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Introduzione...

Il saggio “Per un bilancio del ‘ compromesso storico’ ”, non firmato ma scritto da Franco Rodano, pubblicato sui “Quaderni della Rivista Trimestrale” n.71-72, aprile-settembre 1982, esamina criticamente il fascicolo n. 2-3 aprile stesso anno di “Laboratorio politico”, dedicato a tale argomento con articoli di Paolo Franchi, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti. F.Rodano riconosce anzitutto l’importanza del fascicolo, per due motivi. In primo luogo perché gli articoli sono stati scritti «da un gruppo di pubblicisti che costituiscono una parte non trascurabile dell’intellettualità in vario modo ruotante attorno al maggior partito della classe operaia, e che anzi, rebus sic stantibus, possono legittimamente ritenersi una componente quanto mai significativa – e forse anche la più importante – nell’ambito di quel sostanziale sincretismo cui è oggi pervenuta la politica culturale comunista». E in secondo luogo perché essi «oltre a muovere […] da alcune constatazioni senz’altro esatte, svolgono poi osservazioni e giudizi che, se certo non ci pare possano venire senz’altro condivisi, e se anzi non ci trovano affatto consenzienti, sono comunque tali da stimolare alla riflessione e all’approfondimento critico». In definitiva, gli articoli in questione offrono un buono spunto per «fare i conti in termini razionali con quella situazione di acuto disagio, o quanto meno di marcata e pericolosa incertezza, che (nel quadro della gravissima involuzione generale) ha investito da qualche tempo, e certo non a caso, la stessa formazione politica da cui, negli ultimi anni, il ‘compromesso storico’ è stato proposto e tenacemente sostenuto» (p.3). A un certo punto del saggio, l’A. affronta il tema generale e fondamentale del giusto rapporto tra il “nuovo” e il “vecchio”, tra innovazione nel presente e patrimonio del passato. A questo proposito scrive i brani (pp.15-18) che riportiamo qui, ritenendo che se ne possa trarre un’utile “lezione” di metodo per il nostro presente, anno di grazia 2007.

FRANCO RODANO: INNOVAZIONE E PATRIMONIO DEL PASSATO

Secondo noi, la perdita di ogni positivo rapporto fra il nuovo (che pur deve certo affermarsi) e il patrimonio accumulato in tanti decenni di battaglie politiche e ideali (che assolutamente non deve andar dissolto), conduce l’atto innovativo a esplicarsi in un quadro d’inconsistenza teorica, o addirittura di rinunzia alla dimensione stessa della teoria […]. Quella perdita viene dunque a risultare incompatibile con lo sviluppo di un’azione rivoluzionaria coerente, razionale e destinata a proseguire nel tempo in maniera organica.

E’ parimenti chiaro, d’altra parte, che alle tendenza verso la rottura secca […] con il passato, non ci si può certo opporre tornando a criteri di mero “continuismo”, che conducono alla già sottolineata, insostenibile discrasia fra il piano teorico e quello pratico. Ma nemmeno può giovare [...] la semplice riaffermazione dell’esigenza di continuità, ove questa venga intesa nel senso di un rapporto fra il nuovo e il passato, in cui ciascuno dei due termini rimanga – per così dire – esterno all’altro e insomma fuori della sua presa e influenza; o in cui, comunque, sia solo l’innovazione a restar condizionata dal patrimonio acquisito, e non anche, al tempo stesso, questo da quella. Per spiegarci meglio diremo che, a nostro avviso, il rapporto fra l’innovazione e il passato (un rapporto che in ogni caso sussiste sempre, per il semplice motivo che l’una non può non riferirsi all’altro, anche quando lo fa solo per negarlo e contrapporvisi) deve uscire dal carattere che gli è stato consueto (a parte alcune felici eccezioni, rimaste però isolate) nell’intiero corso della cultura cui apparteniamo.

Esso deve cioè finire di venir considerato […] come un mero, apparente aggiungersi, un disarticolato e in definitiva illusorio giustapporsi del nuovo al patrimonio già acquisito, entro un quadro in cui il secondo è visto come dato in modo fissistico (come costituito insomma, una volta per tutte, così com’è, e in questa forma come permanentemente i immutabilmente valido), mentre il primo – il momento appunto della novità – è ritenuto o inessenziale (valido cioè solo per l’immediato, senza valore teorico generale) o comunque non vincolato al secondo da un legame di condizionamento reciproco […]. Bisogna invece muovere dal riconoscimento che, se certo il patrimonio preesistente apre al nuovo la via, predisponendogli – per così dire – la base, la trama, il generalissimo ordito entro cui può nascere e affermarsi a sua volta il momento della novità, per essere davvero e positivamente tale, non può che rileggere entro il suoi propri, specifici modi il passato.

E del resto questo è divenuto ormai in re ciò che la novità riconosce: solo così, strappato alle sue forme storicamente date, può essere rimesso nel flusso della storia e contribuire allora, al pari del nuovo, all’ulteriore, organica esplicazione della vita umana. Si badi bene però che proprio per tutto questo, l’operazione volta ad affermare il nuovo va condotta con la chiara consapevolezza che essa, se – come si è or ora visto- deve necessariamente rielaborare il patrimonio del passato per assumerlo in termini aggiornati, è tuttavia tenuta a far ciò in modi tali da garantire che di quel medesimo patrimonio non vada minimamente perduta la verità storica, e quindi non ne sia per nulla obliterata la funzione decisiva che ebbe quando era un presente e la novità del presente. Il realtà solo sulla base di tale garanzia si rende poi possibile effettuare in modo corretto la rielaborazione e l’aggiornamento di cui si è fatto cenno. Ove invece essa fosse carente, ci si esporrebbe al rischio che l’atto innovativo, anziché trasformare fecondamene il dato sciogliendone le fissità, venga invece a negarlo e a distruggerlo, con la già sottolineata conseguenza, allora, che il nuovo, privato delle sue radici, finirebbe per scadere nell’estemporaneità irrazionalistica.

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