L’ERA DELL’ACCESSO, di Jeremy Rifkin
(Mondadori 2000, decima ristampa 2007)
Non abbiamo le competenze necessarie per una vera e propria recensione di questo importante libro, anche se scritto in modo e col proposito d’interessare tutti, non solo gli economisti. Ci limiteremo a metterne in evidenza alcuni punti cruciali, ricorrendo molto a citazioni. Il Rifkin vede e studia l’era attuale come quella in cui, utilizzando le nuove tecnologie, si passa da una società, da un’economia, da una cultura, insomma da un mondo fondato sulla nozione di proprietà a un altro fondato sull’accesso.
«“Il ruolo della proprietà – così comincia il libro – sta cambiando radicalmente, con effetti di straordinaria portata sulla società. Per tutta l’era moderna, proprietà privata e mercati sono stati sinonimi; anzi, la stessa economia capitalistica è fondata sull’idea di scambio di beni in liberi mercati […]. Nella nuova era, invece, i mercati stanno cedendo il passo alle reti e la proprietà è progressivamente sostituita dall’accesso […]. Lo scambio di proprietà fra compratori e venditori – l’aspetto più importante del moderno sistema di mercato – cede il passo a un accesso temporaneo che viene negoziato fra “client” e “server” operanti in una relazione di rete. Il mercato sopravvive, ma è destinato a giocare un ruolo sempre meno rilevante nelle attività umane» (p. 5-7).
Dunque il passaggio dall’era della proprietà all’era dell’accesso si traduce economicamente, nel Rifkin, in passaggio dall’ economia di mercato all’ economia delle reti. Adesso, di conseguenza, i meccanismi economici si caratterizzano nei termini seguenti:
«In un’economia delle reti è più facile che sia negoziato l’accesso a una proprietà fisica o intellettuale, piuttosto che venga scambiata la proprietà stessa. Così, nel processo economico, la proprietà del capitale fisico – un tempo fondamento della civiltà industriale – diventa sempre meno rilevante. […] Sono le idee, i concetti, le immagini - non le cose – i componenti fondanti del valore. Ed è necessario sottolineare che il capitale intellettuale raramente viene scambiato: rimane invece in possesso del fornitore, il quale lo noleggia o ne autorizza un uso limitato da parte di terzi. […] Fra venticinque anni, è probabile che un numero sempre maggiore di imprese e di consumatori percepirà l’idea stessa di proprietà come un limite, qualcosa di obsoleto, fuori moda. In parole semplici, la proprietà è un’istituzione che si adatta con ritmi troppo lenti alla velocità travolgente della cultura del nanosecondo [sic]. Essa si fonda sull’idea che il possesso di un bene materiale per un prolungato periodo di tempo rappresenti, in sé, un valore; che “avere”, “possedere”, “accumulare” siano concetti positivi. Oggi, però, la rapidità dell’innovazione tecnologica e il ritmo stordente dell’attività economica mettono in discussione la nozione di possesso. In un mondo di produzioni personalizzate, di continue innovazioni e aggiornamenti costanti, di prodotti con un ciclo di vita sempre più breve, tutto invecchia molto in fretta: in un’economia la cui unica costante è il cambiamento, avere, possedere, accumulare ha sempre meno senso» (p. 7-9).
Rifkin è un economista che non si limita a parlare soltanto di economia. Cerca anche di vedere le implicazioni filosofiche, antropologiche di quello che sta dicendo da economista. Perciò prosegue e conclude questa prima parte del suo discorso affermando:
«in un mondo in cui la titolarità personale dei beni è stata sempre considerata un’estensione dell’essere e una sorta di “misura dell’uomo”, la perdita d’importanza della proprietà […] lascia intravedere un cambiamento prodigioso nella maniera in cui le generazioni future percepiranno la natura umana. Un mondo fondato sui rapporti d’accesso genererà, molto probabilmente, un uomo del tutto diverso da quello attuale» (p. 9).
In definitiva, “l’era dell’accesso non porta con sé solo nuovi strumenti per riorganizzare l’esistenza, ma anche nuove definizioni del concetto di essere umano. Ora, in questo scenario del tutto nuovo, in questo mondo assolutamente diverso da quello che finora ci è noto e che è stato codificato dal diritto romano (il cui studio è ancora basilare nelle nostre facoltà di giurisprudenza), di fronte a questo cambiamento radicalissimo dell’autocoscienza umana e anzi dell’uomo stesso, il capitalismo, se vuole sopravvivere, deve adeguarsi e cambiare parecchio esso pure. All’operazione che il capitalismo sta cercando di fare a tal fine, e sinora con successo, è dedicata, nel libro del Rifkin, una seconda serie di considerazioni. Per il capitalismo si tratta – così, sintetizzando molto, mi pare dica in sostanza il Rifkin – di stabilire la sua presa, e di farlo fortemente, quindi di appropriarsi, non più di beni materiali, ma immateriali. Questa appropriazione, in un sistema economico fondato sull’accesso, significa avere l’esclusiva dei beni immateriali. E’ questo che dà potere e consente di detenere la forza dominante. Ora, la formula giuridica di questa esclusiva è il brevetto.
“Idee sotto forma di brevetti – scrive il Rifkin -, diritti sulle opere dell’ingegno, marchi, segreti industriali e relazioni , sono utilizzati per creare un nuovo tipo di potere economico, in cui pochi “megafornitori” controllano estese reti di utenti” (p.79). Cerchiamo di vedere le cose in concreto, in termini pratici, di prassi. Uno dei campi principali dove stiamo già assistendo (e ne dobbiamo essere particolarmente preoccupati) all’appropriazione capitalistica mediante brevetti sia della conoscenza umana, sia dell’uomo stesso, immediatamente e fisicamente assunto nella sua vita corporea, è il campo delle scienze biologiche. Negli Stati Uniti – ci informa il Rifkin – c’è un Ufficio molto importante, che è appunto quello dei brevetti. E’ chiamato Patent and Trademark Office (PTO). Ora, è da sapere che nel 1928:
«al gruppo di scienziati che richiese un brevetto sul tungsteno, il PTO […] oppose un rifiuto. Una corte federale, in seguito, confermò la decisione del PTO, affermando che, sebbene i ricorrenti avessero scoperto il tungsteno e fossero riusciti a purificarlo per primi, la sostanza in sé era sempre esistita in natura e, perciò, una semplice scoperta naturale non poteva essere considerata una “invenzione”. Nel 1987, però, […] il PTO ha emesso un rivoluzionario decreto in cui dichiarava che le componenti di creature viventi (geni, cromosomi, cellule e tessuti) sono brevettabili e possono essere considerate proprietà intellettuale di chiunque ne isoli per primo le proprietà, ne descriva le funzioni e ne individui applicazioni commerciali utili. Alcuni geni e cellule dell’uomo, come quelli di altre creature, sono già stati brevettati e gli osservatori prevedono che, in meno di venticinque anni, gran parte del patrimonio genetico comune, eredità di milioni di anni di evoluzione di tutte le specie terrestri, sarà stata isolata, identificata e messa sotto il controllo esclusivo, sotto forma di proprietà intellettuale, di uno sparuto gruppo di multinazionali della biologia» (p. 90).
Così stando le cose - dice il Rifkin –
«La maggior parte dei lettori sarà sorpresa nell’apprendere di non avere più alcun diritto di proprietà sul proprio corpo e di non poter più disporre, secondo la propria volontà, del proprio DNA e delle proprie cellule» (p. 96).
Ma non basta. Il capitalismo tende ormai, e riesce, a mercificare le stesse relazioni umane:
«La sfera economica sta ampliando la propria portata e aumentando la penetrazione in tutti gli aspetti dell’esistenza e […] sempre più spesso rappresenterà il luogo in cui si svolgerà la parte più consistente della vita quotidiana degli uomini» (p. 151).
Il capitalismo, in definitiva, sta mercificando la cultura in quanto tale:
«buona parte di ciò a cui oggi accediamo a pagamento, fino a ieri era un bene culturale fruibile gratuitamente. In effetti, stiamo già cominciando ad acquistare le nostre esperienze, insieme all’eccitazione e agli stimoli culturali che le accompagnano. La nostra vita culturale è sempre più “risucchiata” nella sfera economica, con profonde e permanenti ripercussioni sul futuro della civiltà» (p. 320).
Ma secondo ogni verisimiglianza, al capitalismo sta accadendo l’opposto di quello che, secondo il mito greco, accadeva al re Mida. Costui trasformava in oro tutto ciò che toccava. Il capitalismo distrugge l’oro nel momento stesso in cui se ne appropria, perché quest’oro, quando se ne appropria e per il fatto che se ne appropria, non è più oro. Fuor di metafora, in tanto il capitalismo viene appropriandosi e viene mercificando la cultura, in quanto la trasforma alienandola in altro da sé, in qualcosa che cultura non è e non può essere. Si domanda infatti retoricamente il Rifkin:
«Quali conseguenze collettive ha l’assorbimento della vita culturale in quella economica? […] Cosa ne è della condizione e dello spirito umani? C’è ancora spazio per pensare allo scopo della vita o, in ultima analisi, l’unica cosa che rimane da fare è ascoltare i messaggi urlati della pubblicità, occasionalmente interrotti da un sussurro che avverte: “lo spettacolo riprende”?» (p. 320).
A queste domande retoriche, lo stesso Rifkin risponde come segue:
«Se il sistema capitalistico continuerà ad assorbire porzioni sempre più vaste dei territori della cultura nella sfera economica, sotto forma di prodotti, produzioni ed esperienze culturali, diventa reale il rischio che la cultura si atrofizzi, fino al punto di non riuscire più a produrre capitale sociale sufficiente a supportare l’economia. Il delicato equilibrio fra cultura ed economia sarebbe scosso, dal momento che il capitale sociale – che è prodotto esclusivamente dalla cultura, ma rappresenta il lubrificante fondamentale dei meccanismi dell’economia – si consumerebbe fino ad annullarsi» (p. 326).
Da questo punto in poi, potrebbe sembrare che il ragionamento del Rifkin venga a sfociare in una logica dialettica riecheggiante in qualche modo quella di Marx: le contraddizioni interne al capitalismo, o meglio quella che è oggi la sua principale contraddizione interna – il fatto cioè di distruggere la cultura nell’atto stesso in cui se ne impadronisce –, porterà il capitalismo a porre le condizioni della sua “sepoltura”. Scrive infatti il Rifkin:
«La sfera commerciale sta cercando di offrire qualcosa che, in ultima analisi, non le appartiene: accesso a una vita di comunione profonda e di evoluzione personale. L’economia può fornire molti e preziosi beni materiali: benessere, comodità, alcune forme di conoscenza, di divertimento e di intrattenimento. Tutti elementi essenziali per vivere una vita piena e soddisfacente. Ma non può, assolutamente, produrre i due elementi più importanti – la fiducia sociale e l’empatia -, i valori e i sentimenti che forgiano l’umanità e danno forma alla cultura. Quando la sfera economica cerca di vendere l’accesso a un’accozzaglia informe, a un “pastiche” di brandelli di cultura e di esperienze vissute, rischia di avvelenare la sorgente a cui attingiamo valori fondamentali e sentimenti imprescindibili» (p. 328).
A ben vedere, però, non si può dire che il Rifkin stia dentro un’impostazione di tipo dialettico. Egli conclude infatti il suo discorso parlando non di fatali e finali “rovesciamenti della prassi”, ma della necessità di strategie politiche per ristabilire un equilibrio nelle cose umane:
«Riportare cultura ed economia nell’ambito di un’ecologia bilanciata, dunque, è probabilmente uno dei compiti che la politica si dovrà assumere nella nuova era. Garantire un equilibrio accettabile significa dedicare eguali attenzioni alla vivacizzazione delle culture locali e alla tutela del diritto di accesso alle merci culturali sul mercato globale. Le nuove reti commerciali devono trovare una controparte in nuove reti culturali; le nuove esperienze virtuali in nuove esperienze reali; i nuovi divertimenti a pagamento in nuovi rituali culturali. L’enfasi dovrebbe esser posta su una più equa ripartizione del tempo e dell’attenzione degli individui tra la sfera economica e quella culturale, in modo da trovare un terreno comune fra due modi complementari, ma troppo spesso in conflitto, di organizzare le attività e le relazioni umane» (p. 334).
Se interpretiamo bene il pensiero del Rifkin, ci sembra che di fronte alle minacce di esiti mortali del capitalismo giunto alla sua fase presente, egli prospetti un’uscita dal capitalismo stesso che non sia, “ipso facto”, uscita dall’economia. E in effetti, dovrebbe ormai esser chiaro che va evitato l’errore d’identificare tout court il capitalismo con l’economia, con il mercato ecc. E’ un errore, in definitiva, banale, ma ancora vi si cade non di rado anche “a sinistra”. Bisognerebbe fare uno sforzo per vedere il capitalismo quale esso è realmente, ossia l’espressione storica moderna (e multiforme) dell’attività economica. Sul piano politico, se si vuole appunto evitare un tale errore, bisogna allora lavorare alla costruzione di un’ organizzazione sociale non già priva di economia, o con un’economia ridotta al minimo, bensì di una società in cui l’economia non eserciti più un predominio schiacciante su ogni altra dimensione della vita umana.
Bisogna lavorare per un’organizzazione sociale in cui l’economia (nel corretto dispiegamento di tutte le sue fondamentali categorie moderne: iniziativa imprenditoriale, accumulazione, profitto, finanza e quant’altro) sia una delle dimensioni fondamentali della vita umana, accanto alle altre, con pari dignità e in corretta relazione con le altre, quali sono enumerate ad esempio da Marx in un passo dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 : «la religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte, ecc.» (trad. it. di N. Bobbio, Einaudi 1968. p. 112). Bisogna lavorare, quindi, per un’ organizzazione sociale in cui la divisione del lavoro non sia più alienazione: non corrisponda più – per dirla in termini attuali – al cosiddetto “digital divide”, alla divisione tra persone in grado e non in grado di usare le nuove tecnologie, tra persone “skilled” e “un-skilled” rispetto alle loro veloci trasformazioni, aggiornate e non aggiornate sui “nuovi saperi”, incluse ed escluse dalla conoscenza quale essa è ritagliata (e deformata) negli scenari del presente, il che vuol dire però, allo stato delle cose e ragionando realisticamente, escluse dalla conoscenza “simpliciter”.
Bisogna lavorare infine per un’organizzazione sociale in cui, d’altra parte, la divisione del lavoro non sia negata e rifiutata perché divisione del lavoro. Per un’organizzazione sociale, invece, in cui la divisione del lavoro (che è necessariamente comportata dalla stessa natura sociale dell’uomo) vi sia, ma sia fondata sul riconoscimento degli specifici carismi di tutti, nessuno escluso, dal monaco all’imprenditore, e sull’ utilizzazione dei carismi di tutti – nella loro interazione e reciproco supporto - in ordine ai veri bisogni umani, che in quanto tali sono bisogni comuni. Queste, certo, sono cose più facili da dire che da fare. Intanto, però, si potrebbe cominciare a prenderne, almeno nelle linee generali, una maggiore consapevolezza, uscendo da confusioni, approssimazioni, rimasticature grossolane di posizioni ideologiche che hanno pur svolto un grande ruolo di critica e di mobilitazione, ma in epoche trascorse.
AVVERTENZA – Notizie biografiche e bibliografiche sul Rifkin si possono vedere sul sito della “Foundation on Economic Trends” da lui presieduta:
http://www.foet.org e sull’enciclopedia in rete “Wikipedia”.