenzio di Dio [Jahiliya]. L’ampiezza e le difficoltà dei problemi richiedono però l’azione orgnizzata di milioni di persone. Dedichiamo il nostro messaggio alla memoria dei compagni caduti nel nome dell’Islam.
Sarajevo, 1970
Jumadi-1-awwal, 1390

Vogliamo che i popoli musulmani rompano il cerchio della soggezione, dell’arretratezza e della povertà?
Vogliamo che s’incamminino nuovamente con fiducia sulla via di una dignità illuminata e della padronanza del proprio destino?
Vogliamo che il nostro coraggio, la nostra genialità, la nostra virtù divampino ancora in tutta la loro forza?
E’ allora chiara la strada per raggiungere questo obiettivo: edificare l’Islam in ogni campo della nostra vita personale, nella famiglia e nella società, rinnovando il pensiero islamico e dando vita a una comunità islamica unitaria dal Marocco all’Indonesia.

Questo traguardo può sembrare lontanto e improbabile; è invece realistico, poiché è il solo possibile. In contrapposizione ad esso, ogni programma non realmente islamico potrebbe sembrare vicino e a portata di mano, ma per il mondo islamico è pura utopia, appartiene al regno dell’impossibile. La storia dimostra chiaramente una cosa: l’Islam è la solo sistema di pensiero capace di trascinare gli animi dei popoli musulmani e d’infondere in loro la necessaria disciplina, ispirazione ed energia. Nessun altro ideale, estraneo all’Islam, ha mai pouto influire su di loro in modo significativo a livello culturale o politico. In effetti, quanto di grande e di importante c’è stato nella storia dei popoli musulmani, è stato realizzato sotto la bandiera dell’Islam. Negli anni Cinquanta, poche migliaia di sperimentati guerrieri islamici costrinsero gli inglesi a sgombrare da Suez, mentre adesso gli eserciti uniti di regimi nazionalisti arabi perdono per la terza volta la guerra contro Israele. Quando era un Paese islamico, la Turchia dettava legge al mondo. Ora che sta plagiando l’Europa, è un Paese di terz’ordine, come ce ne sono centinaia nel mondo..

Come accade per gli individui, un popolo che ha accolto l’Islam non può più vivere o morire per un altro ideale. E’ impensabile che un musulmano possa sacrificarsi per qualunque re o leader, non importa chi sia, o per la gloria di qualunque nazione o partito, perché in lui è più forte l’istinto islamico che lo porta a riconoscervi una sorta di paganesimo e di idolatria. Un musulmano può morire solo nel nome di Allah e per la gloria dell’Islam, altrimenti diserta il campo di battaglia I periodi di passività e di stagnazione sono dati dalla mancanza di un’opzione islamica o dall’impreparazione dei popoli musulmani d’intraprendere l’erta salita. Sono la negaiva conseguenza del monopolio spirituale di modi di vivere l’Islam che ritardano il cammino del mondo islamico. Mentre accettiamo questo stato di cose come espressione della Volontà di Dio, dichiariamo decisamente che il mondo islamico non si può rinnovare senza o contro l’Islam. La fede nell’Islam, i suoi princìpi profondamente radicati sul posto dell’uomo nel mondo, sul significato della vita umana, sul rapporto tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo, restano l’eterno e insostituibile fondamento etico, filosofico, ideologico e politico di ogni autentica azione per il rinnovamento e il miglioramento della condizione dei popoli musulmani. L’alternativa è chiara: o la resurrezione dell’Islam, o la passività e la stagnazione. Per i popoli musulmani non c’è una terza via.

L’ARRETRATEZZA DEI POPOLI MUSULMANI

Conservatori e modernisti

L’ideale della rinascita islamica, batato sulla convizione che l’Islam è in grado non solo di educare gli esseri umani ma anche di ordinare il mondo, avrà sempre due categorie di avversari: i conservatori, nostalgici dei vecchi modelli, e i modernisti, desiderosi di modelli altrui. Gli uni tendono a imprigionare l’Islam nel suo passato, gli altri a spingerlo verso un futuro che non è suo. Malgrado le differenze, ambedue le categorie hanno qualcosa in comune: e cioè il fatto di vedere l’Islam soltanto come una religione, nel senso europeo della parola. Una certa mancanza di sensibilità per le sottigliezze e la logica del linguaggio e una ancor maggiore incapacità di cogliere l’essenza dell’Islam e il suo ruolo nella storia e nel mondo, portano ambedue a interpretare la fede islamica come una religione, il che è del tutto erroneo e per un motivo ben preciso. Sebbene possa sembrare una riconferma delle verità fondamentali sull’origine dell’uomo e sulla sua missione, la concezione islamica è del tutto nuova almeno sotto un aspetto: la sua esigenza di unità tra fede e scienza, morale e politica, ideale e interesse economico. Nel riconoscere l’esistenza di due mondi, quello naturale e quello interiore, l’Islam insegna che è l’uomo a colmare lo hiatus fra l’uno e l’altro. Senza questa unità, la religione porta all’arretratezza (al rifiuto di ogni sorta di progresso) e la scienza all’ateismo Partendo dal principio che l’Islam è semplicemente una religione, i conservatori tendono a concluderne che esso non deve organizzare il mondo esteriore, e i progressisti che non lo può. In pratica il risultato è lo stesso.

Al giorno d’oggi, sostenitore principale, anche se non unico, della linea conservatrice è il ceto degli hajjs e degli sceicchi, i quali, violando il chiaro divieto di un clero nell’Islam, si sono costituiti in classe custode della sua retta interpretazione e intermediaria fra l’uomo e il Corano. Essendo chierici, sono teologi, ed essendo teologi sono invariabilmnte dogmatici. Poiché la fede è stata data una volta per tutte, ritengono che sia stata anche interpretata una volta per tutte e che quindi la miglior cosa da fare sia lasciare tutto come è stato definito e trasmesso da mille anni o più. La logica inevitabile di questo dogmatismo li trasforma da teologi in accaniti nemici di ogni innovazione. Ogni rielaborazione della Sharia in quanto legge, nel senso di applicare i princìpi coranici alle situazioni nuove dovute agli sviluppi mondiali, è vista da costoro come un attacco all’integrità della fede. C’è forse in loro un amore per l’Islam, ma è l’amore patologico di gente limitata e retrograda, il cui abbraccio mortale soffoca l’idea vivente dell’Islam. Sarebbe però sbagliato pensare che l’Islam, nelle mani dei teologi, sia rimasto un libro chiuso. Refrattari alla scienza e sempre più inclini al misticismo, i teologi hanno fatto sì che in quel libro venissero scritte molte cose irrazionali, del tutto estranee alla cultura islamica, comprese delle pure superstizioni.

Per chiunque conosca la natura della teologia, è affatto evidente come essa non sappia opporsi abbastanza alla tentazione della mitologia, e perfino alla propensione a vedervi un certo arricchimento del pensiero religioso. Si è arrivati così a intaccare man mano il monoteismo del Corano, il più puro e perfetto nella storia del pensiero religioso, mentre nella pratica è venuta emergendo una disgustosa tendenza a trarre profitto dalla fede. Gente che si autonomina interprete e guardiana della fede, ci ha costruito sopra la sua carriera – molto piacevole e vantaggiosa – e senza troppi scrupoli è arrivata ad accettare uno stato di cose in cui il suo messaggio è rimasto del tutto vano. I teologi, insomma, hanno finito per essere le persone sbagliate nel posto sbagliato. Attualmente, mentre il mondo musulmano sta dando chiari segni di risveglio, questa classe è diventata espressione di quanto vi è di oscurantista e di sclerotico sulla faccia della terra. Si è rivelata del tutto incapace di qualunque costruttivo passo avanti, verso un mondo islamico capace di far fronte alle avversità che lo minacciano.

Quanto ai cosiddetti progressisti, filo-occidentali, modernisti, o come altro si voglia chiamarli, essi costituiscono per il mondo musulmano il colmo delle disgrazie, dato che sono molto numerosi e influenti, specialmente nei governi, nell’educazione e nella vita pubblica in genere. Nell’identificare l’Islam con quello degli hajjs e dei conservatori e nel convincere gli altri a fare lo stesso, costoro fanno fronte comune contro lo stesso ideale islamico. Nei Paesi musulmani di oggi questi sedicenti riformatori hanno come carattere distintivo il fatto di andare orgogliosi di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e di vergognarsi di ciò di cui dovrebbero essere fieri. Sono generalmente dei “figli di papà” che hanno studiato in Europa, dalla quale ritornano con un profondo senso di inferiorità rispetto al ricco Occidente e di loro personale superiorità rispetto agli ambienti poveri e arretrati da cui provengono. Privi di educazione islamica e di ogni legame spirituale e morale con il popolo, perdono rapidamente le loro radici essenziali e s’immaginano che liquidando gli ideali, i costumi e le convinzioni locali e introducendone di straniere, potranno costruire in una notte, sul loro suolo patrio, quell’America per la quale nutrono un’esagerata ammirazione.

Al posto dei livelli di benessere mettono il culto del benessere, invece di sviluppare le risorse del loro mondo scatenano le voglie, aprendo così la strada alla corruzione, alla rozzezza e al caos morale. Non capiscono che la forza dell’Occidente non sta nel suo modo di vivere ma nel suo modo di lavorare, non nella moda, nella lontananza da Dio, nei night clubs, nella sfrenatezza della giovane generazione, ma nell’eccezionale diligenza, costanza, saggezza e responsabilità dei suoi popoli.Il male più grave, comunque, non sta nel fatto che i nostri filo-occidentali fanno ricorso a modelli stranieri, ma che non hanno imparato come usarli, o – per essere più precisi – che non hanno maturato una sufficiente capacità di distinguere il bene dal male. Non sono perciò in grado di scegliere quanto una civiltà straniera può offrire di utile e ne assorbono invece i sottoprodotti dannosi e soffocanti.

Nell’arsenale di dubbi valori che il nostro filo-occidentale porta a casa, si possono annoverare varie idee “rivoluzionarie”, programmi riformatori e simili “dottrine di liberazione” credute capaci di “risolvere tutti i problemi”. Vi si trovano esempi di incredibile miopia e improvvisazione. Questo, per esempio. Una delle riforme di Mustafa Kemal Attaturk - certamente più grande come capo militare che come rinnovatore culturale e i cui servigi alla Turchia andrebbero ridimensionati – consistette nel divieto di portare il fez. Ma fu subito chiaro che cambiando la foggia del copricapo non si cambiavano la testa e le abitudini della gente. Molte nazioni fuori dell’area occidentale hanno dovuto affrontare per oltre un secolo il problema di come rapportarvisi: se optare cioè per un rifiuto totale, per un cauto adeguamento o per un’assimilazione indiscriminata. Per molte di esse l’esito catastrofico o trionfale è dipeso dalla loro risposta a questo cruciale interrogativo.

Ci sono riforme consone alla cultura di una data nazione e altre che ne comportano il tradimento. Da questo punto di vista sono classici, nella storia moderna, gli esempi del Giappone e della Turchia. Alla fine del secolo diciannovesimo e agli inizi del ventesimo, ambedue le nazioni offrivano un quadro molto simile. Ambedue erano antichi imperi, ciasuna aveva la sua fisionomia e il suo posto nella storia. Ambedue si trovavano all’incirca sullo stesso livello di sviluppo; ambedue avevano un passato glorioso, fonte, al tempo stesso, di grande privilegio e di pesante fardello. In una parola, le loro prospettive per il futuro si equivalevano. In ambedue le nazioni si ebbero le note riforme. Il Giappone, volendo continuare a vivere nei propri modi e non in altri, si prefisse di concliliare tradione e progresso. I modernisti turchi scelsero la strada opposta. Oggi la Turchia è un Paese di terz’ordine, mentre il Giappone ha un ruolo di avanguardia fra le nazioni del mondo. La differenza tra la filosofia seguita dai riformatori giapponesi e turchi non potrebbe essere più chiara di quella riguardante la questione dell’alfabeto. Mentre i turchi hanno abolito la scrittura araba, che per la sua semplicità e per i suoi soli ventotto caratteri rappresenta uno degli alfabeti più perfetti e più diffusi, il Giappone ha respinto le richieste, avanzate dai suoi Romaya, di adottare la scrittura latina. Ha mantenuto il suo sistema complicato, che dopo la riforma aveva 880 ideogrammi cinesi più 46 caratteri.

Ebbene, nel Giappone moderno non vi sono analfabeti, mentre in Turchia – quarant’anni dopo l’adozione della scrittura latina – oltre metà della popolazione non sa leggere né scrivere: un risultato, questo, che dovrebbe aprire gli occhi ai ciechi. E non è tutto. Si è fatto subito chiaro che era in causa non soltanto l’alfabeto come mezzo di scrittura. La vera questione, e perciò le conseguenze, erano molto più profonde e significative. L’essenza di ogni civiltà e progresso umano si fonda sulla continuità, non sulla distruzione e sulla negazione. Il modo di scrivere s’identifica, in una nazione, con la sua “memoria” e con la sua continuità storica Con l’abolizione dell’alfabeto arabo, la Turchia ha perduto in lagra misura la ricchezza del suo passato, conservata nelle parole scritte. Per una serie di altre riforme “parallele”, la nuova generazione turca si trova priva di radicamento dello spirito, in una specie di vuoto spirituale. La Turchia ha peduto la memoria del suo passato. Chi ne ha avuto giovamento? I sostenitori del modernismo nel mondo musulmano, dunque, non erano uomini nati dal popolo, consapevoli di come realizzare i vecchi ideali e valori in forme nuove, adeguate alle nuove circostanze.

Sono isorti contro quegli stessi valori e spesso hanno calpestato con gelido cinismo e con stupefacente miopia ciò che il popolo aveva di più sacro, distruggendo la vita e trapiantandovi delle mere imitazioni. In seguito a una tale barbarie, in Turchia e altrove sono emerse o stanno emergendo nazioni dove regna la confusione spirituale, nazioni dai tratti indistinti e inconsapevoli di dove stiano andando. In esse tutto è derivato e artificiale, scarso di forza e di entusiasmo, come l’ingannevole fascino delle loro città europeizzate. Come può un popolo dall’incerta identità, insicuro sulla propria strada, avere un quadro chiaro di dove stia dirigendosi e di quali obiettivi stia perseguendo? L’esempio di alcune riforme di Attaturk sembra abbastanza evidente. Ne risulta chiaramente quale sia la direzione verso cui spinge l’approccio filo-occidentale ai problemi del mondo islamico e in che modo i filo-occidentali pensano di “correggere” quest’ultimo. Il significato è invariabilmente alienazione, evasione dai problemi reali, dal lavoro coscenzioso per una vera elevazione morale ed educativa del popolo, propensione all’esteriorità e alla superficialità.

Che significato ha avuto l’indipendenza di Paesi musulmani in cui l’amministrazione della vita pubblica è caduta in mano a questo genere di persone? Che uso hanno potuto fare di questa libertà? Accettando forme di pensiero straniere e cercando sostegno politico dall’estero, Oriente od Occidente che sia, ciascuno di questi Paesi si è volontariamente sottoposto a una nuova schiavitù, sottoscritta dai suoi governanti. Si è determinata così una dipendenza spirituale e materiale, basata sull’accetazione di una filosofia straniera, di un modo di vita straniero, di aiuto straniero, di capitale straniero, di sostegno straniero. Queste nazioni hanno raggiunto un’indipendenza formale ma non una reale libertà, dato che qualunque libertà è prima di tutto spirituale. L’indipendenza di un popolo che non si sia conquistato prima di tutto questa libertà, si riduce presto a ben poca cosa, semplicemente a un inno e a una bandiera. Perciò la lotta dei popoli musulmani per una vera indipendenza deve ovunque ricominciare.

Le radici dell’impotenza

Queste due categorie – conservatori e modernisti – ci forniscono la chiave per capire la situazione attuale dei popoli musulmani. Esse non ne sono, peraltro, l’unica causa. Guardando meglio, ambedue risultano manifestazioni di una causa più profonda: la corruzione del pensiero islamico o la sua ripulsa. La storia dell’Islam non è soltanto, o principalmente, quella di una sua progressiva affermazione nella vita reale. E’ in pari misura una storia d’incomprensione, di negligenza, di tradimento o di cattivo uso dei suoi ideali. Perciò la storia di ciascun popolo musulmano, e di tutti, è nello stesso tempo un succedersi sia di splendide realizzazioni e vittorie, sia di penosi errori e sconfitte. Tutti i nostri successi e i nostri fallimenti, politici e morali, non sono che il riflesso del modo in cui abbiamo compreso l’Islam e lo abbiamo realizzato nella nostra vita. Ogni indebolimento della presenza dell’Islam nella vita quotidiana dei popoli è andato sempre di pari passo con l’indebolimento loro e delle loro istituzioni sociali e politiche.

L’intera storia dell’Islam, dagli inizi ai giorni nostri, è stata immancabilmente segnata da questa simultaneità. Alcuni aspetti incontrovertibili del destino dei popoli musulmani e una delle leggi della storia islamica sono da ricercare appunto in questo parallelismo. Due momenti cruciali della storia islamica – uno del suo periodo di ascesa, l’altro di quello del suo declino – ne sono chiara dimostrazione. Maometto (la pace sia con lui) morì nel 632. Meno di un secolo dopo, il potere spirituale e politico dell’Islam si estendeva a una immensa area del mondo, dall’Oceano Atlantico al fiume Indo e alla Cina, dal lago di Aral ai rami più meridionali del Nilo. La Siria fu conquistata nel 634, Damasco cadde nel 635, Ctesifonte nel 637. L’India e l’Egitto furono raggiunti nel 641, Cartagine nel 647, Samarcanda nel 676, la Spagna nel 710. Nel 717 i musulmani erano alle porte di Costantinopoli e nel 720 nella Francia meridionale. Dal ‘700 c’erano moschee a Shantung e verso l’830 l’Islam arrivò a Giava. Questa espansione senza precedenti, cui nessun’altra può essere paragonata né prima né dopo, diede spazio allo sviluppo della civiltà islamica in tre grandi aree culturali: la Spagna, il Medio Oriente e l’India, per un periodo storico di circa un millennio. Che ruolo hanno i musulmani nel mondo contemporaneo? La domanda può essere formulata in un altro modo: come ci siamo ridotti noi musulmani?

La risposta è chiara. Siamo in condizione di schiavitù, al punto che nel 1919 non esisteva più alcun Paese musulmano indipendente, uno stato di cose mai registrato prima né dopo quella data. Siamo ignoranti: nel periodo fra le due guerre mondiali nessun Paese musulmano aveva un tasso di alfabetizzazione superiore al 50 per cento. All’atto dell’indipendenza, il 70 per cento del popolo pakistano, l’80 per cento degli algerini e il 90 per cento dei nigeriani non sapeva né leggere né scrivere (mentre, secondo Draper, non c’era alcun analfabeta nella Spagna islamica dei secoli decimo e undecimo). Siamo poveri:il Prodotto interno lordo nel 1966 era di 220 dollari a testa in Iran, 240 in Turchia, 250 in Malesia, 90 in Pakistan, 85 in Afghanistan, 70 in Indonesia, contro i 3000 negli USA. La quota dell’industria nel reddito nazionale della maggior parte dei Paesi musulmani varia tra il 10 e il 20 per cento. Il numero di calorie della dieta quotidiana è di circa 2000, contro le 3000-3500 nell’Europa occidentale. Siamo divisi: la comunità musulmana è diventata l’opposto di una società senza miseria né lusso. In contrasto con il comandamento del Corano “che il benessere non rimanga limitato, tra voi, al ceto dei ricchi” (39/7), la proprietà è passata nelle mani di pochi. In Iraq, prima della riforma agraria del 1958, su 22 milioni di dunum (circa 1/10 di ettaro) di terra arabile, circa 10 milioni, cioè l’82 per cento, era posseduto da grandi proprietari terrieri, mentre 1,4 miliardi di contadini erano senza terra.

Questo lo stato di cose che qualcuno ha chiamato a ragione “la notte dell’Islam”. In realtà, questa notte è cominciata col crepuscolo dei nostri cuori. Tutto ciò che ci è accaduto, o che ci sta accadendo al giorno d’oggi, è solo un’eco di quanto è avvenuto prima di tutto in noi stessi (Corano, 13/12). Se siamo dei veri musulmani, non possiamo sopraffarci, ridurci all’ignoranza, strangolarci reciprocamente. Non possiamo essere dei rinnegati dell’Islam. Tutte le nostre disfatte, dalla prima a Uhud all’ultima nel Sinai, ne sono la riprova. Il fenomeno dell’abbandono dell’Islam, che si manifesta di solito nella rimozione del pensiero islamico dalle attività e dagli interessi della vita e nella sua riduzione a formule accettate passivamente, può essere osservato con maggiore chiarezza partendo dal Corano e dalla centralità che dovrebbe avere nello spirito e nella pratica delle genti islamiche. Va notato che ogni progresso dei popoli islamici, ogni loro periodo di miglioramento, è legato alla decisività del ruolo svolto dal Corano. L’esperienza iniziale dell’Islam, del cui carattere miracoloso ho già parlato, e che nel volgere di due generazioni lo portò, all’Ovest, fino alle rive dell’Oceano Atlantico e all’Est fin nei pressi della Cina, non è l’unico esempio che si possa addurre, ma è il più glorioso. Tutti gli eventi di maggiore importanza nel corso della storia islamica confermano questo legame.

Quale era la posizione del Corano nel periodo che precedette l’era della stagnazione e del regresso? La devozione al Libro non venne a cessare, ma perdette il suo ruolo propulsivo poiché se ne conservavano soltanto gli aspetti favolosi e mistici. Il Corano perdette la sua autorità in quanto Legge e divenne un oggetto sacro. Nel suo studio e nella sua interpretazione, la saggezza cedette all’arte di spaccare il capello in quattro, la sostanza alla forma e la grandezza del pensiero all’abilità di recitazione. Sotto l’influsso costante del formalismo teologico, il Corano fu meno letto che “imparato”, cioè recitato, mentre i suoi comandamenti di lotta, di rettitudine, di sacrificio personale ed economico – duri e difficili per la nostra pigrizia – si dissolsero e si vanificarono nel suono piacevole del testo coranico letto senza partecipazione del cuore. Questo stato di cose distorto finì per essere accettato come la norma, poiché andava bene a gruppi di musulmani sempre più numerosi, i quali non potevano né rompere con il Corano, né darsi la forza di uniformare la propria vita ai suoi dettami. Questa spiegazione psicologica, che focalizza l’importanza eccessiva data alla recitazione del Corano, trova conferma nei fatti. Il Corano viene recitato, interpretato recitandolo, poi studiato recitandolo di nuovo. Un determinato precetto viene ripetuto migliaia di volte, allo scopo di non doverlo eseguire mai.

Analisi prolisse e pedanti hanno teso a stabilire come il Corano dovrebbe essere pronunciato, onde evitar di concludere come debba essere praticato nella vita quotidiana. Ultimamente il Corano è stato ridotto a puro suono, privo di ogni senso e significato. L’intera realtà attuale del mondo musulmano – con il suo contrasto tra il dire e il fare, con la sua depravazione, sozzura, ingiustizia, codardia, con le sue moschee monumentali vuote, i suoi grandi turbanti bianchi sotto cui non ci sono ideali né propositi coraggiosi, i suoi ipocriti slogan e formulette islamiche, con la sua religiosità senza fede – non è che la manifestazione esteriore della contraddizione di fondo che travaglia lo stesso Corano, dato che all’ardente dichiarazione di fedeltà al Libro si è unita, a poco a poco, una totale dimenticanza dei suoi principi nella pratica. L’attuale modo di vivere il Corano è la causa prima e più importante dell’arretratezza e dell’impotenza in cui versano i musulmani di oggi. Un altro motivo di universale portata è l’educazione, o meglio il sistema educativo nel senso più lato.

Da secoli i nostri popoli sono privi di persone istruite. Al loro posto abbiamo due altre categorie, ugualmente indesiderabili: i non istruiti e i mal istruiti. In nessun Paese musulmano abbiamo un sistema educativo abbastanza sviluppato da essere all’altezza della concezione morale dell’Islam e dei bisogni del popolo. Questa istituzione della massima importanza per ogni società, è stata o trascurata dai nostri governanti, o lasciata in mano agli stranieri. Le scuole alle quali gli stranieri hanno dato denaro e personale, e perciò programmi e ideologia, non hanno educato dei musulmani, e nemmeno degli amanti della loro patria. Vi sono stati innestate nostre persone acculturate, iniettando in loro le “virtù” dell’obbedienza, della sottomissione e dell’ammirazione per il potere e la ricchezza degli stranieri; insegnanti stranieri vi hanno allevato un ceto intellettuale dalla mentalità servile, destinato a rimpiazzarli in seguito con straordinario successo, perché predisposto a sentirsi straniero nella propria patria e a comportarsi di conseguenza. Sarebbe molto interessante contare le scuole istituite, direttamente o indirettamente, da stranieri e riflettere sui motivi di questa straordinaria generosità. Bisognerebbe approfondire i loro programmi esaminandone il contenuto e talvolta anche ciò che non vi è contenuto. Ben presto ne risulterebbe chiaro che la vera domanda non è se i nostri intellettuali vogliano aprire una strada al loro popolo, conforme alle sue reali inclinazioni ed esigenze, ma se, data la loro formazione, siano in grado di offrirgli una qualunque prospettiva.

Ciò che è in gioco sono i valori e gli ideali imposti loro e il gap psicologico creatosi in loro. Non sono più necessarie catene di ferro per tenere sottomessi i nostri popoli. I lacci di seta di una tale “educazione” aliena svolgono la stessa funzione, paralizzando le menti e le volontà degli allievi. Finchè il sistema educativo sarà impostato così, i dominatori stranieri e i loro vassalli nei Paesi musulmani non dovranno paventare alcun pericolo per il loro potere. Anziché fonte di ribellione e di resistenza, un simile sistema educativo sarà il loro migliore alleato. Questo tragico divario fra il ceto intellettuale e il popolo, che è uno degli aspetti più oscuri della nostra situazione complessiva, è ribadito da un altro lato. Avvertendo il carattere alieno e non islamico dell’offerta scolastica, il popolo istintivamente la rifiuta, determinando così un’ostilità reciproca. Si inventano allora cose assurde su una refrattarietà degli ambienti musulmani all’educazione scolastica. E’ chiaro, in realtà, che non si tratta di un rifiuto della scuola in quanto tale, ma di scuole aliene, che hanno perduto ogni legame spirituale con l’Islam e il suo popolo.

L’indifferenza delle masse musulmane

La svolta intrapresa dai modernisti in una serie di Paesi musulmani è stata, di regola, antireligiosa e conforme a slogan sulla de-clericalizzazione della vita politica e sociale. Sotto questo aspetto ricorda la lotta tra i nascenti Stati nazionali e la Chiesa in Europa agli inizi dell’Era Moderna. Ma ciò che per l’Occidente ha significato progresso e legalità costituzionale, nel mondo islamico è stato un processo innaturale, incapace di apportare un vero cambiamento costruttivo. Qui de-clericalizzazione ed edificazione nazionale non hanno avuto lati positivi e sono stati, di fatto, unicamente una negazione. Stranieri per origine e natura, tali indirizzi sono stati il semplice riflesso di una diffusa sterilità spirituale. Con essi è calato il sipario sull’ultimo atto del dramma del mondo musulmano. Ogni processo di rinnovamento è il risultato di contatti fecondi, affinità e convergenze tra intellettuali e dirigenti da una parte e le masse dall’altra. In ogni grande impresa il gruppo dirigente contribuisce con la volontà e il pensiero, il popolo col cuore e col sangue. Senza la collaborazione o almeno il consenso dell’uomo comune, qualunque movimento rimane superficiale, privo di forza d’urto. Il disinteresse popolare può essere superato se è dovuto soltanto a una naturale esitazione di fronte al lavoro duro, al pericolo e alla lotta. Non può essere superato se è mosso dal rifiuto degli stessi principi che ispirano la lotta, perché avvertiti come contrari ai più intimi desideri e sentimenti delle masse.

E’ questo secondo caso che si verifica, in misura più o meno ampia, in ogni Paese musulmano dove i modernisti cercano di realizzare i loro programmi. Essi lusingano e minacciano, perorano e incitano, organizzano e riorganizzano, cambiano nomi ed esponenti, ma si scontrano con il rifiuto tenace e l’indifferenza della gente comune, che costituisce la maggioranza della nazione. Habib Bourguiba – qui citato solo come rappresentante di una diffusa tendenza – indossa abiti europei, parla francese, isola la Tunisia non solo dal mondo islamico ma anche da quello arabo, limita l’educazione religiosa, proclama l’abolizione del digiuno del Ramadan “perché digiunare riduce la produttività”, mentre beve lui stesso succo di arancio in pubblico per dare un autorevole esempio. E poi si meraviglia della passività e del mancato appoggio delle masse tunisine alle sue “illuminate” riforme. I modernisti non sarebbero quello che sono se non dimostrassero appunto questo tipo di cecità. I popoli musulmani non accetteranno mai iniziative apertamente contrarie all’Islam, poiché l’Islam non è solo una sequela di principi e di leggi, ma è entrato nei cuori e nei sentimenti. Chi insorge contro l’Islam non può raccogliere che odio e resistenza.

Con il loro modo di agire, i modernisti hanno creato una situazione di conflittualità e di confusione, in cui ogni programma – islamico o straniero – diviene inattuabile. Le masse vogliono agire per affermare l’Islam, ma non possono farlo senza gli intellettuali. Un ceto intellettuale alienato vuole imporre degli indirizzi, ma non riesce a trovare abbastanza seguaci disposti a contribuire col sangue, col sudore e con l’entusiasmo alla realizzazione dei suoi programmi di carta. Questi due poli opposti si annullano a vicenda e si produce una situazione d’impotenza e di paralisi. Esistono un ordine, un dinamismo, una prosperità, un progresso che possono essere instaurati in questa parte del mondo, ma non sono l’ordine, il progresso e la prosperità dell’Europa o dell’America. L’indifferenza delle masse musulmane non è un’indifferenza assoluta. E’ solo il modo in cui la gente islamica si difende dall’attacco che le viene mosso dal di fuori. Dovunque vi sia la minima prospettiva di lottare per l’Islam, la gente comune è pronta a combattere, a soffrire e a morire.

Lo hanno dimostrato la Turchia nella sua lotta di liberazione dalla Grecia dopo la disfatta della prima guerra mondiale, la Libia nella sua eroica resistenza all’occupazione italiana, e più di recente gli episodi di lotta contro gli inglesi a Suez, la guerra di liberazione dell’Algeria, di autodifesa dell’Indonesia, di fedeltà islamica in Pakistan. Dovunque le masse si sono risvegliate, ciò è avvenuto in nome dell’Islam, anche se con slogan talvolta transeunti e insinceri. Dove c’è l’Islam non c’è indifferenza. Le masse musulmane abbisognano di un ideale che le muova e le diriga, ma non può essere un ideale qualunque. Deve essere un ideale che corrisponda appieno ai loro sentimenti più profondi. E dunque può essere soltanto l’ideale dell’Islam. Non c’è alcuna possibilità che le masse musulmane e la loro vera dirigenza intellettuale e politica seguano chi fra loro rinneghi gli ideali islamici, non importa quanto abbia a durare questo stato di attesa e d’indecisione. C’è una sola via d’uscita: la formazione e organizzazione di un nuovo ceto intellettuale che pensi e senta conformemente all’Islam. Allora questi intellettuali sventoleranno la bandiera dell’ordine islamico e, insieme alle masse islamiche, agiranno per affermarlo.

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