Adriano Sofri (e sia ben chiaro, nel momento in cui mi accingo a dissentire e polemizzare con lui, che egli deve essere liberato e subito) ha sollevato su "Repubblica" del 10/2 (Europa e Israele paure parallele) un tema che egli stesso definisce "delicato", sostenendo una tesi di cui dichiara preliminarmente il possibile carattere "stravagante, o addirittura scandaloso". Tanta prudenza preliminare, del tutto inconsueta nel più intelligente e spregiudicato uomo politico espresso dal '68 italiano, non è (come vedremo più avanti) né casuale né esterna alla posizione sostenuta qui da Sofri. La sua tesi, assai articolata e dunque difficilmente riassumibile in poche righe, consiste in sostanza nella equiparazione fra Israele ed Europa, a partire dalla necessità che si presenterebbe ad entrambi di opporsi ad una sorta di "invasione" araba e islamica, che in Israele sarebbe conseguenza inevitabile della stessa dinamica demografica degli arabi cittadini israeliani (dunque, senza nemmeno prendere in esame l'ipotesi di un possibile "ritorno" dei palestinesi), e in Europa sarebbe un portato altrettanto inevitabile della spinta migratoria. "Il tasso di natalità di arabo-israeliani e israeliani ebrei è così squilibrato - scrive Sofri - che, anche continuando l'immigrazione dalla diaspora, prima della metà del secolo la riduzione degli ebrei a minoranza di Israele sarebbe comunque un fatto compiuto." Tale eventualità viene senz'altro interpretata da Sofri come catastrofica per lo Stato d'Israele sia per l'Europa. Su questa base viene presentata sotto nuova luce la posizione dello storico israeliano Benny Morris, il quale dopo aver rivelato fra i primi le "pulizia etnica" che sta alle radici stesse dello Stato d'Israele, ora rimpiange che Ben Gurion non abbia, almeno, completato quell'opera che potrebbe ora diventare "benché ingiusta, inevitabile" (sic!).
Nel caso dell'Europa, secondo Sofri, verrebbe messo in pericolo addirittura il fatto (finora apparso scontato): "Che l'Europa sia il continente degli europei - cioè di una maggioranza schiacciante di europei indigeni di lunga data, e di formazione, se non di fede, cristiana" (sic!). Si tratta, come si vede, di una particolare interpretazione del complicatissimo problema dell'identità europea, che Sofri definisce la "fisionomia europea (…) che merita d'essere salvaguardata". Il fatto è che quella definizione, che Sofri mostra di fare sua, riecheggia (a mio parere non casualmente) temi e argomenti tipici della destra cattolica, diciamo del più "carolingio" papa Woytila, se non vogliamo citare (per doveroso rispetto del nostro interlocutore) il cardinal Biffi o don Baget Bozzo; quest'ultimo può forse essere stato incrociato da Sofri al tempo delle sue frequentazioni craxian-martelliane, ma escluderei che egli ne abbia potuto subire l'influenza, non foss'altro che per l'eccesso di volgarità e il paranoide anti-islamismo che caratterizza il prete ispiratore di Berlusconi (un ispiratore a sua volta ispirato, come dichiara l'interessato, da voci direttamente divine che gli si sono manifestate al cinema durante la visione di un film western).
Ma, tornando a cose serie, anzi terribilmente e tragicamente serie, vorrei far notare al Sofri sensibile difensore delle minoranze europee, che stando a quella concezione dell'identità europea che egli sembra fare propria, ne deriverebbe inevitabilmente l'esclusione dall'Europa, o almeno dal "concetto d'Europa", di tutti coloro che (per dirla con le sue parole) non sono affatto "europei indigeni di lunga data", e non sono affatto, né vogliono essere, "di formazione, se non di fede, cristiana". È questa la conseguenza logica di quella definizione di Europa proposta da Sofri che appare tanto inevitabile quanto per noi inaccettabile: non sono dunque europei a pieno titolo i bambini (nati in Italia e accesi tifosi della Roma) dai miei compagni cileni o argentini esuli al tempo della dittatura? Non sono dunque cittadini europei a pieno titolo i non cristiani, né per fede né per formazione? Non lo è un maestro di tutti noi come Mario Alighiero Manacorda, che rivendica orgogliosamente il proprio diritto all'ateismo ed alla formazione ateistica? E non sono europei i cittadini mussulmani di Sarajevo cari allo stesso Sofri? E (direi, soprattutto) non sono dunque europei a pieno titolo gli ebrei? Io personalmente non so che farmene di un'Europa, o di un concetto d'Europa, che escluda gli ebrei di Palestina Gesù di Nazareth e Paolo di Tarso, l'africano Agostino d'Ippona, l'arabo Averroè, via via "scendendo per li rami" fino al mulatto Dumas padre (quello dei Tre moschettieri), alla nonna turca di Elias Canetti che fumava il narghilé stesa sul sofà, e ai due bellissimi bambini del signor Leslie, il quale è venuto a lavorare qui partendo da Ceylon. O l'Europa è tutto questo, oppure (per quel che mi riguarda) che l'Europa scompaia pure.
Sono certo che Sofri, come la maggioranza (ma non la totalità) dei democratici lettori di "Repubblica" rifuggirebbe con orrore e sdegno dalle conclusioni (ripeto: inevitabili) che derivano da quella definizione dell'identità europea. Ma come un albero si riconosce dai suoi frutti, così una tesi si giudica sulla base delle conseguenze che essa porta con sé. È dunque la definizione d'Europa che Sofri propone che va messa in discussione, anzi decisamente respinta. Ma siccome Sofri parte invece da quella definizione, allora il prosieguo del suo ragionamento è tutto uno sforzo di arrampicarsi sugli specchi per non trarre, dalla sua stessa premessa, le inevitabili conseguenze politiche, che (assai giustamente) gli ripugnano. Non a caso egli scrive: "Esitiamo ad affrontare serenamente la questione, per orrore delle risposte precipitose (sic!) che offrono xenofobia e razzismo." In realtà xenofobia e razzismo possono offrire risposte solo a domande che contengano in sé il germe della xenofobia e del razzismo, e la domanda sottintesa "Come possiamo fare a conservare la nostra identità europea di fronte alla contaminazione dell'immigrazione?", è, appunto, una di tali domande, che non può avere se non tali risposte. Il germe della xenofobia e del razzismo è infatti già tutto in quel "conservare" non meno che in quel terribile "noi", che presuppone e costruisce, e al tempo stesso esclude, un "loro".
Così più avanti Sofri scrive, fra parentesi: "siano sempre i benvenuti (gli stranieri, NdR), dev'essere scritto sulle porte delle nostre città", ma aggiunge che il paragone con la nostra emigrazione in America non è proponibile, perché quella emigrazione "non era sentita come l'avanguardia o la quinta colonna dell'aggressione di un'internazionale nemica, com'è oggi per il rapporto fra Islam e islamismo." Su questa base egli deride la "retorica rassicurante" che paragona l'immigrazione alle invasioni barbariche, le quali come è noto non distrussero affatto, bensì fondarono, l'Europa che noi conosciamo; così come considera solo "un luogo comune" l'argomento della "Graecia capta ferum victorem cepit" (che si potrebbe tradurre: "la Grecia conquistata conquistò a sua volta, con la sua cultura, i romani conquistatori"), una frase che già definì un'altra vitalissima contaminazione, e di nuovo una contaminazione fondativa!, quella fra l'antica Roma e la cultura Grecia. Lui si sente infatti di stare "dalla parte invasa", e precisa che sapersi cittadino d'un mondo che sta per finire "non riduce il dolore e la resistenza". A noi, fatto salvo il rispetto per qualsiasi dolore, è però appunto il concetto di resistenza che preoccupa, se esso è riferito agli immigrati dal terzo Mondo. Resistere contro chi? E per salvare che cosa? Anche qui il discorso di Sofri ricorre alla finezza e all'intelligenza nel (vano) tentativo di smarcarsi il più possibile dalla difesa identitaria di tipo legaiolo; si tratta di difendere "Le nostre città, il nostro paesaggio, le nostre risorse naturali, le produzioni tradizionali (…) le nostre forme di vita, le lingue, le feste, le abitudini, i racconti."
Anche qui si potrebbe discutere a lungo quanto delle nostre feste e dei nostri racconti sia davvero "europeo indigeno di lunga data" (se perfino la Divina Commedia e il Decamerone sono in effetti debitori dell'Oriente!), per non parlare dei nostri cibi, dato che perfino il pomodoro 'n coppa ai nostri italianissimi spaghetti ci è venuto, e in fondo non molti secoli fa, da un altro continente extraeuropeo. Ma soprattutto, francamente, non risulta che gli immigrati, e quelli islamici in particolare, intendano mettere in questione le città, i paesaggi e i racconti degli italiani (sembra, piuttosto, che costoro aspirino essenzialmente a sopravvivere, e a sopravvivere lavorando): semmai è la violenta globalizzazione capitalistica di impronta statunitense che mette a rischio, in nome del profitto privato, anche ciò che nella nostra tradizione culturale non meriterebbe affatto di morire. Tuttavia non è contro la violenta schiacciasassi capitalistica che Sofri chiama a resistere, bensì contro "l'inversione della maggioranza" che si mostra già al "centro di Rotterdam o nella banlieu parigina, in certe galere o in certi quartieri." Né Sofri s'interroga come mai un nemico tanto pericoloso e potente invada proprio le parti più schifose e più rifiutate delle nostre società, non si impadronisca insomma di Piazza di Spagna come il Mac Donald, ma si accontenti di conquistare addirittura "l'inversione della maggioranza" nelle patrie galere.
Il nemico comunque è, una volta di più, chiarissimo per Sofri: "La sfida islamista (distinguo islamista da islamico)" che "non s'accontenta di rifiutare integrazione e assimilazione, ma la disprezza come il peggior collaborazionismo col nemico." E qui il discorso sofriano diventa, oltre che politicamente sdrucciolevole, anche logicamente contraddittorio, giacché non si vede come il diritto a conservare l'identità della propria cultura debba valere solo per alcuni e non per altri, e come si possa non riconoscere fra i fondamentali diritti culturali (e dunque politici) di ciascuno e di tutti il diritto di non integrarsi, o piuttosto di integrarsi come e quando ciascuno lo voglia, e solo se tale integrazione gli appaia preferibile, e naturale e fisiologica, e non insomma frutto di diktat e leggi, fossero pure queste ultime votate a stragrande maggioranza dall'Assemblée Nationale (peraltro tutta bianca e "cristiana") della Repubblica Francese, una e indivisibile. Quanto al concetto di "assimilazione", in un discorso che affronta anche la questione ebraica, sarebbe davvero meglio non parlarne: sono infatti troppo gravi le colpe dell'antisemitismo borghese à la Voltaire (e, occorre ricordare, anche à la Benedetto Croce) che, proprio in nome della superiore e laica civiltà europea, chiedeva ai testardi ebrei di rinunciare alla loro "superstizione" e di assimilarsi finalmente. Oppure il diritto a conservare la propria identità è uno ius loci, pertiene cioè solo a una terra, a dei confini, a uno Stato, e non a tutti gli uomini e a tutte le donne in quanto tali?
Vale forse anche per Sofri il terribile principio controriformistico "cuius regio, eius religio"? Se così fosse, non ci sarebbe allora più ragione né argomento per criticare le pulizie etniche, giacché l'unico modo per esercitare il sacrosanto diritto a vivere e a vedere rispettata la propria cultura sarebbe ottenere un territorio in cui si corrispondano bi-univocamente un popolo (e uno solo) una cultura (e una sola) e uno Stato, cioè insomma l'idea terribile di uno Stato etnico, ed etnicamente "puro"; dunque "la Croazia è lo Stato dei Croati" (come recita quella Costituzione fascisteggiante), e "l'Italia è lo Stato degli Italiani" e "l'Europa è lo Stato degli Europei", e così via "ripulendo", perseguitando, o cacciando e sterminando, chi non corrisponda a tale idea. Ma è questa un'idea nazista e folle: nazista perché fonda il diritto (perfino il diritto! viene da dire) sul "sangue", e sul rapporto che si ipotizza fondativo dello Stato fra "sangue" e "terra"; ma anche folle, perché nella società globalizzata caratterizzata dalla circolazione illimitata delle merci, e dunque inevitabilmente anche di quelle persone-merci che nel capitalismo sono i lavoratori, soltanto una violenza inaudita e feroce, anzi soltanto uno stato di autentica guerra interna permanente, potrebbe imporre a milioni di cittadini culturalmente diversi di assumere forzosamente l'identità culturale maggioritaria, oppure di andarsene "fora dai ball", come si esprimerebbe il senatore della Repubblica italiana Borghezio. D'altra parte Sofri non si nasconde che la questione si svolge già all'interno di una "situazione di guerra endemica, e ne soffre l'impronta".
La domanda che si pone è allora la seguente: possiamo noi accettare una tale guerra? E parteciparvi, magari ricercandone motivazioni "laiche" e "presentabili", che la rendano accettabile anche per i democratici lettori di "Repubblica", sempre pronti a tifare per qualsiasi guerra purché gli venga presentata come "etica" e/o "umanitaria"? O non dobbiamo invece tirarci fuori da questa guerra con assoluta nettezza, dichiarando anzi guerra a questa orribile guerra che (essa sì) promette di invaderci e di stravolgere le nostre vite? La questione, come si vede, è effettivamente complessa, e non solo per i contorcimenti dialettici a cui Sofri è costretto dalla sua stessa impostazione. L'unico modo di risolverla è, a me pare, sottoporre a critica rigorosa il concetto stesso di identità, dato che, una volta assunto quel concetto come base del proprio ragionamento diventa inevitabile un esito difensivo-discriminatorio-offesivo di carattere etnicista, insomma di tipo croato (o sharonista, o leghista, o islamista-integralista, o comunque lo si voglia nominare). L'identità (al singolare e con una invisibile ma pesantissima "i" maiuscola) in effetti non esiste; essa non è affatto un dato, è semmai un processo, e più precisamente il risultato di un processo di costituzione del dominio. Come ci insegna John Holloway "La definizione implica la subordinazione", e "Il grido dell'insoburdinazione è il grido della non-identità".
Gli uomini e le donne non "nascono" affatto italiani oppure romani oppure europei oppure islamici oppure ebrei oppure eterosessuali oppure comunisti oppure tifosi dell'Inter, etc., essi/e sono alcune di queste cose, o tutte queste cose insieme e (fortunatamente) sono sempre anche dell'altro. "Siamo indigeni, e non solo questo", hanno detto gli zapatisti, e in quel "non solo questo" vive tutto il loro rifiuto a vestire i panni dell'identità, e a lasciarsene rinchiudere dall'avversario; e, si noti!, gli zapatisti riuscivano a far questo proprio nel momento stesso in cui (non contraddittoriamente) insorgevano per difendere un'identità oppressa e cancellata dal capitalismo e dall'imperialismo. Esistono dunque le diverse identità, ma sempre e solo al plurale, e vivono dentro ciascuno di noi, chiedendo di convivere e di non lasciarsi sopprimere fino a ridurci all'immagine limitata e distorta e violenta di una sola identità, alternativa e nemica rispetto a tutte le altre. Una volta di più l'ebraismo e la sua storia potrebbero funzionare da straordinaria lezione (se non si lasceranno definitivamente sfigurare da quella loro radicalissima negazione guerriera e oppressiva che è rappresentata da Sharon e dai suoi sostenitori): per secoli gli ebrei d'Europa hanno rivendicato, contro la corrente prevalente dell'identità singolare ed esclusiva, nazional-cristiana, proprio di essere "ebrei, e non solo questo", di poter vivere non contraddittoriamente le loro diverse appartenenze, essendo sempre e soltanto di razza umana ma, ad esempio, di nazionalità italiana e di cittadinanza austro-ungarica e di sentimento e cultura europei e di lingua tedesca o yiddish e di tradizione o appartenenza o religione ebraica (e magari di rito tripolino o sefardita) e così via, sempre contaminando queste diverse e non contraddittorie identità nelle mille e mille combinazioni possibili. Questo rifiuto ebraico di ciò che definirei l'identità identitaria (cioè esclusiva e totalitaria), o meglio questa negazione vivente di una tale identità che l'ebraismo ha rappresentato dimostrando con la sua stessa esistenza l'intrinseca assurdità dell'identità, non è certo l'ultima fra le ragioni dell'antisemitismo moderno.
E ora, ricominciamo? Ricominciamo a proporre/imporre un'identità etnica europea (quale che essa sia) nutrendola di paura e contrapponendola a tutte le altre? Ma c'è di più: l'identità, oltre ad essere necessariamente plurale, è anche (grazie a Dio) mobile, cioè in continua evoluzione, esposta com'è di continuo alla contaminazione e al mutamento. Anche questa è una gloria dell'Europa, essere stata capace nel tempo di modificare profondamente la propria identità culturale: questo, e non altro, significa avere avuto una storia. L'attuale avvicinamento, e quasi fusione, fra Francia e Germania, cioè fra le due nazioni più nemiche nella storia d'Europa, non dimostra forse che l'incontro reciproco fra le diversità è non solo possibile ma, in un certo senso, inevitabile? Già nel tempo, tutto sommato breve, della nostra personale memoria (qualche decennio) l'identità dell'Europa è cambiata davvero molto, e di questo cambiamento profondo la presenza islamica non è certo il fattore preponderante. Siamo cambiati; ma anche gli altri cambiano. Ora solo il razzismo culturale (congiunto ad un'ignoranza profonda della storia dell'Islam di cui anche il razzismo anti-islamico, come ogni razzismo, si alimenta) può presumere che la cultura e l'identità islamica resteranno per sempre identiche a se stesse nell'incontro con l'Europa. Dunque "noi" europei e "loro" islamici (ma mi viene quasi da ridere nello scrivere questo stupidissimo "noi" e "loro") ci modificheremo a vicenda, anzi (per quanto simile prospettiva faccia incazzare i Baget Bozzo e le Fallaci) ci mescoleremo, perché i nostri figli e i loro figli, prima o poi, si ameranno e si sposeranno. Di queste contaminazioni e di questi amori futuri (ma già presentissimi mentre scrivo) non ne risentiranno certo né i nostri paesaggi né i nostri racconti, si rassicuri Sofri, e forse se ne gioverà parecchio la nostra cucina, e non solo questa. Anzi se è vero, come credo, che solo contaminandosi una cultura può davvero vivere e sopravvivere nel tempo, allora saranno proprio questi nostri nipoti che conserveranno il meglio della nostra stessa tradizione culturale nazionale ed europea che merita di essere conservato. Quando, fra qualche decennio, nessuno si ricorderà più dell'esistenza di Oriana Fallaci (e il suo libello anti-islamico sarà citato solo nelle antologie storiche del razzismo che fu), ci sarà comunque a Firenze qualche laureato in storia dell'arte alla Normale di Pisa che, colla pelle un po' scura e l'accento toscano, dopo aver pregato rivolgendosi alla Mecca, illustrerà la bellezza della cupola del Brunelleschi ai turisti giapponesi.
Non sono, e non saranno, tutte rose e fiori, sarebbe ingenuo aspettarselo: l'incontro fra le diversità sarà, come è sempre, anche uno scontro; ma che almeno non sia scontro intorno a identità fissate ed inventate, non sia rivendicazione razzistica di superiorità inesistenti, anche perché questo atteggiamento può solo rafforzare nell'altro campo un simmetrico riflesso razzista-identitario, e alimentare una spirale identitaria di guerra, questa sì catastrofica per ogni convivenza civile. È proprio questo che sta accadendo in Israele-Palestina, e in questo senso occorre rovesciare il ragionamento di Sofri: la politica attuale di Israele è sì un paradigma che vale per l'Europa, ma in negativo, è esattamente ciò (a me pare) che non bisogna fare se si vuole evitare la catastrofe. Non mi voglio sottrarre, in conclusione, alla difficoltà di pronunciarmi su questa che è effettivamente la più spinosa delle questioni (ma forse anche la più straordinaria delle occasioni di pace: se la pace si riesce a costruire lì, allora essa è davvero possibile in ogni parte del mondo): io pure credo, come Sofri, che la soluzione prospettata da Judt anche per Israele-Palestina ("diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale") sia oggi per Israele solo "una confusione fra auspicio e realtà". La realtà, cioè la soluzione possibile e anzi urgentissima, è invece oggi la proposta (che Sofri, chissà perché, definisce "malinconica") di "due popoli e due Stati", una proposta che è stata precisata fino nei minimi dettagli (dunque è stata dimostrata definitivamente come del tutto realistica e praticabile) dalla diplomazia "dal basso" che ha dato vita all'incontro israelo-palestinese di Ginevra.
Ma qui Israele ritorna ad essere l'eccezione, non certo la regola anche per l'Europa, come Sofri vorrebbe: direi che solo per Israele, in tutto il mondo, può essere lecito riconoscere e garantire il carattere ebraico dello Stato, perché solo quella paura israeliana è (per così dire) legittima, essendo motivata purtroppo dalle vicende uniche ed irripetibili dell'antisemitismo, soprattutto europeo, e della tutta europea shoà; d'altra parte un tale riconoscimento del carattere ebraico dello Stato d'Israele è esattamente ciò che i palestinesi, pagando un prezzo altissimo di cui nessuno sembra dare loro atto, hanno già accettato di fare.
E allora si tenga conto dell'unica paura davvero "parallela" a quella israeliana, che non è quella europea (come Sofri mostra di credere) ma è invece quella palestinese; ed è anche questa una paura, ahimé, ben fondata, almeno tanto quanto quella israeliana, perché è nutrita ogni giorno dall'esperienza vissuta dell'ingiustizia e del sopruso, dell'aggressione e della rappresaglia; e si proceda senza indugi al riconoscimento di uno Stato palestinese vero e rispettato, in cui possano crescere le generazioni nella pace e nella speranza, non solo nella umiliazione e nella disperazione che alimentano, se non provocano, il terrorismo. Nel medio-lungo periodo è proprio questo Stato palestinese pacifico e amico anche l'unica vera garanzia di esistenza in pace per Israele.
Ma parlare, come Sofri ha fatto, di "paure parallele" per Israele e l'Europa, due paure che ci potrebbero spingere tutti ad imitare Sharon (cioè alla cinica strumentalizzazione della paura per rinfocolare e rendere eterna la guerra) significa proporre una lettura del tutto falsa del presente d'Europa e, ciò che più conta, una visione inaccettabile del suo futuro.
Raul Mordenti
Roma 14/2/2004