(Haiti Support Group)
Sacerdote, uomo politico. Nato nel 1953 a Port Salut, nel Sud-ovest del Paese, ma vissuto per la maggior parte dell’infanzia nei quartieri poveri di Port-au-Prince, fu educato dai Salesiani. Si laureò nel 1979 all’Università statale. Ordinato sacerdote nel 1982, proseguì gli studi accademici nel Canada. Tornato in Haiti nel 1985, gli fu affidata la parrocchia di S.Giovanni Bosco, situata negli “slums” della città bassa, loc. La Salina. Fondò un centro raccolta bambini di strada senza famiglia e sostenne la Teologia della Liberazione, movimento cattolico per una pienezza spirituale basata sulla libertà sociale e politica. Divenne molto popolare fra gli haitiani poveri quando furono radiotrasmessi i suoi sermoni e discorsi che incitavano il popolo a liberarsi dalla povertà, dall’apatia, dal degrado. Sfuggito a numerosi attentati, divenne leader carismatico del movimento contadino deciso a farla finita con il duvalierismo e a creare in Haiti una società nuova. Come alfiere del movimento Lavalas per la giustizia, la trasparenza e la partecipazione popolare, riportò una vittoria schiacciante nelle elezioni presidenziali del 1990.
Dopo soli otto mesi fu rovesciato da un violento colpo di Stato, rimase in esilio per tre anni, finchè fu reinsediato nella sua carica da un intervento militare delle Nazioni Unite [voluto da Clinton, che inviò 20.000 “marines” – n.d.t.]. Nel quadro degli aiuti internazionali ad Haiti, Aristide fu indotto ad attuare un “programma di aggiutamento” comportante privatizzazioni, apertura delle dogane per le importazioni, riduzione della pubblica amministrazione. Nei 16 mesi in cui rimase in carica Aristide fu tiepido nei confronti di queste riforme, ma spaventò i sostenitori più radicali sostenendo la necessità di riconciliazione con i Macoutes e l’élite economica. Forse la sua eredità più importante fu lo scioglimento dell’esercito haitiano, avvenuto nel 1995. Non potendo avere un secondo mandato per dispozione costituzionale, gli successe come presidente il suo ex primo ministro René Préval, nel febbraio del 1996.
Nel marzo successivo inaugurò la “Fondazione Aristide per la Democrazia”, organismo che impressionò amici e nemici, concedendo prestiti senza interessi a migliaia di piccoli imprenditori e distribuendo mezzi per la sanità e l’istruzione. Durante il 1996 si separò da alcuni compagni nel movimento Lavalas e fondò un nuovo partito politico, “FAMNI Lavalas” (Famiglia Lavalas). Questo partito ottenne quasi tutti i seggi nelle elezioni locali generali di maggio e giugno 2000. Lo stesso Aristide si candidò di nuovo a presidente nelle elezioni di fine novembre 2000. Non avendo concorrenti seri, fu eletto con oltre il 90% dei voti. Il 7 febbraio 2001 s’insediò per la seconda volta come presidente di Haiti [Soverchiato da un sollevamento militare sostenuto dagli USA, il 29 febbraio 2004 Aristide è costretto a lasciare nuovamente il Paese, su un aereo messogli “cortesemente” a disposizione da Bush. Va nella Rep. Centro-africana, poi nel Sud-Africa dove si trova tuttora – n.d.t.]
“La drammatica partenza da Haiti di J.-B. Aristide
E’ la seconda volta che il presidente è stato costretto all’esilio”
Il sig. Aristide, primo presidente liberamente eletto nei duecento anni dell’indipendenza haitiana, aveva ripetutamente dichiarato, sfidando gli avversari, di voler restare in carica fino al termine del suo mandato, nel 2006. Messo però alle strette dalla rivolta, giunta oramai ad accerchiare la capitale, dopo anni di lamentele sul suo operato, è stato costretto a lasciare il Paese. Allo stato delle cose, osteggiato com’è da Stati Uniti e Francia, difficilmente si può pensare a suo nuovo ritorno. L’ex sacerdote cattolico-romano, peraltro, godeva un tempo di largo sostegno popolare, come protettore dei poveri. Nel 1990 riportò una netta vittoria, che gli diede il potere come primo presidente haitiano democraticamente eletto. Qualche mese dopo fu rovesciato da un sanguinoso sollevamento militare. Andò in esilio negli USA, da dove condusse una campagna contro i nuovi dirigenti militari di Haiti. I suoi sforzi ebbero successo e potè reinsediarsi nel 1994, quando il governo dei militari fu costretto lasciare il potere sotto le pressioni internazionali e per l’intervento di 20.000 soldati, in maggioranza americani
La crisi
Non potendosi ripresentare alle elezioni presidenziali del 1995 [opponendovisi una norma costituzionale – n.d.t.], fu sostituito da René Préval. Ma non gettò la spugna e vinse le elezioni del 2000, boicottate dai gruppi di opposizione. Il suo partito “Lavalas” ottenne oltre l’80% dei seggi nelle amministrazioni locali e al Parlamento, ma la regolarità delle votazioni fu messa in dubbio dagli osservatori internazionali. Nel suo secondo mandato, Aristide dovette confrontarsi con una crisi politica, sociale ed economica. L’opposizione rifiutò di riconoscere l’esito elettorale e nel luglio del 2001 alcuni ex ufficiali del disciolto esercito furono accusati di un tentativo di colpo di Stato. Secondo i gruppi di opposizione, si era trattato di una messa in scena da parte governativa, per giustificare misure repressive. Nel 2003 le proteste crebbero e divennero sempre più violente.
Il combattente dei poveri
Nato nel 1953, Jean-Bertrand Aristide frequentò una scuola e un seminario di confessione cattolico- romana. Fu ordinato sacerdote nel 1982 e sostenne vigorosamente la Teologia della liberazione, che invitava la Chiesa a impegnarsi nei problemi sociali, comprese la povertà e l’oppressione. Nel 1986 fu tra i fondatori di un Centro di raccolta di bambini di strada. Oratore incendiario, si fece campione dei poveri, avvocato della democrazia e dirigente della lotta contro la dittatura di Jean-Claude Duvalier detto “Baby Doc”. Ma la sua linea politica e la sua crescente popolarità preoccuparono eminenti prsonalità haitiane, al punto che negli anni Ottanta fu oggetto di vari attentati. La sua attività politica gli attirò inoltre l’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1988 fu espulso dal suo ordine religioso e nel 1994 svestì l’abito sacerdotale. In seguito si sposò. Arisitide si era impegnato a indire nuove elezioni nel 2004 e a promuovere un programma di lotta alla povertà. Non riuscì tuttavia ad aver ragione delle resistenze alla sua politica, e sotto la sua presidenza Haiti non potè superare la sua condizione di Paeve più povero del continente americano. Aristide è caduto all’indomani della messa in dubbio, da parte dell’amministrazione di Washington, della sua “idoneità a continuare a governare” e al culmine di una crisi provocata in larga misura da tale stessa amministrazione.
Intervista di Naomi Klein per “The Nation” – 1° agosto 2005
Quando i soldati delle Nazioni Unite uccidono degli abitanti dello “slum” haitiano Citè Soleil, accade spesso che amici e parenti mettano sul proprio corpo ritratti del presidente in esilio Jean-Betrand Aristide. E’ una silenziosa denuncia del fatto che dovrebbe esserci un limite anche alla follia imperversante a Port-au-Prince. Gli ahitani poveri che vengono massacrati non sono, come si sente dire, dei “violenti”, ma dei militanti che osano chiedere il ritorno del loro presidente regolarmente eletto. Sono passati solo dieci anni da quando il presidente Clinton esaltò il ritorno di Aristide come un “trionfo della libertà sulla paura”. Che cosa è dunque cambiato? Corruzione? Violenza? Frode? Certo Aristide non è un santo. Ma anche se fossero vere le peggiori accuse contro di lui, esse impallidiscono in confronto con le violenze e gli stupri commessi dai noti assassini, dai contrabbandieri di droga e dai trafficanti di armi che hanno rovesciato Aristide e continuano a circolare liberamente col pieno appoggio dell’amministrazione Bush e delle Nazioni Unite. Aver riconsegnato Haiti a questa consorteria malavitosa in considerazione del difetto di “buon governo” da parte di Aristide, è come sottrarsi a un problema importante accettando di essere accompagnati a casa da Carles Manson [noto “serial-killer” di gialli e films- n.d.t.]
Poche settimane or sono ho fatto visita ad Aristide in Pretoria, Sud-Africa, dove vive attualmente in forzato esilio. Gli ho chiesto cosa c’è stato realmente dietro la sua drammatica rottura con Washington. Mi ha dato una spiegazione che oggi è raro udire nelle discussioni politiche su Haiti. Le ragioni – mi ha detto – sono state tre: «privatizzazioni, privatizzazioni, privatizzazioni». La questione risale a una serie di incontri svoltisi agli inizi del 1994. E’ stato un momento decisivo nella storia di Haiti, del quale finora Aristide aveva parlato poco. Gli haitiani vivevano allora sotto il barbaro governo di Raoul Cédras, che nel 1991 aveva rovesciato Aristide con un’operazione golpista partita dagli Stati Uniti. Aristide si trovava a Washington e, sebbene il popolo invocasse il suo ritorno, non aveva modo di fronteggiare i golpisti della Giunta senza un appoggio militare. L’amministrazione Clinton, sempre più in imbarazzo per gli abusi di Cédras, offrì ad Aristide uno scambio: truppe americane l’avrebbero riportato ad Haiti, ma solo se lui avesse accettato un programma di profonde riforme economiche, aventi il dichiarato obiettivo di «trasformare in modo sostanziale la natura dello Stato haitiano». Arisitide accettò di pagare i debiti accumulatisi durante la cleptocratica dittatura di Duvalier, di abolire il servizio civile, di aprire Haiti al “libero commercio” e di dimezzare i dazi sul riso e sul grano. Era uno sporco affare – dice Aristide – ma non avevo scelta. «Ero lontano dalla mia patria, e la mia patria era il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Cosa avrei dovuto fare?».
I negoziatori di Washington aggiunsero però una richiesta che Aristide non poteva accettare in alcun caso: la vendita immediata delle imprese a gestione statale, compresi i telefoni e l’elettricità. Aristide spiegò che delle privatizzazioni senza regole avrebbero trasformato i monopoli statali in proprietà oligarchiche, favorendo così l’élite degli haitiani ricchi e privando i poveri di misure di protezione sociale. Disse che una simile proposta era semplicemente priva di senso: «Per ogni persona onesta due più due fa quattro. Volevano farmi firmare che fa cinque». Aristide propose un compromesso. Invece di vendere senz’altro quelle aziende, le avrebbe “democratizzate”. Di preciso, avrebbe emanato una legislazione anti-trust, intesa a far sì che i proventi delle vendite fossero redistribuiti a vantaggio dei poveri e che i dipendenti delle aziende potessero diventarne azionisti. Washington cedette e il testo definitivo dell’accordo – accettato dagli Stati Uniti e da un gruppo di altre nazioni donatrici – proclamò la “democratizzazione” delle aziende statali. Ma quando Aristide pose mano all’attuazione del programma, uscì fuori che i finanziatori statunitensi interpretavano la democratizzazione come riguardante soltanto le pubbliche relazioni.
E quando Aristide annunciò che non ci sarebbero state vendite finchè il Parlamento non avesse approvato le nuove leggi regolatrici, da Washington si gridò all’inganno. Compresi allora – dice Aristide – che si stava tramando un “golpe economico”. «Si stava apertamente progettando di legarmi le mani, obbligandomi a vendere tutte le aziende statali senza contropartite». Egli allora minacciò di arrestare chiunque avesse continuato a sostenere le privatizzazioni. «A Washington erano molto arrabbiati con me. Dissero che non tenevo fede alla parola data, mentre in realtà erano loro i soli a non voler rispettare la politica economica concordata». I rapporti di Aristide con Washington si deteriorarono rapidamente. Furono tagliati oltre 500 milioni di dollari dai prestiti e aiuti promessi, togliendo in sostanza i viveri al suo governo, e l’agenzia USAID [Aiuti Internazionali degli USA- n.d.t.] rimpinguò con milioni e milioni le casse dei gruppi di opposizione, finchè si arrivò al colpo di Stato del febbraio 2004. Adesso la lotta prosegue. Il 23 giugno Roger Noriega, vice-segretario di Stato USA per le questioni dell’emisfero occidentale, ha invitato le Nazioni Unite a svolgere “un ruolo più attivo” nel reprimere le bande armate pro-Aristide. Ciò ha significato, in sostanza, che le popolazioni note come sostenitrici di Aristide sono state oggetto di rappresaglie collettive del tipo di quelle di Falluja.
Il 6 luglio 2005, ad esempio, 300 soldati delle Nazioni Unite hanno fatto irruzione a Cité Soleil, bloccando le uscite e aprendo il fuoco dai loro veicoli armati. Le N.U. ammettono che ci sono stati cinque morti, ma i residenti parlano di non meno di venti. Il corrispondente della REUTER Joseph Guyler Delva scrive di aver visto «sette cadaveri soltanto in una abitazione, compresi tre bambini e un’anziana sui sessant’anni». Ali Besnaci, dirigente dei Medici senza Frontiere operanti ad Haiti, dichiara che in quel giorno di assedio vennero da loro ventisette persone con ferite di arma da fuoco, e per tre quarti erano donne e bambini. Ma nonostante queste aggressioni, gli haitiani stanno ancora nelle strade, indossando le foto del loro presidente, per manifestare il loro rifiuto delle false elezioni programmate e la loro opposizione alle privatizzazioni. E proprio come dieci anni fa gli esperti di Washington non riuscivano a capacitarsi che Aristide resistesse alle loro pretese, così adesso non possono ammettere che la povera gente che lo sostiene sia capace di agire di propria iniziativa. Certamente – pensano – è controllata da Aristide attraverso qualche misterioso artifizio di “Voodoo” [pratiche superstiziose diffuse tra gli afro-americani – n.d.t.]. «Riteniamo – ha detto Noriega – che questa gente stia ricevendo istruzioni o direttamente da Aristide, o indirettamente attraverso i suoi accoliti che sono in contatto con lui in Sud-Africa». Ma Aristide non ha poteri magici. «Il popolo vede chiaro, il popolo è intelligente, il popolo è coraggioso» ama ripetere. Sa bene che due più due non fa cinque.